Parole

Link

Bottoni

Disclaimer

«Ma la questione non è questa, che succede alla mia testa che lascia vagare i pensieri a sciami, perché mi riesce così difficile pescare nello sciame l’unico pensiero che mi occorre.»
(Christa Wolf , Medea)
 
Perché è così difficile trovare le parole giuste? Perché è tanto complicato acciuffare proprio il pensiero che ci occorre? Spesso, uno dei problemi più gravosi da risolvere, nei rapporti interpersonali, è proprio quello legato alle incomprensioni della comunicazione. Pirandello, profeta dell'incomunicabilità, spiegava facilmente la cosa dichiarando che non c’è alcuna alternativa possibile, dal momento che ognuno di noi trasferisce in ciò che dice e soprattutto in ciò che sente, quello che egli è, e dunque recepisce in base alla formazione mentale e interiore che ha sviluppato, mentre chi parla, ovviamente, mette in ciò che dice quello che è lui, ovvero qualcosa di molto diverso. Seguendo questi parametri ogni possibilità di comunicazione è bandita.
 
«Ma se è tutto qui il male! Nelle parole! Abbiamo tutti dentro un mondo di cose; ciascuno un suo mondo di cose! E come possiamo intenderci se nelle parole ch’io dico metto il senso e il valore delle cose come sono dentro di me; mentre chi le ascolta inevitabilmente le assume col senso e col valore che hanno per sé, del mondo com’egli l’ha dentro? Crediamo d’intenderci, non c’intendiamo mai! »
(Luigi Pirandello, Sei personaggi in cerca d’autore)
 
I concetti che propone Pirandello sono del tutto condivisibili, tuttavia ci possiamo accontentare di un livello di comunicazione un po' più basso e risolvere così qualche problema, ma è anche possibile, anzi auspicabile, impegnarsi maggiormente nell'ascolto, in modo da cogliere anche le sfumature che non ci appartengono. Lo sciame che ci ronza nella testa è dovuto a tutti i bombardamenti esterni che non fanno che distrarci. I pensieri diventano un unico ronzio ed è sempre più difficile separarli, per trovare il pensiero giusto, nel momento in cui ci occorre. Più facile è perderci in volo, seguirne uno che valga per tutti gli altri, adagiarci nel morbido ondeggiare dell'ala che conduce, seguire le correnti d'aria calda, senza pensare, senza esistere, persi in una danza cieca fatta di ricordi, di eco, di veli che si posano con leggerezza, senza fermarsi mai.
 
Credo che molte delle nostre sconfitte quotidiane, abbiano come causa la perdita dell'uso della Parola e l’incapacità di riflettere, di lasciare un pensiero a decantare, prima di renderlo attivo..
La Phèdre di Racine è una tragedia che si basa sulla Parola e sulla sua potenza. Ciò che viene detto è più importante di ciò che viene realmente fatto. Non so quante volte mi sono chiesta se il pensiero possa diventare azione, credo di sì, ma per la parola non ho alcun dubbio.
 
Phèdre è segretamente innamorata del figliastro Hippolyte e schiacciata dal senso di colpa decide di togliersi la vita. Nel frattempo giunge la notizia che Teseo, il re, non è morto e che sta per arrivare a Palazzo. Per salvare la regina Œnone, la nutrice, propone di accusare Hippolyte di essere innamorato di Phèdre e sparge la calunnia a palazzo. Teseo, convinto della colpevolezza del figlio lo maledice, invocando la vendetta di Nettuno. Phèdre scopre che Hippolyte ama Aricie e viene travolta dalla gelosia delirante. Teseo comincia a intuire la verità, cerca di interrogare nuovamente Œnone, ma scopre che si è annegata, allora chiede la grazia a Nettuno per il figlio, ma la sua preghiera era già stata esaudita e Hippolyte è già morto. Nel frattempo Phèdre si avvelena, ma prima di morire riesce a confessare la sua colpa.
 
«Phèdre n'est ni tout à fait coupable ni tout à fait innocente. Elle est engagée par sa destinée, et par la colère des Dieux, dans une passion illégitime, dont elle a horreur toute la première.»
Phèdre non è né del tutto colpevole né del tutto innocente. È coinvolta dal destino e dalla collera degli dei in una passione illegittima della quale ha paura, lei per prima.
(Racine, Prefazione a Phèdre)
 
Una volta detta la parola diventa dunque azione, col suo carico di conseguenze inevitabili. Così Hippolyte morirà, benché innocente, perché la maledizione contro di lui è stata ormai lanciata e tornare indietro non è più possibile. La potenza della calunnia trasforma la realtà e la parola della confessione riporterà l’ordine e la giustizia, solo dopo che Œnone e Phèdre avranno però compiuto il gesto estremo, catartico, liberatorio.
 
Ma Phèdre è anche la tragedia della passione non consumata, del fuoco che nasce, travolge, devasta e si esaurisce nella morte inevitabile. La vera passione tragica non si può tradurre in scambio di sentimenti, deve mantenersi a un livello non risolto, dove è impossibile trovare una soluzione e dove entrambi gli amanti o l’amante singolo non possono che rimanere insoddisfatti e dirigersi verso l’abisso. Così Hippolyte e Aricie, pur amandosi reciprocamente non riusciranno a coronare il loro sogno d’amore e Phèdre con il suo amore a senso unico, sarà la causa dell’epilogo tragico che coinvolgerà tutti i protagonisti, anche ignari, nelle trame di un destino gestito dalla parola detta o anche solo pensata.



Postato alle 14:42 di lunedì, 25 febbraio 2008 da dalloway66
Hélas! Du crime affreux dont la honte me suit,
Jamais mon triste cœur n'a recueilli le fruit.
(Racine, Phèdre, Acte IV scène VI)
Ahimè! Dell’orribile crimine che tanta vergogna mi desta
Mai il mio triste cuore ha raccolto il frutto.
 
Ecco due dei versi più belli che siano mai stati scritti, che racchiudono in sé tutto il dramma della passione. Il pianto di una donna che avrebbe accettato la colpa eterna, pur di vivere un attimo di quell’amore che le bruciava l’anima. Una passione totalizzante la devasta, ma non si traduce in azione e la passione non agita, quella che esplode dentro le vene e che polverizza l'anima è sicuramente la più potente, la più pericolosa, la sola che ci possa annientare. Da dove nasce l'assurdo sentimento che sfugge a ogni ragione? Perché mai qualcuno deve rapirci la mente, renderci folli, irrazionali, com’è possibile che si perda il sonno, che si acceleri il battito all’impazzata, per uno sguardo, una carezza, una parola?
 
Ah! Douleur non encore éprouvée!
A quel nouveau tourment je me suis réservée!
Tout ce que j'ai souffert mes craintes, mes transports,
La fureur de mes feux, l'horreur de mes remords,
Et d'un refus cruel l'insupportable injure
N'était qu'un faible essai du tourment que j'endure.
(Racine, Phèdre, Acte IV scène VI)
 
Ah! Dolore mai provato!
A quale nuovo tormento sono destinata!
Tutto ciò che ho patito, i miei timori, i miei trasporti,
il furore dei miei ardori, l'orrore del rimorso
e di un crudele rifiuto l’insopportabile offesa
erano solo una debole prova del tormento che ora soffro.
 
Mi sembra che in poche parole sia racchiuso ogni tormento di un’anima che si trova al cospetto e in balia delle proprie emozioni. Quando i sentimenti diventano ingestibili non si è più capaci di controllare le proprie azioni e si rischia tutto, pur di vedere coronato il proprio sogno di unione, di amore reciproco. Più spesso avviene che la vera passione tormentata non sia affatto corrisposta ed ecco il vero dramma, ecco il vero dolore, qualcosa che mai avremmo pensato di provare, un vuoto che ci risucchia in un vortice senza fine e senza risalita.
L’amore di Fedra nasce dal desiderio dell’impossibile. Lei ama il proprio figliastro, ci troviamo dunque nel regno del divieto assoluto e proprio perché non può amarlo, l’amore diviene ancora più forte e trova la sua ragione d’essere appunto nell’interdizione, nell’impossibilità di soddisfarlo. Questa passione ossessiva non dà spazio alla libertà, ogni cosa si ricopre d’un manto soffocante e le pulsioni di vita vengono sopraffatte dalle pulsioni di morte. Ed è quella l’unica soluzione possibile, morire.
 
OTELLO: O alito profumato, convinceresti quasi la Giustizia
A spezzare la sua spada! Un altro bacio! Ancora un altro!
Resta così nella morte! Ti ucciderò,
e ti amerò ancora! Un altro bacio! L’ultimo!
Mai dolcezza fu così fatale. Io piango sì,
ma lacrime crudeli. È un dolore celeste
quello che colpisce chi è amato dal cielo.
(Shakespeare, Otello, atto V, sc. II)
 
Ma il dramma più spiazzante e pericoloso dettato dalla passione, è la gelosia. Qualsiasi calunnia diventa verità inconfutabile, ogni parola si trasforma in bruciante dolore, ferita che sanguina, insania, dominio dell’insensatezza. La gelosia, figlia del tradimento, supposto o reale, diventa follia, sconsideratezza, fuoco cieco che deride la ragione. Bagliore accecante che impedisce di vedere, nodo scorsoio che stringe e toglie il respiro. L’amore si perde di vista, ogni cosa diventa vana, eros e thanatos sono destinati a sfidarsi in una lotta perenne, dove nessuno vince, dove tutti sono destinati a perdere qualcosa.
 
LADY MACBETH: Nulla è avuto, tutto è sprecato
se il nostro desiderio è ottenuto senza gioia:
è meglio essere ciò che distruggiamo,
piuttosto che, grazie alla distruzione,
vivere in gioia dubbiosa.
(Shakespeare, Macbeth, atto III, sc. II)
 
Alla fine, ogni battaglia si trasforma in sconfitta, perché tutto ciò che si ottiene senza gioia, senza l’amore, senza lo scambio, senza la voglia di raggiungere il medesimo scopo, è vano. È meglio essere la cosa distrutta, la vittima sfinita, piuttosto che i vincitori di una guerra che colpisce mortalmente anche il nostro amore. Se l’amore si trasforma in desiderio di possesso, non è più vero affetto, diventa avidità ed annulla se stesso.
 
Se gli eroi tragici hanno la grande fortuna di rendere immortale il loro amore, che vive nell’eternità della ripetizione, della recita, della lettura, mentre essi smettono la loro sofferenza obbedendo al destino tragico che non può che condurli alla morte, a noi comuni mortali, cosa rimane della passione che ci distrugge? Noi che continuiamo a vivere siamo costretti a vederla annegare in acque stagnanti e alla fine non ci rimane che la cenere e il fumo del fuoco che ci aveva infiammato e l’odore di quel fumo, incollato ai vestiti, che ci trasciniamo dietro come un marchio. L’incisione indelebile di chi ha sofferto, di chi ha vagato tra le ombre, di chi ha conosciuto le nebbie della stoltezza, ma anche di chi ha vissuto, di chi ha sfiorato le sponde della vera felicità, perché una vita di perenne bonaccia equivale al torpore di un sonno eterno.



Postato alle 09:08 di venerdì, 22 febbraio 2008 da dalloway66
I monologhi della vagina, un’opera teatrale di Eve Ensler, si ispirano alle circa duecento interviste fatte dall’autrice ad altrettante donne. La prima rappresentazione risale al 1996 al Cornelia Street Café di new York, un piccolo teatro off-Broadway, da quel momento il successo è cresciuto così tanto che ogni anno l’autrice inserisce un nuovo monologo legato agli avvenimenti storici contemporanei. Dai monologhi nasce, nel 1998, anche il movimento V-Day (cheDonne non ha niente a che vedere con la V di Beppe Grillo). Eve Ensler organizzò, a New York, una rappresentazione il cui incasso sarebbe stato devoluto ad associazioni che lottano contro la violenza alle donne. I monologhi furono letti da attrici famose del calibro di Glenn Close, Whoopy Goldberg, Susan Sarandon, Lily Tomlin. Nel 1999 il V-Day si svolse a Londra e vi parteciparono, tra le altre, Cate Blanchett, Kate Winslet, Melanie Griffith.
I monologhi di Eve Ensler danno la parola direttamente alla vagina creando perciò un rapporto quasi esclusivo con le donne e con il loro mondo.
Gli argomenti trattati hanno ovviamente a che fare tutti con la vagina, perciò si parla di mestruazioni, masturbazione, orgasmo, sessualità, violenza. Divertenti, tristi, drammatici e a tratti anche grotteschi, nei monologhi serpeggia un umorismo che punta al superamento di un tabù, alla liberazione sessuale da parte delle donne, a cominciare proprio dal prendere confidenza con il proprio corpo e con i propri organi genitali.
Con alcuni monologhi la Ensler ha voluto denunciare alcuni fatti di cronaca, proponendo il racconto di donne bosniache passate per i campi di stupro:
 
Nel 1993, camminavo per una strada di Manhattan quando passai accanto a un’edicola e all’improvviso fui colpita da una fotografia sulla prima pagina di Newsday, di quelle che ti turbano nel profondo. Era la foto di sei giovani donne che erano appena torna­te da un «campo di stupro” in Bosnia. I loro visi ri­velavano choc e disperazione, ma la cosa più scon­volgente era la sensazione che qualcosa di dolce, qualcosa di puro, fosse stato distrutto per sempre nella vita di ognuna di loro. Continuai a leggere. C’e­ra un ‘altra fotografia delle giovani, insieme alle loro madri, disposte a semicerchio in una palestra. Era un gruppo piuttosto numeroso e non una di loro, madre o figlia, riusciva a guardare verso l’obiettivo.
Capii che dovevo andare là. Dovevo incontrare quelle donne. Nel 1994, grazie all’aiuto di un angelo, Lauren Lloyd, passai due mesi in Croazia e in Paki­stan a intervistare profughe bosniache. Ho intervi­stato quelle donne e le ho frequentate nei campi, nei caffè e nei centri per i rifugiati. Sono stata in Bosnia altre due volte da allora.
Quando tornai a New York dopo il mio primo viaggio, ero in uno stato di furibonda indignazione. Mi sconvolgeva il fatto che da 20 mila a 70 mila don­ne fossero state stuprate in Europa nel 1993, come tattica sistematica di guerra, e nessuno avesse alza­to un dito per impedirlo. Non riuscivo a capirlo. Un ‘amica mi chiese perché mi stupivo. Disse che più di 500 mila donne venivano stuprate ogni anno nel nostro paese, e in teoria noi non eravamo in guerra.
Il monologo che segue è basato sulla storia di una di queste donne. Voglio ringraziarla per averla condi­visa con me. Sono piena di reverenziale sgomento di fronte al suo spirito e alla sua forza, come lo sono davanti a ogni donna che è sopravvissuta alle terribi­li atrocità commesse nell’ex Jugoslavia. Questo bra­no è dedicato alle donne bosniache.
 
La mia vagina era il mio villaggio
 
La mia vagina era verde, campi d’acqua rosa tene­ro, mucca che muggisce sole che si posa dolce ra­gazzo che tocca leggero con un morbido filo di pa­glia bionda.
C’è qualcosa tra le mie gambe. Non so cos’è. Non so dov’è. Io non tocco. Non ora. Non più. Non più da allora.
La mia vagina era chiacchierona, non vede l’ora, tante, tante cose da dire, parole parlate, non posso smettere di provare, non posso smettere di dire oh sì. Oh sì.
Non da quando sogno che c’è un animale morto cu­cito là sotto con grossa lenza nera. E il cattivo odore del­l’animale morto non si riesce a togliere. E ha la gola ta­gliata e il suo sangue inzuppa tutti i miei vestiti estivi.
La mia vagina che canta tutte le canzoni da ra­gazze, campanacci delle capre che suonano canzo­ni, selvagge canzoni dei campi d’autunno, canzoni della vagina, canzoni del paese della vagina.
Non da quando i soldati mi infilarono dentro un lungo e grosso fucile. Così freddo, con quella canna d’acciaio che annienta il mio cuore. Non so se fa­ranno fuoco o se lo spingeranno su attraverso il mio cervello impazzito. Sei uomini, mostruosi dottori con maschere nere che mi ficcano dentro anche bot­tiglie, bastoni, e un manico di scopa.
La mia vagina che nuota acqua di fiume, acqua pulita che si rovescia su pietre cotte al sole sopra clitoride di pietra, pietre-clitoride mille volte.
Non da quando ho sentito la pelle strapparsi e fare rumori striduli da limone strizzato, non da quando un pezzo della mia vagina si è staccato e mi è rima­sto in mano, una parte delle labbra, ora da un lato un labbro è completamente andato.
La mia vagina. Un umido villaggio vivente di ac­qua. La mia vagina, la mia città natale.
Non da quando hanno fatto a turno per sette gior­ni con quella puzza di escrementi e carne affumica­ta, e hanno lasciato il loro lurido sperma dentro di me. Sono diventata un fiume di veleno e di pus e tut­ti i raccolti sono morti, e anche i pesci.
 
La mia vagina
umido villaggio vivente di acqua.
Loro l’hanno invaso. L’hanno massacrato e bruciato.
Io non tocco adesso.
Non ci vado mai.
Io vivo in un altro posto, adesso.
Io non so dov’è, adesso.
 
o le barbare pratiche dell’infibulazione e clitoridectomia, delle quali sono vittime moltissime donne:
 
La vagina: alcuni fatti
Tra gli ottanta e i cento milioni di bambine e di gio­vani donne hanno subito mutilazione genitale. Nei paesi dove è praticata, soprattutto africani, circa due milioni di giovanissime ogni anno, si aspetta­no che il coltello o il rasoio o un frammento di ve­tro tagli loro la clitoride o la asporti completa­mente, (e) di avere le labbra completamente o in parte... cucite insieme con filo per suture o spine.
 Le conseguenze a breve termine di queste muti­lazioni includono tetano, setticemia, emorragie, tagli nell’uretra, nella vescica, nelle pareti vaginali e nello sfintere anale. Quelle a lungo termine: infezione uterina cronica, estese cicatrici che possono ostacolare a vita la deambulazione, formazione di fistole, aumento del dolore e dei rischi durante il parto, morte prematura.
eve blog 2
Nel nuovo testo teatrale, Good Body – Il corpo giusto, la Ensler affronta il tema della manipolazione del corpo delle donne, attraverso i modelli imposti dalla società.



Postato alle 17:36 di mercoledì, 10 ottobre 2007 da dalloway66
foliePazzia, demenza, alienazione, la follia è un argomento che ricorre spesso in letteratura. La pazzia d’amore la ricordiamo nell’Orlando Furioso dove un cavaliere assennato e corretto, diviene folle in preda al dolore, causato dall’amore non ricambiato per Angelica o nell’Otello, dove il protagonista, pazzo di gelosia uccide la donna che ama. Poi c’è la finta follia di Amleto o quella visionaria di Don Chisciotte, o ancora l’Elogio della follia di Erasmo o il De rerum natura di Lucrezio e infine la follia come unica possibilità di sopravvivenza, come nell’Enrico IV di Pirandello.
 
In seguito ad una caduta da cavallo, durante una festa in maschera, il protagonista del dramma di Pirandello, perde la ragione per 12 anni e poiché, in quel momento, stava interpretando il ruolo di Enrico IV, per tutto quel tempo si identifica davvero con l’imperatore di Baviera. Si intuisce subito quanto qui sia importante il gioco dei ruoli e la dicotomia realtà-finzione.
Il personaggio storico Enrico IV era stato scomunicato dal papa Gregorio VII, per ottenerne il perdono si reca a Canossa, e resta per tre giorni fuori dalle mura del castello, in attesa della revoca della scomunica, cosa che avviene grazie anche a Matilde di Canossa chiamata ad intercedere.
Il protagonista della pièce pirandelliana, innamorato di donna Matilde, cade da cavallo per colpa del barone Tito, che era suo rivale in amore. Risvegliatosi, dopo 12 anni, si ritrova invecchiato, solo, tradito, senza più l’amore, senza più la propria vita e per questo decide di continuare a vivere nella finzione per altri otto anni. Finché il nipote, aiutato da un medico, non organizza una sorta di rappresentazione che faccia rivivere il passato al protagonista, nella speranza che ciò possa farlo rinsavire. Il giovane si presenta perciò alla villa con Matilde e Tito, che adesso sono amanti, ma anche con la figlia di lei che è identica alla madre da giovane e con il medico. Il finale tragico porterà alla morte di Tito trafitto, con una spada, dal protagonista e all’obbligo, per quest’ultimo, di riprendere il ruolo del pazzo, tornando ad essere Enrico IV.
 
Trattare un argomento così delicato come quello della pazzia, era già una novità perErasmus l’epoca (1922), ma qui si va oltre, perché pazzia e normalità, realtà e finzione, vita sociale e vita privata, si mescolano fino a fondersi e a diventare ognuna l’antitesi dell’altra.
Così Enrico IV, quando confessa irritato ai servitori che non è più folle da un pezzo, li porta a riflettere sulla loro posizione, che non è poi tanto diversa dalla sua e su come ridicolizziamo facilmente chi è diverso dalla massa senza renderci conto che noi siamo altrettanto ridicoli, e che spesso viviamo nella finzione senza avvedercene:
 
«Su, via, pecore, alzatevi! – M’avete obbedito? Potevate mettermi la camicia di forza… - Schiacciare uno col peso di una parola? Ma è niente! Che è? Una mosca! Tutta la vita è schiacciata così dal peso delle parole! Il peso dei morti – Eccomi qua: potete credere sul serio che Enrico IV sia ancora vivo? Eppure, ecco, parlo e comando a voi vivi. Vi voglio così! – Vi sembra una burla anche questa, che seguitano a farla i morti la vita? – Sì, qua è una burla: ma uscite di qua, nel mondo vivo. Spunta il giorno. Il tempo è davanti a voi. Un’alba. Questo giorno che ci sta davanti – voi dite – lo faremo noi! – Sì? Voi? E salutatemi tutte le tradizioni! Salutatemi tutti i costumi! Mettetevi a parlare! Ripeterete tutte le parole che si sono sempre dette! Credete di vivere? Rimasticate la vita dei morti!»
 
Il pazzo va fermato, zittito, rinchiuso, evitato perché spesso riesce a svestire la realtà delle menzogne dalle quali è travestita e mostrarla nuda per quello che è. La comoda ipocrisia serve da compromesso per trarre tutti qualche vantaggio dall’esistenza.
 
«Ma lo vedete? Lo sentite che può diventare anche terrore, codesto sgomento, come per qualche cosa che vi faccia mancare il terreno sotto i piedi e vi tolga l’aria da respirare? Per forza signori miei! Perché trovarsi davanti a un pazzo sapete che significa? Trovarsi davanti a uno che vi scrolla dalle fondamenta tutto quanto avete costruito in voi, attorno a voi, la logica di tutte le vostre costruzioni. »
 
La realtà non è oggettiva, ma soggettiva e dipende dall’occhio della società che ci guarda, da come ci vede e da quale maschera ci attribuisce. Il desiderio di mostrarci per quello che siamo e non per come siamo stati catalogati non è mai realizzabile e quindi non ci resta che accettare un destino di solitudine, prigionia e incomunicabilità. Perché come possiamo comunicare con chi non ci ascolta? O con chi percepisce le nostre parole trasformandole in ciò che lui è? E come liberarci della maschera che portiamo quando ci viene messa addosso dagli altri?
 masques
«Parole! Parole che ciascuno intende e ripete a suo modo. Eh, ma si formano pure così le cosiddette opinioni correnti! E guai a chi un bel giorno si trovi bollato da una di queste parole che tutti ripetono! Per esempio: “pazzo!” »
 
Alla fine il protagonista dovrà rivestire i panni dell’imperatore e chiudersi nella prigione della follia, perché ormai è questo il ruolo dal quale non può più fuggire e questa è la maschera della quale non può più liberarsi.
 
Molta pazzia è divino buon senso -
Per un occhio avvertito –
Molto buon senso – pura pazzia –
È la maggioranza
In questo, come in tutto, a prevalere –
Di’ sì – e sei sano –
Ribellati – subito sei pericoloso –
E ti trattano in catene –
(Emily Dickinson)
 
È la maggioranza a prevalere.
 
 
Ci sono però modi più divertenti per affrontare il tema della follia:
        .     Non credo che l'analisi mi possa aiutare. Mi ci vorrebbe una lobotomia. (Woody Allen)
·        «Ma perché...perché devi sempre incasellare le mie voglie animalesche dentro categorie psicanaliste? » egli disse, togliendole il reggiseno. (Woody Allen)
·        Fui buttato fuori dall'Università il primo anno. Mi scoprirono mentre copiavo allo scritto di metafisica. Sbirciavo nell'anima del mio vicino. (Woody Allen)
·        Non sarai mai solo con la schizofrenia. (Woody Allen)
·        La psicanalisi e' un mito tenuto in vita dall'industria dei divani. (Woody Allen)
·        Per smettere di bere ho provato con la psicanalisi. Ora bevo sdraiato su un divano. (Boris Makaresko)
·        La ragione è la follia del più forte. La ragione del meno forte è follia. (Eugene Ionesco)
·        Ero molto depresso, in quel periodo. Intendevo uccidermi ma, come ho già detto, ero in analisi, e i freudiani sono molto severi al riguardo, ti fanno pagare le sedute che perdi. (Woody Allen)
·        Mai la psicologia potrà dire sulla follia la verità, perché è la follia che detiene la verità della psicologia. (Michel Foucault)
·        Non c’è adulto che, esaminato bene, non sia nevrotico. (Jorge Luis Borges)
·        La pazzia, signore, se ne va a passeggio per il mondo, e non v'è luogo in cui non risplenda. (William Shakespeare)
·        «Oh, sei in analisi". Si' da 15 anni". "15 anni? ". "Si', adesso gli do un altro anno di tempo e poi vado a Lourdes. » (Woody Allen)



Postato alle 17:57 di giovedì, 27 settembre 2007 da dalloway66
L’estate scorsa, l’amico need, blogger splinderiano doc, mi telefona tutto allegro e mi dice: «Non prendere impegni per venerdì perché ho organizzato una bella serata di quelle che piacciono a te!»
Io, tutta gasata gli domando: «Davvero? Che si fa?» e lui «andiamo a vedere uno spettacolo di sociopsicodramma!». «Ah,» faccio io, rimanendo a lungo in silenzio e rimuginando su quali affinità possa avere trovato fra me ed un sociopsicodramma, ma alla fine cedo alla curiosità e accetto l’invito.
Il sociodramma e lo psicodramma (da psiché = anima e drama = azione) sono dei metodi professionali, molto usati nella psicoterapia e nella formazione e consistono nella recita improvvisata, da parte di una persona all’interno di un gruppo, di ruoli e scene drammatiche, il tutto sotto la direzione di uno psicoterapeuta.
La nascita dello psicodrammapsifotmoreno risale agli anni Venti, ad opera dello psichiatra e sociologo Jacob Levi Moreno (1889(?)-1974) egli sostituiva alla drammaturgia la creatività, i protagonisti improvvisavano il loro ruolo partendo da una situazione che faceva parte del vissuto oppure che era inventata al momento. Il paziente, poteva così proiettare nel dramma recitato ed estemporaneo le preoccupazioni ed i problemi reali.
Si tratta di una tecnica che genera una presa di coscienza nei soggetti con problemi e grazie alla finzione della rappresentazione scenica, permette di evidenziarli e quindi di modificarli.
A Palermo, l’associazione di volontariato Melarance si è occupata della diffusione dell’arte nella psicoterapia ed ha proposto la rassegna di teatro di sociopsicodramma, Non solo spettatore. Si tratta di spettacoli seguiti da un post-spettacolo che coinvolge il pubblico in prima persona dando vita ad una nuova rappresentazione, arricchita dalle esperienze dei partecipanti. Lo spettatore passivo si trasforma così in attore di un dramma, che non è quello distante, di qualcun altro, ma che è il suo dramma personale. La dottoressa Rosalia Billeci, presidentessa dell’associazione, afferma che l’idea di unire arte e gruppo nasce «da alcune considerazioni: oggi, più che in qualsiasi periodo storico, la gente sembra diventata più sensibile rispetto all’arte in generale, sempre più gente va al cinema, a teatro, alle mostre, ai concerti e subito dopo la fine di una rappresentazione si può notare come abbia una grande voglia di parlare, di commentare, ma non appena fuori, tutto sembra svanire nel nulla, tutto sembra dimenticato, le verità che avevamo appena intravisto scompaiono: siamo di nuovo pronti ad entrare nel mondo del quotidiano con l’insensibilità, l’indifferenza, la cattiveria e il cinismo con cui eravamo entrati. Ci siamo chiesti come mai questo accada, come mai malgrado le grandi potenzialità dell’arte nel promuovere cambiamenti nella coscienza individuale e collettiva, alla fine il suo contributo si riduce, per molti individui, in un mero esercizio intellettuale. Queste considerazioni ci hanno fatto riflettere su come operare, affinché l’arte diventi vero fattore di cambiamento individuale e collettivo».
A questo punto confesso di avere sudato freddo, già mi vedevo, io, la regina delle inibizioni, avvilire il selezionato pubblico con le mie tante paranoie e la mia proverbiale goffaggine e così, incapace di muovere un muscolo, ho lanciato uno sguardo inceneritore al povero need (il quale però non ha raccolto, o ha finto – anche se giurerei di avergli visto fare un sorrisetto sornione).
L’associazione Melarance trova al suo interno musicisti, medici, psicologi, attori, tutti con il «desiderio di occuparsi dell’esistenza umana in tutte le sue manifestazioni più profonde e oscure, con l’obiettivo di valorizzare e dare spazio a quelle parti della psiche umana, irrazionali e spirituali, che la modernità ha amputato e mortificato».
La Billeci, medico, psicodrammatista, psicoterapeuta e anche interprete dei suoi spettacoli è l’elaboratrice del testo della rappresentazione che ho visto: L’anima e le sue alchimie. La sofferenza mentale e le sue capacità trasformative. maschereSi tratta di uno spettacolo sull’arte e il disturbo psichico che mostra, attraverso la rappresentazione delle opere di grandi artisti, la capacità di trovare nell’arte una forma di autoterapia. Le alchimie si riferiscono alle poesie, ai romanzi, ai dipinti, ai diari di questi artisti, ed è attraverso la creatività che l’anima può trasformare il male, la sofferenza e la distruttività in conoscenza e spiritualità.
Con la mente piena di pensieri che si susseguono, accolgo l’inizio dello spettacolo. La scenografia è davvero poco rassicurante: un lettino bianco, una sedia bianca e una flebo, tutto richiama a una triste stanza d’ospedale. Ma dopo un po’ mi accorgo che quello spettacolo mi appartiene. C’è una lunga parte in cui si parla proprio dei miei autori preferiti: Nerval, Woolf, Pascal, Foucault, insomma è come se fossi rimasta, come al solito, a casa a leggere e poi tutte quelle storie di follia, così affascinanti e il succedersi di immagini, fotografie, dipinti, sullo sfondo, il tutto accompagnato da una musica suggestiva. Sì, sono proprio rapita, ogni tanto lancio occhiate colpevoli e piene di riconoscenza al caro need. E alla fine mi dico che sì, funziona. È proprio vero l’arte è terapeutica. E la frase che gli attori al termine dello spettacolo ripetono senza sosta: «l’arte mi ha guarito» mi rimbomba nelle orecchie, mi rimbalza nel cervello e quasi la ripeto anch’io.
Che esperienza! Per tutta la sera si discute (sono ancora abbastanza lucida da saltare il post-spettacolo) animatamente, con passione, di quanto visto e sentito.
Poi ci dormo su.
L’indomani tiro le somme. Ma la Woolf e Nerval non si sono suicidati?
Forse non è stato un caso che fossi lì, afferro le pagine gialle in cerca di un buon psichiatra.



Postato alle 14:25 di mercoledì, 25 aprile 2007 da dalloway66

Chi sono

Commenti

Evoluzione della specie

Evoluzione della specie

Categorie

Archivio

visitatori

*loading*
anime

zodiac

Credits