Mai si è troppo giovani o troppo vecchi per la conoscenza della felicità. A qualsiasi età è bello occuparsi del benessere dell'animo nostro. Chi sostiene che non è ancora giunto il momento di dedicarsi alla conoscenza di essa, o che ormai è troppo tardi, è come se andasse dicendo che non è ancora il momento di essere felice, o che ormai è passata l'età. Ecco che da giovani come da vecchi è giusto che noi ci dedichiamo a conoscere la felicità. Per sentirci sempre giovani quando saremo avanti con gli anni in virtù del grato ricordo della felicità avuta in passato, e da giovani, irrobustiti in essa, per prepararci a non temere l'avvenire. Cerchiamo di conoscere allora le cose che fanno la felicità, perché quando essa c'è tutto abbiamo, altrimenti tutto facciamo per possederla. Pratica e medita le cose che ti ho sempre raccomandato: sono fondamentali per una vita felice.
(Epicuro, Epistola a Meneceo)
Nei giorni che inseguono altri giorni, in una vita che scorre via, ci capita di dimenticarci della felicità, essa diviene un concetto astratto una forma informe che si espande e si ritrae, di cui non abbiamo una percezione precisa, né un’idea appropriata, ma piuttosto la sensazione che si tratti di qualcosa di vago, che dura un attimo, che non conosce l’estensione nel tempo e che sfugge al concetto di appartenenza. A volte ci capita di voltarci indietro, alla ricerca di ciò che eravamo e questo ci sembra la felicità, rivedere scorci di esistenza perduta che, proprio perché ormai trascorsa, ci proietta in una dimensione estatica irraggiungibile. In verità tutto ciò che ci condiziona verso una muta rassegnazione, ci fa perdere di vista il nostro bisogno primario, quello che è innato in ognuno noi, che ci abita dentro, ovvero la ricerca e il soddisfacimento del piacere.
Una volta raggiunto questo stato ogni bufera interna cessa, perché il nostro organismo vitale non è più bisognoso di alcuna cosa, altro non deve cercare per il bene dell'animo e del corpo. Infatti proviamo bisogno del piacere quando soffriamo per la mancanza di esso. Quando invece non soffriamo non ne abbiamo bisogno. Per questo noi riteniamo il piacere principio e fine della vita felice, perché lo abbiamo riconosciuto bene primo e a noi congenito.
(Epicuro, Epistola a Meneceo)
Ciò che appare irraggiungibile spesso è la cosa che abbiamo più a portata di mano. L’universo di ciascuno di noi ha confini molto variabili. Mi capita a volte di rovistare tra gli scarti dell’umanità in cerca di doni preziosi, perché spesso è proprio lì che si celano gemme pregiate e antiche parole d’amore, perle che nessuno vuole più e utili consigli che galleggiano in acque stagnanti. E quello che ai miei occhi può apparire come qualcosa di unico e imprescindibile per un altro sarà la cosa più insignificante del mondo. Ma di qualunque cosa si tratti, il canale tramite il quale si arriva ad essere felici è sempre il piacere. Quando godiamo riusciamo a cogliere l’armonia intorno e dentro di noi, la soddisfazione ci induce alla benevolenza e ogni problema trova una soluzione.
Perché non sono di per se stessi i banchetti, le feste, il godersi fanciulli e donne, i buoni pesci e tutto quanto può offrire una ricca tavola che fanno la dolcezza della vita felice, ma il lucido esame delle cause di ogni scelta o rifiuto, al fine di respingere i falsi condizionamenti che sono per l'animo causa di immensa sofferenza. Di tutto questo, principio e bene supremo è l'intelligenza delle cose, perciò tale genere di intelligenza è anche più apprezzabile della stessa filosofia, è madre di tutte le altre virtù. Essa ci aiuta a comprendere che non si dà vita felice senza che sia intelligente, bella e giusta, né vita intelligente, bella e giusta priva di felicità, perché le virtù sono connaturate alla felicità e da questa inseparabili.
(Epicuro, Epistola a Meneceo)
In mancanza di un destino generoso, l’unico e indispensabile mezzo a nostra disposizione per vivere una vita felice è l’intelligenza, è questa la virtù che ci salva in ogni circostanza e che ci permette di riflettere su ogni cosa, che ci consente di scovare l’ago nel pagliaio, di distinguere tra le ombre, di comprendere ciò che è veramente importante da tutti gli affanni inutili, è quello che ci permette di vedere la bellezza che si cela dietro i paraventi e che ci fa cogliere tutte le parole che non riusciamo a sentire nel trambusto e quelle che perdiamo lungo il cammino. Con l’intelligenza possiamo ricreare i mondi e agire nel modo più adeguato alle varie circostanze, perché alla fine siamo noi che dobbiamo forgiare le condizioni necessarie affinché ogni giorno sia un giorno pieno di felicità.
La fortuna per il saggio non è una divinità come per la massa – la divinità non fa nulla a caso – e neppure qualcosa priva di consistenza. Non crede che essa dia agli uomini alcun bene o male determinante per la vita felice, ma sa che può offrire l'avvio a grandi beni o mali. Però è meglio essere senza fortuna ma saggi che fortunati e stolti, e nella pratica è preferibile che un bel progetto non vada in porto piuttosto che abbia successo un progetto dissennato. Medita giorno e notte tutte queste cose e altre congeneri, con te stesso e con chi ti è simile, e mai sarai preda dell'ansia. Vivrai invece come un dio fra gli uomini. Non sembra più nemmeno mortale l'uomo che vive fra beni immortali.
(Epicuro, Epistola a Meneceo)
Così ho imparato dalla vita a non essere mai superficiale ed ho notato con occhio
attento che il fato distribuisce tanti avvenimenti ed occasioni, ma senza selezione, perciò soltanto agendo con saggezza si può cambiare il passo e il finale delle storie. Così ho imparato che l’attesa spesso delude, mentre l’azione mai, perché se anche un progetto non va in porto rimane almeno tutta l’impalcatura e la passione che l’ha determinato e l’impegno nel perseguirlo e soprattutto ho imparato a sentire tutto ciò che mi arriva come un omaggio, un regalo inatteso, mentre quando non mi arriva nulla, mi dedico ad altre cose. Così ho imparato a voler bene ad ogni piccola sfumatura del mio amore e a valutare tutti i momenti l’importanza del tempo che condividiamo e del piacere inesauribile che mi offre e che si protrae nei giorni e delle illuminazioni di cui con gioia prendo consapevolezza, perché non voglio perdere nemmeno un istante di vita insieme.
E adesso so che sono una donna che non passa inosservata e che ovunque io vada e a chiunque mi rivolga lascio il segno, e so che ho un lavoro che mi piace e che rendo unico. So che per molti sono un punto di riferimento e che riesco a trovare una parola importante in tutte le occasioni. Ora so che mi amo proprio tanto e che ho concentrato l’amore passionale solo su una persona e sulla predilezione per la lettura che ci accomuna. Perciò adesso vivo come una divinità tra gli uomini, dato che con il mio amore, me stessa, i miei libri e le parole che scrivo, ho proprio tutto e non mi serve altro, semplicemente perché sono felice.
Postato alle 16:45 di giovedì, 29 maggio 2008 da dalloway66
Conoscere la verità, può essere lo scopo di un'intera esistenza. Ma vivere una vita nell'attesa della vendetta che risolva tutte le nostre personali certezze, alla fine si palesa nella sua desolante inutilità. Ogni domanda ha la risposta che sappiamo già e tutto questo volere capire non serve ad altro che a inseguire il grossolano tentativo di dare un senso alla nostra esistenza. I due protagonisti del romanzo di Márai si incontrano dopo quarantun anni per porre domande, dare risposte, ristabilire la verità. Ma in realtà tutto il discorso del generale si risolverà in un soliloquio che non avrà risposta alcuna, perché la vita è già vissuta e nulla potrebbe cambiare ormai.
Si trascorre una vita intera preparandosi a qualcosa. Prima ci si sente offesi e si vuole vendetta. Poi si attende. Da molto tempo ormai, attendeva. Non sapeva più a che punto il risentimento e la sete di vendetta si fossero trasformati in attesa.
L'attesa è staticità apparente. Dietro un'attesa si cela un torrente di ragionamenti, di azioni rivissute, di occasioni mancate ed essa si mantiene in vita con la rabbia della vendetta che rivive nel ricordo eterno di ciò che ci ha ferito mortalmente.
Capita molto spesso di non sapersi guardare attorno nel giusto modo. Eppure le cose sono tutte lì, sotto i nostri occhi disabituati a vedere. Nel turbine dell'esistenza, raramente facciamo le cose giuste, siamo soggetti alle variabili, agli imprevisti dolorosi dei quali spesso siamo gli artefici. L'abbandono alla passione ci trascina in baratri che non possiamo nemmeno immaginare e ci spinge ad azioni incontrollabili e inaspettate.
Perché la passione non si piega alle leggi della ragione, non si cura minimamente di quello che riceverà in cambio, vuole esprimersi fino in fondo, imporre la sua volontà […] Ogni vera passione è senza speranza, altrimenti non sarebbe una passione, ma un semplice patto, un accordo ragionevole, uno scambio di banali interessi.
C'è uno sguardo che conservo per te, una luce che non ha eguali, una carezza che si allunga con un battito di ciglia, col movimento impercettibile, che solo chi sa può cogliere nella sua interezza. È lo sguardo carico di tutte le parole che ci accomunano, un soffio che si poggia sui tuoi pensieri. Ma la passione è cieca, ha orecchie sorde che non vogliono sentire, la passione si impone e i ricordi di una vita, fanno ormai parte delle nostre fibre e non hanno spazio per altre verità. Se non quella dell’amore.
Chi non accetta niente di parziale probabilmente vuole tutto, tutto quanto.
Chi non conosce le mezze misure comprende appieno questa frase. Chi freme, chi porta dentro di sé un vulcano, esplode periodicamente e lascia che una lenta, ma inesorabile colata lavica divori ogni cosa. È assurdo, ma inevitabile. Perché una vita a metà non ha alcun senso. E l’amore non si può dividere con nessun altro, è un vicolo cieco in cui si sta in due, quei due che si uniscono in un unico respiro, perché agitano la stessa aria e percorrono gli stessi spazi labirintici, perché non esiste al mondo un altro conosca quella strada, quei recessi.
Alle domande più importanti si finisce sempre per rispondere con l'intera esistenza.
Poiché ogni risposta arriva sempre troppo tardi perché abbia un senso, alla fine siamo ciò che costruiamo nel corso della nostra vita e ogni comportamento contiene in sé la domanda e la sua giusta risposta, anche nell’errore, anche nel passo falso, in tutto siamo noi e ogni cosa ci è ignota eppure da sempre conosciuta.
È il tormento più crudele che il destino possa riservare a un uomo. Essere diversi da ciò che siamo, da tutto ciò che siamo, è il desiderio più nefasto che possa ardere in un cuore umano. […] Dobbiamo sopportarci quali siamo, il segreto è tutto qui. Sopportare il nostro carattere, la nostra natura di fondo, con tutti i suoi difetti, il suo egoismo e la sua cupidigia, che non saranno corretti né dall'esperienza né dalla buona volontà. Dobbiamo accettare che i nostri sentimenti non siano contraccambiati, che le persone che amiamo non rispondano al nostro amore, o almeno non nel modo che vorremmo. Dobbiamo sopportare il tradimento e l'infedeltà, e soprattutto la cosa che ci riesce più intollerabile: la superiorità intellettuale o morale di un'altra persona.
Dobbiamo sopportarci per quello che siamo e soprattutto dobbiamo imparare ad accettare tutto ciò che fa parte della vita e dei rapporti interpersonali, imparare a tollerare non solo noi stessi, ma anche gli altri, accettare la diversità e amare senza cercare di cambiare nessuno, tanto anche questa è un’azione inutile che allontana anziché avvicinare. I comportamenti che ci aspettiamo, non si devono mai chiedere.
Sopportare di essere traditi non vuol dire accettarlo, ma semplicemente affrontarlo, perché capita a tutti, almeno una volta nella vita, anzi sembra che l’infedeltà sia una componente imprescindibile di ogni rapporto umano, di ogni relazione. E in che modo potremmo mai evitare che ci azzanni di nuovo, l'oscuro mostro dell'inganno? Con quali imposizioni?
Perché le cose non ci accadono così, per caso […] Gli uomini contribuiscono al loro destino, a determinare certi eventi. Invocano il loro destino, lo stringono a sé e non se ne separano più. Agiscono così pur sapendo fin dall'inizio che il loro modo d'agire porterà a risultati nefasti.
È questo il destino in senso tragico. Quel fato che si innesta tra una parola e l’altra, tra un’azione e l’altra, che dobbiamo subire, con la grandezza dell’eroe, il suo distacco, quella finta impassibilità carica di dignità, perché non c’è nulla che si possa fare per mutarlo, anche se parliamo con parole sconosciute e agiamo spinti da una forza che non ci appartiene, quello è ciò che dobbiamo dire o fare in quel momento, malgrado le conseguenze, che pure abbiamo chiare in mente nell’attimo stesso in cui compiamo la nostra sorte. Il destino si subisce.
Non credi anche tu che il significato della vita sia semplicemente la passione che un giorno invade il nostro cuore, la nostra anima e il nostro corpo e che, qualunque cosa accada, continua a bruciare in eterno, fino alla morte? E non credi che non saremo vissuti invano, poiché abbiamo provato questa passione? E a questo punto mi chiedo: la passione è veramente così profonda, così malvagia, così grandiosa, così inumana?
Ci sono domande per le quali una risposta non serve. Ognuno trova il motore della propria esistenza in una direzione o in un’altra, per alcuni è una persona o più persone, per altri il semplice desiderio, per altri ancora la materia. Quanti alla fine si comportano per tutta la vita seguendo sempre ciò che dicono? Quanti riescono a darsi in pasto, a mostrare ogni difetto, a subire attacchi e intemperie pur di non tradire se stessi, ciò che sono, chi amano? La vita è un gioco che può diventare molto complicato, eppure, alla fine, poiché il tempo lenisce ogni cosa e allevia ogni dolore, ci accorgiamo inevitabilmente che, malgrado il nostro pericoloso percorso di funamboli, l’unica verità è che siamo soli. La vecchiaia ci aggredisce all’improvviso e tutto si scolora. Ma allora a che serve tanta passione, a che serve puntare tutto su di lei?
Le braci, forse nascondono la risposta, l’unica possibile, poiché sotto il fuoco, apparentemente spento, che fa parte di ognuno di noi, si cela una vampa che non si estingue, che continua ad ardere e che solo nella morte troverà compimento.
Ma come tutti i baci umani anche questo, alla sua maniera tenera e grottesca, è la risposta a una domanda che non è possibile affidare alle parole.
I brani sono estratti da Sándor Márai, Le braci, 2006, Adelphi
Il post è stato sollecitato dalla sublime Silenes
Postato alle 15:28 di lunedì, 17 marzo 2008 da dalloway66