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Queneau, nel suo libro Les fleurs bleues, ha adoperato una costruzione binaria e la progressione narrativa fa alternare due storie, quella del Duca d’Auge e quella di Cidrolin. Essi vivono in epoche differenti e mentre per il duca, Queneau precisa luoghi e date, riguardo a Cidrolin ci fornisce solo delle indicazioni. Apparentemente non vi è alcun legame tra le due storie, ma in verità esse hanno, come trait d’union, il sogno: quando il duca si addormenta, Cidrolin vive e quando Cidrolin dorme tocca al duca esistere.
 
L’espediente del sogno è conosciuto nel romanzo e anche nel cinema e in genere serve per introdurre argomenti o situazioni assurde. Ad esempio in Orlando, Virginia Woolf fa addormentare il suo personaggio da uomo e lo fa risvegliare donna. Nei Fleurs bleues passiamo dal 25 settembre 1264 al XX secolo senza nemmeno cambiare capitolo. L’espediente è sempre il sogno e se l’interesse principale non sta nella trama, probabilmente si tratta del desiderio di mettere a confronto epoche, modi di pensare, interessi diversi. Woolf mostra come Orlando, una volta diventato donna non possa più godere dei privilegi che aveva da uomo e, attraverso gli occhi del suo protagonista, esamina anche i cambiamenti che avvengono nelle varie epoche, dal momento che il personaggio attraversa i secoli.
Anche il duca si mette in cammino e risale il corso della storia.
 
Ogni viaggio è una ricerca, la ricerca di se stessi, la ricerca del senso della vita, la ricerca di un percorso che tracci la nostra esistenza per non essere allo sbando, in balia del tempo, del dolore, dei tradimenti, dell’asfalto difettoso che frana, dei sentieri senza uscita, dei sentimenti senza meta.
Il duca d’Auge si affaccia dal torrione e prima di iniziare il viaggio dice la famosa frase: Loin, loin! Ici la boue est faite de nos fleurs. I fiori dunque qui sono fango. Nella mitologia il prato fiorito di Kore rappresenta il luogo della morte. In Baudelaire sono associati al male e dalla loro bellezza può nascere il vizio, la corruzione. I fiori perciò possono rappresentare l’uomo e la sua vita fatta di fango, di male e di morte. Del resto la morte è un aspetto complementare della vita poiché se non ci fosse l’una non coglieremmo l’esistenza dell’altra.
 
fleursbleuesL’esigenza del viaggio nasce dall’insoddisfazione. L’uomo parte, scappa, perché vuole cambiare, tuttavia spesso, alla fine di un percorso, si trova di fronte all’inutilità di ogni fuga, con il nulla tra le mani.
Il duca d’Auge ha la sensazione che tutto ciò che lo circonda non cambierà mai, per questo parte, per sfuggire al fango, Cidrolin invece è già vinto, rimane fermo nella sua barca, non parte alla ricerca, non viaggia, poiché conosce già l’ultima meta.
I due personaggi sono dunque complementari, si perfezionano a vicenda. Tutto del resto presenta un aspetto e il suo contrario: bene-male, vittoria-sconfitta, illusione-disillusione, bello-brutto. D’altra parte quando si addormenta Cidrolin diventa il duca d’Auge e quindi compie anch’egli la sua ricerca, mentre quando è si il duca ad addormentarsi si trasforma in Cidrolin che conosce già la vita come disfatta.
 
Il fiore azzurro è anche una citazione di Novalis ed è il simbolo del viaggio che conduce alla scoperta di se stessi.
Il romanzo termina perciò così come è iniziato ovvero con il duca d’Auge che dà una sbirciatina alla situazione storica, quindi la circolarità sembra esserne la caratteristica principale, il cerchio che contiene il tutto, il continuo alternarsi della vita e della morte. Allora la fine di ogni viaggio riconduce inevitabilmente al punto di partenza. Tuttavia solo apparentemente le cose rimangono immutate, poiché una volta avviato, il percorso interiore necessariamente deve produrre un cambiamento, dovuto alla consapevolezza di ciò che si è o alla determinazione di volere cambiare prospettiva. Così come i fiori non sono più fango, ma da esso nascono, anche il nostro virtuale viaggio, la discesa agli inferi, non può che condurci ad una rinascita. E non è forse questa la storia dell’umanità?
 
«Ora, pensò, poiché tutte queste cose effimere mi sono di nuovo sfuggite, ora eccomi di nuovo alla bella stella, tale e quale come quand’ero bambino: nulla posseggo, nulla so, nulla posso, nulla ho imparato. Meraviglioso! Ora, che non sono più giovane, che i miei capelli sono già mezzo grigi, che le forze mi abbandonano, ora ricomincio da capo, dall’infanzia!»
(Hermann Hesse, Siddharta)



Postato alle 11:50 di sabato, 29 dicembre 2007 da dalloway66
Non è causata – la bellezza - ma è-
inseguila, ed essa cessa –
non la insegui, e sta ferma –
 
Afferra pure le ondate
 
nel campo – quando il vento
vi passa le sue dita –
la divinità farà in modo che
tu non ce la faccia –
(Emily Dickinson)
 
Quanta scontatezza si cela dietro la bellezza ostentata, essa non svela, non lascia intravedere, non circuisce con la curiosità della scoperta, l’avvenenza c’è e si vede subito. Ma la vera bellezza, quella preziosa, quella che va protetta, spesso viene nascosta dietro uno strato di laidezza, e per non farsi afferrare da tutti è costretta a rimanere nell’ombra o a travestirsi di fango e miseria. Perché si sa che le apparenze contano più della realtà e pochi si soffermano a riflettere, ad osservare con attenzione ciò che li circonda. Se un uomo è vestito male, con la roba sporca e strappata, per l’occhio sociale sarà certamente più temibile di un giovane rasato da poco, profumato e in giacca e cravatta. Questo è stato sempre, ma oggi che viviamo di immagine, senza dare tanto spazio ai contenuti, è ancora peggio, essere belli esteriormente è un dogma dal quale non si può prescindere. Se non sei bello, fotogenico e disinibito, non hai alcuna chance.
 
Raymond Queneau (1903-1976) è stato un grande giocoliere di parole, ha utilizzato la lingua in tutte le forme possibili, in particolare ha voluto sottolineare la grande distanza che c’è tra il formalismo del francese scritto e l’inventiva di quello parlato, mischiandoli e creando un linguaggio tutto nuovo. Nel 1924 si unisce ai surrealisti fino alla rottura con Breton, avvenuta nel 1929. Il suo interesse per la matematica lo porterà a far parte, nel 1948, della società matematica di Francia. Con gli Esercizi di stile (1947) troverà il successo e nel 1950 entra a far parte dell’Académie Goncourt e del Collège de pataphysique. Famosissimi i suoi romanzi Zazie nel metrò e I fiori blu. Quest’ultimo è un ricettacolo di citazioni, parodie, calembour, anticipazioni, digressioni, insomma potrebbe essere analizzato quasi parola per parola.
 
Nel primo capitolo troviamo la frase:genziana
- Loin! Loin! Ici la boue est faite de nos fleurs. (Lontano ! lontano ! qui il fango è fatto dei nostri fiori)
Questa frase riconduce ad una poesia di Baudelaire, Moesta et Errabunda, tratta da I fiori del male, con la variante di una lettera:
Loin! loin! ici la boue est faite de nos pleurs! (Lontano! Qui il fango è impastato dalle nostre lacrime!)
Ma alla fine, il romanzo si conclude con:
Une couche de vase couvrait ancore la terre, mais, ici et là, s’épanouissaient déjà de petites fleurs bleues (Uno strato di fango ricopriva ancora la terra, ma qua e là piccoli fiori blu stavano già sbocciando).
 
La poesia ha dunque la capacità di trasformare il fango in fiori e la bellezza che viene dal marcio e dal dolore, è la più bella, è il sogno che trasforma le lacrime in gioia, il fiore del pensiero innaffiato dalle illusioni. Se all’inizio il fango era formato dai fiori, alla fine è proprio dal fango che i fiori sbocciano.
Del resto chi non ricorda i versi della canzone di Fabrizio De Andrè?
Ama e ridi se amor risponde
piangi forte se non ti sente
dai diamanti non nasce niente
dal letame nascono i fior
dai diamanti non nasce niente
dal letame nascono i fior.
(Fabrizio de Andrè, Via del Campo)
 
Non sempre, dietro la bruttezza esteriore si nasconde la bellezza interiore, ma è pur vero che spesso un involucro insignificante o addirittura ripugnante, viene utilizzato per celare qualcosa di prezioso, come l’ostrica la perla e altrettanto spesso dietro la semplicità e l’incertezza di un brutto anatroccolo, si nasconde lo splendore di un cigno. La capacità di discernere spetta all’osservatore attento che dovrebbe superare la barriera dei luoghi comuni, del provincialismo, della superficialità, del pensiero limitante, per scoprire la realtà che vive dietro l’apparenza.
Per scoprire che dal fango ch’egli calpesta, possono nascere dei fiori meravigliosi.



Postato alle 09:20 di lunedì, 24 dicembre 2007 da dalloway66

GIORNALISTICO

La mattina del 19 marzo 2007, tra la via San Giovanni e la via dei Benedettini, a causa di un tamponamento, si è creata una fila chilometrica. La signora Valmartina si stava recando sul posto di lavoro, come tutti i giorni, quando un brutto ceffo, all’improvviso l’ha minacciata con un dito sfrontato, riversandole, nel frattempo, un fiume di parole irriverenti. Una piccola folla si è radunata intorno ai due litiganti e a questo punto si è sfiorata la tragedia. Per fortuna l’intervento tempestivo delle forze dell’ordine ha impedito che ciò accadesse. Alcuni testimoni hanno riferito che i due contendenti si sono dati appuntamento, alcune ore dopo, in un luogo rimasto segreto, per sfidarsi come James Dean in Gioventù Bruciata, in una corsa sfrenata con le auto. Nessuno conosce l’epilogo di questa storia.


GENEALOGICO

Lo diceva sempre mio nonno paterno che nella sua famiglia mai si conobbe il matriarcato. Ho un trisavolo che ha scritto addirittura un trattato sulla pochezza delle donne, dedicandolo ad una prozia. Se non ricordo male il titolo era: Della stoltezza del pensiero muliebre.

Poc’anzi una signorina imbranata, che mi ricorda tanto una cugina che vive in America, mi ha tagliato la strada senza pensare alle conseguenze. Mi ricordo che anni fa uno zio, fratello di madre, ebbe una disavventura simile.

“Signorina, lo sa dove portava l’ombrello mio nonno materno?” Segue gesto esplicativo. “Ringrazi il cielo che devo andare in ospedale, dove si è riunita la famiglia, perché mia cognata ha partorito due gemelli, altrimenti…”

 

PIRANDELLIANO

D’improvviso, da un’auto blu notte, emerge una figura scura con degli occhiali tondi, scuri anch’essi, da iettatore consumato. L’individuo rotea, minaccioso, un lungo bastone nero in direzione del mio capo. Con la grazia di un’anguilla tento la fuga, ma una mano uncinata, come un artiglio mi afferra un braccio. Io imploro tutte le forze della natura e perfino il losco figuro affinché mi faccia riprendere il cammino. Ma egli così si esprime: “Ah, sapesse, signora mia”, dopo avermi visto esercitare la mano in una serie di scongiuri, “quanto questo mio contenitore cupo abbia impedito al contenente di esprimersi!”

“Come,scusi?”

“Ma sì, ha capito, quanto questo mio aspetto abbia dolorosamente condizionato la mia vita!”

“Vuole dire che non è vero che porta sfiga?”

“Beh, per portarla la porto, perché tutti ne sono convinti, solo che io li ho fregati perché ne ho fatto una professione. Vede quell’insegna laggiù?”

Non passi da Oreste? ti colga la peste! Sì è opera sua?”

“Certo è il mio ufficio.”

(continua)




Postato alle 04:28 di mercoledì, 21 marzo 2007 da dalloway66

IL FATTO

In macchina, in mezzo al traffico. Un automobilista indisciplinato, con la testa rasata e grossi occhiali scuri, mi fa un gestaccio con la mano. Il tizio sostiene che le donne sono tutte stupide e che non sanno guidare. All'improvviso ingrana la marcia e sgomma lasciandomi in asso. Due ore dopo lo rivedo, imbottigliato tra due macchine ferme in doppia fila, mentre inveisce contro un passante che gli ha fatto notare un' enorme graffiatura sulla carrozzeria.

BUCOLICO

Appollaiata su un carro, tirato dai buoi più lenti della terra, intralcio un villico che, a bordo del suo trattore truccato, voleva raggiungere in fretta il suo podere. Che ti si appassiscano le fresie! mi urla Le femmine hanno tutte il cervello di una gallina! Ad un tratto sterza con violenza, abbatte la recinzione del vicino e svirgola triturando una distesa di margheritine e lasciandomi con un ciuffo d'erba per cappello. Due ore dopo lo rivedo, il trattore ribaltato e il vicino che lo insegue col forcone, sia per la recinzione divelta che per le margherite da tisana, ormai inservibili.

MINIMALISTA

Traffico bloccato. Un energumeno pelato mi insulta con linguaggio gestuale. Ore dopo ne rivedo la figura impegnata in altro alterco.

UN ATTIMINO ASSOLUTAMENTE  SI

Scusi un attimino, ma non ha visto che stavo passando io? Cos'e cieca?

No guardi, aspetti un attimino, veramente la precedenza era mia. Non la conosce la segnaletica?

Assolutamente sì e lei lo vede questo dito?

Assolutamente sì! Beh, fra un attimino glielo ficco in un occhio, se non si toglie dai piedi. Sono assolutamente convinto che Dio prima di creare le donne ci abbia pensato un attimino di troppo ed è per questo che siete tutte ritardate!

Un attimino dopo

Siete assolutamente deficienti! Perché mi avete chiuso la macchina? Avevo un appuntamento un attimino fa e sono già in ritardo! e lei cosa vuole?

Assolutamente niente, ma non ha visto il ricordino che le hanno lasciato sullo sportello?

(continua)




Postato alle 05:12 di martedì, 20 marzo 2007 da dalloway66

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