Freud, essendosi occupato di fobie, ossessioni, isteria, quando scoprì il “sogno” come prodotto della psiche, osservò anche una certa analogia tra sogni e malattie mentali. Il delirio del malato somiglia a certi sogni, apparentemente sconnessi, che tutti facciamo, anche il rapporto con il tempo li rende molto simili. In entrambi sembra prendere corpo quel non-tempo che caratterizza i miti e che si traduce in una temporalità bloccata e indefinita, dove un anno può durare un secolo e una vita, il tempo di un sospiro. I pensieri degli psicopatici e i contenuti dei sogni, in un certo senso sfuggono alla coscienza vigile, così Freud partì dalla psicoterapia per approdare alla spiegazione dei sogni. Il sogno dunque equivaleva al sintomo.
Matisse, Le reve
Non svegliatemi. Lasciatemi qui, in questo torpore a metà, in questo angolo remoto fra terra e cielo, in questo limbo imperfetto dove non si muore mai, ma nemmeno si vive.
Sospesa. La materia non mi appartiene, il tempo non esiste, tutto è immoto, morbido, avvolgente ed io non ho sete, né fame, né sonno. Non sento niente.
Non avvicinatevi. La solitudine mi rende pericolosa. Potrei aggrapparmi a qualsiasi particella d’amore e poi continuare a pretenderne ed io non posso, lo so. Non è questa la mia strada. Il mio percorso è sempre all’inverso. Devo tornare indietro nel tempo per contemplare il futuro. Deve mancarmi la vista per poter vedere. Devo scendere più in basso possibile per poter risalire. Devo annaspare nel fango per desiderare l’acqua limpida.
Un refolo mi sfiora, sono le tue rapide parole d’amore che mi affossano, come un alito di morte si posano con stanchezza sulle mani. Tu non sai a chi farne dono, a me mancano gli strumenti per riceverle. Se guardi più in là, in quell’angolo, ne troverai un mucchio accantonato, è quello il luogo in cui le ripongo, sperando di dimenticarmene. Poggia lì anche le tue, lasciale sbiadire dalla potenza del riflesso, mentre la polvere penserà a confonderle in un unico grigio indistinto.
Ho il passo in prossimità del baratro. Il terreno mi frana davanti agli occhi. Sono stanca di questa precarietà che mi contraddistingue.
Non appoggiatevi più a me, traballante come sono si rischia il tracollo.
Non aspettatevi più niente da me. se mi spoglio piano di ogni parola, non rimane che un tronco secco. Lasciatemi parlare dunque, finché parlo l’illusione di una forma di vita e di utilità continua a sostenermi. Lasciatevi avvolgere dalle mie lusinghe, dal fumo denso che vi propino, credete in me, in ciò che vi dico, perché io non mento mai a nessuno, se non a me stessa.
Non svegliatemi da questo sogno, inutile per chiunque, ma indispensabile per me. Fate piano. Quando entrerete in casa per prendervi le mie ultime povere cose, siate discreti. Se la rabbia si impadronirà di voi, perché non c’è più nulla da portare via, non fate rumore.
Ho solo questo sogno instabile, questo universo parallelo, dove posso ancora sperare. Nel vostro mondo sono solo un’ombra, mi avete saccheggiato l’anima, avete prosciugato il pozzo della mia gioia, avete assorbito i miei desideri, frantumato ogni possibilità, annientato le mie potenzialità e, aiutati da un destino beffatore, avete cristallizzato ogni mia speranza.
Vi siete presi tutto e adesso cosa vi aspettate da me? quale peso può mai avere un’ombra? Con quali mani può costruire? Quale illusione si può sollevare da un deserto arido di apatia, di triste congedo? Ma voi avete paura perché sapete che solo chi non ha più niente da perdere è davvero pericoloso.
Sono in fuga. Scappo da me, dalla mia vita, cerco un riparo sicuro, qualcuno, qualcosa che mi accolga, una mano che mi porti via, braccia che mi trattengano, occhi che mi rapiscano la mente, parole che mi fermino.
Vado, vengo, vado, vengo, vado… il girare continuo mi confonde. Io non so più in che direzione guardare, non so dove mi trovo, non conosco il paesaggio che mi circonda, non conosco i volti, quei camici bianchi, quegli occhi che mi travolgono e poi tutto si annebbia ed io non so davvero più niente.
Pur rimanendo seduta qui, con queste cinghie che mi feriscono i polsi e le caviglie, sono in fuga e mi celo alle gioie, ma anche alle lame, perché la frattura insanabile non mi permette altri errori. Sbagliare per me equivale ad un precipitare senza fine, a una caduta eterna nel vuoto, senza appigli, senza possibilità di ripresa, nessuna virata, nessun atterraggio.
Il sogno che mi accompagna non vi riguarda. Non si rubano i sogni degli altri. Ci sono cose talmente intime, che appartengono al regno del non-detto, dell’indicibile, dell’inaccessibile, cose che ci avvicinano ad una energia primordiale, al moto delle stelle, all’incomprensibile silenzio di un universo inenarrabile, la cui esistenza, se ci pensiamo solo per un istante, ci sgomente, perché siamo solo un punto, in un infinito che la nostra mente non riesce a cogliere. A noi, al nostro pensiero, servono i confini. All’interno degli sbarramenti, delle regole, dei limiti, risolviamo le nostre esistenze.
Io non vi appartengo, non più. La mia anima, o quel che ne rimane, non è limitabile, quantificabile, spendibile.
Non svegliatemi.
Postato alle 16:47 di lunedì, 10 dicembre 2007 da dalloway66
Picasso, Le reve, 1932
Gli occhi degli uomini tentano di rapire la luce della ragione ogni mattina, al sorgere del sole, quando ancora vagano, incerti, fra il mondo dei sensi e quello delle ombre. E la ricerca avvincente e incomprensibile di ciò che viviamo durante la notte, quando ci spostiamo dalla nostra dimensione abituale per abbracciare il mondo fantastico che la nostra mente produce, da millenni ci stimola e coinvolge.
I primi impatti con l’interpretazione dei sogni ebbero inizio dall’idea che i sogni non fossero affatto frutto della nostra stessa mente, bensì degli avvenimenti vissuti dall’anima, che entrava in contatto con gli spiriti e con il loro mondo. Le antiche teorie orientali, le convinzioni di greci e romani, attribuivano ai sogni il compito e il pregio di veicolare dei messaggi divini, mentre i sogni a carattere predittivo, premonitore, risalgono addirittura all’epoca assiro-babilonese. Nell’Odissea di Omero troviamo una distinzione tra sogni veri e sogni falsi. I primi passano attraverso la porta di corno, trasparente e quindi penetrabile dalla ragione e dai sensi, i secondi passano invece dalla porta d’avorio, opaco schermo che protegge i nostri pensieri irrazionali.
Socrate, Platone, Aristotele, i tre grandi pensatori dell’antichità, resero il sogno un argomento filosofico ritenendolo, Socrate come il prodotto della coscienza e quindi da non sottovalutare e Platone, avvicinandosi alle teorie freudiane, come il frutto della parte irrazionale che vive in noi, facendo un’eccezione solo nei confronti di quegli individui che riescono a raggiungere un elevato grado di saggezza e virtù. In contrasto con la teoria di Platone era quella di Aristotele, il quale, al contrario, riteneva i sogni capaci di chiarire gli avvenimenti che durante il giorno erano sembrati imprecisi e confusi, privilegiando in tal modo una concezione razionale del sonno.
Un po’ per volta tutte le categorie sociali e culturali si sono interessate al sogno e un fitto intreccio di maghi, sibille, stregoni, profeti, ha sempre sfruttato le visioni oniriche per capire, spiegare, illudere grandi imperatori e inesperti popolani. E da tempi remoti una costellazione di teorie, impressioni, studi e supposizioni, si arrampica fino all’epoca moderna e si pone di fronte ad un uomo smaliziato che ha trovato, nelle teorie freudiane in particolare, soddisfacenti risposte alle sue millenarie domande.
Quando Sigmund Freud cominciò a dedicarsi allo studio delle forme isteriche, il metodo di cura più recente era l’ipnosi. Attraverso il suo viaggio fra studi, ricerche ed esperimenti, Freud approdò in seguito a una tecnica che sperava fosse in grado di giungere al fondo del problema e adottò, per l’analisi, il metodo delle libere associazioni, che segnò la nascita della psicoanalisi. Ma la ricerca di Freud non si arrestò ed un ulteriore passo in avanti fu da lui compiuto grazie alla scoperta di due fondamentali supporti capaci di attraversare l’inconscio: l’interpretazione dei sogni e quella degli atti mancati.
Alla base delle teorie freudiane troviamo il groviglio dei nostri istinti irrazionali, dettati dalle passioni frustrate e assopite, che possono risvegliarsi e irrompere violentemente nella nostra vita. All’origine delle nostre irrazionalità e dei nostri complessi, influenza determinante è attribuita all’infanzia e alla sessualità infantile, cui Freud presta particolare attenzione. Ciò che avviene, più o meno, durante i sogni è l’affiorare di questa folla di passioni represse, che durante la veglia fingiamo di dimenticare e che tentano di rivelarsi per sfuggire alla condanna dell’oblio e per eliminare tutta l’energia che le accompagna, privilegiando, come momento, la notte quando le potenti censure che le segregano, sono meno attive.
«È vero: raffreniamo dunque quest’indole fiera, questa furia, quest’ambizione, se mai ci avvenisse ancora di sognare; così faremo, poiché siamo in un mondo così strano che vivere non è che sognare, e l’esperienza m’insegna che l’uomo che vive sogna quello ch’egli è, sino al risveglio.» (Calderòn De La Barca, La vita è sogno)
Postato alle 08:06 di venerdì, 07 dicembre 2007 da dalloway66