La poesia moderna inizia con Baudelaire, Rimbaud e Mallarmé. C’è chi ha individuato due filoni principali all’interno di questa poesia, il primo è il filone dei veggenti (che comprende Baudelaire, Rimbaud, i surrealisti), in base al quale il poeta riproduce un mondo che duplica quello reale, attraverso un linguaggio poetico che si rivolge sia all’occhio che all’orecchio. Il secondo è invece quello degli esteti (che accoglie Baudelaire, Mallarmé, i dadaisti) per il quale ci si pone fondamentalmente il problema del linguaggio, ovvero della creazione di una lingua di comunicazione.
Corrispondenze
La Natura è un tempio dove pilastri viventi
lasciano uscire talvolta parole confuse;
l’uomo vi passa attraverso foreste di simboli
che lo osservano con occhi familiari.
Come lunghi echi che in lontananza si fondono
in una scura e profonda unità,
vasta come la notte e come la luce,
i profumi, i colori e i suoni si rispondono.
Ci sono profumi freschi come carni di fanciullo,
dolci come oboi, verdi come le praterie,
- e altri, corrotti, ricchi e trionfanti
che hanno l’estensione delle cose infinite,
come l’ambra, il muschio, il benzoino e l’incenso,
che cantano le passioni dello spirito e dei sensi.
(Charles Baudelaire, I fiori del male)
Siamo tutti collegati. Ogni cosa si lega ad un’altra attraverso corde imperscrutabili che si aggrovigliano in una matassa senza fine.
Il mondo ha un suo linguaggio simbolico e ci parla di continuo, ma solo pochi eletti possono percepire quel sottofondo che permea di sé ogni cosa. Tutto ciò che si nasconde dietro a un simbolo può determinare confusione e il vero senso è in ciò che ristagna dentro di noi. Si può comunicare in tanti modi, soprattutto con i sentimenti, con quella potenza sconosciuta che supera ogni barriera, perché solo chi ama sa quanto può essere lungo un abbraccio e importante ogni singola parola.
Non sempre si riesce ad esprimere le proprie emozioni, con il linguaggio delle immagini si può colmare un vuoto, con le sintetiche parole di una lirica, si può esprimere ogni sensazione possibile, ogni cosa necessita di una sua chiave di lettura, quello che è accessibile senza sforzo non ha alcun gusto.
Il paesaggio interiore riesce a fondersi perfettamente con quello esterno, la corrispondenza mescola suoni e colori, materia ed evanescenza, vita reale e sogno e lo scopo è sempre quello di ricreare l’unicità dalla separazione.
La teoria dei sei gradi di separazione prende spunto dalla letteratura, in particolare da un racconto di Karinthy (Catene, 1929) e sostiene che ogni essere umano è connesso ad un altro attraverso una catena che non comprende più di cinque elementi. La scienza ha cercato di dimostrare questa teoria, il cinema ha affrontato l’argomento e adesso molte fiction se ne occupano. Certo non si può negare che siano ipotesi molto affascinanti, ma io non credo che ci sia nulla da dimostrare. Le corrispondenze esistono, al di là di ogni dubbio, poi è compito della nostra apertura mentale saper leggere tutti i segni che ci piovono addosso. Ci sono molti modi per rendere la vita un viaggio meraviglioso e coinvolgente.
In effetti, anche se magari non le vediamo sotto quest’ottica, possiamo cogliere anche noi delle connessioni tutti i giorni, sono quelle che definiamo coincidenze. È vero che molti non sfruttano una risorsa così ampia, ma certe volte è inevitabile che si stabilisca una connessione talmente forte tra due persone, da non poterne fare più a meno ed è affascinante che ci sia anche il supporto di una teoria che annulli in qualche modo le distanze. Capita che si percepisca quasi la presenza fisica di chi amiamo, anche quando non è presente o che si colgano in anticipo le vibrazioni di un pensiero o di una semplice telefonata che sta per arrivare. Com’è possibile stabilire delle regole in presenza dei sentimenti, come si può essere ordinati quando si ha dentro un folle mondo parallelo che si vuole condividere con qualcuno che ci assomiglia? Tra gli scaffali, tutte quelle parole meravigliose che non trovavano collocazione, adesso rifulgono e si intrecciano, si cercano, si mescolano in un delirante poema, incontenibile, intraducibile, composto da mani e passione, felicità e dolore, sguardi e contatti, aperture e chiusure, da un andirivieni continuo che si sublima nella potenza di una forza che trascina, che non dà scelta, se non quella di seguirla fino in fondo, verso qualsiasi abisso o vetta condurrà. La punta morbida di una matita traccerà le tappe del viaggio idilliaco in una corrispondenza continua, voluta da forze misteriose, profumata, inebriante, idratata dal nettare degli dei.
Postato alle 10:35 di venerdì, 28 marzo 2008 da dalloway66
Scava, continua a scavare e poi scortica, solleva, tira, estrai, prosegui, arriva fino all’osso. Giungi sempre all’essenza, a quel punto recondito, senza confini, in continua espansione, che si allarga e poi si richiude su se stesso. So molto poco, forse non so nulla, ma quando si è abituati a scavare, saltano i coperchi delle tombe, la fibra si unisce al terreno, gli umori si compenetrano, la vita assume strane forme, odori, particelle e batteri e tu sai, impari a conoscere, nel buio, nell’umidità, con quell’odore che ti entra nelle narici e ti penetra fino al cervello. Perché non puoi capire niente senza morire almeno una volta.
«Quando il destino, sotto qualsiasi forma, si rivolge direttamente alla nostra individualità, quasi chiamandoci per nome, in fondo all’angoscia e alla paura esiste sempre una specie di attrazione, perché l’uomo non vuole soltanto vivere, vuole anche conoscere fino in fondo e accettare il proprio destino, a costo di esporsi al pericolo e alla distruzione.»
(Sándor Márai, Le braci)
Sappiamo già tutto, è questo il motivo della ricerca senza sosta. Vogliamo rincorrere qualcosa nella speranza di potere mutare il nostro destino, ma in realtà ogni corsa ci conduce laddove dovevamo andare. Nulla accade per caso, ci si perde o ci si incontra con l’inesorabilità della mappa già tracciata, del sentiero già percorso. L’unica cosa che ci compete è intervenire per completarci, compiere uno sforzo per godere della pienezza della profondità, seguire l’irrequietezza dell’anima verso una felicità che solo il fremito dell’amore può dare. È questa in fondo la vera conoscenza, l’unica che possiamo avere, sgomberare la nebbia e contemplare con calma tutti gli strati che ci compongono, il sapere millenario che è tracciato nel nostro dna, il potere senza limiti dei nostri sentimenti, il tocco lieve del nostro sguardo interiore, l’offerta della nostra parte spirituale, la fusione fisica, senza attesa, scolpiti in una sospensione temporale.
Cos’è la conoscenza? Forse quella linea tremolante, come vampa di candela, esposta all’alito leggero della notte, è quel dire e non dire, è tutto il sapere che si nasconde dietro una frase detta con semplicità. La conoscenza, in fondo, è semplice. Il sapere arrogante è complicato e artificioso. L’ambizione non ha freni. Il desiderio del possesso non conosce pause.
Christopher Marlowe (1564-1593) con le sue opere incarna perfettamente la spinta dell’uomo verso il fascino trascinante del potere, dell’ambizione e del sapere. La sua vita è avvolta da un alone di mistero che rende ancora più avvincente la figura di questo autore, assassinato a ventinove anni, dalla personalità dirompente e che faceva parte dei servizi segreti. Fu il drammaturgo più dotato del gruppo degli University wits, provvisto di una genialità tale che conquistò subito il favore del pubblico con il suo Tamerlano il grande, rappresentato quando non aveva che una ventina d’anni. Ciò probabilmente grazie anche alla predilezione per le imprese sovrumane e la descrizione di eroi insaziabili e solitari, che alla fine non fanno altro che combattere il mostro più indomabile e pericoloso, ovvero la lotta contro se stessi. Marlowe scrisse La tragica storia del dottor Faust nel 1590, Faust punta alla conquista della perfetta conoscenza, laddove conoscenza equivale a potere e controllo più che comprensione, eppure la sua sete del sapere proibito si sublima nella conoscenza fine a sé stessa, che prescinde dalla sua applicazione pratica.
In realtà Faust non utilizzerà mai le abilità desiderate per ottenere la gloria e il potere.
Ah mezz’ora è passata. Presto sarà trascorsa tutta.
Dio, se non vuoi avere pietà della mia anima
almeno per amore di Cristo il cui sangue mi ha riscattato,
metti un termine al mio incessante dolore:
lascia che Faust resti all’inferno mille anni,
centomila, ma che alla fine sia salvato!
Oh, no non c’è fine per le anime dannate;
perché non sei una creatura senz’anima?
Perché la tua deve essere immortale?
Ah, la metempsicosi di Pitagora, se fosse vera
quest’anima volerebbe via ed io sarei mutato
in una fiera insensibile: tutte le bestie sono felici,
perché quando muoiono
le loro anime sono subito dissolte in elementi;
mentre la mia dovrà vivere in eterno per essere tormentata all’inferno.
maledetti siano i genitori che mi generarono!
No Faust, maledici te stesso, maledici Lucifero
che ti ha privato delle gioie del paradiso.
(L’orologio suona la mezzanotte)
Suona! Suona! Corpo, trasformati in aria,
o Lucifero ti porterà vivo all’inferno!
(Tuoni e fulmini)
Oh anima, trasformati in una piccola goccia d’acqua
e cadi nell’oceano affinché nessuno ti trovi.
(Entrano i diavoli)
Mio Dio, mio Dio! Non guardatemi con tanta ferocia!
Vipere e serpenti lasciatemi respirare ancora un momento!
Orribile inferno, non aprirti! Non venire, Lucifero;
brucerò i miei libri! Ah, Mefistofele!
(Escono insieme a lui)
Alla fine Faust ripercorre le tappe della storia dell’umanità, con la sua irrefrenabile sete di conoscenza, coglie il frutto proibito dall’albero del bene e del male, rivivendo la storia del peccato originale. Faust avrà molte occasioni per pentirsi e salvarsi, ma non lo farà, perché è questa l’ineluttabilità del destino, la consapevolezza che ogni potere è vano e che la grande partita con la vita la giochiamo da soli. Siamo vittime di noi stessi e delle nostre tentazioni.
Postato alle 10:32 di martedì, 25 marzo 2008 da dalloway66
L’origine del vampiro si perde nella notte dei tempi. Chi non sa del conte Dracula e della leggenda che lo accompagna? Eppure non tutti conoscono un corrispondente femminile. Per trovarlo possiamo spingerci fino a Lilith, l’archetipo femminino che
anticipa Eva, compare tra i demoni sumeri e trova posto anche nella Cabala e nel Talmud. Essa mostra una natura ambivalente di divinità ctonia, ma anche aerea, dall’appetito sessuale insaziabile. Lilith è il doppio negativo di Eva e si fa portavoce di tutti i sentimenti che può scatenare la gelosia e il desiderio della vendetta che degenera in gusto del male. Tra i demoni della Mesopotamia è descritta come un vampiro che massacra i bambini e si nutre di sangue. Essa è solitamente rappresentata come una splendida donna dalla folta capigliatura ondeggiante, con due grandi ali. L’etimologia del nome richiama l’oscurità, le tenebre, il nero, come a voler sottolineare la sua natura di creatura notturna.
Sheridan Le Fanu, autore di Carmilla (1871), è stato un precursore in tutti i sensi, sia per la letteratura vampiresca (Dracula di Bram Stoker comparirà 26 anni più tardi) sia perché, pur trattandosi di un racconto gotico a tutti gli effetti (con tanto di castello isolato in mezzo alla natura e l’eroina che scrive tutto ciò che le accade in un diario) Carmilla sfida l’epoca vittoriana introducendo un argomento delicato come l’omosessualità femminile. Anche lo stile presenta delle peculiarità, ad esempio nella serie di anticipazioni, che una lettura attenta rivela come segni di ciò che accadrà in seguito o nell’accenno alla psicanalisi tramite i sogni premonitori della protagonista.
Fin dal prologo si capisce che stiamo per addentrarci in un campo ambiguo, dove reale e irreale si mescolano e ogni cosa si presenta nella sua doppia forma, perché la doppiezza è una costante nella vita degli uomini, ognuno di noi ha un lato oscuro e ondeggia tra una sponda e l’altra alternando momenti di luce all’intensa oscurità:
[…] un soggetto che, in modo verosimile, arriva ai più segreti arcani del dualismo della nostra esistenza e dei suoi intermediari.
La storia è ambientata nel XIX secolo, la giovane Laura vive una vita tranquilla con il padre, in un castello isolato, finché non giunge un’ospite inattesa, l’affascinante Carmilla. Tra le due protagoniste si verrà a creare un legame ambiguo e molto forte, un misto di esaltazione sensuale e repulsione, intriso di mistero. Nel frattempo una strana epidemia si diffonde nella regione e molte donne muoiono, dopo essere piombate in uno stato di malinconica inquietudine. Una delle caratteristiche del vampiro Carmilla è infatti quella di nutrirsi esclusivamente di sangue femminile. In realtà, come avviene per quasi tutti i racconti di questo tipo, si tratta di una storia d’amore, il vampiro diventa metafora di ogni aspetto passionale della vita, tramite il legame di sangue, l’aggressività imprescindibile dalla sua natura, le mutazioni del corpo, ma al tempo stesso rappresenta la forza prorompente dell’amore che sconfigge perfino la morte.
A volte, dopo un’ora di apatia, la mia strana e bella compagna mi prendeva la mano e la stringeva a lungo con tenerezza ; un leggero rossore sulle guance, lei fissava il mio viso con uno sguardo pieno di un fuoco languido, respirando così in fretta che il petto si sollevava e ricadeva al ritmo del suo respiro tumultuoso. Sembrava il manifestarsi dell’ardore di un amante. Io ne ero fortemente turbata perché la cosa mi sembrava odiosa e tuttavia irresistibile. Divorandomi con gli occhi, mi attirava verso di lei e le sue labbra infuocate coprivano le mie guance di baci, mentre mormorava con una voce suadente: “Tu sei mia, tu sarai mia e tu ed io saremo una per sempre!” (cap. IV)
L’amore si sublima nel completamento, i due opposti si fondono in un unico essere, il bianco col nero, il bene con il male, la passione con il temperamento moderato, l’essere diurno con quello notturno, il cielo con gli inferi.
Mia cara, il tuo cuore è trafitto. Non pensare che sia crudele perché ubbidisco all’incontestabile legge che forgia la mia forza e la mia debolezza. Se il tuo cuore adorabile è ferito, il mio cuore selvaggio sanguina insieme al tuo. Nell’estasi della mia prostrazione senza confini, io vivo della tua ardente vita e tu morirai, sì, tu morirai felice, per unirti nella mia. Non posso farci niente: come mi muovo verso di te, nello stesso modo tu andrai incontro ad altri e capirai l’ebbrezza di questa crudeltà che è comunque amore. […] (cap. IV)
L’amore è un sentimento senza pause, senza pace, ogni minuto è diverso dall’altro, in ogni momento si trasforma, ogni giorno si spinge sull’orlo dell’abisso, perché
l’amore che illude di appagare in ogni istante, diventa presto indifferente, esplode in una bolla, manifesta l’ardore dell’inconsistenza. L’amore è disconoscimento, lotta, è il sussulto di una scossa tellurica, è la cantilena delle parole sbagliate che apre il corteo dei pretendenti, che si offrono senza sosta, mostrandosi, lanciandosi senza dubbi, senza esitazioni, senza paura. E tu, che cammini celata da un pesante tabarro, come puoi aspettarti un doppio che sappia spogliarti piano piano e che collochi, con pazienza, ogni tassello nel luogo giusto? Eppure l’essenza si occulta, non dice, delude, ma procede, seppure col suo passo malfermo, avanza con costanza perché sa, perché riconosce chi ha di fronte a sé e può inoltrarsi, a dispetto di ogni apparenza, fino a raggiungere le terre sconosciute del sogno, le fragranze dell’estasi nell’armonia di un’attesa, di un battito non udibile, della vista che illumina, di uno spasmo che fa fremere, dell’anima che si scuote.
Tu pensi che io sia crudele e molto egoista, ma l’amore è sempre egoista : tanto più egoista quanto più è ardente. Tu non puoi immaginare fino a che punto io sia gelosa. Tu verrai con me, amandomi fino alla morte; oppure mi odierai e verrai con me lo stesso, odiandomi durante e dopo la morte. Nel mio temperamento impassibile, non c’è posto per l’indifferenza (cap. VI)
Così si intuisce, nel lungo viaggio della ricerca infinita, che il suo senso è proprio l’infinità, il cammino dura in eterno perché niente mai si conclude, perché la completezza la cogli dalle imperfezioni e dalle mancanze e tutto quello che io non so dare lo prendo da te e nella mia frammentazione ti completo a mia volta con ciò che non ricevo.
Forse ti sembro crudele, forse mi sembri crudele, ma è la vita che ci forgia e l’amore non può che essere duro ed egoista e deve rischiare di continuo. La crudeltà affascina perché ti tiene legata a un laccio, a quella sottile sofferenza che ti ricorda che sei viva, che ti sussurra il godimento, che ti travolge senza che tu te ne renda conto. E che importa se alla fine un’unica mossa sbagliata può farti perdere tutto? In amore non c’è posto per l’indifferente bonaccia.
Ancora oggi l’immagine di Carmilla mi ritorna in mente in sembianti diversi e confusi. A volte è la bella ragazza allegra e languida; a volte il demone dai tratti sconvolti che vidi nella chiesa diroccata. E spesso ho sussultato, durante il mio fantasticare, credendo di sentire il passo leggero di Carmilla davanti alla porta del salone. (cap. XVI)
Quale migliore sublimazione dell’amore può esserci, del potere andare oltre la morte?
Il post nasce da un suggerimento della sublime Silenes.
Postato alle 17:05 di giovedì, 13 marzo 2008 da dalloway66
Nel 1857, Charles Baudelaire (1821-1867) pubblica Les Fleurs du Mal, ma l’opera viene accusata di immoralità e molti componimenti sono soppressi, bisognerà aspettare il 1861 per una versione ampiamente rimaneggiata. I fiori del male descrivono l’itinerario spirituale del poeta combattuto tra ennui e idéal, tra l’attrazione del Male e l’aspirazione al Bene. Questa battaglia continua gli provoca una sorta di disgusto nei confronti della vita, una specie di malinconia angosciosa che egli definisce spleen (che in inglese vuol dire milza, ovvero l’organo che, secondo la tradizione, provocava la bile nera e la malinconia). E proprio Spleen è una delle sue liriche più famose. Ve la propongo in lingua originale con traduzione letterale:
Quand le ciel bas et lourd pèse comme un couvercle
Quando il cielo basso e grave pesa come un coperchio
sur l’esprit gémissant en proie aux longs ennuis
sullo spirito gemente in preda all’interminabile noia
et que de l’horizon embrassant tout le cercle
e dall’orizzonte che abbraccia tutto il cerchio
il nous verse un jour noir plus triste que les nuits;
ci versa un giorno nero più triste delle notti ;
quand la terre est changée en un cachot humide
quando la terra si muta in una prigione umida
où l’Espérance comme une chauve-souris,
dove la Speranza come un pipistrello,
s’en va battant les murs de son aile timide,
se ne va sbattendo sui muri con la sua ala timida,
et se cognant la tête à des plafonds pourris ;
e battendo la testa su dei soffitti putridi;
quand la pluie étalant ses immenses traînées
quando la pioggia spargendo le sue immense strisce
d’une vaste prison imite les barreaux,
imita le sbarre di una vasta prigione,
et qu’un peuple muet d’horribles araignées
ed un popolo muto di orribili ragni
vient tendre ses filets au fond de nos cerveaux,
stende i suoi fili nel fondo dei nostri cervelli,
des cloches tout à coup sautent avec furie
delle campane improvvisamente esplodono con furia
et lancent vers le ciel un affreux hurlement,
e lanciano verso il cielo un urlo spaventoso
ainsi que des esprits errants et sans patrie
come degli spiriti erranti e senza patria
qui se mettent à geindre opiniâtrement.
Che si mettono a gemere ostinatamente.
Et de longs corbillards, sans tambours ni musique,
E dei lunghi cortei funebri, senza tamburi né musica,
défilent lentement dans mon âme ; l’Espoir,
sfilano lentamente nella mia anima ; la Speranza,
vaincu, pleure, l’Angoisse atroce, despotique,
vinta, piange, l’Angoscia atroce, dispotica,
sur mon crâne incliné plante son drapeau noir.
sul mio capo inclinato pianta il suo stendardo nero.
Possiamo notare la prevalenza dei campi lessicali negativi e i continui paragoni che rendono negative anche parole che normalmente non lo sono: il cielo qui è basso e pesante, l’orizzonte ci avvolge con un giorno nero e triste, la terra diventa una prigione umida e la pioggia è paragonata alle sbarre della prigione, le campane lanciano un urlo spaventoso ed il suono è equiparato ad un lamento continuo. Il nero è il colore dominante e l’intero percorso porterà alla disfatta finale. La Speranza (di sfuggire allo spleen) è prigioniera e non riuscirà a liberarsi, perciò sarà sconfitta, mentre l’Angoscia vincitrice potrà piantare la sua bandiera vittoriosa.
«Per molti la noia è il contrario del divertimento; e divertimento è distrazione, dimenticanza. Per me,
invece, la noia non è il contrario del divertimento; potrei dire, anzi, addirittura, che per certi aspetti essa rassomiglia al divertimento in quanto, appunto, provoca distrazione e dimenticanza, sia pure di un genere molto particolare. La noia, per me, è propriamente una specie di insufficienza e inadeguatezza o scarsità della realtà. Per adoperare una metafora, la realtà, quando mi annoio, mi ha sempre fatto l’effetto sconcertante che fa una coperta troppo corta, ad un dormiente, in una notte d’inverno: la tira sui piedi e ha freddo al petto, la tira sul petto e ha freddo ai piedi; e così non riesce mai a prender sonno veramente. »
(Alberto Moravia, La noia, 1960)
Anche in questo caso siamo testimoni di una sconfitta, dell’impossibilità di vivere serenamente la realtà o comunque una vita autentica. Chi è vittima della noia vive da distaccato, da emarginato, sempre un passo avanti o uno indietro.
«Sono così stordito del niente che mi circonda, che non so come abbia forza di prendere la penna per rispondere alla tua del primo. Se in questo momento impazzissi, io credo che la mia pazzia sarebbe di seder sempre cogli occhi attoniti, colla bocca aperta, colle mani tra le ginocchia, senza né ridere né piangere né movermi, altro che per forza, dal luogo dove mi trovassi. Non ho più lena di concepire nessun desiderio, né anche della morte; non perch’io la tema in nessun conto, ma non vedo più divario tra la morte e questa mia vita, dove non viene più a consolarmi neppure il dolore.»[…]
(Giacomo Leopardi, da Lettera a Pietro Giordani)
Come avviene la scoperta del dolore? Non il dolore fisico, non la sofferenza d’amore, bensì quella percezione intima, esclusiva, solitaria, soltanto nostra, diversa per ognuno di noi, che ci prende tutti, ricchi, poveri, profondi, superficiali, fortunati, sfortunati, è quell’attimo terribile in cui cogliamo la vera infelicità, la vanità della nostra esistenza, il continuo andirivieni da una condizione all’altra, la perdita del desiderio, il crollo di ogni motivazione, ma è anche un ottimo strumento che ci permette di conoscerci veramente, perché dinanzi al dolore vero, non c’è maschera che tenga.
Spleen, noia, tedio, sono tre espressioni che indicano un’unica condizione interiore, che è quella dell’inadeguatezza, dell’incapacità di dare un senso alla nostra esistenza e al nostro dolore. Questa mancanza ci impedisce anche di essere partecipi del dolore altrui, di condividere un percorso che ci unisce tutti, perché la storia di ognuno è in fondo quella del mondo intero, nel suo continuo cammino circolare, fatto di nascita, vita e morte.
Sentirsi separati fa cogliere con maggiore sensibilità la vanità di tutto ciò che ci circonda e alla fine è questo il destino dell’artista-veggente, precorrere i tempi, guardare oltre, ma essere inviso, trattato da reietto, costretto a vivere ai margini della società.
Se per Moravia un intellettuale non è altro che il testimone del suo tempo, che non ha altra scelta se non quella di esprimere i mali della società, per Baudelaire è la poesia che deve riportare l’ordine laddove c’era solo confusione, mentre Leopardi, a conclusione della sua opera, con quella odorata ginestra contenta dei deserti, lascia a tutti noi il compito di preservare e di credere in tutti quei valori, ch’egli negava, giusto per accrescerne il desiderio.
Postato alle 08:07 di martedì, 05 febbraio 2008 da dalloway66
«Ici a commencé pour moi ce que j’appellerai l’épanchement du songe dans la vie réelle»
«Qui è iniziato per me ciò che definirei l’espandersi del sogno nella vita reale»
Raramente uno scrittore offre, come ha fatto Nerval, la possibilità di avvicinarsi al mistero della creazione poetica e quindi al desiderio di scoprire le strane leggi che lo governano. In questo processo creativo, anche la follia ha contribuito alla rivelazione di immagini e sentimenti dotati di uno strano potere inquietante. Tuttavia essa non ha trasformato il poeta in una sorta di veggente, bensì gli ha permesso di scoprire una dimensione nuova, nella quale collocare la sua scrittura. La parola in tal modo ha preso valenze multiple ed è stata scelta, oltre che come mezzo per raccontare una strana malattia, anche come strumento per superarla.
Nerval adopera, in Aurélia, la prima persona ed in tal modo si accosta ad un racconto autobiografico. Tuttavia, immediatamente concede una notevole ambiguità al suo lettore, poiché separa l’unico je (io) in due, uno riferito al narratore e l’altro al personaggio. Soltanto alla fine Nerval deciderà di fondere le due istanze narrative in una soltanto, lasciando unicamente come un suggerimento la presenza di un terzo je, ovvero quello dell’autore.
In un clima velato di ambiguità e confusione Aurélia tocca, per prima cosa, il mistero del sogno. Tuttavia ad esso si aggiungeranno, subito dopo, alcuni spazi dedicati alle visioni ed alle allucinazioni subite dal personaggio.
In tutto il racconto si compie un viaggio, e in particolare colpiscono le deambulazioni per Parigi. La città si scinde, anch’essa, e si distingue in “reale” e “fantastica”, nella prima si possono riconoscere dei posti realmente esistenti, nella seconda si ergono costruzioni sognate e luoghi fantastici. In questo incessante cammino, macrocosmo e microcosmo sembrano coincidere, poiché l’esperienza personale alla fine coinvolge l’umanità intera. Così il viaggio iniziatico, la discesa agli inferi, somiglia all’attraversamento di un labirinto come percorso di morte e rigenerazione. Del resto qualsiasi iniziazione propone una morte finta, come prova da superare, per poi rinascere e vivere con un bagaglio solo apparentemente più pesante, ma in verità con una forza e una consapevolezza completamente nuove.
Che si tratti di un viaggio all’interno dell’anima è il narratore stesso che lo lascia intendere, annunciando perfino i modelli letterari che intende seguire, come Dante
e Apuleio. Quando il sogno prende il sopravvento sulla vita reale, ha inizio la malattia, il disgregarsi della personalità del protagonista e l’inizio della discesa nelle profondità dell’Io, nella quale verrà coinvolto anche il lettore, invitato a seguire il personaggio nella sua ricerca iniziatica, che lo condurrà fino alla scoperta della verità.
Nell’alternanza creata dall’attraversamento di livelli multipli e da una temporalità incerta fra sogno e veglia, si muove perciò un protagonista polivalente, che racchiude in sé il mistero dell’esistenza e che s’interroga a proposito dei dubbi più assillanti dell’umanità. Dietro il personaggio ed il narratore si cela un autore che ha vissuto, personalmente, il mistero dello sdoppiamento e dell’ineffabile. Ormai illuminato e responsabilizzato, il lettore diviene il rappresentante di quella umanità che tanto di frequente viene chiamata in causa, all’interno dell’opera.
Nerval ha dunque compiuto la sua missione rivelatrice, attraverso la scrittura, della vita “altra”, che si nasconde dietro la vita “reale” di ogni uomo.
Ognuno di noi porta con sé la propria discesa agli inferi, perché di sprofondare capita un po’ a tutti nel corso della vita, ciò che poi ci distingue è la risalita e soprattutto l’uso che facciamo di tale esperienza.
[…]
Dare significato alla vita può sortire follia,
ma la vita senza significato è la tortura
dell’irrequietezza e del desiderio vago
è una nave che anela il mare eppur lo teme.
(Edgar Lee Masters, Antologia di Spoon River)
Postato alle 16:41 di lunedì, 21 gennaio 2008 da dalloway66
Con la nascita del Surrealismo, un intero movimento letterario dedicò grande interesse, anzi quasi si fondò all’insegna dello studio dell’inconscio e del sogno.
All’epoca, un alienato mentale si trovava tutta la società contro, in quanto esponente della diversità e fonte di timore, il timore della disobbedienza ai canoni della ragione e delle regole sociali. I surrealisti, accostando il delirio al sogno, ne dichiaravano il valore e l’importanza e fecero diventare il malato una specie di eroe, l’abitante di una dimensione diversa, con una logica differente da quella comune. Oltre a ciò, gli scrittori surrealisti si cimentarono nella redazione dei loro «récit de rêve» che corrispondevano proprio al racconto obiettivo di quanto sognato durante la notte. Questo tipo di racconto fu ritenuto da essi un mezzo che permettesse di dare forma scritta a qualcosa che altrimenti sarebbe rimasto fluttuante nell’inconscio. I surrealisti furono anche i primi a liberare l’opera di Nerval dalla vincolante definizione di “romantica” ed anzi, considerarono l’autore come una sorta di precursore. Nerval aveva infatti già adoperato il termine “supernaturalista” nell’introduzione alle Filles du Feu, conferendogli un senso che si avvicinava parecchio allo spirito surrealista, tanto che Breton lo citerà nel suo Manifeste du Surréalisme.
Le teorie mediche di quel periodo accostavano la follia al sogno, nel senso che il folle non riusciva a separare i sogni dalla realtà circostante, per cui le fantasie notturne continuavano tranquillamente a vivere anche nella veglia. E lo stesso Nerval si accosta a queste teorie come mostra l’inizio stesso della sua opera: «Le rêve est une seconde vie». L’insieme degli episodi che compongono Aurélia, si propone come il lucido resoconto di un uomo “pazzo”, ma cosciente della sua follia, al punto di negarla, parlandone con se stesso e con un ipotetico lettore, reso partecipe di una vita altra. E poiché il lunatico, che ogni tanto guarisce dalla malattia del sognare anche di giorno, ha il privilegio di conoscere sia il mondo della ragione che quello dell’immaginario, unendo queste due componenti può tentare di raccontare quella discesa agli inferi che è il viaggio all’interno del sogno.
Con Aurélia, attraverso la descrizione dei sogni, ci si avvicina al complesso groviglio psichico di un autore che ha fatto uso della sua malattia, come spunto letterario e come mezzo per comprendere meglio se stesso. I sogni descritti in Aurélia, non sono semplicemente sogni, anche se strani, ma pur sempre frutto del lavoro onirico notturno e tutte le visioni non sono semplicemente la descrizione di quanto visto e vissuto durante le crisi di follia. In verità la parte preponderante è tutta della manipolazione letteraria, poiché Aurélia è innanzitutto un’opera letteraria.
A causa di tutti gli aspetti, estremamente complessi, inseriti nell’opera di Nerval, comprendenti elementi vari e anche contraddittori, oltre alle innumerevoli fonti letterarie (poeti medievali, scrittori del Rinascimento, poeti tedeschi, poeti romantici) le prime indagini critiche sui suoi scritti ne presentano una visione erronea dell’esistenza e delle idee. Partendo dalla biografia la sua morte da suicida era perfetta e più che fornire elementi e suggerimenti sulla sua opera, venivano forniti dettagli sulla sua vita e i suoi scritti erano identificati con la sua pazzia. Del resto il gossip è ben radicato nel dna umano e non c’è epoca che non lo conosca. In seguito, a partire dal primo Novecento, Nerval è stato presentato ora come il precursore della poesia moderna dei simbolisti, ora come un affiliato a sette esoteriche. Gli psicanalisti hanno trovato vasto materiale per le loro ricerche ed hanno proposto il loro punto di vista, insieme ai surrealisti come già accennato. Soltanto da qualche decennio la critica ha mutato radicalmente posizione nei confronti di questo scrittore, fornendo spunti per indagini e approfondimenti e non limitandosi ad un solo aspetto, ma abbracciando l’intera gamma di fonti e informazioni che il pensiero e l’opera di Nerval hanno prodotto.
Postato alle 13:27 di lunedì, 14 gennaio 2008 da dalloway66
Gérard Labrunie, vero nome di Gérard de Nerval (1808-1855) fu uno scrittore che sulla propria pelle poté incarnare lo spirito di un tempo che prediligeva il tetro, l’incubo, la malinconia, la malattia, il dolce vagheggiamento, l’inquietudine e perfino il suicidio; egli poté vivere nella realtà ciò che divenne finzione letteraria, una moda, il gusto preromantico e romantico di una vita tormentata, votata all’incomprensione, alla solitudine e al dolore. L’uomo romantico ebbe in comune con Nerval l’ossessione della dualità antitetica, il percepire che ognuno di noi è diviso in due parti e che queste due parti sono, nel medesimo tempo, amiche e nemiche. Ciò che invece separa Nerval dall’uomo romantico è il modo di sentire questa scissione interna: mentre per l’artista esponente di una corrente letteraria, si trattava di aderire a un gusto, pur se sentendosene coinvolto, Nerval si trovò, invece a vivere la sua doppiezza in prima persona, in quanto alienato mentale, e a trasferirla poi nella sua opera, come resoconto di qualcosa che realmente gli accadeva e come presenza inconscia di qualcosa che aveva dentro e di cui non sempre si sarà reso conto.
Una delle sue opere più importanti, Aurélia, prende vita grazie ad un nuovo tipo di terapia medica, che consigliava ai pazienti di trascrivere una specie di diario dove annotare i propri pensieri, oppure delle vere e proprie memorie che permettessero di trovare il punto di rottura che li aveva separati dalla vita “normale”. L’opera ebbe inizio nell’anno della sua prima crisi, nel 1841 e da allora subì continui ritocchi e interruzioni, fino alla stesura definitiva del 1854. Alla fine del mese di gennaio del 1855 Nerval si uccise, impiccandosi ad una inferriata, in un quartiere parigino malfamato.
Nel breve saggio Il Perturbante, Freud cerca di esaminare alcuni aspetti della psiche che si manifestano attraverso uno strano tipo di sensazione, provocato da insolite situazioni, che possono presentarsi nella vita o in letteratura. Questa sensazione è definita appunto perturbante e già a partire dalla sua denominazione ci si introduce nel campo dell’ambiguo e del difficoltoso.
«Spesso e volentieri ci troviamo esposti a un effetto perturbante quando il
confine tra fantasia e realtà si fa labile, quando appare realmente ai nostri occhi qualcosa che fino a quel momento avevamo considerato fantastico, quando un simbolo assume pienamente la funzione e il significato di ciò che è simboleggiato.» (Freud, Il perturbante)
Il nevrotico tende a concedere uno spazio molto più ampio alla realtà psichica, rispetto a quella materiale, questo per via della convinzione, insita nell’uomo primitivo e nel bambino, dell’onnipotenza dei pensieri. Freud distingue due tipi di perturbante, uno che riguarda il rapporto con la realtà materiale e l’altro che concerne complessi infantili rimossi e che riguarda quindi la realtà psichica.
Per quel che concerne il perturbante in letteratura la situazione cambia perché un racconto, in quanto finzione, non può essere esaminato in base ai canoni della realtà esterna. Perciò se qualcosa di particolare accadesse nella realtà, noi saremmo estremamente turbati, ma se la stessa cosa accade in un racconto, questo tipo di effetto non è detto che si verifichi.
In Aurélia, l’elemento perturbante trova invece la possibilità di insinuarsi oltre che nel personaggio, anche nel lettore. Si tratta infatti di un continuo alternarsi della realtà materiale con quella psichica e non della creazione di un mondo fantastico e fiabesco, in cui le leggi del reale, come esso viene percepito normalmente, sono eliminate fin dall’inizio. Al contrario, il narratore ci propone un tipo di realtà mista che, pur non essendo sempre quella concreta, in fondo tutti sentiamo che potremmo raggiungerla, se soltanto si verificassero determinate condizioni psichiche. Per questo motivo il perturbante vissuto dal personaggio, coinvolge il lettore, che rimane turbato proprio perché si rende conto che, potenzialmente, potrebbe divenire personaggio a sua volta.
Ho sempre pensato che la creatività fosse un ottimo metodo per riuscire a comprendere meglio se stessi, a trovare una valvola di sfogo per gli eccessi di energia, ad ammorbidire i momenti di tensione, a dare una forma al dolore, a riempire i vuoti di una perdita e quindi a vivere meglio. Anch’io in effetti uso il disegno e la scrittura, un po’ per curarmi, un po’ per comunicare e sicuramente è il miglior campo da gioco che si possa desiderare. Naturalmente, come per tutte le cose, essendo nella nostra natura una sorta di scontentezza, che se ben usata, ci sprona alla ricerca continua, neanche l’arte può essere risolutiva, anzi, a volte, se adoperata in eccesso può perfino essere nociva e prova ne è il fatto che grandissimi artisti hanno scelto di porre fine alla propria esistenza suicidandosi, quasi come se fossero sopraffatti dalla gravosità di un impegno con se stessi e con il mondo, divenuto insostenibile.
Postato alle 14:30 di lunedì, 07 gennaio 2008 da dalloway66
Picasso, Le reve, 1932
Gli occhi degli uomini tentano di rapire la luce della ragione ogni mattina, al sorgere del sole, quando ancora vagano, incerti, fra il mondo dei sensi e quello delle ombre. E la ricerca avvincente e incomprensibile di ciò che viviamo durante la notte, quando ci spostiamo dalla nostra dimensione abituale per abbracciare il mondo fantastico che la nostra mente produce, da millenni ci stimola e coinvolge.
I primi impatti con l’interpretazione dei sogni ebbero inizio dall’idea che i sogni non fossero affatto frutto della nostra stessa mente, bensì degli avvenimenti vissuti dall’anima, che entrava in contatto con gli spiriti e con il loro mondo. Le antiche teorie orientali, le convinzioni di greci e romani, attribuivano ai sogni il compito e il pregio di veicolare dei messaggi divini, mentre i sogni a carattere predittivo, premonitore, risalgono addirittura all’epoca assiro-babilonese. Nell’Odissea di Omero troviamo una distinzione tra sogni veri e sogni falsi. I primi passano attraverso la porta di corno, trasparente e quindi penetrabile dalla ragione e dai sensi, i secondi passano invece dalla porta d’avorio, opaco schermo che protegge i nostri pensieri irrazionali.
Socrate, Platone, Aristotele, i tre grandi pensatori dell’antichità, resero il sogno un argomento filosofico ritenendolo, Socrate come il prodotto della coscienza e quindi da non sottovalutare e Platone, avvicinandosi alle teorie freudiane, come il frutto della parte irrazionale che vive in noi, facendo un’eccezione solo nei confronti di quegli individui che riescono a raggiungere un elevato grado di saggezza e virtù. In contrasto con la teoria di Platone era quella di Aristotele, il quale, al contrario, riteneva i sogni capaci di chiarire gli avvenimenti che durante il giorno erano sembrati imprecisi e confusi, privilegiando in tal modo una concezione razionale del sonno.
Un po’ per volta tutte le categorie sociali e culturali si sono interessate al sogno e un fitto intreccio di maghi, sibille, stregoni, profeti, ha sempre sfruttato le visioni oniriche per capire, spiegare, illudere grandi imperatori e inesperti popolani. E da tempi remoti una costellazione di teorie, impressioni, studi e supposizioni, si arrampica fino all’epoca moderna e si pone di fronte ad un uomo smaliziato che ha trovato, nelle teorie freudiane in particolare, soddisfacenti risposte alle sue millenarie domande.
Quando Sigmund Freud cominciò a dedicarsi allo studio delle forme isteriche, il metodo di cura più recente era l’ipnosi. Attraverso il suo viaggio fra studi, ricerche ed esperimenti, Freud approdò in seguito a una tecnica che sperava fosse in grado di giungere al fondo del problema e adottò, per l’analisi, il metodo delle libere associazioni, che segnò la nascita della psicoanalisi. Ma la ricerca di Freud non si arrestò ed un ulteriore passo in avanti fu da lui compiuto grazie alla scoperta di due fondamentali supporti capaci di attraversare l’inconscio: l’interpretazione dei sogni e quella degli atti mancati.
Alla base delle teorie freudiane troviamo il groviglio dei nostri istinti irrazionali, dettati dalle passioni frustrate e assopite, che possono risvegliarsi e irrompere violentemente nella nostra vita. All’origine delle nostre irrazionalità e dei nostri complessi, influenza determinante è attribuita all’infanzia e alla sessualità infantile, cui Freud presta particolare attenzione. Ciò che avviene, più o meno, durante i sogni è l’affiorare di questa folla di passioni represse, che durante la veglia fingiamo di dimenticare e che tentano di rivelarsi per sfuggire alla condanna dell’oblio e per eliminare tutta l’energia che le accompagna, privilegiando, come momento, la notte quando le potenti censure che le segregano, sono meno attive.
«È vero: raffreniamo dunque quest’indole fiera, questa furia, quest’ambizione, se mai ci avvenisse ancora di sognare; così faremo, poiché siamo in un mondo così strano che vivere non è che sognare, e l’esperienza m’insegna che l’uomo che vive sogna quello ch’egli è, sino al risveglio.» (Calderòn De La Barca, La vita è sogno)
Postato alle 08:06 di venerdì, 07 dicembre 2007 da dalloway66