Ciò che rendeva possibile la correzione era anche ciò che la condannava all’insuccesso.
(Jonathan Franzen, Le correzioni)
La correzione si insinua nelle pieghe dei nostri ragionamenti quando all’improvviso ci succede di fare chiarezza dentro di noi. E tornando indietro nel tempo troviamo cavi scoperti e sfrigolanti che ci pungono da distanze siderali, vecchi errori che ci sembrava di avere dimenticato e che invece sono ancora lì, esattamente dove li avevamo lasciati, perché è davvero inutile cercare di dimenticare quando non sappiamo o non possiamo risolvere le cose. Ci può capitare perciò di pensare di potere intervenire a posteriori, di potere correggere le situazioni avverse, di modificare gli eventi, ma non si può, se un debole tronco non viene raddrizzato subito, crescerà storto e tale rimarrà per sempre.
La correzione è destinata al fallimento, già per definizione, perché porta con sé qualcosa che non va, o che non è andato per il verso giusto e per quanto si possano incollare i cocci di un vaso rotto, esso non riprenderà mai la sua forma originaria, quando una cosa si spezza, anche se un buon lavoro di precisione può ricomporla rendendo invisibile la frattura all’esterno, le crepe all’interno rimangono, con tutta la forza tragica e irrisolvibile della lesione.
Una volta trascorso un certo periodo di tempo, non c’è più nulla che si possa “mettere a posto” tra gli esseri umani; questa verità disperata la compresi allora, mentre sedevamo fianco a fianco sulla panchina di pietra. Si vive, e nel frattempo si ripara, si aggiusta, si edifica e più tardi qualche volta si distrugge la propria esistenza; ma con il passare del tempo ci si accorge che l’insieme, così come si è formato a causa degli errori e grazie all’intervento del caso, non è modificabile. Lajos non poteva più farci niente. Quando qualcuno riemerge per cominciare con voce commossa di voler mettere a posto ogni cosa, si può soltanto compiangerlo, o sorridere delle sue intenzioni; il tempo ha già messo a posto tutto, a modo suo, nell’unico modo possibile.
(Sandor Márai, L’eredità di Eszter)
Ma allora dobbiamo arrenderci alle variabili del caso? Annullare la volontà del cambiamento, del porre riparo? Forse è difficile da accettare, ma in verità l’unico potere che abbiamo è nella costruzione, è in quel momento che dobbiamo tirare fuori tutti gli attrezzi e i materiali da plasmare ed esprimere le nostre potenzialità. Quando siamo intenti a costruire, possiamo rettificare le cose, ma dev’essere una modifica in corso d’opera, perché dopo, dopo non c’è più niente da fare, una volta trascorso il tempo dello sbigottimento, della capacità ancora di sorprendersi, tutto diventa vano. Se rechiamo danno o veniamo mortalmente feriti, per quanto si possa cercare di ricucire ciò che abbiamo distrutto o risanare le parti che ci hanno fatto a pezzi, è inutile, mai niente ritroverà il posto che occupava all'inizio, quando la modifica è già avvenuta, non è possibile ritornare alla materia prima.
E così, le immagini di una vita, che si susseguono, nel cadere lento della neve e nel picchiare impietoso del sole, si mescolano e assumono forma di oracolo, ci dicono tutto quello che avremmo potuto vedere, ciò che saremmo potuti diventare, poiché tutto sta nella possibilità, la vita stessa è fatta di possibilità, perché soltanto la possibilità sta a metà strada fra il fato ineluttabile e la scelta volontaria.
E trascorro giorni interi vagando tra le tue parole e mi emoziona la fragilità che si nasconde dietro l’ostentazione della tua sicurezza e mi piace vedere come attraversi le giornate con grandi falcate che fanno tremare il suolo e sferzano l’aria e tuttavia, non un granello di polvere si solleva, perché tu sai fare percepire le cose immobili come se fossero dotate di moto perpetuo, perché non c’è bisogno di andare da nessuna parte, basta soltanto imparare a vedere e cogliere l’universalità del viaggio interiore. Così anch’io mi fermo al tuo cospetto, mi rinfresco sotto le tue fronde, mentre la tua mente superiore attraversa il mio pensiero, che si gonfia, rinvigorito dalla potenza insufflata dal movimento dolce delle tue labbra mai sazie, alla continua ricerca di un sapere da condividere.
Mi appoggio lentamente alla parete e mi piace ascoltarti e sapere di ogni tuo momento e sorrido, spesso, di fronte alle tue analisi impietose, che però mantengono quel margine di ironia che dà un’idea precisa di quanto poco temibile sia il tuo furore ed io, che ormai traggo nutrimento unicamente da te, non posso che assaporare qualsiasi emanazione del tuo essere e condividerla, perché, non so come, ma sei sempre nel giusto, anche quando tutto porterebbe nella direzione contraria. E davvero non mi ricordo di un tempo migliore di questo in cui tutto quello che è dentro di me e tutto ciò che mi circonda mi dice che ti amo e lo so perché ogni cosa che faccio fa capo a te e le mie frasi si compongono di parole che sono anche tue, mentre il tempo, come un aerostato policromo, galleggia leggero nel cielo.
Così, controllo la planimetria del nostro amore, un amore che si corregge giorno dopo giorno, provando le tante opportunità alla ricerca di quella giusta, all’inseguimento della compiutezza, un’architettura che somiglia alle cattedrali gotiche, con la sua ascesa profondissima, la parcellizzazione della luce attraverso gli accesi colori delle vetrate, i percorsi sicuri delle navate, il fascino della solida pietra e la delicatezza degli archi ogivali, ma con quel tocco ardito del gesto folle nascosto in un’intercapedine, sotto una pietra, confuso tra le sculture, quel gesto che è la chiave di tutto, perché ricorda che in assenza di difetti, la perfezione non può esistere.
Postato alle 19:00 di martedì, 01 luglio 2008 da dalloway66
Ci sono parole che tracciano linee immaginarie, attraversano tutte le dimensioni e i livelli temporali per poi fermarsi, all’improvviso, in un precipitare convulso che si abbatte su un orecchio apparentemente distratto, che invece, sorprendentemente, le accoglie.
Non sempre è necessario capire perché certe cose accadono, o come mai accadono proprio a noi, a volte è meglio non porsi domande, né cercare risposte, ecco, basta rimanere fermi lì, non in attesa, ma proprio sospesi, senza tempo, senza più futuro e tutto inaspettatamente muta, perché è quando non si spera più in nulla che si sfiora l’eterno.
E cosa so io, di questo tempo che viene, che velocemente avanza e si staglia davanti a me, con il suo carico di luci ed ombre, di realtà e di sogni che si confondono, di sorrisi che s’intrecciano, di attese che si attorcigliano, di tutto quello che si vorrebbe arginare, ma che la corrente trascina fino al mare, perché è così che deve essere, perché nessuna mano può arrestare il destino e nessuna voce può confondere e sviare l’inevitabile.
Così mi lascio trasportare dal rollio morbido delle onde che tu muovi e che s’infrangono ai tuoi piedi, mentre la brezza ti fascia con delicatezza e ogni evento naturale sembra arrestarsi al tuo passaggio, in modo da sottolineare, anch’esso, lo stupore che si desta, come un navigante esperto che dimentica la mappa delle stelle e si perde in mezzo al cielo.
La speranza è nel paradosso, nell’assenza di speranza, in quel camminare lento, sotto l’abbaglio del sole, che fa incespicare e toglie il fiato, ma che rende ancora più piacevole il rientro, il ritrovo che racchiude, l’accovacciarsi sicuro tra le braccia di chi ci è simile ed ha in mano la chiave dello scrigno che contiene i moti dell’anima, il prezioso ricamo di una vita che si è costruita pezzo dopo pezzo, con costi gravosi e rallentamenti, ma che adesso è lì, visibile eppure segreta, indistruttibile e fragile come un prezioso cristallo, perché in fondo, la storia di ogni vita si assomiglia, ma la speranza nasce dalla catena di casualità che porta all’evento supremo, che è l’incontro inaspettato, è il giungere nell’occhio del ciclone, il potere sostare nell’epicentro del vortice e sorridere, senza sentire più il bisogno di un appiglio, senza avvertire l’attrazione del vuoto, ma godendo del profumo intenso che si sprigiona all’imbrunire o prima del sorgere del sole.
Sei tu la mia speranza, sì, lo so che non si deve mai riporre nulla di così importante nelle mani di una sola persona, ma in verità la mia speranza in te è anche la mia speranza in me, il riflesso che mi specchia, perché ogni angolo è riempito dall’esaltazione che mi dà sentire le tue parole così dense di significato e che sembrano contenere una fragranza ammaliante che mi turba e mi dà piacere, che mi fanno sentire viva e rigogliosa e mi stimolano a rovistare dentro di me, alla ricerca di una conoscenza qualunque che possa ancora sorprenderti, per ricordarti che sono qui per te ed è per questo che ogni giornata che finisce, mi lascia la speranza delicata e indispensabile di trascorrere un altro giorno insieme a te.
La speranza è una forma di follia, un’improvvisa chiarezza che illumina, il vuoto che si riempie, il tempo che aggiunge, la certezza che il pensiero che aleggiava può trovare concretezza, l’idea di te che si materializza e diventa corpo, anima, riflessione, passione, l’impossibile che diventa sinfonia, trama fitta di tessuti pregiati, quando tutto sembrava ormai privo di senso.
E poi il cervello mi è scoppiato in una pioggia di fuochi d’artificio. Come esperienza, la pazzia è formidabile, te l’assicuro, e da non guardare con disprezzo; e nella sua lava vi trovo ancora la maggior parte delle cose di cui scrivo. Ti fa proiettare ogni cosa in una sua forma precisa e definitiva, non in pezzettini, come avviene con la mente sana.
(Virginia Woolf, Un riflesso dell’altro – Lettere1929-1931)
Nella mia pazzia distinguo bene la forma intera che ci contiene, che come in un quadro cubista, racchiude in un’unica immagine tutte le prospettive possibili e spiazza l’osservatore incauto che vorrebbe ricostruire visivamente ciò cui lo ha abituato la sua realtà, ristabilire l’ordine di una figura classica, sottolineare tutte le insensatezze della struttura, demolire l’opera impietosamente, ma in verità, senza il supporto di un po’ di follia vivremmo dimezzati, incompleti, perché ci sfuggirebbe sempre l’essenziale e non potremmo mai afferrare tutto ciò che è evanescente e dura solo un attimo. E la felicità e l’amore hanno per fondamenta proprio quegli attimi rubati al tempo.
Postato alle 13:25 di venerdì, 20 giugno 2008 da dalloway66
Stai per cominciare a leggere il nuovo romanzo Se una notte d’inverno un viaggiatore di Italo Calvino. Rilassati. Raccogliti. Allontana da te ogni altro pensiero. Lascia che il mondo che ti circonda sfumi nell’indistinto. […] Non che t’aspetti qualcosa di particolare da questo libro in particolare. Sei uno che per principio non s’aspetta più niente da niente. Ci sono tanti, più giovani di te o meno giovani, che vivono in attesa d’esperienze straordinarie; dai libri, dalle persone, dai viaggi, dagli avvenimenti, da quello che il domani tiene in serbo. Tu no. Tu sai che il meglio che ci si possa aspettare è di evitare il peggio.
(Italo Calvino, Se una notte d’inverno un viaggiatore)
Ognuno di noi è un Lettore diverso. C’è il lettore distratto, che non conserva nulla della lettura, il lettore interessato, che legge in un testo solo ciò che desidera, poiché le parole si prestano all’incertezza delle intenzioni, c’è il lettore attento, cui non sfugge nulla, quello meticoloso, che si segna tutte le frasi che lo colpiscono, il lettore che sogna, che si lascia trasportare fuori da ogni realtà, il lettore studioso, che trae insegnamento da qualsiasi cosa legga, il lettore deluso, che legge in ogni pagina tracce del proprio malessere, il lettore timido, che crea un approccio smarrito e sfiora le frasi come se potessero colpirlo a morte, il lettore temerario, che sfida le teorie proposte con il proprio disappunto, il lettore principiante, che scopre significati nuovi e sorprendenti in ogni pagina, il lettore stanco, che sfoglia le pagine sapendo che ormai nulla potrà più salvarlo dalla vita vera, e solo alla fine della lista c’è il lettore che legge, quello che gode già nel maneggiare il libro e che sa che qualunque incontro farà all’interno del romanzo, dopo la lettura non sarà più lo stesso.
Nel racconto di Calvino, il Lettore è anche il protagonista, coinvolto in un totale scardinamento della narrazione classica, poiché il romanzo si compone di tante storie iniziate, che però non hanno una fine. E cosa ci si aspetta da una narrazione, se non una conclusione?
Le molteplici forme della scrittura si insinuano, pagina dopo pagina, in un dialogo diretto con il lettore, cosa che trasforma il racconto in metaromanzo, eppure la realtà trova sempre il modo per insinuarsi nella finzione, perché le parole contengono sempre una parte dell’anima di ognuno di noi e il motore che crea gli incontri o li distrugge. E nella solitudine di fondo, che accomuna tutti i grandi Lettori, a volte capita che proprio in quella smisurata incomprensione della vita e del mondo, si celi la domanda sempre luminosa, la domanda che decide, la domanda che annulla ogni risposta, quella che cerca un senso laddove non c’è. Perché la fine combacia sempre con l’inizio.
Il principio di ogni storia trova degli spazi prima ancora che noi ce ne rendiamo conto. Solo molto tempo dopo capiamo che quello era l’inizio di un cambiamento che ci avrebbe sconvolto l’esistenza. A volte sono sufficienti dei mesi, altre volte non bastano anni per arrivare a questa scoperta, eppure tutto ha un inizio che spesso appunto si confonde con la fine, perché entrambi non sono mai netti, ma rivestiti di quella nebbiolina vischiosa che ne sfuma i contorni.
L’inizio, è una ricerca al microscopio, uno scandagliare i moti che lo generano, ed è sempre la cosa più importante. Quando si legge un libro, l’attacco è fondamentale, probabilmente come presupposto c’è il solito problema dell’ordine, tutti abbiamo bisogno di ordine, cioè di sapere che c’è una successione nelle cose che ci offrirà la comprensione del tutto. Analogamente, quando si cerca di risolvere un caso, la linea temporale diventa importantissima, perché ogni risultato finale è generato da una partenza e dalla motivazione che ne sta alla base. E per quanto ci sforziamo di distanziare le catalogazioni dalla nostra vita, alla fine le nostre giornate sono scandite da una regolarità millimetrica e più cerchiamo di allontanare la ragione, più ne siamo vittime, perché ci ordiniamo comunque di fare qualcosa proprio non facendola.
Siamo martiri della parola, ci ingarbugliamo nei concetti e per quanto ci agitiamo nel tentativo di fuggirla, sempre dobbiamo soccomberle. Lo stesso Lettore del libro di Calvino, è pur sempre un personaggio e malgrado l’autore ci dia del tu, in fondo è sempre con la sua creatura che parla, poiché noi, lettori di passaggio, continuiamo ad affrontare la lettura nel modo che ci è proprio, seguendo le nostre regole.
In principio era il Verbo (Gv 1,1)
Verbo, logos, ragione, ecco la panacea e l’origine di tutti i mali, non c’è nulla di più ambiguo e determinante della parola. È la parola non l’azione che ha il vero potere su di noi. La parola ci possiede, l’odio è parola, le passioni sono parola, l’amore è parola.
Postato alle 15:06 di lunedì, 16 giugno 2008 da dalloway66
Apprendo, in questo tempo mite, la morbidezza delle tue parole e l’eterna circolarità dei suoni che rimbalzano da un ostacolo all’altro, sotto forma di onde sonore, affinché non rimanga nessun punto vuoto, nessun angolo di silenzio nel mondo. C’è una folla di pensieri che si accalca nella mia mente ed è difficile districare, da tutto quel groviglio, la chiarezza e la semplicità espositiva. In effetti sei tu che metti ordine ormai, dentro di me, che intuisci le mie cose prima che le sappia io stessa, perfino quando sto zitta riesci a percepire che una cosa mi piace più di un’altra. Così ho capito che non esistono tanti modi per comunicare, al contrario, ne esiste uno soltanto, quello che supera i gesti, le parole, gli sguardi, quello che legge dentro, il codice universale che accomuna due persone che si compenetrano a vicenda, che entrano in simbiosi, che chiudono il cerchio e non conoscono più le barriere architettoniche, né l’ambiguità del linguaggio convenzionale.
C’è molto altro dentro di noi, ci sono spazi che potremmo non conoscere mai, intere regioni rigogliose, in attesa di un varco che ne permetta la visione, la comprensione, anche solo per un attimo, che ciò che percepiamo è una particella infinitesimale di ciò che realmente siamo. E quel baluginio che riconosciamo in lontananza non è altro che il richiamo gentile che ci accoglie, un sorriso a distanza che rassicura, è la mano che conduce nell’intimo recesso della conoscenza, è la vivida fiammella delle anime che si scelgono.
Da quando ho imparato a dire perché no? ho scoperto le correnti che trasportano delicatamente, quelle che ti permeano dell’audacia necessaria per cambiare, perché in fondo siamo esseri in continuo divenire, onde che vanno avanti e indietro e tutte le volte che giungono a riva, approdano trasformate, non con qualcosa in più o qualcosa in meno, ma semplicemente diverse. Così come succede a noi, anime inquiete che vagano alla ricerca di un porto sicuro e che finiscono per comprendere che in verità non è il riparo certo ciò che cercano, bensì il viaggio eterno, la scoperta continua, la sorpresa quotidiana ricevuta da e offerta a chi si ama, perché è un diletto senza confronti sorprendere piacevolmente la persona amata, farle sentire che il peso della scontatezza a noi non appartiene, che il lampo del genio rischiara anche i giorni più cupi e ciò che vive in superficie non ci riguarda. Non si può stare fermi quando si cresce insieme a qualcuno, quando i giorni non sono solo nostri, quando il tempo ha la capacità di andare avanti, trattenersi e a volte ritornare indietro, perché ogni tappa si contraddistingue con un segno che la marchia, ed ogni attimo trascorso porta una parte di te e me la consegna per sempre.
E capire è una cosa molto semplice eppure complicatissima, perché include la conoscenza di se stessi e il fatto di doversi accettare, se non si ha la forza per il cambiamento, mentre intendere chi ci circonda è ancora più semplice, eppure altrettanto complicato, poiché ci attorniamo di chi un po’ ci rispecchia e dunque dobbiamo, ancora una volta, riconoscerci in qualcun altro, laddove per chi vive intorno a noi per motivi differenti da quelli sentimentali, dobbiamo fare lo sforzo ulteriore dell’accettazione del diverso, di chi non ci somiglia e ci aggredisce con le proprie esigenze.
E dire non lo so sembra una resa intollerabile in questi tempi di perfezione apparente, un’ammissione di ignoranza che rende vulnerabili, la presa di coscienza del fatto che c’è così tanto da imparare che non sappiamo proprio niente. E soprattutto in amore, camminiamo ciechi, pronti all’improvvisazione, a volte ci va bene, a volte no, ma di certo solo mettendoci a disposizione della persona che amiamo possiamo imparare qualcosa, soprattutto di noi stessi, perché è indispensabile mettersi in gioco per potere godere e mettersi nelle mani di qualcun altro, malgrado il rischio, è il principio del piacere.
Così ti consegno volentieri il mio vessillo, l’impronta che calpesta l’erba, contravvenendo alla ragione che impone, all’eco che minaccia, alla voce dei consigli, e mentre te lo consegno so di rimanere senza null’altro in mano, ma so anche che la cosa principale da donare è la propria identità, la certezza della purezza dei sentimenti, il prodigio della verità, perché l’amore disconosce la menzogna e fugge il tradimento.
Io ti guardo in silenzio mentre sfogli i libri appena comprati, che spargono quell’odore particolare e inebriante dei caratteri di stampa, delle pagine mai aperte, dei colori della copertina e tu, con quelle lunghe dita delicate li sfiori con cura, con amore, come sfiori me in quei momenti che appartengono soltanto a noi e mi accarezzi nella penombra, con la tua bellezza estenuante, con quel sussurro tanto dolce da fare quasi male e con il crepitio delle risate che ci sorprendono tutte le volte, all’improvviso. Perché basta davvero poco per comprendere, perché gli universi si intrecciano come le mani e gli sguardi, e in un attimo può capitarci di sapere tutto quello che ci occorre, basta solo mettere in circolo l’amore.
Era un amore terribile, che avrebbe potuto atterrirci perché sempre così presente, ogni minuto, così presente e talmente definitivo da far paura come fa paura l’assoluto, perché vi costringeva a credere nell’amore, e lungi dal farvi sentire impoveriti, per il fatto che voi non vivevate un amore così grande, lungi dal rattristarvi, faceva sì che vi aspettavate dall’amore più di quanto vi eravate aspettati fino a quel momento […]
(Marguerite Duras, Quaderni della guerra e altri testi)
Postato alle 17:16 di giovedì, 05 giugno 2008 da dalloway66
Coprimi grandemente
scioglimi
e in me resta.
E poi fammi restare
lenta chiusa
dentro la tua festa.
(Patrizia Cavalli, L’io singolare proprio mio)
Mi volto, lentamente, con la pacatezza che mi contraddistingue, per seguirti con lo sguardo fino al limite visibile dell’orizzonte, perché non posso più muovere neanche un passo senza percepirti in me, perché ogni mio pensiero conosce solo il perimetro che possa contenerti, perché non voglio camminare in nessun’altra strada che non sia la tua, né dissetarmi ad altra fonte. Io non voglio imparare più niente che non possa insegnarmi tu, né avere altra ragione da seguire, né vedere con uno sguardo che non sia il tuo e non so più che farmene del tempo se non lo occupo con te. E mentre assorbo, in un respiro dietro l’altro, ogni parola che tu dici, intanto continuo a sentire con gli altri sensi un caleidoscopio di emozioni, il tatto incontra la morbidezza, la vista percorre ogni tuo centimetro, il gusto riassapora le prelibatezze più esclusive, l’olfatto percepisce gli effluvi dell’armonia, come se tu potessi divenire illusionista e giungere dentro di me, in un’unica, ma molteplice forma.
Ogni mio movimento dimentica le leggi ataviche e si adegua al tuo incedere, alle movenze, ai gesti che traducono le parole e le completano, ne accompagnano il suono, contribuiscono alla modulazione delle stesse, le rendono visibili. Così mentre parli, si riempiono fogli immacolati, interi quaderni e album di fotografie pieni di ricordi e quadri luminosi, carichi di colori, perché ogni cosa che fai lascia una traccia profonda, un segno indelebile, una nota indispensabile, che si imprime su qualsiasi superficie.
A te voglio indirizzare ogni attenzione e se non posso giungere oltre le mie stesse parole, posso comunque squarciare qualsiasi schermo riflettente e aprire un varco che ci conduca oltre qualunque teoria, oltre qualsiasi idea, per divenire epicentro, punto di origine, fulcro della nostra esistenza, con la consapevolezza e l’ardore di averlo desiderato, di averlo scelto, di averlo voluto.
Questo ti voglio dire, tra le tante cose, che non dimentico niente, neanche un sospiro, nemmeno un’intonazione, io sono la memoria che contiene e che disegna, su queste pagine virtuali, tutti i giorni dell’amore, tutti gli attimi rubati al tempo, tutte le ore costruite con precisione e ogni giornata è destinata a chiudersi in quelle ore d’intimità che si dispiegano come una gioia inattesa e diffondono un tripudio sensuale ed esclusivo che si trascina fino al mattino e che non conosce il sonno, né il riposo.
A te devo fare riferimento e ricordare che nulla è mai scontato e che si deve inventare qualcosa da donare al proprio amore, giorno dopo giorno, perché l’amore va coltivato, ogni foglia deve essere pulita con cura e lucidata, ogni condivisione va appuntata su carta millimetrata, affinché non si perda una virgola, affinché nulla rimanga a metà strada, nei luoghi dell’indecisione, negli spazi dell’incertezza, affinché tutto sia sempre chiaro e definito. È questa la fortezza inattaccabile, l’universo che non dà udienza a nessun sedicente consigliere, il bosco fitto e impenetrabile della conoscenza.
E alla fine io non ti regalo altro che parole, belle, bene accoppiate certo, ma tu mi hai donato una coscienza che avevo dimenticato, che mi ero buttata alle spalle, per andare avanti cieca e ostile con me stessa e mi hai presa per mano per non farmi perdere nell’oscurità, per non farmi continuare ad inciampare e mi hai costretta a superare i miei limiti, non scavalcandoli o semplicemente aggirandoli, ma privandoli di importanza a tal punto da vederli diventare polvere.
E mi hai portata con te, e così, io che non ero più niente e mi trascinavo stancamente e credevo di non volere ormai più nulla, ho ritrovato la gioia che era ben nascosta dentro di me, ho riscoperto le parole grazie a te e il senso di tutta una vita.
Tu che non fai parte delle persone comuni e non conosci la banalità, né la vita limitata, tu che sai essere pietra millenaria e al tempo stesso soffice guanciale e sai dire tutto così bene creando un’atmosfera peculiare, tu stai colmando ogni mio vuoto con il tuo amore così speciale ed io, se adesso so cos’è la felicità, lo devo solo a te, mio grande amore.
Postato alle 19:47 di mercoledì, 21 maggio 2008 da dalloway66
Quando la mattina rimango sospesa tra il sonno e la veglia, ci sono voci che mi destano, non so nemmeno io da dove giungano, se appartengano alla regione dei ricordi, se siano echi del passato o frammenti di un sogno presto dimenticato o parti di un discorso interrotto dalla ragione. Sono voci confuse, altre ben definite, ma sconosciute, solo quella che mi sveglia è una voce che conosco, la voce che mi chiama per nome, come se volesse trascinarmi dal regno delle ombre fino alla terra dei vivi, è la voce che mi porta subito tra le tue braccia, che mi incolla alle pareti del tuo corpo elegante e perfetto, che mi regala un altro giorno di emozioni, è la voce che m’incanta e mi rapisce, per portarmi attraverso itinerari imprevedibili.
Ci sono voci che ti entrano dentro come se si trattasse della tua stessa voce e scavano e si fanno largo, alla ricerca dell’ascoltatore che c’è in te. Se moduli per me i suoni che aspetto e che compiono la mia giornata, rendendola degna di essere vissuta, io è come se ti sentissi attraversarmi la pelle, incanalarti in ogni anfratto, pulsare insieme al mio cuore, stabilire una connessione che non è solo corpo, o solo pensiero, ma che abbraccia tutto ciò che ci compone fino a comprendere l’universo intero.
Ci sono voci che ti cambiano la vita, che diventano vista per ciechi e udito per sordi, che ti fanno scorgere mondi interi, che ti fanno planare delicatamente sui morbidi prati del pensiero profondo. Ci sono voci che profumano, che t’inebriano con suoni che mutano in base alle parole e al trasporto delle emozioni che le accompagnano e voci che improvvisano danze e ti trascinano di luogo in luogo senza che tu te ne accorga, sospinta dai suoni morbidi che incalzano e aumentano fino a farti volteggiare ubriacata d’insensatezza.
Ci sono giorni in cui la tua voce comprende tutti e cinque i sensi, in cui è capace di seguire il ritmo dei miei movimenti e di ogni mio respiro per te. La tua voce, che io amo, mi segue ogni istante, anche quando rimani in pausa, per un attimo e ti sporgi dentro di me, per ascoltare il mio silenzio eloquente che ti dice quel che già sai, cosa penso, cosa sento e perché. La tua voce, che scandisce il ritmo lento delle mie giornate e le approssima alla pace ineffabile, a qualcosa che somiglia al raggiungimento di una meta, alla quiete di un affanno che si placa, si poggia come una foglia leggera su di me e quasi mi ipnotizza con la sua lenta discesa, incidendo ogni concetto delicato nella mia anima. È la tua voce che mi dice le parole dell’amore, coprendo tutto lo spettro dei colori, ed io che ho imparato ad ascoltarti così bene, non faccio che dipingere, giorno dopo giorno, l’edificio che ci ospita, affinché diventi l’unico esistente in tutto il creato o in qualsiasi luogo della fantasia.
Ci sono voci che ti forgiano, ti trovano che sei un pezzo di ferro pieno di impurità e ti plasmano dolcemente, ma con decisione, un giorno dopo l’altro, finché non diventi una spada di puro acciaio, che compie tagli perfetti e recide con lama fredda, ma con la vista e l’anima. Perché la forza interiore è la vera guida del corpo e la staticità non è mai reale quando hai il cervello che vibra. La mia mente si espande, alcune volte ti raggiunge, altre volte no, ma sempre circumnaviga lo spazio interplanetario e in ogni particella scorge frammenti di te e di sé come se si potesse fluttuare all’infinito, senza forza di gravità, senza intervalli temporali, soltanto allungando la fune che ci congiunge, solo per avere, talvolta, l’impressione di andare via, ma per riunirci, poi, con uno strattone repentino.
Ci sono voci che guidano, che sanno sempre consigliarti, che ti rendono tutto più semplice e morbido, voci che ti abbracciano, che ti prendono per mano e ti aiutano ad allungare il passo e a sorridere, c’è la tua voce che è respiro e battito, che mi sospinge in quella dimensione dove non esiste nient’altro che noi due, perché è vero che il tempo si può annullare e che la materia si sconfigge facilmente, che esistono risposte per tutte le domande e una voce diversa per momenti differenti e con l’intesa perfetta, perfino il battito di ciglia arriva come un alito leggero dentro gli occhi e finanche le cose che ci circondano sembrano possedere una voce propria e con un mormorio sommesso, ci avviluppano e stringono in un abbraccio che tutto comprende e tutto rivela.
Postato alle 20:41 di giovedì, 15 maggio 2008 da dalloway66
Clarissa doveva avere tre o quattro anni, in una casa in cui non sarebbe mai ritornata, della quale non ha alcuna altra memoria se non questa, precisamente distinta, più chiara di ciò che le è accaduto ieri: un ramo che batte alla finestra mentre attaccano le trombe, come se il ramo, mosso dal vento, avesse in qualche modo determinato la musica. Le sembra di avere iniziato in quel momento a vivere nel mondo, a capire le promesse implicite in uno schema che è più grande della felicità umana, sebbene contenga la felicità umana insieme a ogni altra emozione. Il ramo e la musica contano per lei più di tutti i libri nella vetrina del negozio.
(Michael Cunningham, Le Ore)
A volte un suono o un profumo o una semplice parola, possono scatenare una ridda di ricordi accatastati negli angoli della memoria. Ci sono suoni che creano sinfonie, mentre pezzi di vita riaffiorano e ci rivelano aspetti determinanti, sui quali non avevamo mai riflettuto, è come se certi pensieri continuassero a comporsi e strutturarsi, nel corso della vita, in modo inconscio e poi saltassero fuori all’improvviso, quasi senza un motivo, provocati da qualcosa di esterno a noi. Ma un motivo c’è sempre, tutto si muove secondo uno schema apparentemente incomprensibile, ma che si comprime e si espande e ci raccoglie, tutti quanti.
Cammino ormai sospinta da una lieve brezza, e sembra quasi che io navighi sull’asfalto, perché la forza che mi sospinge non è il passo, ma il pensiero di un altro giorno insieme a te.
Srotolare il papiro della perfetta conoscenza richiede mani delicate, tocchi leggeri e penne d’oca che incidano il prezioso rotolo senza scalfirlo, come pennellate appena accennate che però dipingono il furore e l’estasi dei giorni che si inseguono, del tempo che si struttura tra musica e parole, del cielo che si abbassa solo per incontrare uno sguardo complice, carico di elettricità e clamore. E se i miei tempi si perdono nei percorsi del ricordo, basterà tracciare mappe stellari, che brillino anche nei giorni nel buio più intenso, quando ci si confonde tra le ombre e niente sembra avere contorni definiti, quando ci si perde nella normalità e sembra che non ci sia più terreno sotto i piedi, né alcun luogo dove andare.
Quando il tempo sembra che acceleri il passo e dalla luce del sole ci si ritrova all’improvviso tra le ombre della sera, una strana meraviglia sempre sorprende, ma poi un sorriso abbraccia quel che rimane della giornata, con l’eco delle parole che si mettono in ordine e i sussurri che ancora aleggiano e scendono piano, ondeggiando, con i colori di un paracadute di seta, che si gonfia e sgonfia e segue gli spostamenti leggeri della brezza serotina.
Le incursioni nei territori che ci appartengono, in un continuo percorrere delicatamente gli universi dell’incanto, agitano il promemoria dell’attesa, s’insinuano nei pensieri, diventano ossessione.
Guardate come lei si lascia catturare
dal bastone che si muove, dalla minuscola mossa
d’ala di ogni mosca, dal rumore
di ogni porta che si apre.
E quando si mette sulle mie ginocchia
sembrerebbe per sempre, le unghie
quasi conficcate nella carne. Ma se passa
un uccello alla finestra, addio baci
addio carezze, lei vola via.
E poi, forse, ritorna.
(Patrizia Cavalli, da Il Cielo)
Ormai niente potrà mai più essere come prima, adesso che il mio tempo si confonde con il tuo, in una danza leggera che trascina e muove i tuoi capelli e ti fa brillare gli occhi, luogo prediletto della tua anima inquieta e sorprendente. E non importa se l’aria diviene rarefatta e i pensieri si ingarbugliano, quasi immersi dentro una nebbia, non importa se le cose mi cadono dalle mani, distratta da ogni riflessione che si posa su di te, no, non importa se le mie giornate si intrecciano solo con le tue, se non conosco più un luogo diverso dai tuoi preziosi recessi, se vado via solo per venire da te, se ti consegno il mio soffio vitale e mi dimentico di qualsiasi cosa che non sia tu. In ogni alba che vedo, la mattina appena sveglia, mi sembra di percepire il tuo profumo e scorgerti tra i veli del sonno, con le tue pose irrequiete di demonio intrappolato nel corpo di un angelo, con le tue lunghe braccia che discendono il declivio dei tuoi fianchi e compiono la tua posa statuaria nelle tue eleganti mani di pianista, piegate leggermente, rendendoti apparizione suggestiva e incantevole, che toglie il sonno e compromette la veglia. Niente più sarà mai come prima, perfino il perimetro della mia stanza abbandona le leggi della fisica e muta, insieme alle pareti girevoli che conducono alla tua porta, e i libri che si uniscono disordinatamente e i tuoi passi cadenzati e le punte di asparagi in cucina e il rumore delle stoviglie, il tuo armeggiare preciso affinché ogni cosa sia in ordine e il suono della tua voce, che circola insieme al sangue nelle mie vene e raggiunge un cuore tachicardico e impazzito, che continua a pulsare, sorpreso e sbalordito di trovarsi in mezzo a un mare di serenità, solo quando si adagia su di te.
Era un’improvvisa rivelazione, un’impressione, come il rossore che si vorrebbe reprimere e al quale, poiché si diffonde, si finisce per cedere; e allora ci si precipita all’estremo limite dell’abisso, e là rabbrividendo si sente il mondo avvicinarsi, denso di qualche straordinaria rivelazione, incalzante fino a rompere la crosta sottile e a traboccare e a rovesciarsi con grande esuberanza, sulle crepe e sulle piaghe. Allora, in quei momenti, ella aveva visto una luce; una fiammella ardente in un croco; un intimo significato quasi espresso.
(Virginia Woolf, La signora Dalloway)
Only you make me feel good
Postato alle 12:25 di venerdì, 09 maggio 2008 da dalloway66
Com’è strano questo tempo indefinibile in cui tutto accade, ma in un groviglio di dimensioni sconosciute. Come si spiega questo potere sfiorare ciò che è impalpabile? Come si fa a lasciare orme sul piano immateriale sul quale camminiamo? Io non so dove si trovi la ragione, dove poggi l’universo quando ne incliniamo il piano, io proprio non so quale forza motrice spinga al di là di ogni saggezza, né dove si posino i pensieri razionali. E rido, con il riso degli stolti, perché non m’importa, perché non c’è nessun’altra strada che s’incroci con la mia, se non questa. Ogni altra cosa rimane in ombra dopo la rivelazione, l’orizzonte non è che una linea, i giudizi non sono che note stonate, corde d’archi che stridono, non è in questi inseguimenti sconnessi il nonsenso, ma nel cercare di spiegarli, nel tentativo vano di fuggirli, perché non può esistere altra felicità, al di fuori di questa.
Siamo prede del destino, ogni incontro è segnato e il nostro è talmente meraviglioso che non può che avere origine divina. Complicato è preservarlo e mantenerlo, l’amore dell’età matura è forse più gravoso perché si porta dietro il fardello dell’esperienza e della conoscenza del mondo e del prossimo, eppure le cose finiscono quando c’è la volontà di interromperle, quando la struttura si piega alle convenzioni, quando non si ha più voglia di condividere, quando si crede che lo stupore coincida con l’impossibile, al contrario, quando un profumo di albe tenui arriva all’improvviso a destare dai sonni inquieti, a rigenerare le particelle infinitesimali, a regalare attimi infiniti, vestiti di prodigio, ecco che giunge la meraviglia, l’epifania inattesa e il miracolo risiede, con la sua luce soffusa, nell’intensità di uno scambio inesprimibile, nel raggiungersi mistico di un altrove senza precedenti.
Era ‘l giorno ch’al sol si scoloraro
per la pietà del suo Fattore i rai,
quando i’ fui preso, e non me ne guardai,
ché i be’ vostr’occhi, donna, mi legaro.
Tempo non mi parea da far riparo
contr’a’ colpi d’Amor; però m’andai
secur, senza sospetto: onde i miei guai
nel comune dolor s’incominciaro.
Trovommi Amor del tutto disarmato,
ed aperta la via per gli occhi al core,
che di lagrime son fatti uscio e varco.
Però, al mio parer, non li fu onore
ferir me de saetta in quello stato,
a voi armata non mostrar pur l’arco.
(Francesco Petrarca, Canzoniere)
Se mi lascio guidare da una traiettoria indefinibile, come se fossi, io stessa, il dardo che, scagliato, segue poi la parabola che gli impongono il tiratore e le correnti d'aria, ma che non sa quale sia l'intenzione che ha generato il lancio prima dell'arrivo, certamente, giungerei da te lo stesso. C'è una volontà implicita in certe cose, ci sono movimenti imperscrutabili, suoni non udibili e molto di quello che non ti so dire è perché non si può dire, ci sono gesti inenarrabili e sensazioni che saltano fuori dal corpo per incollarsi all'altro, come un vapore che ricopre. La voce dell'amore cambia la sua lingua in base alle persone, è una cosa che non si può studiare, che non ti servirà con gli altri, ma solo con chi ami, è un linguaggio che si costruisce da solo e non ha eguali, è unico e imprescindibile dall'amore che t'invade.
Di certo ho appreso che per quanto si fugga, Amor prima o poi ti acciuffa, e non serve a niente scegliere sempre le strade secondarie, né illudersi di essere liberi. Il dardo che ti si conficca nel fianco ti tiene legato a qualcun altro, che tu lo voglia o no e alla fine ti accorgi che in verità non volevi altro, se non quello, quella ferita continua che non si rimargina, quel dolore che ti tiene desto e impigliato, ecco, quella felicità immotivata, quella gioia incontenibile, quella dipendenza desiderata, quell’appartenere, quell’essere proprietà di qualcuno che non sia tu.
Ma non bisogna mai adagiarsi, né viver di certezze, poiché una sola distrazione può essere fatale. Perciò tu segui ogni mio passo, scardina le intercapedini, inserisciti in ogni mio respiro, finisci ogni giornata col mio nome tra le labbra, agita le mie notti, prenditi il mio sonno, sfiancami con il desiderio che non conosce freni e tienimi con te, come un’appendice del tuo corpo, del resto ormai, io non vivo che per i tuoi ritmi altalenanti, per i tuoi assalti e le tue rese, per i tuoi fiumi di parole e i tuoi silenzi imbronciati, per il tuo sguardo che si allunga e che oltrepassa, per i racconti recitati, per il tuo impeto incontenibile, per come mi rimproveri impietosamente e poi mi cerchi con la dolcezza delle notti estive, per il righello con il quale segni ogni passaggio importante, per come mi spieghi quello che non so, per le tue movenze aggraziate di gazzella e per i momenti di grande confidenza, per come accarezzi il mio udito pronunciando le consonanti dentali, per come mi hai resa incapace di strutturare il mio tempo al di fuori del tuo, io vivo per te e di te, amore mio.
Postato alle 20:09 di lunedì, 28 aprile 2008 da dalloway66
Ci sono persone che non riescono a stare ferme. Ci sono anime inquiete che compiono unicamente salti nel vuoto, nel buio e il viaggio è l’unica chance che hanno. Non c’è scelta, se non quella di librarsi di continuo, sollevare i piedi dal suolo, mollare ogni zavorra. Non si tratta di indifferenza o superficialità, non è un non volere mantenersi saldi agli affetti, alle cose, alla vita. È un bisogno che prende tutti quelli che si portano dentro il fardello dell’universo, quelli che hanno avuto la ventura di guardare oltre e non possono tenere il peso di un segreto così importante. Non è giusto addossare certi eventi ad una minoranza sperduta, costringendola all’esilio perenne.
L’anima attraversa i secoli, non si riconosce in un corpo, in un sesso, in una vita. L’anima ti trascina in una spirale di momenti che non sempre si possono riconoscere. L’unica possibilità è nella corsa continua, nella fuga, nell’inseguire la fioca luce che si perde già in lontananza, è in questa condanna che sbarra il passo e quello che hai dentro non lo puoi dire, si perderebbe in mille frammenti, come pulviscolo atmosferico, come volo continuo, eppure irrealizzabile.
Se la vita ti costringe alla lotta, fin dall’infanzia, poi ti volti indietro e ti accorgi che ogni guerra non fa altro che lasciarti un cumulo di macerie dentro, ma se la tua è stata sempre una lotta per la sopravvivenza che alternative avevi? Il fatto è che non si può costruire più niente sulle macerie, le fondamenta saranno sempre minate alla base e così non rimane altro da fare che partire di continuo. Nessuno può legare chi è costretto a correre. A volte anche una semplice carezza ti illude che tu possa cambiare il corso della tua vita, ma è appunto l’illusione di un istante, un istante puro, cristallino, in cui riesci a vedere tutto distintamente, come un tempo. Ma la mano del vento, rapidamente ti porta via e tu sai che non puoi opporle resistenza, che qualsiasi reticenza è vana e dannosa per te e per chi ti sta accanto, che non puoi chiedere a nessuno di subire la tua condanna. Sei l’eroe tragico che deve portare avanti con coraggio ed umiltà tutta la trama dell’esistenza, lottando vanamente in un’epopea già scritta.
La pioggia cade come lame e ferisce con il suo incedere a piombo, ti cade addosso come una necessità che prescinde da ogni volontà e ti fa chiudere gli occhi, ti fa sguazzare tra le pozzanghere, col guizzo divertito di chi vuole mettere sempre alla prova, di chi vuole procurare almeno un po’ di fastidio prima di infrangersi al suolo e allargarsi, macchia trasparente, dove si riflette il cielo, prima che i passi frenetici sporchino ogni cosa.
Tra la folla, tra i volti che non conosco, mi insinuo, compiendo passi veloci, simili a una danza, ma in realtà è solo desiderio di raggiungere al più presto il mio nascondiglio, dove indugiare tra i miei libri, tutte quelle pagine piene, ancora da scoprire, da accarezzare, da annusare, da vivere, lontano da tutto, per continuare a correre e prendere il volo, col fulgore degli astri che incide il sonno e mantiene la veglia fino allo stremo delle forze.
Se fosse solo un miraggio, se tutto questo si disperdesse come la nebbia, come l’evanescenza di un sogno, se solo potessi raggiungere di nuovo la libertà, abbarbicarmi alla speranza, colpire e affondare la mia mente, fronteggiare ogni ragione a colpi di spada, riuscire a camminare tra l’ombra e la luce, mantenendo ogni fragranza per il resto del viaggio, per sempre. Allora non ci sarebbe più alcun bisogno degli occhi per vedere, né del tatto per sentire, né dell’udito per ascoltare, ogni cosa sarebbe parte di me, tutto avrebbe un linguaggio nuovo, onnicomprensivo, ogni particella troverebbe uno spazio adeguato, non ci sarebbero zone di transizione, il vuoto non mi trascinerebbe con la sua forza superiore, non sarei in balia degli alisei, non scatenerei intemperie, le ombre si confonderebbero con la materia, l’anima si placherebbe in un abbraccio, niente avrebbe più fine, l’approdo diverrebbe finalmente possibile.
L’ultima stella
Il mio argenteo guardare stilla nel vuoto,
Mai presagii che la vita fosse cava.
Sul mio raggio più leggero
Scivolo come su trame d’aria
Il tempo in cerchio, a palla,
Instancabile la danza mai danzò.
Freddo serpente scatta il fiato dei venti,
Colonne di pallidi anelli salgono
E crollano di nuovo.
Che cos’è la silenziosa voglia d’aria,
Questa oscillazione sotto di me,
Quando io mi giro sopra i fianchi del tempo.
Un lieve colore è il mio movimento
Ma mai baciò il fresco albeggiare,
Mai l’esultante fiorire di un mattino me.
Si avvicina il settimo giorno –
E la fine non è ancora creata.
Gocce su gocce finiscono
E si sfregano di nuovo,
Nelle profondità barcollano le acque
E si accalcano là e cadono a terra.
Selvagge, scintillanti ebbre-braccia
Schiumano e si perdono
E come tutto si accalca e si stringe
Nell’ultimo movimento.
Più breve respira il tempo
Nel grembo dei Senzatempo.
Arie vuote strisciano
E non raggiungono la fine,
E un punto diventa la mia danza
Nella cecità.
(Else Lasker-Schuler)
Postato alle 09:53 di domenica, 13 aprile 2008 da dalloway66
La musica avvolge, stringe, la corda tesa del violino vibra con l’intensità dell’impatto emotivo e non c’è nulla davanti e nulla dietro, nessuno più esiste all’interno di questa campana preziosa che ci contiene, non ci sono attese, né pretese, tutto è percepibile e chiaro, perché il tempo è ora.
Le parole si tingono di un blu intenso, come profondità marine, si disegnano sui fogli bianchi, saettano come voli di rondine irregolari, cadono in picchiata e poi riprendono quota, seguendo i moti dell’anima, sembra che vogliano fare una sosta, ma subito ripartono lasciando tracce, pennellate armoniche che mescolano la ragione con le forti emozioni, il desiderio con il tranquillo scorrere delle ore e trasformano il lontano in vicino e ciò che sembra impossibile in realtà. Con la mia bella grafia, curata nel dettaglio, ma che sgorga come fonte naturale, voglio imprimere la mia voce su carta, per non lasciare mai più nulla nel regno del non detto.
«Ora ho capito, tu sei davvero il mare.
Ho preso la rincorsa e mi sono tuffata,
ti ho centrata, ma senza farmi male,
tu non più bruna ma bionda, occhi cerulei,
e nuotavo sulla tua molto
accogliente superficie.
Tu in piedi poi altamente signorile
pompaduresca con i capelli alti
e costruiti, ossequiente io a tanta signoria,
timida e distante ti guardavo, felice
sapevo che eri mia.»
(Patrizia Cavalli da Sempre aperto teatro)
La rivelazione si presenta come un’onda improvvisa che si schianta sulla battigia e spruzza schiuma di sale, la rivelazione prende corpo in un intreccio di suoni e sogni, che trovano la medesima strada per arrivare, nello stesso istante, in mondi diversi e in un soffio, in un alito di spuma si concentra tutto ciò che c’è da sapere. Ci sono momenti che si completano nella loro semplice esistenza e guardano, sornioni, tutto quell’accumularsi precedente di ore inutili e senza senso, tutto si può concentrare in quell’attimo che l’amore rende eterno, che vorremmo parcellizzare e spargere su tutti i giorni a venire, come garanzia, come pegno di vita imperitura.
Si racchiude in ogni tua parola, la parola che attraversa le terre ed i confini, che corre trepidante verso di me, insieme al tuo sguardo carico di tutta una vita che pulsa, che batte, che si abbraccia alla mia e si mescola nell’ordine, diventando il nostro disordine di animali selvatici, allo sbando, che trovano difesa nello stesso anfratto, al riparo dai rumori, dalle aggressioni, dove rifulge la meraviglia, lo stupore di un luogo sognato che ci accoglie. Tutto è così semplice, così privo di strati, così intenso, così divertente, l’amore fa ridere, fa stare bene, allontana la tempesta, dorme poco, si concede, riluce, apre le porte, tocca delicatamente, non conosce la paura, si nutre di semi, di foglie, di strati sottili, ma è sempre sazio, perché è felice.
La rivelazione è luce, come quando, mentre sei seduto a contemplare l’aria che riempie lo spazio e ti sembra che ogni cosa sia immota, una specie di soffio leggero, fresco, ti rianima e ti svela un altro universo, la vita che desideravi, che cercavi invano, che non credevi più di poter trovare e tutti diventano comparse, perdono i contorni, si smaterializzano di fronte alla manifestazione dei tuoi pensieri, dei tuoi sogni, dentro una forma precisa. Adesso che vedo la foggia, ne assaporo il profumo, mi nutro dei suoi pensieri, accolgo la sua dolcezza, mi commuovo di fronte alla sua fragilità, mi rassicuro nel sentire la sua forza, mi chino di fronte alla potenza del suo pensiero, mi lascio cullare dall’intensità del suo verbo, non distolgo più lo sguardo, perché è mia e bramo custodirla meglio che posso.
Negli assalti della passione, che si irradiano, come calore diffuso in tutti i capillari e coprono ogni terminazione nervosa, sento ogni istante come un momento di vita in più, anziché un attimo sottratto al tempo e sempre mi segue il tuo sguardo che non conosce ombre, che accoglie il guizzo dell’intelletto, pure nei giochi infantili che s’incontrano con la pesantezza di certe giornate e la vampa inesauribile dell’energia che si dona, in una generosità di sentimenti, così rara da trovare. Il freddo è bandito dai territori che bonifichiamo, tutti i giorni, con la pazienza dell’intesa, con la dedizione continua che ingentilisce e poggia su un bilanciamento completo, perché l’equilibrio è il perfetto gioco del desiderio che insegue la purezza, del tumulto che necessita d’essere placato, del discorso amoroso soddisfatto dalle parole e dai gesti. È fondamentale vestire d’unicità la persona che amiamo, è quello il segno che distingue, lo stendardo che si ostenta, tutto quello che facciamo per rendere il nostro amore esclusivo, totalizzante, l’unico possibile.
Le rose erano a disagio.
“Voi siete belle, ma siete vuote”, disse ancora. “Non si può morire per voi. Certamente, un qualsiasi passante crederebbe che la mia rosa vi assomigli, ma lei, lei sola, è più importante di tutte voi, perché è lei che ho innaffiato. Perché è lei che ho messo sotto la campana di vetro. Perché è lei che ho riparato col paravento. Perché su di lei ho ucciso i bruchi (salvo i due o tre per le farfalle). Perché è lei che ho ascoltato lamentarsi o vantarsi, o anche qualche volta tacere.
“Perché è la mia rosa”.
E ritornò dalla volpe.
“Addio”, disse.
“Addio”, disse la volpe. “Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi”.
“L’essenziale è invisibile agli occhi”, ripeté il piccolo principe, per ricordarselo.
“È il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante”.
“È il tempo che ho perduto per la mia rosa…” sussurrò il piccolo principe per ricordarselo.
“Gli uomini hanno dimenticato questa verità. Ma tu non la devi dimenticare. Tu diventi responsabile per sempre di quello che hai addomesticato. Tu sei responsabile della tua rosa…”
“Io sono responsabile della mia rosa…” ripeté il piccolo principe per ricordarselo.
(Antoine de Saint-Exupéry, Il piccolo principe)
Alla mia unica rosa.
Postato alle 21:48 di giovedì, 03 aprile 2008 da dalloway66