(Una femminista ante litteram)
Ildegarda di Bingen può essere inserita in una strettissima minoranza di donne colte in epoca medievale e il cerchio si stringe ancora di più se si aggiungono le altre sue doti, poiché fu musicista, filosofa, scrittrice, poetessa, scienziata…
Si occupò di scienze naturali e scrisse Physica (Storia naturale o libro delle medicine semplici) dove parla di piante, pietre e animali, e Causae et curae (Libro delle cause e dei rimedi o Libro delle medicine composte), una sorta di manuale di medicina e farmacologia. I suoi molteplici interessi la fecero muovere anche in campo musicale e le sue opere sono raccolte in Symphonia harmoniae celestium revelationum (La sinfonia dell’armonia delle celesti rivelazioni), anzi, probabilmente fu anche la prima donna musicista della storia cristiana. Oltre a tutto questo, compose una specie di dizionario, di circa 900 lemmi, in un linguaggio inventato da lei.
Purtroppo il processo di canonizzazione, avviato da papa Gregorio IX, non fu mai portato a compimento, perciò la si definisce ‘Santa’, ma impropriamente, anche se invece il culto prosegue attraverso la congregazione delle Suore di Santa Ildegarda.
Malgrado fosse di salute cagionevole visse fino ad 81 anni, che per l’epoca era un altro record. Fin da bambina ebbe delle visioni che, messe in seguito per iscritto diventeranno il fondamento delle sue teorie. 
All’età di sette anni entrò nel monastero benedettino di Disibodenberg, e fu seguita dalla badessa Giuditta. Ildegarda, si inserì talmente bene ed ebbe tanto carisma, che alla morte della badessa fu chiamata a prenderne il posto. Grazie alla fama che il monastero acquistò in quel periodo, le richieste per accedervi aumentarono notevolmente. Ma Ildegarda voleva separarsi dai fratelli benedettini e trasferirsi altrove. Dopo molte difficoltà riuscì ad ottenere l’autorizzazione dall’abate del monastero e nel 1150 si trasferì in quello di Ruperstberg, vicino a Bingen.
Il rapporto che Ildegarda aveva improntato con Dio, derivava direttamente dall’ideale militare germanico. Quindi il suo ruolo le imponeva non solo scelte radicali, ma anche durezza e grande forza d’animo. Atteggiamento che ebbe modo di mostrare in diverse occasioni, ma in particolare quando contestò Federico Barbarossa a proposito della scelta di quest’ultimo di nominare due antipapi. Ildegarda riteneva di agire per volontà divina e sosteneva di apprenderne il volere attraverso delle visioni, che le indicavano il cammino da percorrere. Questa sua dote la tenne nascosta fino a quando non divenne badessa e ricevette l’ordine di diffondere le visioni direttamente da Dio. Fu allora che iniziò a dedicarsi alla scrittura. La sua prima opera mistica è Scivias (Conosci le vie).
Per fugare ogni sua incertezza, in merito alla divulgazione delle visioni, si rivolse a Bernardo di Chiaravalle che la invitò a continuare. Poi anche il papa Eugenio III approvò i suoi scritti.
Le altre opere sono il Liber vitae meritorum (Libro dei meriti della vita) e il Liber divinorum operum (Libro delle opere divine). Oltre alle idee tradizionali, classiche dell’epoca, inserì anche dei temi personali come, ad esempio, l’importanza della donna nel processo di redenzione.
Ildegarda era convinta che fra l’uomo e l’universo ci fosse un legame indissolubile che li rendeva entrambi parti di una totalità, proponeva perciò una visione olistica, che faceva dipendere la salute o la malattia da un equilibrio o squilibrio tra l’uomo (microcosmo) e l’universo (macrocosmo).
Sosteneva di essere ignorante e di avere appreso tutto ciò che sapeva dalle sue visioni, eppure la notiamo intenta a precorrere i tempi e per essere una donna, a usufruire di grande libertà. Ildegarda fu addirittura autorizzata dal papa a predicare e sfidò continuamente sia la chiesa che l’impero, senza che nessuno si sognasse di bloccare la sua forza dirompente. Oggi, ovviamente, molti ritengono che quello delle visioni fosse un espediente necessario, indispensabile, proprio perché all’epoca le donne colte non occupavano alcuno spazio sociale ed era impensabile che intervenissero su temi tanto importanti.
Postato alle 18:20 di lunedì, 19 novembre 2007 da dalloway66
Lunedì o martedì

Pigro e indifferente, scrollando via lo spazio dalle ali con disinvoltura, sicuro della sua direzione, l’airone passa sopra la chiesa, sotto il cielo. Bianco e lontano, assorto in se stesso, senza posa copre e scopre il cielo, si muove e resta. Un lago? Cancella le sue rive! Una montagna? Oh, perfetta – il sole è oro sulle sue pendici. Ora sparisce, ed ecco le felci, o piume bianche, per sempre, per sempre.
Desiderare il vero, attenderlo, laboriosamente distillare poche parole, sempre desiderare – (si leva un grido a sinistra, un altro a destra. Ruote che tracciano strade divergenti. Omnibus che si ammassano in conflitto) – sempre desiderare – (l’orologio assicura con dodici colpi netti che è mezzogiorno; la luce sparge scaglie d’oro; i bambini sciamano) – sempre desiderare il vero. Rossa è la cupola; monete pendono dagli alberi; su dai comignoli si arrampica il fumo; abbaiare, vociare, un grido “ferro da vendere” – e la verità?
Convergenti verso un punto piedi di uomini e piedi di donne, incrostati di nero o d’oro – (tempo nebbioso – Zucchero? No, grazie – la repubblica del futuro) – il caminetto lancia dardi di luce e arrossa la stanza, ma non le figure scure con i loro occhi lucenti, mentre fuori un carro scarica, Miss Thingummy beve un tè al suo tavolo e la vetrina protegge i mantelli di pelliccia.
Ondeggiante, leggera come una foglia, ammucchiata negli angoli, soffiata tra le ruote, schizzata d’argento, a casa o non a casa, raccolta, sparsa, frantumata in singole scaglie, spazzata su, giù, strappata, affondata, radunata – e la verità?
Ora accanto al fuoco ricordare sulla bianca tavola di marmo. Da abissi di avorio le parole sorgendo spargono la loro nerezza, sbocciano e penetrano. Caduto il libro; nella fiamma, nel fumo, nelle scintille improvvise – o viaggiando, la tavola di marmo sollevata in volo, e al di sotto minareti e mari dell’India, mentre lo spazio corre azzurro e le stelle splendono – la verità? O qui, nella prossimità appagante?
Pigro e indifferente l’airone ritorna; il cielo vela le sue stelle; poi le scopre.
Questo breve racconto di Virginia Woolf fu inserito nella raccolta Monday or Tuesday, curata dall’autrice e pubblicata, nel 1921 dalla Hogarth Press, la casa editrice dei Woolf. In seguito venne inserito nella raccolta A Haunted House and Other Short Stories pubblicata postuma (1944) e curata da Leonard Woolf, che seguì le indicazioni suggerite da Virginia.
La scoperta dell’inconscio da parte di Freud, con il suo attingere nel campo dei sogni, dei ricordi, dell’irrazionalità, influenzerà enormemente la letteratura del Novecento.
La tecnica del flusso di coscienza comporta la descrizione di una realtà interiore attraverso il continuo fluire di pensieri, ricordi, sensazioni, senza che si debba seguire necessariamente un filo logico. Ovviamente anche la struttura sintattica prevede notevoli variazioni rispetto alla narrazione classica. L’uso del monologo interiore esterna tale flusso di coscienza e il personaggio interseca le molteplici sensazioni che si accavallano dentro di sé, con una realtà esterna che le avvia.
Il breve racconto non si avvale di alcuna tecnica narrativa classica, ma fa uso esclusivo proprio del flusso di coscienza. Del personaggio non si sa nulla, non c’è una descrizione fisica, non si sa se sia uomo o donna. Possiamo immaginare che si trovi in prossimità di una finestra, intento a leggere. Sollevando lo sguardo vede volare un airone. L’immagine dell’airone dà il via al flusso di coscienza. I pensieri si susseguono misti alle immagini recepite dalla vista. Il tempo reale (l’orologio assicura con dodici colpi netti che è mezzogiorno) si contrappone all’atemporalità dei pensieri. Dalla strada arrivano voci, suoni, rumori (abbaiare, vociare, un grido “ferro da vendere”); dalla finestra si vede Miss Thingummy intenta a bere il tè, mentre lo sguardo si perde dietro a una foglia sollevata dal movimento d’aria provocato dalle ruote. L’interrogazione interiore parte dal “desiderio del vero” per continuare con una domanda che si ripete: e la verità? Poi i ricordi scavano ancora più in profondità, il tempo si annulla, come la realtà esterna. E il passaggio dell’airone chiude il rincorrersi di pensieri che aveva aperto.
E la verità?
Postato alle 20:32 di venerdì, 06 luglio 2007 da dalloway66
Marguerite Duras e la voce delle parole
Cabourg
Era all’estremità della grande diga di Cabourg verso il porto degli yacht. Sulla spiaggia il bambino faceva volare un aquilone cinese come nell’ÉTÉ ’80. Quel bambino stava fermo dov’era, sempre nello stesso posto. Intorno a lui altri bambini giocavano a pallone. Eravamo piuttosto lontani, sulla terrazza. C’era vento e stava scendendo la sera. Il bambino era sempre fermo, tanto che la sua immobilità ci è sembrata dapprima insopportabile, poi dolorosa. A forza di scrutare, di scrutarlo, di osservare a fondo la sua immagine abbiamo visto di che cosa si trattava. Il bambino aveva tutte e due le gambe paralizzate, magre come stecchi. Qualcuno doveva certo passare a riprenderlo. Già altri bambini se ne stavano andando. Il bambino continuava a giocare con l’aquilone. Qualche volta si dice mi ammazzo, e poi si continua a scrivere. Qualcuno è probabilmente venuto a riprendere il bambino prima che facesse notte. L’aquilone in cielo segnalava il punto in cui si trovava, non ci si poteva sbagliare. (Marguerite Duras, La vita materiale)
I libri di Marguerite Duras sono tutti affascinanti. Quel suo modo di scrivere così crudo, senza fronzoli, essenziale, arriva come un pugno doloroso e crudele. In particolare l’uso prevalente del dialogo (diretto e indiretto), elimina l’onniscienza del narratore, per lasciare spazio ai personaggi, alla loro voce interiore, privilegiando i territori della memoria, dell’odio, dell’amore, della morte, del desiderio, della violenza. E insieme all’autorità, il dialogo distrugge anche ogni sicurezza, fa sentire la necessità della parola comunicativa, ma si muove sul terreno dell’incertezza e delle contraddizioni irrisolte.
Jean-Louis Arnaud ha detto: «Duras ne maîtrise qu'une seule chose : l'écriture et ce « bruit » très particulier que font les mots lorsqu'elle les assemble. N'est-ce pas déjà beaucoup ? Tout ce qu'elle sent, elle l'écrit en enfilant les syllabes comme un artiste des perles. C'est avec l'oreille, plus encore qu'avec les yeux, qu'il faut lire ses livres ou voir ses films.»(Duras domina soltanto una cosa : la scrittura e quel « rumore » molto particolare che fanno le parole quando lei le riunisce. Non è già abbastanza? Tutto ciò che sente, lo scrive, infilando le sillabe come un artista le perle. È con l’orecchio, più ancora che con gli occhi, che bisogna leggere i suoi libri o vedere i suoi film.)
La scrittura della Duras è infatti anche musica, grazie alle ripetizioni, alle pause, e al sapiente uso delle parole che compongono melodie in prosa. I suoi libri si possono leggere o ascoltare. "S’il n'y a pas la musique dans les livres, Il n'y a pas de livres" (se non c’è la musica nei libri, i libri non esistono.) dice Marguerite Duras.
La natura provocatrice di questa scrittrice l’ha sempre posta al centro di numerose polemiche, fra chi la ama e chi la odia, chi la incensa e chi la biasima. La Duras si è dedicata a molti generi, oltre ai romanzi, ha anche scritto per il teatro e per il cinema e si è occupata di giornalismo.
L’infanzia dell’autrice certamente ha influenzato gli aspetti più crudi della sua arte. La mancanza d’amore da parte della madre, il sapere di non essere stata desiderata l’hanno incattivita e inevitabilmente condotta lungo la strada della solitudine, impossibilitata a nutrire fiducia nel prossimo. E proprio la madre è una figura centrale nella sua opera, quasi a volere riscattare la sua assenza, la invoca, cercando, attraverso la scrittura, la sua approvazione, il suo amore. Ma è un sentimento altalenante perché pur amandola, la detesta, la rispetta e la denigra.
«Nelle sue crisi mi si butta addosso, mi rinchiude in camera, mi dà pugni, schiaffi, mi spoglia, mi si avvicina, mi annusa, annusa la biancheria, dice di sentire l’odore dell’uomo cinese, guarda perfino se c’è qualche macchia sospetta e urla, da farsi sentire in tutta la città, che sua figlia è una prostituta, che lei la sbatterà fuori di casa, che vorrebbe vederla crepare, che nessuno la vorrà più, che è disonorata, che è peggio di una cagna. Piange chiedendosi che cosa può farne, se non cacciarla di casa perché non appesti tutto.» (Marguerite Duras, L’amante)
La Duras non si è mai nascosta dietro alcuno schermo, ha sempre fatto affidamento sulla sua forte personalità e libertà d’azione e di pensiero, anche vivendo la sua sessualità totalmente, senza seguire i limiti imposti dalla moralità borghese, cosa che all’epoca era ancora poco comune per una donna. E la donna ha infatti un ruolo fondamentale nei suoi romanzi, e anche gli uomini mostrano chiaramente i loro lati femminili, carichi di fragilità e sentimenti contraddittori, lo stereotipo del maschio che esalta la propria virilità, non esiste nei suoi libri.
«Ho dimenticato le parole per dirtelo. Le sapevo e le ho dimenticate, e ora ti parlo nell’oblio di quelle parole. Contrariamente a tutte le apparenze non sono una donna che si abbandona corpo e anima all’amore di un solo essere, fosse pure colui che le è più caro al mondo. Sono una persona infedele. Vorrei tanto ricordare le parole che avevo messo da parte per dirti questo. Ma ecco che qualcuna mi torna in mente. Volevo dirti quello che penso, e cioè che bisogna sempre conservare per se stessi, ecco che ritrovo le parole, un posto, una sorta di luogo personale, sì, per esservi soli e per amare. Per amare non si sa cosa, né chi, né come, né per quanto tempo. Per amare, ecco che all’improvviso tutte le parole mi ritornano in mente… per conservare dentro di sé lo spazio di un’attesa, non si sa mai, l’attesa di un amore, di un amore forse ancora senza oggetto, ma di questo e solo di questo, dell’amore. Volevo dirti che eri questa attesa. Sei diventato, tu solo, l’aspetto esteriore della mia vita, quello che io non vedo mai, e resterai così, in questo stato di sconosciuto da me quale sei diventato, fino alla mia morte. Non rispondermi mai. Non conservare alcuna speranza di vedermi, te ne prego. Emily L.» (Marguerite Duras, Emily L.)
Difficile separare la vita dalla scrittura, nella Duras, entrambe si fondono per realizzare una costruzione che oltrepassa i confini della letteratura per insinuarsi nella vita di tutti noi. Per alcuni la scrittura è una necessità, per tutti la difficoltà sta nel dolore, nel terrore del ‘dire’, la parola che svela, che ci rivela al mondo e a noi stessi è paura della verità, della scoperta di ciò che si è o che non si è.
«La storia della mia vita non esiste. Proprio non esiste. Non c’è mai un centro, non c’è un percorso, una linea. Ci sono vaste zone dove sembra che ci fosse qualcuno, ma non è vero, non c’era nessuno.» (Marguerite Duras, L’amante)
Postato alle 09:04 di domenica, 10 giugno 2007 da dalloway66
CRISTINA CAMPO (1923-1977)
Cristina Campo è stata una figura molto importante per la poesia e la letteratura italiana contemporanea, con la sua intelligenza fuori dal comune, rifiutò ogni sguardo superficiale
e si concentrò sulla perfezione, nella scrittura, senza preoccuparsi mai delle esigenze di mercato.
Cristina Campo è lo pseudonimo utilizzato dalla scrittrice Vittoria Guerrini. Nata a Bologna nel 1923, a causa di un’affezione cardiaca non frequentò le scuole pubbliche e studiò in privato. Scrisse poesie, saggi, epistolari, fiabe e si dedicò alla traduzione di grandi della letteratura quali, Virginia Woolf, Katherine Mansfield, John Donne e tanti altri. Nel tradurre, Cristina Campo si immedesimava totalmente con l’autore e il lavoro che creava era frutto di questa simbiosi. La traduzione era per lei quasi un gesto sacro e con essa cercava di far rivivere le emozioni e i sentimenti che avevano generato quella data opera, trasponendoli in un’altra lingua. Purtroppo Il libro delle ottanta poetesse, una raccolta della quale la Campo si era occupata e che doveva comprendere anche alcune sue traduzioni, non fu mai pubblicato perché il manoscritto andò perduto.
Era una donna schiva, solitaria, tanto che di sé diceva «scrisse poco e vorrebbe aver scritto ancora meno», tuttavia la sua cerchia di amicizie e frequentazioni, comprendeva grandi personaggi della cultura, i germanisti Gabriella Bemporad e Leone Traverso, la curatrice delle sue opere Margherita Pieracci, lo scrittore Alessandro Spina, che indicherà nelle epistole come l’amico “lontano”, perché viveva in Africa, l’editore Vanni Scheiwiller, gli amici Mario Luzi e Maria Luisa Spaziani e anche Corrado Alvaro, Roberto Calasso, Piero Citati e tanti altri ancora. Con Anna Banti, che dirigeva la rivista Paragone, alla quale la Campo collaborava, ebbe invece un rapporto molto conflittuale.
Nel 1956 pubblicò Passo d’addio e nel 1958 Il fiore è il nostro segno, una raccolta di poesie di Williams, nel 1959 un saggio su Simone Weil e nel 1967 il volume di saggi Fiaba e mistero. All’inizio degli anni ’60 incontra Elémire Zolla, studioso delle culture orientali, con il quale inizierà un sodalizio importante, che la condurrà verso l’universo sacro. Nell’ultima parte della sua esistenza si concentrò appunto sulle tematiche religiose, prediligendo i riti bizantini in quanto più vicini, a suo parere, al cristianesimo.
Muore a Roma nel 1977 a 54 anni.
Il saggio Gli Imperdonabili è costruito a più riprese ed esteso nel corso del tempo, inizia con Fiaba e mistero (1962), continua con Il flauto e il tappeto (1971) e si conclude con Gli Imperdonabili, pubblicato postumo (1987). Nella prima tappa, al centro troviamo la fiaba, a partire dalla quale si snodano i compositi piani di lettura che caratterizzano la scrittura della Campo, che fa riferimento non soltanto alla letteratura, ma anche alla musica, alle immagini, alla pittura.
Poi con le aggiunte della seconda pubblicazione possiamo notare l’influenza della scrittrice Simone Weil, fino a giungere alla narrazione mistica della terza fase, influenzata parecchio da Zolla.
Campo associa le avventure e gli ostacoli che i personaggi delle fiabe devono superare, alle difficoltà che gli uomini incontrano lungo il corso dell’esistenza, superando le quali ognuno giunge ad una nuova percezione di sé.
Nella sua produzione poetica si individua ancora di più la tendenza al misticismo, la poesia è una specie di rito sacro e le parole diventano preghiera.
Il volume La Tigre Assenza, opera in versi, unisce la voce di Cristina Campo a quella di altre voci di donne, che hanno subito il dolore di una perdita. La poesia che dà il titolo alla raccolta, è stata scritta per la morte dei genitori.
Ahi che la Tigre,
la Tigre Assenza,
o amati,
ha tutto divorato
di questo volto rivolto
a voi! La bocca sola
pura
prega ancora
voi: di pregare ancora
perché la Tigre,
la Tigre assenza,
o amati,
non divori la bocca
e la preghiera…
Nel volume, oltre ai testi della Campo, si trovano le traduzioni dei poeti che lei prediligeva, come la Dickinson, Eliot, Rossetti…
Con il suo linguaggio sostanziale e la sua continua ricerca della bellezza e della perfezione Cristina Campo si occupò della scrittura con dedizione e disciplina, percorrendo vari generi letterari senza mai scostarsi da una scrittura elegante e raffinata.
Quella che segue è una lettera che la Campo scrisse alla sua amica Matizia Lumbroso Maroni, scrittrice e presidentessa della Fondazione Basso:
Cara Matizia, calcolavo di finire prima il mio corpo a corpo serale con Virginia, ma sono quasi le due di notte, adesso. Ho calcolato di aver tradotto la metà circa del libro; e se si pensa alle condizioni in cui l'ho fatto è davvero abbastanza. Quanto l'ho odiata, dapprincipio, la vecchia V.! E invece ora penso: che avrei fatto senza di lei?
Stasera, dopo averti parlato, mandai al cinema i ragazzi e mi misi ad aspettare la lettura di Albertazzi alla TV; la sola trasmissione che veda volentieri, la sola cosa fatta alla perfezione. Aspettai fin quasi alle 11 e poi quella trasmissione non c'era, e non avevo voglia di tornare nella mia stanza (dopo aver già lavorato dalle 5 alle 8); e così finii ad un'asta (è già la seconda volta), dove ricaddi nel morboso interesse, nei sogni malsani, su chi avrà portato qui la zuccheriera inglese che vale 18.000 e la vendono per 3; e perché quell'omino con baffetti, nell'angolo, si ostina a battersi per avere il più brutto pezzo della serata – una fortuna bendata in bronzo nero, sinistra come una Medusa – superstizione, suppongo? In compenso ho imparato che esiste una legge Mossadeg grazie alla quale non si può esportare dalla Persia nessun tappeto tessuto prima del 1927. E che la pietra saponaria è un ciottolo cinese che sta sott'acqua; ricoperto di una materia morbida come sapone, ma che al contatto dell'aria diventa dura come la giada; cosicché va lavorata sott'acqua. (Pensavo con un certo refrigerio ai cinesini intenti a incidere sott'acqua questo piccolo pescatore – che il pubblico ignorava, s'intende – ; d'altra parte mi sembra poco probabile che gente abituata a incidere la giada si spaventi per la pietra saponaria indurita). Ho anche imparato molte cose sullo smalto cobalto; sulla lavorazione del vetro in ossido di piombo e sulle fabbriche Efelbein, Rosenthal, e altre che ora mi sfuggono.
Poi sono ritornata a casa e ho lavorato – proprio un attimo prima di chiedermi se è possibile buttar via così la propria giovinezza (o quel che di essa rimane), con tutto il mondo che palpita là fuori – un mondo, oltre tutto, così minacciato e prezioso... C'è Baalbeck e Palmyra, e io faccio studi sullo smalto cobalto... Ma sono pensieri che evito facilmente – la mia vita (e non solo la mia) l'ho già massacrata abbastanza nel passato – quando credevo di possederla. (Tu non badare a queste ruminazioni un po' assonnate. È il genere di ragionamenti che si fanno con una persona che ci ha visti bambini, quando per combinazione si dorme insieme, e si parla un po' a casa, spazzolandosi i capelli. Spero che domattina avrai tutto dimenticato). Quando finisce la visita dei tuoi amici angosciosi? Non mi va saperti in giro con loro, in un periodo che non stai bene.
Buonanotte, per ora, dalla Pisana
Opere di Cristina Campo
Passo d’addio (1956 Scheiwiller)
Il fiore è il nostro segno (1958 Scheiwiller)
Fiaba e mistero (1952 Vallecchi)
L’Iliade ovvero il poema della forza, traduzione all’interno di Grecia e le intuizioni pre-cristiane (1967 Borla)
Il flauto e il tappeto (1971 Rusconi)
Pubblicati postumi:
Gli imperdonabili (1987 Adelphi)
Lettere a un amico lontano (1982 Scheiwiller)
La tigre Assenza (1991 Adelphi)
Sotto falso nome (1998 Adelphi)
Una biografia di Cristina Campo è Belinda e il mostro. Vita segreta di Cristina Campo. Di Cristina de Stefano (2002 Adelphi)
Postato alle 15:58 di giovedì, 03 maggio 2007 da dalloway66
MADAME DE LA FAYETTE (Paris 1634-Paris 1693)
Marie-Madeleine Pioche de la Vergne è nata a Parigi nel 1634, in una famiglia di media nobiltà, ma ricca, a ventidue anni sposa il conte de La Fayette, vedovo e più grande di lei di 18 anni. Il marito soggiornerà la maggior parte del tempo nel castello che possiede in Auvergne, mentre lei tornerà sempre più spesso a Parigi, fino a trasferirsi definitivamente in città nel 1659. Nel 1662 viene pubblicato, anonimo, La Princesse de Montpensier, un racconto storico. Dal 1665 al 1680 stringerà una forte amicizia con La Rochefoucauld, che la introdurrà negli ambienti dell'elite letteraria. Nel 1669 viene pubblicato il primo volume di Zayde, con la firma di Segrais, uno dei suoi amici letterati, mentre il secondo volume comparirà nel 1671. Il suo romanzo più famoso è La Princesse de Clèves, che sarà pubblicato anonimo nel 1678 e otterrà un enorme successo. Dopo la morte di La Rochefoucauld (1680) e del marito (1683) madame de La Fayette si ritira dalla vita mondana e muore nel 1693. Tre opere sono state pubblicate postume: La Comtesse de Tende (1718), Histoire d’Henriette d’Angleterre (1720), Mémoires de la cour de France (1731).
Una delle innovazioni di Mme de La Fayette, nel romanzo, riguarda la confessione dell’adulterio da parte della protagonista al marito, argomento che nel XVII secolo era quasi un tabù. Nel XVII secolo scrivere non era un’attività ben vista dalla buona società, per questo il romanzo fu pubblicato anonimo e in più Mme de La Fayette negò sempre di esserne l’autrice. Il suo nome comparirà sulla copertina solo nel 1780.
Il romanzo si svolge nel 1558 alla corte del re Enrico II. La signorina de Chartres, allevata secondo rigidi principi morali, incontra il Principe de Clèves che s’innamora di lei a prima vista. Inesperta in fatto di amore Mlle de Chartres accetta di sposarlo senza esserne però innamorata. Mme de Clèves incontra, a corte, il duca di Nemours e tra i due nasce immediatamente un amore corrisposto. Per sfuggire a questo amore Mme de Clèves decide di ritirarsi in campagna, mentre il marito resta a Parigi. Rientrata a Parigi Mme de Clèves si rende conto che i suoi sentimenti per Nemours non sono cambiati. Un giorno Nemours, ruba, visto da Mme de Clèves, un ritratto di quest’ultima. Lui si accorge di essere stato scoperto, ma il silenzio della donna gli offre la conferma che anche lei lo ama. Mme de Clèves, ancora turbata dai sentimenti che prova decide di ritornare in campagna, ma il marito non comprende i motivi di tale comportamento. Allora la princesse gli confessa di amare un altro e che per mantenersi pura e degna del marito è costretta a lasciare la corte. Nemours assiste, nascosto, alla confessione. Mme de Clèves si ritira nuovamente in campagna. Nemours la segue, ma è a sua volta spiato da un uomo incaricato dal principe. L’uomo informa il principe della presenza del duca nel luogo in cui risiede la moglie, Clèves allora si convince di essere stato tradito e muore per il grande dispiacere. I sensi di colpa divorano la princesse, che pur essendo ormai libera, decide di non dare seguito alla sua passione, così allontana definitivamente Nemours e si esilia nei Pirenei, dove morirà di una malattia originata dal languore.
Anche negli altri romanzi, Madame de La Fayette propone delle eroine che hanno dei sensi di colpa nei confronti dei loro mariti. A quell’epoca i rapporti tra uomini e donne seguivano un codice che non era possibile trasgredire. Ed era impensabile per una donna confessare di essere innamorata di un uomo senza disonorarsi, lo stesso valeva per l’uomo che non poteva dichiarare il proprio amore senza infangare l’onore dell’amata. È molto difficile per il lettore moderno comprendere la logica che muove questi personaggi, infatti non si tratta di motivazioni stabilite dal sentimento religioso o dagli impulsi della coscienza bensì degli insegnamenti dettati dalla ragione e dall’onore. I lettori contemporanei di Mme de La Fayette non capirono il valore della scena della confessione, anzi la giudicarono inverosimile e assurda, dando luogo ad una vera e propria “querelle”. L’autore fu accusato di aver voluto a tutti i costi introdurre un tocco di originalità a dispetto del buonsenso e poi la scena era inverosimile sia perché sarebbe stato scorretto, da un punto di vista morale, turbare il marito con una simile confessione e sia perché Nemours si trovava proprio lì in quel momento. La Princesse de Clèves fu il primo romanzo francese ad usufruire di un’autentica campagna stampa. Donneau de Visé, il fondatore del Mercure Galant, voleva risollevare le sorti del proprio periodico, che ormai era costretto al silenzio da due anni, rilanciandolo. Fra le altre iniziative Donneau aveva invitato i lettori a partecipare attivamente alla rivista ponendo loro dei quesiti e pubblicando le risposte migliori. Con la domanda sull’opportunità o meno della confessione al marito, ci furono otto mesi di dibattito. Il successo del romanzo tra il pubblico alimentò il successo delle discussioni pubblicate sulla rivista, che a loro volta alimentarono ulteriormente il successo del romanzo.
Ma ecco la famosa scena dell’aveu, della confessione, che ha suscitato tanto clamore:
[…] e, dopo essersi difesa in un modo che aumentava sempre più la curiosità di suo marito, rimase in profondo silenzio, gli occhi bassi; poi, all’improvviso prendendo la parola e guardandolo: Non costringetemi, gli disse, a confessarvi una cosa che non ho la forza di confessarvi, benché ne abbia avuto più volte l’intenzione. Pensate soltanto che la prudenza non vuole che una donna della mia età e padrona della propria condotta, rimanga esposta al centro della corte.
Cosa mi fate intuire, signora, gridò il signor de Clèves. Non oso dirlo per paura di offendervi.
La signora de Clèves non rispose; e il suo silenzio confermò i pensieri del marito:
Voi non mi dite nulla, riprese lui, e ciò mi dice che non mi sbagliavo.
Ebbene signore, gli rispose gettandosi ai suoi piedi, sto per farvi una confessione che non è mai stata fatta al proprio marito; ma l’innocenza della mia condotta e delle mie intenzioni me ne dà la forza. È vero che ho dei motivi per allontanarmi dalla corte e che voglio evitare i pericoli in cui si trovano a volte le persone della mia età. Io non ho mai mostrato alcun segno di debolezza ed io non avrei timore di lasciarne trasparire se voi mi lasciaste la libertà di ritirarmi dalla corte o se avessi ancora la signora de Chartres ad aiutarmi a comportarmi bene. Per quanto pericolosa possa essere la decisione che ho preso, lo faccio con gioia per mantenermi degna di essere vostra. Io vi chiedo mille volte scusa, se provo dei sentimenti che vi causano sofferenza, tuttavia le mie azioni non vi causeranno mai dispiacere. Pensate che per fare ciò che sto facendo occorre avere un’amicizia e una stima per il proprio marito che non si è mai vista; guidatemi, abbiate pietà di me e amatemi ancora se lo potete.
Il signor de Clèves era rimasto, durante tutto il discorso, con la testa appoggiata sulle mani, fuori di sé, e non aveva pensato di fare rialzare la moglie. Quando smise di parlare e le lanciò uno sguardo e la vide ai suoi piedi, il viso coperto di lacrime e di una bellezza straordinaria, pensò di morire di dolore e abbracciandola mentre la sollevava: Abbiate pietà di me anche voi, signora, le disse, io ne sono degno; e perdonatemi se, nei primi momenti di una sofferenza così violenta, com’è la mia, non rispondo come dovrei, a un comportamento come il vostro. Voi mi sembrate più degna di stima e ammirazione di tutte le donne del mondo; ma io sono l’uomo più infelice che sia mai esistito. Voi avete suscitato in me la passione fin dal primo momento in cui vi ho vista; il vostro rigore e il vostro possesso non hanno potuto spegnerla: essa dura ancora; io non sono stato capace di darvi l’amore, e vedo che voi temete di provarne per un altro uomo. E chi è, signora, quest’uomo fortunato che vi dà questo timore? Da quando vi piace? Cosa ha fatto per piacervi? Quale sentiero ha scovato per raggiungere il vostro cuore?
Postato alle 12:15 di martedì, 10 aprile 2007 da dalloway66
MARCELINE DESBORDES-VALMORE (Douai 1786- Paris 1859)
Les femmes, je le vois, ne doivent pas écrire, j’écris pourtant…
Marceline Desbordes-Valmore è stata un’artista importantissima per la letteratura dell’Ottocento, tuttavia ha avuto solo un ruolo secondario in quanto donna.
La sua esistenza fu disseminata di sofferenza e perdite, ma le dolorose esperienze della vita reale ne hanno reso i versi e la prosa ancora più profondi. Dei suoi cinque figli, soltanto uno le sopravvivrà.
Figlia di un pittore di blasoni , caduto in disgrazia a causa della Rivoluzione, rimasta presto orfana, ha conosciuto la miseria e la fame. Diventata attrice e cantante a soli sedici anni, durante uno spettacolo incontra un attore di second’ordine, Prosper Lanchantin detto Valmore, e lo sposa nel 1817 , anche se il vero amore della sua vita fu Henri de Latouche.
Marceline non ha scritto soltanto poesie, ma anche racconti, romanzi e più di tremila lettere, ha ispirato grandi autori come Hugo, Rimbaud, Mallarmé, Verlaine, è stata elogiata da Baudelaire, ha inventato il verso libero, è stata la prima ad utilizzare il verso dispari e ad occuparsi della sonorità delle parole, a fare uso della sinestesia. Paradossalmente proprio il suo essere donna e quindi il fatto di essere presa poco sul serio, le ha permesso di “osare” di più, di sperimentare.
La sua poesia è elegiaca ed epica, ma anche politica, nei suoi testi parla sì dell’amore e del dolore, ma anche dei poveri, degli handicappati, dei prigionieri politici, e anche di spiritualità, in sostanza ci troviamo di fronte ad una libera pensatrice.
Nonostante tutto, purtroppo la strada per la riabilitazione e la conoscenza di un personaggio tanto composito sembra ancora lunga e molti continuano ad ignorarla.
Una delle sue poesie più famose è “Les roses de Saadi”:
J'ai voulu ce matin te rapporter des roses ;
Mais j'en avais tant pris dans mes ceintures closes
Que les nœuds trop serrés n'ont pu les contenir.
Les nœuds ont éclaté. Les roses envolées
Dans le vent, à la mer s'en sont toutes allées.
Elles ont suivi l'eau pour ne plus revenir ;
La vague en a paru rouge et comme enflammée.
Ce soir, ma robe encore en est tout embaumée...
Respires-en sur moi l'odorant souvenir.
(poésies inédites, 1860)
Le immagini, i suoni e gli odori si mescolano in perfetta simbiosi e a noi non resta che chiudere gli occhi per mantenere il più a lungo possibile la magia e il profumo che queste parole emanano.
Opere dell'autrice :
Racconti :
Album du Jeune Age (1830)
Contes en vers pour les Enfants (1840)
Contes en prose (1840)
Livre des Mères et des Enfants (1840)
Anges de la Famille (1849)
Jeunes Têtes et Jeunes Coeurs (1855)
Contes et Scènes de la Vie de Famille (1865)
Salon de Lady Betty (1836)
Domenica (nouvelle, 1843)
Huit Femmes (1845)
Raccolte di poesie :
Élégies, Marie et Romances (1819)
Poésies (1820)
Les Veillées des Antilles (1821)
Poésies (1822)
Élégies et Poésies nouvelles (1825)
Poésies (1830)
Les Pleurs (1833)
Pauvres Fleurs (1839)
Bouquets et Prières (1843)
Poésies inédites (1860)
Poésies de l'Enfance (1868)
Poésies en Patois (1896)
Romanzi :
Une Raillerie de l'Amour (1833)
L'Atelier d'un Peintre (1833)
Violette (roman, 1839)
Postato alle 11:55 di sabato, 31 marzo 2007 da dalloway66
VIRGINIA WOOLF, Una stanza tutta per sé (1929)
Sembra quasi incredibile, oggi, affermare che, fino alla Prima Guerra Mondiale, in Europa le donne erano considerate intellettualmente inferiori agli uomini e che molti diritti erano loro negati, tra i quali anche la possibilità di studiare e di scrivere. Eppure, leggendo le pagine di questo saggio della Woolf, un po’ tutte ci ritroviamo, in una frase o in un’immagine o in un ricordo perché, malgrado i numerosi anni trascorsi dall’epoca in cui è stato scritto, quando dietro l’atto della scrittura c’è una grande mente, ciò che si scrive è sempre attuale.
Nel 1928 Virginia Woolf è invitata a tenere due conferenze nei college femminili di Girton e Newnham, sulle “donne e il romanzo”. Le riflessioni che la preparazione delle conferenze le provocano, la portano all’amara considerazione che tutto un mondo era stato costretto al silenzio e all’esclusione da una cultura maschilista prevaricante e che per una donna, il solo modo per poter scrivere era appunto di avere una stanza tutta per sé e una certa indipendenza economica.
«Ma insomma, potreste dire, ti avevamo chiesto di parlarci delle donne e il romanzo – cosa ha a che fare, questo, con una stanza tutta per sé? Tenterò di spiegarmi. Quando mi avete chiesto di parlarvi delle donne e il romanzo, sono andata a sedere sulla sponda di un fiume e ho cominciato a chiedermi che cosa volessero significare quelle parole. Avrebbero potuto semplicemente voler dire offrirvi alcune osservazioni su Fanny Burney; alcune altre su Jane Austen; un omaggio alle sorelle Brontë, con un ritratto della canonica di Haworth coperta di neve; forse alcune battute di spirito su Miss Mitford; una allusione rispettosa a George Eliot; un riferimento a Mrs Gaskell e me la sarei cavata. Ma a una riflessione più attenta, quelle parole non sembravano poi così ovvie. Il titolo «Donne e romanzo» poteva significare –ed è possibile che così lo abbiate inteso- le donne e ciò che esse sono; oppure le donne e i romanzi che scrivono; o ancora, le donne e i romanzi dei quali sono protagoniste; o potevate lasciare intendere che le tre cose sono in certo modo inestricabilmente congiunte e voi volete che io le veda sotto quella luce. Ma quando mi sono messa a considerare l’argomento da quest’ultimo punto di vista, che sembrava il più interessante, ho dovuto presto rendermi conto del fatto che esso portava con sé un fatale risvolto negativo. Non sarei mai riuscita a raggiungere una conclusione. Non sarei mai stata in grado di adempiere quello che è –ne sono certa- il dovere primo di un conferenziere, e cioè consegnarvi, dopo un’ora di parole, un nocciolo di verità pura da serbare ripiegato tra le pagine del vostro quaderno d’appunti o da custodire per sempre sulla mensola del caminetto. La sola cosa che potevo fare era offrirvi un’opinione su un aspetto minore di questo argomento: se vuole scrivere romanzi una donna deve avere del denaro e una stanza tutta per sé.»
Virginia Woolf inizia il suo studio alla ricerca della verità al British Museum, dove era ospitata la Biblioteca Nazionale inglese. Ed ecco cosa scopre:
«Avete idea di quanti libri sulle donne si scrivono nel corso di un anno? E avete idea di quanti fra questi sono scritti da uomini? Vi rendete conto di essere, forse, l’animale più discusso dell’universo? […] Le donne non scrivono libri sugli uomini, evidenza che non potevo fare a meno di accogliere con sollievo, perché se avessi dovuto prima leggere tutto quello che gli uomini hanno scritto sulle donne e poi quello che le donne hanno scritto sugli uomini, l’aloe, che fiorisce una volta ogni cent’anni, sarebbe fiorito due volte prima che io fossi riuscita a poggiare la penna sul foglio.»
Man mano che procede nella ricerca la Woolf non può fare a meno di notare come l’Inghilterra fosse governata da un regime patriarcale e che l’unico ruolo socialmente riconosciuto alla donna era quello di moglie e di madre. Emblematico il titolo di un’opera che trova, tra le tante, all’interno della Biblioteca: Dell’inferiorità mentale, morale e fisica del sesso femminile.
«Poteva darsi che quando il professore insisteva un po’ troppo enfaticamente sull’inferiorità delle donne, egli non fosse preoccupato tanto della loro inferiorità, quanto della propria superiorità. Era quella che egli proteggeva alquanto impulsivamente e con troppa enfasi, poiché essa rappresentava per lui un gioiello senza prezzo. […] Privi di fiducia in noi stessi siamo come neonati nella culla. E allora come possiamo fare a generare, nel più breve tempo possibile, questa qualità imponderabile e al tempo stesso così inestimabile? Pensando che gli altri sono inferiori a noi. Sentendo di possedere qualche forma innata di superiorità –che si tratti di ricchezza o di rango sociale, di un naso dritto o del ritratto di un nonno a firma di Romney- perché non c’è fine ai patetici stratagemmi della fantasia umana. Da qui deriva, per un patriarca che è costretto a conquistare, che è costretto a governare, l’enorme importanza di sentire che moltissime persone, addirittura metà della razza umana, sono per natura inferiori a lui.»
[continua]
I brani sono tratti da Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé, 2004, Einaudi Tascabili-Serie Bilingue
Postato alle 15:24 di sabato, 24 marzo 2007 da dalloway66