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self-portraitDora Carrington (1893-1932) fu un’artista che partecipò al Bloomsbury Group, che amò e fu amata sia dagli uomini che dalle donne, che provò a fare dei propri sentimenti un disegno per la vita e per questo, inevitabilmente, rimase delusa.
Nel 1915 incontrò lo scrittore Lytton Strachey, di lui si innamorò perdutamente, malgrado egli fosse omosessuale e questo amore durò per tutta la vita, anche se lui non poté mai completarla come lei desiderava.
Carrington dipingeva solo per il piacere di dipingere, tanto che spesso neanche firmava i suoi quadri e raramente esponeva. Nel 1917, andò a vivere insieme a Lytton ad Ham Spray e a lui dedicò la propria esistenza, sacrificandogli non solo il proprio talento d’artista, ma arrivando addirittura a sposare Ralph Partridge solo perché lui se ne era infatuato. Nel 1932 Strachey morì a causa di un tumore allo stomaco e Carrington, non potendo sopportare il dolore si uccise, con un fucile, due mesi dopo, anche se aveva già tentato di togliersi la vita, prima che Lytton morisse.
 
«Poi Lytton morì e fu chiaro a tutti che Carrington non poteva vivere. E riprovò a morire e ci riuscì qualche mese dopo. Aveva ricopiato nel suo diario un paragrafo del «Saggio sul suicidio» di Hume che spiegava, almeno a lei, le ragioni del suo gesto. La rassicurava che chi decida di togliersi la vita “non fa danni alla società” smette soltanto di fare il bene; “ma nessuno è tenuto a fare un piccolo bene alla società a costo di un grande male a se stesso”»
(Nadia Fusini, Possiedo la mia anima)
 
Credo che a chi decida di suicidarsi non importi poi granché della società, a menoNPGAx141540 che non si tratti di un gesto plateale, a scopo dimostrativo. La frase che l’avrà colpita sarà stata piuttosto quella del non fare troppo male a se stessi rimanendo in vita. La morte dell’uomo che amava aveva reso la sua esistenza insopportabile, e l’assenza aveva creato un vuoto devastante dentro di sé.
Amore, morte, arte, malattia, ossessione.
Un malato che vorrebbe vivere, una donna sana e di talento che decide di morire. La malattia che dispone per entrambi. La malattia può diventare ossessione come nel film Il ventre dell’architetto (1987) di Peter Greenaway, ambientato a Roma, dove il protagonista scopre di avere un tumore allo stomaco e inizia a fotografare il ventre delle statue di Augusto per confrontarlo con il proprio. Il susseguirsi delle immagini diventa ricorrente, eccessivo, bizzarro e del resto, cosa c’è di più grottesco di una malattia incurabile? Essa è l’esatto contrario del suicidio, è la morte imposta, con le sue pause che ti danno tutto il tempo per pensare che stai morendo, con il decadimento fisico lento, belly_of_an_architectche ti provoca dipendenza dagli altri, che ti toglie la dignità di essere vivente e ti riduce a oggetto e che perciò è inaccettabile. Mentre il suicidio è un attimo, è la tua decisione insindacabile, l’interruzione volontaria, la fine del viaggio.
 
Wais Sabatini ha pubblicato, parecchi anni fa, un Manuale per non suicidarsi, in esso descrive tutte le tecniche possibili per togliersi la vita, elenca l’occorrente, i tempi, gli effetti, inserisce alcuni cenni storici e anche i nomi di gente nota che ha usato un metodo o un altro. L’intento è quello ovviamente di scoraggiare chicchessia dal compiere tale gesto, inserendo dei particolari o delle frasi che sembrano buttati lì per caso, ma che invece giovano appunto da deterrente:
 
CIANURO
Materiale occorrente: cianuro.
 
Il cianuro è un veleno micidiale e istantaneo, ma di difficilissimo reperimento. Chi aspiri al suicidio non aspetti di trovare del cianuro per attuarlo, altrimenti non si suiciderà mai.
Generalmente il cianuro è utilizzato, sotto forma di piccole pasticche, da spie e attentatori al momento dell’arresto. E anche da gerarchi “finiti” o da leader politici e affaristi in disgrazia.
Era in auge, date le categorie, soprattutto in passato. Ai nostri giorni viene usato in misura minore. Controindicazione: non sempre il cianuro fa effetto; se scaduto o avariato non provoca assolutamente la morte.
 

Carrington si suicida, Strachey muore di cancro, l’architetto non vuole soccombere alla morte data dalla malattia e sceglie quella volontaria gettandosi nel vuoto. In questo intricato percorso si inserisce l’arte, essa rende insignificanti gli affanni degli uomini e sublima le loro opere. Ogni vita, ogni amore, ogni sofferenza si annulla di fronte alla grandiosità della creazione artistica. I quadri di Carrington le sopravvivono, gli scritti di Strachey possiamo leggerli, le statue di Augusto fanno ancora parte della città ‘eterna’. Nulla è più effimero dei sentimenti.strachey

Lytton Strachey dipinto da Carrington




Postato alle 16:19 di martedì, 27 novembre 2007 da dalloway66
Nel periodo tra le due guerre mondiali due donne hanno avuto un ruolo estremamente importante per la vita letteraria dell’epoca: Adrienne Monnier e Sylvia Beach.
Il loro contributo in ambito culturale, nel fermento degli anni ’20 e anche dopo, ha un valore inestimabile, ma come spesso accade la notorietà non le ha ricambiate e molti, nel sentirne semplicemente i nomi, non sanno collegare né un volto, né una storia a nessuna delle due.
 
monnierAdrienne Monnier (1892-1955) avviò nel 1915, in rue de l’Odéon a Parigi, La Maison des Amis des Livres una libreria-biblioteca-casa editrice che diventò luogo d’incontro di tutta l’avanguardia letteraria. L’idea era quella di dare voce agli scrittori contemporanei, che potevano utilizzare la libreria per leggere le loro opere. Ma si trattava anche di una sorta di biblioteca, ci si poteva infatti iscrivere e prendere i libri in prestito. Inoltre venivano organizzate serate musicali (fu lì che Satie propose per la prima volta parte del suo Socrate), dibattiti culturali, esposizioni, presentazioni, conferenze.
Sylvia Beach (1887-1962), americana espatriata a Parigi, aprì Shakespeare & Co, in un primo momento in rue Dupuytren (1919), per poi trasferirsi anche leibeach1 in rue de l’Odéon (1921), quasi di fronte alla Monnier. Anche in questo caso si trattava di una libreria-biblioteca però con opere in lingua inglese.
Se tra gli abbonati della Maison si potevano notare Valéry, Aragon, Claudel, Duhamel, Apollinaire, Romain e tanti altri, da Shakespeare & Co ci si poteva imbattere in Hemingway, Joyce, Pound o Fitzgerald. Spesso Sylvia Beach organizzava degli incontri tra scrittori americani e scrittori francesi. E fu proprio la Beach, che, nel 1922, per prima, volle pubblicare l’Ulisse di Joyce (negli Stati Uniti la pubblicazione era stata infatti vietata per oscenità), mentre nel 1929 apparirà la versione tradotta in francese, pubblicata da Adrienne Monnier.joyce e beach
La Maison, fra alti e bassi, dovuti anche ad esperienze fallimentari legate alla pubblicazione di due riviste, resterà aperta fino al 1951, nel 1955 Adrienne Monnier morirà suicida.
Beach sarà costretta a chiudere durante l’Occupazione per essersi rifiutata di servire un ufficiale tedesco, verrà perfino deportata per sei mesi nel 1942 e dopo l’entrata in guerra degli Stati Uniti non riaprirà più Shakespeare & Co.
 
beach-monnierTra Beach e Monnier c’era un’intesa profonda che si trasformò in una relazione d’amore durata molti anni. Si può ben immaginare quanto possa essere stato difficile, a quell’epoca, per due donne, per giunta omosessuali, portare avanti un’attività solitamente esclusivo appannaggio maschile. E se i salotti d’antan richiamano l’idea di una donna che dirige un boudoir frequentato da uomini, che sono i reali protagonisti delle conversazioni, i cenacoli di Beach e Monnier furono invece un vero epicentro per lo scambio culturale, per il mescolarsi dei saperi e delle idee, per la capacità di cogliere e di raccogliere talenti e intelletti e di offrirne i frutti a tutta l’umanità.
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Postato alle 10:51 di martedì, 04 settembre 2007 da dalloway66
Cindy Sherman e l’annientamento dell’identità
 
Cindy Sherman è un’artista americana, nata nel New Jersey nel 1954. In particolare si è occupata di fotografia e, specialmente all’inizio della sua carriera, ha usato se stessa come modella. Tuttavia non si tratta di autoritratti, bensì di rappresentazioni di una variante incredibile di personalità possibili. Non esiste un’unica identità femminile, ma una molteplicità di forme, si tratta cioè di un susseguirsi di stereotipi sociali e culturali. Sherman ha fatto suoi tutti i personaggi e con il continuo mascherarsi ha annullato qualsiasi identificazione in un ruolo ben definito, ha interpretato la casalinga, la femme fatale, la bella, la brutta, la depressa, la donna famosa…
Il suo debutto risale alla metà degli anni Settanta, con Untitled Film Stills (1975-1980), dove si riprende, in bianco e nero, imitando i ritratti delle attrici dei film americani degli anni ’50.
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Nel 1985, con i Fairy Tales (1985) si avvicina al mondo della follia, prosegue con la serie Disasters (1986-1989) dove propone corpi in decomposizione, vomito, mosche, per culminare nella serie Civil War (1991) dove ritrae se stessa trasformata in cadavere.
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Ulteriore prova di genio sono le immagini di History, Portraits (1988-1990). untitled #96Qui l’artista usa le tecniche dei maggiori pittori ritrattisti per dissacrare i loro intenti di presunta autenticità. Per travestirsi usa protesi, nasi finti, baffi posticci, sopracciglia, volendo così dimostrare che i soggetti dei quadri rispondevano a delle regole dettate dal periodo storico, volti e abbigliamento non erano altro che il frutto delle convenzioni e non della realtà.works-sherman-213-large
 
Con Sex Pictures (a partire dal 1992), Sherman sparisce dalle immagini per essere sostituita da manichini di plastica, maschere, arti artificiali, bambole gonfiabili. Il sesso è quindi totalmente disumanizzato e realizzato da marionette, messe in pose oscene. Il corpo non è più luogo sicuro dell’identità, ma costruzione precaria, continuamente minacciata.
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In Horror and Surrealist Pictures (1994-1996) continua ad utilizzare delle maschere, ma solo per rappresentare i volti e inaugura le manipolazioni fotografiche, come la doppia esposizione, tanto cara ai surrealisti. Questi ultimi sono messi in ridicolo, il sesso perde ogni fascino e il piacere si trasforma in disgusto.
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Bisognerà attendere le ultime opere per rivedere ritratta l’artista, in Hollywood/Hampton Types (2000-2002) la donna interpreta degli artisti falliti che mendicano un lavoro, ma che non hanno alcuna possibilità di essere scelti perché sono delle caricature. Qui il gioco delle identità sociali diviene parodia, gli stereotipi e le regole sono impietosi verso questi figuranti. L’identità è un ruolo, è l’immagine che offriamo di noi agli altri.
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Nell’ultima produzione, Clowns (2003-2004) Sherman si trasforma in un clown inquietante, che mostra tutta la sua femminilità, malgrado si tratti solitamente di una figura maschile.
 clown
L’arte che scopre il corpo, quello dell’artista, la body art, fu un fenomeno degli anni ’70. Nasce alla fine degli anni ’60 in Europa, per diffondersi poi in America e in Giappone, in un periodo in cui si sentiva la necessità di un rinnovamento, anche espresso come provocazione. Si trattava di una nuova forma di comunicazione, dell’uso di un nuovo linguaggio, che partiva dalle culture ‘primitive’, ancora capaci di esprimersi attraverso la fisicità. Per prima cosa sparivano gli abiti, nelle performance si utilizzavano anche gli escrementi, o il sangue, a volte anche atti violenti contro se stessi, quasi a riproporre rituali iniziatici che univano il fisico allo spirituale. Proprio le donne, in particolare, hanno utilizzato tale tecnica come forma di contestazione. In quegli anni si muovevano le femministe attraverso manifestazioni, cortei, sfilate ed anche le artiste partecipavano a questi fermenti usando il proprio corpo per affermare liberazione sessuale e rivendicazioni politiche. Fino a poco prima la donna artista aveva avuto un ruolo subalterno, adesso l’arte femminile si afferma con forza e consapevolezza. Oltre a Cindy Shermann, altre figure, che per prime hanno messo in evidenza il ruolo stereotipato della donna del ‘900, sono Barbara Kruger, Hannah Wilke, Barbara Bloom, Marina Abramovic.



Postato alle 09:44 di domenica, 03 giugno 2007 da dalloway66

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