Clarissa doveva avere tre o quattro anni, in una casa in cui non sarebbe mai ritornata, della quale non ha alcuna altra memoria se non questa, precisamente distinta, più chiara di ciò che le è accaduto ieri: un ramo che batte alla finestra mentre attaccano le trombe, come se il ramo, mosso dal vento, avesse in qualche modo determinato la musica. Le sembra di avere iniziato in quel momento a vivere nel mondo, a capire le promesse implicite in uno schema che è più grande della felicità umana, sebbene contenga la felicità umana insieme a ogni altra emozione. Il ramo e la musica contano per lei più di tutti i libri nella vetrina del negozio.
(Michael Cunningham, Le Ore)
A volte un suono o un profumo o una semplice parola, possono scatenare una ridda di ricordi accatastati negli angoli della memoria. Ci sono suoni che creano sinfonie, mentre pezzi di vita riaffiorano e ci rivelano aspetti determinanti, sui quali non avevamo mai riflettuto, è come se certi pensieri continuassero a comporsi e strutturarsi, nel corso della vita, in modo inconscio e poi saltassero fuori all’improvviso, quasi senza un motivo, provocati da qualcosa di esterno a noi. Ma un motivo c’è sempre, tutto si muove secondo uno schema apparentemente incomprensibile, ma che si comprime e si espande e ci raccoglie, tutti quanti.
Cammino ormai sospinta da una lieve brezza, e sembra quasi che io navighi sull’asfalto, perché la forza che mi sospinge non è il passo, ma il pensiero di un altro giorno insieme a te.
Srotolare il papiro della perfetta conoscenza richiede mani delicate, tocchi leggeri e penne d’oca che incidano il prezioso rotolo senza scalfirlo, come pennellate appena accennate che però dipingono il furore e l’estasi dei giorni che si inseguono, del tempo che si struttura tra musica e parole, del cielo che si abbassa solo per incontrare uno sguardo complice, carico di elettricità e clamore. E se i miei tempi si perdono nei percorsi del ricordo, basterà tracciare mappe stellari, che brillino anche nei giorni nel buio più intenso, quando ci si confonde tra le ombre e niente sembra avere contorni definiti, quando ci si perde nella normalità e sembra che non ci sia più terreno sotto i piedi, né alcun luogo dove andare.
Quando il tempo sembra che acceleri il passo e dalla luce del sole ci si ritrova all’improvviso tra le ombre della sera, una strana meraviglia sempre sorprende, ma poi un sorriso abbraccia quel che rimane della giornata, con l’eco delle parole che si mettono in ordine e i sussurri che ancora aleggiano e scendono piano, ondeggiando, con i colori di un paracadute di seta, che si gonfia e sgonfia e segue gli spostamenti leggeri della brezza serotina.
Le incursioni nei territori che ci appartengono, in un continuo percorrere delicatamente gli universi dell’incanto, agitano il promemoria dell’attesa, s’insinuano nei pensieri, diventano ossessione.
Guardate come lei si lascia catturare
dal bastone che si muove, dalla minuscola mossa
d’ala di ogni mosca, dal rumore
di ogni porta che si apre.
E quando si mette sulle mie ginocchia
sembrerebbe per sempre, le unghie
quasi conficcate nella carne. Ma se passa
un uccello alla finestra, addio baci
addio carezze, lei vola via.
E poi, forse, ritorna.
(Patrizia Cavalli, da Il Cielo)
Ormai niente potrà mai più essere come prima, adesso che il mio tempo si confonde con il tuo, in una danza leggera che trascina e muove i tuoi capelli e ti fa brillare gli occhi, luogo prediletto della tua anima inquieta e sorprendente. E non importa se l’aria diviene rarefatta e i pensieri si ingarbugliano, quasi immersi dentro una nebbia, non importa se le cose mi cadono dalle mani, distratta da ogni riflessione che si posa su di te, no, non importa se le mie giornate si intrecciano solo con le tue, se non conosco più un luogo diverso dai tuoi preziosi recessi, se vado via solo per venire da te, se ti consegno il mio soffio vitale e mi dimentico di qualsiasi cosa che non sia tu. In ogni alba che vedo, la mattina appena sveglia, mi sembra di percepire il tuo profumo e scorgerti tra i veli del sonno, con le tue pose irrequiete di demonio intrappolato nel corpo di un angelo, con le tue lunghe braccia che discendono il declivio dei tuoi fianchi e compiono la tua posa statuaria nelle tue eleganti mani di pianista, piegate leggermente, rendendoti apparizione suggestiva e incantevole, che toglie il sonno e compromette la veglia. Niente più sarà mai come prima, perfino il perimetro della mia stanza abbandona le leggi della fisica e muta, insieme alle pareti girevoli che conducono alla tua porta, e i libri che si uniscono disordinatamente e i tuoi passi cadenzati e le punte di asparagi in cucina e il rumore delle stoviglie, il tuo armeggiare preciso affinché ogni cosa sia in ordine e il suono della tua voce, che circola insieme al sangue nelle mie vene e raggiunge un cuore tachicardico e impazzito, che continua a pulsare, sorpreso e sbalordito di trovarsi in mezzo a un mare di serenità, solo quando si adagia su di te.
Era un’improvvisa rivelazione, un’impressione, come il rossore che si vorrebbe reprimere e al quale, poiché si diffonde, si finisce per cedere; e allora ci si precipita all’estremo limite dell’abisso, e là rabbrividendo si sente il mondo avvicinarsi, denso di qualche straordinaria rivelazione, incalzante fino a rompere la crosta sottile e a traboccare e a rovesciarsi con grande esuberanza, sulle crepe e sulle piaghe. Allora, in quei momenti, ella aveva visto una luce; una fiammella ardente in un croco; un intimo significato quasi espresso.
(Virginia Woolf, La signora Dalloway)
Only you make me feel good
Postato alle 12:25 di venerdì, 09 maggio 2008 da dalloway66