Com’è strano questo tempo indefinibile in cui tutto accade, ma in un groviglio di dimensioni sconosciute. Come si spiega questo potere sfiorare ciò che è impalpabile? Come si fa a lasciare orme sul piano immateriale sul quale camminiamo? Io non so dove si trovi la ragione, dove poggi l’universo quando ne incliniamo il piano, io proprio non so quale forza motrice spinga al di là di ogni saggezza, né dove si posino i pensieri razionali. E rido, con il riso degli stolti, perché non m’importa, perché non c’è nessun’altra strada che s’incroci con la mia, se non questa. Ogni altra cosa rimane in ombra dopo la rivelazione, l’orizzonte non è che una linea, i giudizi non sono che note stonate, corde d’archi che stridono, non è in questi inseguimenti sconnessi il nonsenso, ma nel cercare di spiegarli, nel tentativo vano di fuggirli, perché non può esistere altra felicità, al di fuori di questa.
Siamo prede del destino, ogni incontro è segnato e il nostro è talmente meraviglioso che non può che avere origine divina. Complicato è preservarlo e mantenerlo, l’amore dell’età matura è forse più gravoso perché si porta dietro il fardello dell’esperienza e della conoscenza del mondo e del prossimo, eppure le cose finiscono quando c’è la volontà di interromperle, quando la struttura si piega alle convenzioni, quando non si ha più voglia di condividere, quando si crede che lo stupore coincida con l’impossibile, al contrario, quando un profumo di albe tenui arriva all’improvviso a destare dai sonni inquieti, a rigenerare le particelle infinitesimali, a regalare attimi infiniti, vestiti di prodigio, ecco che giunge la meraviglia, l’epifania inattesa e il miracolo risiede, con la sua luce soffusa, nell’intensità di uno scambio inesprimibile, nel raggiungersi mistico di un altrove senza precedenti.
Era ‘l giorno ch’al sol si scoloraro
per la pietà del suo Fattore i rai,
quando i’ fui preso, e non me ne guardai,
ché i be’ vostr’occhi, donna, mi legaro.
Tempo non mi parea da far riparo
contr’a’ colpi d’Amor; però m’andai
secur, senza sospetto: onde i miei guai
nel comune dolor s’incominciaro.
Trovommi Amor del tutto disarmato,
ed aperta la via per gli occhi al core,
che di lagrime son fatti uscio e varco.
Però, al mio parer, non li fu onore
ferir me de saetta in quello stato,
a voi armata non mostrar pur l’arco.
(Francesco Petrarca, Canzoniere)
Se mi lascio guidare da una traiettoria indefinibile, come se fossi, io stessa, il dardo che, scagliato, segue poi la parabola che gli impongono il tiratore e le correnti d'aria, ma che non sa quale sia l'intenzione che ha generato il lancio prima dell'arrivo, certamente, giungerei da te lo stesso. C'è una volontà implicita in certe cose, ci sono movimenti imperscrutabili, suoni non udibili e molto di quello che non ti so dire è perché non si può dire, ci sono gesti inenarrabili e sensazioni che saltano fuori dal corpo per incollarsi all'altro, come un vapore che ricopre. La voce dell'amore cambia la sua lingua in base alle persone, è una cosa che non si può studiare, che non ti servirà con gli altri, ma solo con chi ami, è un linguaggio che si costruisce da solo e non ha eguali, è unico e imprescindibile dall'amore che t'invade.
Di certo ho appreso che per quanto si fugga, Amor prima o poi ti acciuffa, e non serve a niente scegliere sempre le strade secondarie, né illudersi di essere liberi. Il dardo che ti si conficca nel fianco ti tiene legato a qualcun altro, che tu lo voglia o no e alla fine ti accorgi che in verità non volevi altro, se non quello, quella ferita continua che non si rimargina, quel dolore che ti tiene desto e impigliato, ecco, quella felicità immotivata, quella gioia incontenibile, quella dipendenza desiderata, quell’appartenere, quell’essere proprietà di qualcuno che non sia tu.
Ma non bisogna mai adagiarsi, né viver di certezze, poiché una sola distrazione può essere fatale. Perciò tu segui ogni mio passo, scardina le intercapedini, inserisciti in ogni mio respiro, finisci ogni giornata col mio nome tra le labbra, agita le mie notti, prenditi il mio sonno, sfiancami con il desiderio che non conosce freni e tienimi con te, come un’appendice del tuo corpo, del resto ormai, io non vivo che per i tuoi ritmi altalenanti, per i tuoi assalti e le tue rese, per i tuoi fiumi di parole e i tuoi silenzi imbronciati, per il tuo sguardo che si allunga e che oltrepassa, per i racconti recitati, per il tuo impeto incontenibile, per come mi rimproveri impietosamente e poi mi cerchi con la dolcezza delle notti estive, per il righello con il quale segni ogni passaggio importante, per come mi spieghi quello che non so, per le tue movenze aggraziate di gazzella e per i momenti di grande confidenza, per come accarezzi il mio udito pronunciando le consonanti dentali, per come mi hai resa incapace di strutturare il mio tempo al di fuori del tuo, io vivo per te e di te, amore mio.
Postato alle 20:09 di lunedì, 28 aprile 2008 da dalloway66