Giovanna di Aragona e Castiglia, nota come Giovanna la Pazza (1479-1555) fu la sfortunata vittima di un’epoca storica e degli interessi politici di familiari senza scrupoli. Giovanna era figlia di Isabella di Castiglia e Ferdinando d’Aragona e visse in pieno l’esperienza della Santa Inquisizione, tanto caldeggiata dai genitori e da lei, anticonformista e tiepida nei confronti della religione, invece sempre avversata. A diciassette anni fu data in moglie a Filippo il Bello, del quale si innamorò sul serio al di là del matrimonio stabilito dalle dinastie.
In base alla storia ufficiale la follia di Giovanna si manifestò apertamente alla morte prematura del marito, tanto che, si diceva, non si volesse nemmeno separare dal suo corpo, convinta che fosse ancora vivo, e ancora prima della sua morte, pare avesse mostrato nei suoi confronti, una gelosia morbosa e incontrollabile.
In realtà le cose andarono in modo molto diverso.
Bergenroth e Hillebrand ristabilirono la verità storica. Innanzitutto, per la cattolicissima Isabella, il comportamento da eretica della figlia non poteva che derivare da una mente malata, pertanto stabilì che Ferdinando diventasse reggente della Castiglia, alla sua morte. Nel 1504, quando Isabella morì, Ferdinando regnò, ma con enorme disappunto di Filippo. Ne nacque un conflitto tra i due, “miracolosamente” risolto dall’improvvisa morte di Filippo. Da qui parte la leggenda della pazzia di Giovanna, messa in giro abilmente dal padre, il quale si affrettò a confinarla nel castello di Tordesillas prima che potesse rivendicare diritti al trono.
Alla morte di Ferdinando, la Spagna passò nelle mani del figlio di Giovanna, Carlo di Gand, il quale dopo una breve visita alla madre, che non vedeva da dieci anni, decise di lasciarla prigioniera, continuando la politica del nonno. Naturalmente non poté fare a meno di constatare che la madre non era affatto afflitta da una forma di follia, ma preferì soprassedere in favore della ragion di stato.
Durante la prigionia Giovanna subì perfino la tortura da parte dei suoi aguzzini, in particolare dal suo feroce carceriere Ferrer, che fu anche accusato dal viceré di Spagna, il cardinale Cisneros, di avere messo in pericolo la salute della regina. Ferrer era tuttavia convinto di essere nel giusto e dichiarò «di non avere mai dato la cuerda alla regina se non su ordine del re Ferdinando.»
La cuerda consisteva, secondo Bergenroth, nel sospendere la vittima per le braccia e nell’attaccarle ai piedi dei grossi pesi che finivano per disarticolare le membra.
(Karl Hillebrand, Un enigma della storia, 1986, Sellerio)
Dopo la prima visita di Carlo alla madre le notizie aumentano e diventano più precise. Egli le aveva infatti assegnato come governatore, il marchese di Denia, che doveva tenerlo costantemente informato. Oltre ad una corrispondenza ‘ufficiale’, che veniva letta davanti ai consiglieri privati del re, ne esisteva un’altra, privata, che il marchese scriveva personalmente, per evitare che chiunque altro, a parte il re, ne venisse a conoscenza.
È la follia della regina madre che si tenta così di nascondere a tutti […] Non era piuttosto il timore di
vedere sollevare dei dubbi su questa follia, che poteva sembrare e in effetti sembrò a molte persone una semplice sovreccitazione nervosa aumentata dalla costrizione? La corrispondenza segreta trovata da Bergenroth risponde a queste domande.
Ciò che si chiamava pomposamente il palazzo di Tordesillas era un edificio rozzo che somigliava più a una dimora borghese che a un castello reale. […] la regina abitava una cameretta vicino alla grande sala completamente sprovvista di finestre e perfino di abbaini. La rischiarava solo una lampada accesa giorno e notte. Giovanna non doveva lasciare questa stanza per nessun motivo […] Poiché i passanti avrebbero potuto sentire il suo appello, si giudicava prudente confinarla nella sua stanza scura. Nelle rare occasioni in cui poté uscirne per qualche momento, era strettamente sorvegliata.
(Karl Hillebrand, Un enigma della storia, 1986, Sellerio)
Una delle cose che stavano più a cuore a Carlo e al marchese era la salute spirituale della regina ed il fervore religioso di cui era sprovvista bisognava procurarglielo con qualsiasi mezzo. Denia scrive così al re:
«Se vostra maestà ordina che sua altezza sia trattata con riguardo, vostra maestà… agisce come un buon figlio. Deve tuttavia essere convenuto che io, nella mia qualità di vassallo, debba fare ciò che è utile a sua altezza.» Ora egli gli aveva detto precedentemente ciò che credeva «utile a sua altezza» assicurando che «niente le farebbe tanto bene quanto la tortura» e che si «renderebbe servizio a Dio e a lei stessa applicandogliela».
(Karl Hillebrand, Un enigma della storia, 1986, Sellerio)
Nel 1520 fu liberata dai ribelli, dopo quindici anni di reclusione. Con la rivolta dei comuneros la regina ebbe dunque una chance di salvezza, ma non la sfruttò per non tradire il figlio e la nobiltà. La regina era molto amata dalla borghesia, che non credeva affatto alla sua follia e inoltre, conoscendone la tolleranza, era anche convinta che potesse divenire una possibile salvatrice dall’oppressione religiosa che dilagava in tutta la Spagna. Ma Giovanna non volle mettersi a capo dei ribelli. E proprio quella nobiltà alla quale era andata incontro, convinta che l’avrebbe spalleggiata, invece la tradì, per timore di perdere tutta la ricchezza che aveva accumulato a spese delle proprietà reali e perché la tolleranza della regina era pericolosa e poteva condurre addirittura ad una condivisione dei poteri con il popolo.
Una volta decisi a prendere partito per Carlo, i nobili furono obbligati a conformarsi ai suoi ordini, e i suoi ordini furono categorici. L’indomani Giovanna rientrò nella sua prigione per non lasciarla più. (Karl Hillebrand, Un enigma della storia, 1986, Sellerio)
Dopo centotre giorni di libertà, Giovanna andò incontro a una prigionia ancora più dura, dalla quale poté liberarla solo la morte. Tutti coloro che le stavano vicino furono allontanati, fu sottoposta a supplizi, lasciata totalmente sola, controllata a vista e tormentata dai monaci che volevano convertirla a tutti i costi, ormai convinta che mai più avrebbe riavuto la libertà e con il peso del tradimento perpetratole dal suo stesso figlio, a quel punto la sua ragione cedette davvero.
Si credette perseguitata da spiriti maligni; le sembrò di vedere un grande gatto nero lacerare le anime di Ferdinando, suo padre, e di Filippo, suo sposo; ebbe dei terrori improvvisi. Dopo queste allucinazioni venivano dei momenti di calma e lucidità in cui ragionava come nei primi vent’anni del suo sequestro. Intanto, se lo spirito resisteva ancora, il corpo era spezzato. Essa finì per non lasciare più il letto lurido dove prendeva il suo nutrimento; cadde infine in uno stato del tutto bestiale, e le ultime infermità non le furono risparmiate.
Il giorno della liberazione apparve il 12 aprile 1555, dopo quarantanove anni di prigionia e quando ebbe raggiunto l’età di sessantasei anni.
(Karl Hillebrand, Un enigma della storia, 1986, Sellerio)
Ci sono vite votate al sacrificio dal destino, ci sono storie che sembrano incredibili nella loro assurdità, ma che uomini, donne, bambini sono stati costretti a vivere sulla propria pelle e poi c’è sempre un’autorità che decide, che organizza, che teme per se stessa e che, nella sua piccolezza, non può che rinchiudere, opprimere, vessare, perché non c’è niente che spaventi più di un essere umano che crede nelle proprie idee e che ha la forza di sostenerle, malgrado tutto.
La prigionia di Giovanna durò 49 anni.
Postato alle 17:50 di giovedì, 17 aprile 2008 da dalloway66