L’origine del vampiro si perde nella notte dei tempi. Chi non sa del conte Dracula e della leggenda che lo accompagna? Eppure non tutti conoscono un corrispondente femminile. Per trovarlo possiamo spingerci fino a Lilith, l’archetipo femminino che
anticipa Eva, compare tra i demoni sumeri e trova posto anche nella Cabala e nel Talmud. Essa mostra una natura ambivalente di divinità ctonia, ma anche aerea, dall’appetito sessuale insaziabile. Lilith è il doppio negativo di Eva e si fa portavoce di tutti i sentimenti che può scatenare la gelosia e il desiderio della vendetta che degenera in gusto del male. Tra i demoni della Mesopotamia è descritta come un vampiro che massacra i bambini e si nutre di sangue. Essa è solitamente rappresentata come una splendida donna dalla folta capigliatura ondeggiante, con due grandi ali. L’etimologia del nome richiama l’oscurità, le tenebre, il nero, come a voler sottolineare la sua natura di creatura notturna.
Sheridan Le Fanu, autore di Carmilla (1871), è stato un precursore in tutti i sensi, sia per la letteratura vampiresca (Dracula di Bram Stoker comparirà 26 anni più tardi) sia perché, pur trattandosi di un racconto gotico a tutti gli effetti (con tanto di castello isolato in mezzo alla natura e l’eroina che scrive tutto ciò che le accade in un diario) Carmilla sfida l’epoca vittoriana introducendo un argomento delicato come l’omosessualità femminile. Anche lo stile presenta delle peculiarità, ad esempio nella serie di anticipazioni, che una lettura attenta rivela come segni di ciò che accadrà in seguito o nell’accenno alla psicanalisi tramite i sogni premonitori della protagonista.
Fin dal prologo si capisce che stiamo per addentrarci in un campo ambiguo, dove reale e irreale si mescolano e ogni cosa si presenta nella sua doppia forma, perché la doppiezza è una costante nella vita degli uomini, ognuno di noi ha un lato oscuro e ondeggia tra una sponda e l’altra alternando momenti di luce all’intensa oscurità:
[…] un soggetto che, in modo verosimile, arriva ai più segreti arcani del dualismo della nostra esistenza e dei suoi intermediari.
La storia è ambientata nel XIX secolo, la giovane Laura vive una vita tranquilla con il padre, in un castello isolato, finché non giunge un’ospite inattesa, l’affascinante Carmilla. Tra le due protagoniste si verrà a creare un legame ambiguo e molto forte, un misto di esaltazione sensuale e repulsione, intriso di mistero. Nel frattempo una strana epidemia si diffonde nella regione e molte donne muoiono, dopo essere piombate in uno stato di malinconica inquietudine. Una delle caratteristiche del vampiro Carmilla è infatti quella di nutrirsi esclusivamente di sangue femminile. In realtà, come avviene per quasi tutti i racconti di questo tipo, si tratta di una storia d’amore, il vampiro diventa metafora di ogni aspetto passionale della vita, tramite il legame di sangue, l’aggressività imprescindibile dalla sua natura, le mutazioni del corpo, ma al tempo stesso rappresenta la forza prorompente dell’amore che sconfigge perfino la morte.
A volte, dopo un’ora di apatia, la mia strana e bella compagna mi prendeva la mano e la stringeva a lungo con tenerezza ; un leggero rossore sulle guance, lei fissava il mio viso con uno sguardo pieno di un fuoco languido, respirando così in fretta che il petto si sollevava e ricadeva al ritmo del suo respiro tumultuoso. Sembrava il manifestarsi dell’ardore di un amante. Io ne ero fortemente turbata perché la cosa mi sembrava odiosa e tuttavia irresistibile. Divorandomi con gli occhi, mi attirava verso di lei e le sue labbra infuocate coprivano le mie guance di baci, mentre mormorava con una voce suadente: “Tu sei mia, tu sarai mia e tu ed io saremo una per sempre!” (cap. IV)
L’amore si sublima nel completamento, i due opposti si fondono in un unico essere, il bianco col nero, il bene con il male, la passione con il temperamento moderato, l’essere diurno con quello notturno, il cielo con gli inferi.
Mia cara, il tuo cuore è trafitto. Non pensare che sia crudele perché ubbidisco all’incontestabile legge che forgia la mia forza e la mia debolezza. Se il tuo cuore adorabile è ferito, il mio cuore selvaggio sanguina insieme al tuo. Nell’estasi della mia prostrazione senza confini, io vivo della tua ardente vita e tu morirai, sì, tu morirai felice, per unirti nella mia. Non posso farci niente: come mi muovo verso di te, nello stesso modo tu andrai incontro ad altri e capirai l’ebbrezza di questa crudeltà che è comunque amore. […] (cap. IV)
L’amore è un sentimento senza pause, senza pace, ogni minuto è diverso dall’altro, in ogni momento si trasforma, ogni giorno si spinge sull’orlo dell’abisso, perché
l’amore che illude di appagare in ogni istante, diventa presto indifferente, esplode in una bolla, manifesta l’ardore dell’inconsistenza. L’amore è disconoscimento, lotta, è il sussulto di una scossa tellurica, è la cantilena delle parole sbagliate che apre il corteo dei pretendenti, che si offrono senza sosta, mostrandosi, lanciandosi senza dubbi, senza esitazioni, senza paura. E tu, che cammini celata da un pesante tabarro, come puoi aspettarti un doppio che sappia spogliarti piano piano e che collochi, con pazienza, ogni tassello nel luogo giusto? Eppure l’essenza si occulta, non dice, delude, ma procede, seppure col suo passo malfermo, avanza con costanza perché sa, perché riconosce chi ha di fronte a sé e può inoltrarsi, a dispetto di ogni apparenza, fino a raggiungere le terre sconosciute del sogno, le fragranze dell’estasi nell’armonia di un’attesa, di un battito non udibile, della vista che illumina, di uno spasmo che fa fremere, dell’anima che si scuote.
Tu pensi che io sia crudele e molto egoista, ma l’amore è sempre egoista : tanto più egoista quanto più è ardente. Tu non puoi immaginare fino a che punto io sia gelosa. Tu verrai con me, amandomi fino alla morte; oppure mi odierai e verrai con me lo stesso, odiandomi durante e dopo la morte. Nel mio temperamento impassibile, non c’è posto per l’indifferenza (cap. VI)
Così si intuisce, nel lungo viaggio della ricerca infinita, che il suo senso è proprio l’infinità, il cammino dura in eterno perché niente mai si conclude, perché la completezza la cogli dalle imperfezioni e dalle mancanze e tutto quello che io non so dare lo prendo da te e nella mia frammentazione ti completo a mia volta con ciò che non ricevo.
Forse ti sembro crudele, forse mi sembri crudele, ma è la vita che ci forgia e l’amore non può che essere duro ed egoista e deve rischiare di continuo. La crudeltà affascina perché ti tiene legata a un laccio, a quella sottile sofferenza che ti ricorda che sei viva, che ti sussurra il godimento, che ti travolge senza che tu te ne renda conto. E che importa se alla fine un’unica mossa sbagliata può farti perdere tutto? In amore non c’è posto per l’indifferente bonaccia.
Ancora oggi l’immagine di Carmilla mi ritorna in mente in sembianti diversi e confusi. A volte è la bella ragazza allegra e languida; a volte il demone dai tratti sconvolti che vidi nella chiesa diroccata. E spesso ho sussultato, durante il mio fantasticare, credendo di sentire il passo leggero di Carmilla davanti alla porta del salone. (cap. XVI)
Quale migliore sublimazione dell’amore può esserci, del potere andare oltre la morte?
Il post nasce da un suggerimento della sublime Silenes.
Postato alle 17:05 di giovedì, 13 marzo 2008 da dalloway66