«E la bellezza è una manifestazione del genio. In realtà è più elevata del genio, perché non ha bisogno di spiegazioni. È una delle grandi cose del mondo, come la luce del sole o la primavera, o come il riflesso nell'acqua cupa di quella conchiglia argentea che chiamiamo luna. Non può venire contestata. Regna per diritto divino e rende principi coloro che la possiedono. Lei sorride? Ah! quando l'avrà perduta non sorriderà più... a volte la gente dice che la bellezza è solo superficiale. Può darsi. Ma perlomeno non è superficiale quanto il pensiero. Per me, la bellezza è la meraviglia delle meraviglie. Solo la gente mediocre non giudica dalle apparenze. Il vero mistero del mondo è ciò che si vede, non l'invisibile... Sì, signor Gray, gli dei le sono stati propizi. Ma ciò che gli dei danno, lo tolgono in fretta. Lei ha solo pochi anni da vivere realmente, perfettamente e pienamente. Quando la sua giovinezza se ne sarà andata, la sua bellezza la seguirà e allora improvvisamente si renderà conto che non ci saranno più trionfi per lei, oppure dovrà accontentarsi di quei mediocri trionfi che il ricordo del passato renderà amari più di sconfitte.»
(Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray)
Verso la fine dell’800, all’artista decadente che prova ribrezzo per la società, dalla quale si sente separato, totalmente estraneo, non resta altro da fare se non rifugiarsi nella bellezza, nel superfluo, nel piacere, in tutto ciò che si contrapponga alla mediocrità della vita quotidiana. Oscar Wilde (1854-1900) fu un esponente di quell’estetismo che vedeva nell’arte uno strumento di sostituzione della vita reale e in particolare Il ritratto di Dorian Gray mostra tutte le caratteristiche del nuovo eroe, bello e dannato, talmente dedito al culto della bellezza esteriore da trascurare quella interiore. Dorian è un giovane molto avvenente che viene ritratto da un amico pittore e grazie ad una sorta di patto col diavolo, riesce a mantenersi sempre giovane e bello, mentre l’immagine del quadro invecchierà al posto suo. Dorian diventerà sempre più inquieto e dissoluto, arriverà addirittura a compiere un omicidio e il dovere osservare la sua bruttezza interiore riflessa nel quadro lo porterà, per un moto d’ira causato anche dal rimorso e dalla stanchezza, a pugnalare il quadro stesso e a trovare in tal modo la morte.
Il culto della bellezza decreta una vita ed una morte tragiche, all’insegna della doppiezza. Un altro personaggio doppio è Narciso, che il mito descrive come un bellissimo ragazzo di cui tutti si innamoravano, senza che però lui li degnasse di attenzione. Per questo motivo fu punito dagli dei e condannato ad innamorarsi della propria immagine. Dorian si sdoppia tramite il quadro, Narciso specchiandosi nell’acqua. Riflettersi mette in pericolo l’anima, equivale ad esporsi a rivelarsi e qualcuno o qualcosa potrebbe impossessarsene e privarcene. Da qui ad esempio, ha origine l’usanza di coprire gli specchi quando qualcuno muore e in effetti il mito di Narciso può collegarsi facilmente alla morte, già a partire dall’etimologia del nome, che deriva dal greco nàrke (torpore) e il torpore del sonno non somiglia forse un po’ alla morte? La conoscenza approfondita di se stessi, conoscere sé e l’altro non può che avvenire attraverso il solito viaggio simbolico di morte e rinascita, affinché entrambe le metà si uniscano, altrimenti vivere come riflesso, equivale ad una esistenza vuota, vana, superficiale.
Quant’è bella giovinezza
Che si fugge tuttavia!
Chi vuol esser lieto sia:
di doman non c’è certezza.
[…]
(Lorenzo de’ Medici, Il trionfo di Bacco, Canti carnascialeschi)
Il motivo della bellezza che passa ci coinvolge tutti, la giovinezza è transeunte, la sua durata è talmente breve che continuiamo a pensare di averla anche quando è già passata. Tutti cerchiamo di mitigare i segni del tempo che passa e oggi più che mai l’esteriorità detta legge. Qual è la soluzione per essere lieti e per affrontare serenamente lo scorrere del tempo? Arricchire la nostra vita è un imperativo categorico, non buttare mai via un’intera giornata, non fare mai quel che suggerisce la corrente, se non ne siamo convinti, cercare di migliorarci costantemente attraverso la lettura e mettendoci sempre in discussione, confrontandoci con chi ci sta di fronte, senza amare le apparenze, ma scavando all’interno di noi stessi e degli altri, perché quei mondi che ci capita di immaginare, di sognare ad occhi aperti, in verità esistono, il problema rimane nella nostra incapacità di lasciare il certo per l’incerto, di prendere impegni faticosi, ma soprattutto di guardare oltre, nella paura di avvicinare l’occhio in direzione dello squarcio rivelatore.
1:2
Vanità delle vanità, dice l'Ecclesiaste;
1:3
vanità delle vanità; tutto è vanità. Che profitto ha l'uomo di tutta la fatica che dura sotto il sole?
(dal libro dell’Ecclesiaste)
Postato alle 14:04 di lunedì, 11 febbraio 2008 da dalloway66