Difficile dire se il mondo in cui viviamo sia una realtà o un sogno.
Con questa frase si chiude il film di Kim Ki-Duk, Ferro3 – La casa vuota. Un film che punta tutto sulla leggerezza e l’incorporeità, dove la realtà che entra, ha sempre i toni della materia, fatta di violenza e disamore, mentre il sogno accoglie i movimenti come danza e i sentimenti come essenza d’amore rarefatto. L’amore vede ciò che altri non possono vedere e solo attraverso l’amore si mostra chi al resto del mondo rimane celato. Il protagonista, tra l’altro, non dice una parola in tutto il film e in fondo non è necessario, quasi non se ne sente la mancanza, bastano i gesti, i movimenti, le espressioni del viso, i piccoli cenni. In un percorso di vita che è la propria ma anche quella di tutti gli altri, dove il protagonista non ha una dimora e si insinua in quelle altrui nei momenti in cui esse sono disabitate, la meta finale diventa la cancellazione della propria fisicità. Per diventare invisibili è sufficiente l’esercizio del corpo e della mente, quando finalmente si riesce a cancellare perfino la propria ombra, si può stare nei luoghi senza essere visti, percepiti forse, presenze-assenze di una realtà irreale, ma sempre visioni concrete dell’amore. Insomma niente è più (ir)reale dell’amore.
Credo che la percezione della realtà, sia nettamente diversa, fra mondo orientale e mondo occidentale. Gli occidentali portano il materialismo in trionfo e difficilmente recepiscono le sfumature di certi messaggi. Ogni linguaggio per essere compreso necessita della giusta chiave di lettura. Per noi è davvero tanto difficile, se non impossibile imparare a comunicare senza le parole, noi dobbiamo urlare, imporci con prepotenza, sbattere in faccia le nostre necessità, vivere di bisogni, alcuni non veri, ma indotti, eppure percepiti come indispensabili. Così come non conosciamo la disciplina del corpo e della mente. Siamo elefanti, un po’ goffi, è come se dopo tanti secoli di storia fossimo rimasti all’età della pietra. Proprio ci sfugge l’essenza, necessitiamo di tutti e cinque i sensi e dell’esibizione della nostra materialità.
«Ma a volte aveva la sensazione precisa di qualcosa che eccedeva la dimensione realistica di ciò che
appare, qualcosa che non sapeva ancora come afferrare. Arrivò a dubitare di sé, dei suoi doni: aveva davvero la capacità, il dono di arrivare a rappresentare la realtà vera? La realtà com’è veramente? Da questo dipendevano per lei la felicità o l’infelicità, l’angoscia o l’euforia. Per tale operazione poteva contare solo sui sensi, i concetti non servivano. Servivano dei sensi finissimi e un’intuizione acuta come lo sguardo dell’aquila, e una immaginazione che della percezione sapesse trovare l’equivalente in una metafora, in un simbolo. Ecco perché quando scriveva diventava pura sensibilità, e con questo non intendeva un naufragio in femminili gorghi di intuizione e sentimento, né in un’immaginazione femminile per eccesso di fantasia, di romantica stoltezza. Niente affatto. La sensibilità era una facoltà poetica e conoscitiva insieme, dove l’intuizione operava una mediazione decisiva in direzione della conoscenza. E se questa intuizione creativa aveva il sapore di un dono divino, tutta umana era la dedizione che pretendeva.»
(Nadia Fusini, Possiedo la mia anima)
Esistono casi in cui, anche se in modo diverso, ci si avvicina a quell’immagine di leggerezza.
Rappresentare la realtà, nella scrittura, con i sensi anziché con i concetti, solo una donna potrebbe pensarlo e un’altra scriverlo. A volte mi piace riposare su questi pensieri così poco materiali, sono intuizioni morbide, frutto di un’intelligenza superiore ed è bello perdersi tra le nuvole concettuali, in un mondo nel quale vorresti vivere sempre e del quale, invece, puoi godere a sprazzi.
Il sogno appartiene a tutti, è fisico, è necessario, è evasione, a volte perfino sopravvivenza, tutti ne facciamo uso, ma la realtà è quella che passa attraverso le fessure, si infila in qualsiasi spiraglio e se ne frega dei nostri sogni, perché è sempre dietro l’angolo, pronta a distruggerli. Non puoi sfuggire alla realtà, essa ti segue come un cane fedele e se provi a scappare ti insegue e ti supera. Per quanto tu possa sognare, prima o poi devi fare i conti con tutto ciò che è reale, con la fame, la puzza, il sudore, il dolore fisico, la malattia, la morte. Il mondo in cui viviamo è di sicuro una realtà che ci piace imbellettare come un sogno, affinché, di tanto in tanto, possa diventare invisibile, ma per quanti sforzi si facciano, mai possiamo sfuggire alla nostra piccolezza. Per diventare invisibili è necessario essere liberi, ma per essere veramente liberi bisogna eliminare la paura e la paura è radicata in noi, ci appartiene culturalmente, si ramifica fin dalle origini, parte dal senso di colpa della religione cattolica e ci accompagna fino alla morte. Noi non saremo mai liberi, né invisibili.
Postato alle 12:19 di venerdì, 04 gennaio 2008 da dalloway66