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Parole
L’uomo grande, credimi, quello che sa stare al di sopra degli errori umani, non permette che gli si porti via neanche un minuto del tempo che gli appartiene e proprio per questo la sua vita è lunghissima, perché è stata tutta a sua disposizione, dal principio alla fine. (Seneca – La brevità della vita)
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Annientare ciò che si ha, è un obiettivo molto diffuso, annientare chi si ha, ancora di più. Ha tanti modi l’inverno per manifestarsi, tanti i suoi nomi, tante le sensazioni con le quali si traveste. La più brutta è il rancore, l’inverno dei sentimenti, il cuore spoglio, l’amore disseccato. Provare solo odio. L’odio è un sentimento che divora le altre emozioni, non ha spazio che per se stesso, non conosce che la propria voce, non sente che le proprie ragioni e si accaparra il diritto dell’innocenza, dell’inevitabilità del suo esistere per colpe altrui.
Si rinuncia all’amore per rancore. Un amore difficile va protetto, cullato, alimentato con la devozione dei sentimenti, con l’azione mirata, con gli spazi per le parole, con i tempi per la comprensione. Se è amore. Se non lo è c’è spazio solo per la separazione, a che serve l’odio?
Il risentimento si nutre di te, l’acredine prende vita dentro di te quando qualcuno ti tradisce, ti umilia, ti trascina in luoghi nei quali non vuoi andare, quando ti addita con il linguaggio, quando ti deride in pubblico e in privato, quando ti colpisce con sferzate invisibili che ti annientano e quando ti bastona con la forza fisica. L’odio esiste. L’odio, a volte, è perfino giusto. Io non ti porgerò l’altra guancia, io non farò la santa, né ho vocazione per il martirio. Se non mi ami non sei obbligato a restarmi accanto e non sarò il punching-ball di nessuno, né amico, né compagno, né marito.
E invece mi hai picchiata e per vergogna ho detto di essere scivolata dalle scale e avrei anche potuto rispondere alla tua violenza colpendoti, ma ho avuto paura che ti arrabbiassi ancora di più ed io che ho studiato, letto, viaggiato e che mai avrei pensato di poterti subire, scopro che il mio carnefice mi vive accanto. E così anch’io sono diventata un numero, anch’io faccio parte delle statistiche, sono tra le donne abusate e come stendardo non potrò più portare la mia dignità, né ostentarla come vanto della mia specie.
Eppure un tempo ho creduto che mi amassi, possibile che fossi tanto cieca? Come si trasformano le persone? I sentimenti? Quale molla spappola il cervello di chi amiamo? Quale meccanismo trasforma una carezza in un pugno? E le spinte della passione in colpi di bastone? Quale tipo di pensiero si accende nella mente di un uomo che picchia la propria donna? Quale rabbia cieca può portare anche ad ucciderla?
In Germania la pena di uno stupratore viene diminuita perché si tiene conto delle origini etnico-culturali dell’imputato. Come se uno stupratore avesse una patria o una cultura alle quali appellarsi. Ho letto molta indignazione per questo fatto, ovviamente da parte dei conterranei del soggetto, che si sono sentiti (giustamente) umiliati e discriminati, ma ciò che trovo più sconcertante è invece l’ulteriore violenza perpetrata alla donna. Una donna seviziata, stuprata e torturata, non ha etnia? Non ha voce? Non ha diritti?
Forse farò il giro del mondo per tornare al punto di partenza. Mi spingerò oltre i confini della mia miserevole vita solo per accorgermi che la gente è uguale dappertutto e che non è servito a niente lottare, affannarmi, cercare, giacché mi troverò sempre un altro te, dietro l’angolo, davanti agli occhi. E l’inverno non finirà mai per me, che sono nata vittima, mentre tu, crederai di vivere sempre d’estate. E sarai forte, protetto dal branco, protetto dalla legge, vivrai nascosto dietro una parvenza di perbenismo, sarai ben vestito, con la camicia inamidata e un sorriso smagliante da distribuire con generosità, finché non tornerai a casa.
«Per le donne tra i 15 e i 44 anni la violenza è la prima causa di morte e di invalidità: ancor più del cancro, della malaria, degli incidenti stradali e persino della guerra. Questo dato sconvolgente, proveniente da una ricerca della Harvard University, apre il rapporto sulla violenza contro le donne nel mondo diffuso in questi giorni dal "Panos Institute" di Londra, un'organizzazione non governativa che si occupa di problemi globali e dello sviluppo. Il rapporto, preparato per l'apertura di una sessione delle Nazioni Unite sulla condizione femminile, raccoglie studi e ricerche sul problema della violenza sulle donne effettuati in ogni parte del pianeta da organismi e istituti nazionali e internazionali. Dalle sue pagine, emerge la drammatica fotografia di una realtà che non risparmia nessuna nazione e nessun continente.
Le ricerche compiute negli ultimi dieci anni sono concordi: la violenza contro le donne è endemica, nei paesi industrializzati come in quelli in via di sviluppo. E non conosce differenze sociali o culturali: le vittime e i loro aggressori appartengono a tutte le classi e a tutti i ceti economici. Secondo l'Organizzazione mondiale della sanità, almeno una donna su cinque ha subito abusi fisici o sessuali da parte di un uomo nel corso della sua vita. E, come si può verificare anche solo aprendo le pagine di cronaca dei quotidiani, il rischio maggiore sono i familiari, mariti e padri, seguiti a ruota dagli amici: vicini di casa, conoscenti stretti e colleghi di lavoro o di studio.»
(Claudia Di Giorgio, La Repubblica)
Postato alle 18:45 di mercoledì, 31 ottobre 2007 da dalloway66