Marguerite Duras e la voce delle parole
Cabourg
Era all’estremità della grande diga di Cabourg verso il porto degli yacht. Sulla spiaggia il bambino faceva volare un aquilone cinese come nell’ÉTÉ ’80. Quel bambino stava fermo dov’era, sempre nello stesso posto. Intorno a lui altri bambini giocavano a pallone. Eravamo piuttosto lontani, sulla terrazza. C’era vento e stava scendendo la sera. Il bambino era sempre fermo, tanto che la sua immobilità ci è sembrata dapprima insopportabile, poi dolorosa. A forza di scrutare, di scrutarlo, di osservare a fondo la sua immagine abbiamo visto di che cosa si trattava. Il bambino aveva tutte e due le gambe paralizzate, magre come stecchi. Qualcuno doveva certo passare a riprenderlo. Già altri bambini se ne stavano andando. Il bambino continuava a giocare con l’aquilone. Qualche volta si dice mi ammazzo, e poi si continua a scrivere. Qualcuno è probabilmente venuto a riprendere il bambino prima che facesse notte. L’aquilone in cielo segnalava il punto in cui si trovava, non ci si poteva sbagliare. (Marguerite Duras, La vita materiale)
I libri di Marguerite Duras sono tutti affascinanti. Quel suo modo di scrivere così crudo, senza fronzoli, essenziale, arriva come un pugno doloroso e crudele. In particolare l’uso prevalente del dialogo (diretto e indiretto), elimina l’onniscienza del narratore, per lasciare spazio ai personaggi, alla loro voce interiore, privilegiando i territori della memoria, dell’odio, dell’amore, della morte, del desiderio, della violenza. E insieme all’autorità, il dialogo distrugge anche ogni sicurezza, fa sentire la necessità della parola comunicativa, ma si muove sul terreno dell’incertezza e delle contraddizioni irrisolte.
Jean-Louis Arnaud ha detto: «Duras ne maîtrise qu'une seule chose : l'écriture et ce « bruit » très particulier que font les mots lorsqu'elle les assemble. N'est-ce pas déjà beaucoup ? Tout ce qu'elle sent, elle l'écrit en enfilant les syllabes comme un artiste des perles. C'est avec l'oreille, plus encore qu'avec les yeux, qu'il faut lire ses livres ou voir ses films.»(Duras domina soltanto una cosa : la scrittura e quel « rumore » molto particolare che fanno le parole quando lei le riunisce. Non è già abbastanza? Tutto ciò che sente, lo scrive, infilando le sillabe come un artista le perle. È con l’orecchio, più ancora che con gli occhi, che bisogna leggere i suoi libri o vedere i suoi film.)
La scrittura della Duras è infatti anche musica, grazie alle ripetizioni, alle pause, e al sapiente uso delle parole che compongono melodie in prosa. I suoi libri si possono leggere o ascoltare. "S’il n'y a pas la musique dans les livres, Il n'y a pas de livres" (se non c’è la musica nei libri, i libri non esistono.) dice Marguerite Duras.
La natura provocatrice di questa scrittrice l’ha sempre posta al centro di numerose polemiche, fra chi la ama e chi la odia, chi la incensa e chi la biasima. La Duras si è dedicata a molti generi, oltre ai romanzi, ha anche scritto per il teatro e per il cinema e si è occupata di giornalismo.
L’infanzia dell’autrice certamente ha influenzato gli aspetti più crudi della sua arte. La mancanza d’amore da parte della madre, il sapere di non essere stata desiderata l’hanno incattivita e inevitabilmente condotta lungo la strada della solitudine, impossibilitata a nutrire fiducia nel prossimo. E proprio la madre è una figura centrale nella sua opera, quasi a volere riscattare la sua assenza, la invoca, cercando, attraverso la scrittura, la sua approvazione, il suo amore. Ma è un sentimento altalenante perché pur amandola, la detesta, la rispetta e la denigra.
«Nelle sue crisi mi si butta addosso, mi rinchiude in camera, mi dà pugni, schiaffi, mi spoglia, mi si avvicina, mi annusa, annusa la biancheria, dice di sentire l’odore dell’uomo cinese, guarda perfino se c’è qualche macchia sospetta e urla, da farsi sentire in tutta la città, che sua figlia è una prostituta, che lei la sbatterà fuori di casa, che vorrebbe vederla crepare, che nessuno la vorrà più, che è disonorata, che è peggio di una cagna. Piange chiedendosi che cosa può farne, se non cacciarla di casa perché non appesti tutto.» (Marguerite Duras, L’amante)
La Duras non si è mai nascosta dietro alcuno schermo, ha sempre fatto affidamento sulla sua forte personalità e libertà d’azione e di pensiero, anche vivendo la sua sessualità totalmente, senza seguire i limiti imposti dalla moralità borghese, cosa che all’epoca era ancora poco comune per una donna. E la donna ha infatti un ruolo fondamentale nei suoi romanzi, e anche gli uomini mostrano chiaramente i loro lati femminili, carichi di fragilità e sentimenti contraddittori, lo stereotipo del maschio che esalta la propria virilità, non esiste nei suoi libri.
«Ho dimenticato le parole per dirtelo. Le sapevo e le ho dimenticate, e ora ti parlo nell’oblio di quelle parole. Contrariamente a tutte le apparenze non sono una donna che si abbandona corpo e anima all’amore di un solo essere, fosse pure colui che le è più caro al mondo. Sono una persona infedele. Vorrei tanto ricordare le parole che avevo messo da parte per dirti questo. Ma ecco che qualcuna mi torna in mente. Volevo dirti quello che penso, e cioè che bisogna sempre conservare per se stessi, ecco che ritrovo le parole, un posto, una sorta di luogo personale, sì, per esservi soli e per amare. Per amare non si sa cosa, né chi, né come, né per quanto tempo. Per amare, ecco che all’improvviso tutte le parole mi ritornano in mente… per conservare dentro di sé lo spazio di un’attesa, non si sa mai, l’attesa di un amore, di un amore forse ancora senza oggetto, ma di questo e solo di questo, dell’amore. Volevo dirti che eri questa attesa. Sei diventato, tu solo, l’aspetto esteriore della mia vita, quello che io non vedo mai, e resterai così, in questo stato di sconosciuto da me quale sei diventato, fino alla mia morte. Non rispondermi mai. Non conservare alcuna speranza di vedermi, te ne prego. Emily L.» (Marguerite Duras, Emily L.)
Difficile separare la vita dalla scrittura, nella Duras, entrambe si fondono per realizzare una costruzione che oltrepassa i confini della letteratura per insinuarsi nella vita di tutti noi. Per alcuni la scrittura è una necessità, per tutti la difficoltà sta nel dolore, nel terrore del ‘dire’, la parola che svela, che ci rivela al mondo e a noi stessi è paura della verità, della scoperta di ciò che si è o che non si è.
«La storia della mia vita non esiste. Proprio non esiste. Non c’è mai un centro, non c’è un percorso, una linea. Ci sono vaste zone dove sembra che ci fosse qualcuno, ma non è vero, non c’era nessuno.» (Marguerite Duras, L’amante)
Postato alle 09:04 di domenica, 10 giugno 2007 da dalloway66