A volte i ricordi le si accumulavano davanti, all’improvviso, come una catasta di carcasse di vecchie auto. Quelli erano i momenti più duri. Difficile districarsi tra le lamiere arrugginite. Difficile selezionare i ricordi buoni, da quelli cattivi. Ma bastava un attimo, un battito di ciglia e la montagna miracolosamente svaniva. Tutti i rottami tornavano nel dolce regno dell’oblio e lei sorrideva, leggera.
Accadde in un giorno pieno di sole. La catasta le si rovesciò contro e nessuna azione riusciva a rimuoverla. Lei fu costretta a ricordare. Tutti i sensi feriti, le mani piagate, le gambe sanguinanti, gli occhi ciechi, un afrore terribile. Ogni cosa le tornava in mente, come se il tempo non fosse mai trascorso, come se potesse cavalcare gli anni e addentrarsi nei ricordi stessi, rivivendoli. Tornò bambina, poi adolescente, infine adulta, rivisse amori, piaceri, perdite e dolori. Quella montagna non finiva mai. Ogni cosa aveva un peso e adesso anche un senso, ogni cosa sembrava ferirla, ogni cosa sembrava accusarla. Torcendosi le mani pensò a cosa avrebbe potuto fare per porvi rimedio, ma non finiva un pensiero che subito un altro ricordo la devastava.
Poi lo vide, si mosse con l’intento di avvicinarsi, ma l’immagine svanì prima che potesse raggiungerla.
Lui l’aveva amata a modo suo, nel modo sbagliato, nel modo che lei non voleva, nel modo che nessuno vuole. La mattina in cui le telefonarono si stava preparando per andare al lavoro. Il fulmine la colpì ferocemente. La notizia le rimbalzò da parte a parte, poi finalmente comprese. Era la fine di un incubo o l’inizio? Incidente, ospedale, morto, ubriaco, queste le sole parole che ricordava. A lungo rimase ferma. La vita le scorreva davanti agli occhi come in un film. All’inizio era felice, poi qualcosa aveva rotto l’equilibrio. La stanchezza, l’insoddisfazione, la routine, il disamore. Lui aveva dimenticato il suo affetto per lei. La prendeva solo per ferirla, per umiliarla, per possederla. Lei si lasciava picchiare, era il padre dei suoi figli, in fondo non era cattivo, stava solo attraversando un brutto momento. La prima volta che finì in ospedale, con un occhio nero e due costole rotte, tutti la guardarono con commiserazione, con gli occhi di chi dice, io mai lascerei che mi accadesse. Ma cosa potevano saperne. Quando si vive, la violenza assume sfumature diverse. La violenza che ti regalano i tuoi cari è incomprensibile, non si può spiegare, diventa parte di te senza che tu te ne accorga. E tu collabori, come se fosse in te, come se tu fossi la fonte dalla quale sgorga, la colpevole nutrice che le dà origine. Il tempo si fermava, ogni cosa intorno a lei rimaneva immobile, sospesa. I colpi scendevano su di lei a rallentatore, le grida erano ovattate, attutite dall’esplosione dei capillari, dallo sgorgare del sangue. La luce diventava buio. Al quinto colpo non sentiva più niente. Ci si abitua a tutto, anche al dolore fisico.
Il giorno in cui decise che lui non l’avrebbe più toccata, cadeva una pioggia stanca, soffice, che ti penetrava nelle ossa e ti ammorbava l’umore. Lui non capì la sua ribellione, vide le valige all’ingresso, misurò con lo sguardo il percorso che lo separava da lei. La vide china mentre raccoglieva le ultime cose. Una furia innominabile gli montò dentro, pronta ad esplodere. La voce si trasformò in ruggito e, appesantito dalla rabbia, si scagliò contro la sua preda. Quella volta credette di morire, lo schianto fu talmente forte che lo sentì rimbombare per giorni dentro di sé. Poi il buio l’accolse. Quella fu l’ultima volta che lo vide.
Per anni provò ad allontanare quella parte della sua vita. Si rialzò da sola dal vortice nel quale era finita e si sorprese nello scoprire quanta forza avesse dentro di sé.
Adesso era pronta per rammentare, sapeva che non c’era nulla che potesse fare per cancellare i ricordi, ogni atto rimaneva in eterno, fissato nell’attimo del compimento. Tutti quei giorni sarebbero rimasti lì per sempre e ogni azione futura non avrebbe mai potuto cancellare il passato.
Da Arcidonna
Il rapporto 1991-2003 di Telefono Rosa
Le violenze nei confronti delle donne italiane si consumano principalmente all’interno delle mura domestiche. Lo svelano i dati del rapporto 1991-2003 di Telefono rosa, basati sulle denunce pervenute all’associazione negli ultimi 12 anni. Soltanto nel 2003, l’83,5% dei casi registrati denuncia, infatti, le violenze e i maltrattamenti di mariti e conviventi.
L’identikit dell’uomo “manesco” delinea il ritratto di un uomo sposato dai 35 ai 54 anni (60%), con una cultura media e un lavoro regolare (il 22,5% è rappresentato da impiegati). L’emarginazione sociale, la bassa istruzione o problemi come l’alcolismo non costituiscono, dunque, le cause principali di violenze e abusi all’interno della coppia.

Dalla loro parte, il 37% delle donne ha un’età compresa tra i 35 e i 44 anni ed è coetanea del proprio partner. Rispetto al 1991, il numero delle donne giovani tra i 25 e i 34 anni è invece diminuito del 10%. Le vittime sono casalinghe (29%), impiegate (22,4%) e disoccupate, che nello specifico appaiono in aumento con una percentuale del 7% nel 1991 e del 13,3% nel 2003. Anche per le donne si registra un buon livello di istruzione. Basti pensare che nel 2003 il 50% possiede la licenza media superiore.
Il focolare domestico nasconde, inoltre, l’aumento progressivo negli ultimi anni di pressioni psicologiche, ricatti economici e violenze fisiche verso le donne. I mariti denunciati sono saliti dal 70,1% al 76,5% e i conviventi dal 3,7 al 10,7%.
Il dato preoccupante è che dal loro canto le donne giustificano per ben il 44,8%, secondo le stime del 2003, i loro mariti e compagni, autoingannate dall’illusoria equazione: “Se mi picchia è perché è geloso, quindi vuol dire che mi ama”.
Le violenze e gli abusi nei confronti delle donne sono nella maggior parte dei casi di natura psicologica con il 41,2% (34,9% nel ’91). Seguono poi le violenze fisiche con il 34,2 (contro il 33,9 del ’91) e, infine le violenze economiche, che con il 19,7% presentano un aumento di più del 100% rispetto al ’91 in cui costituivano soltanto l’8% delle denunce.
Claudia Di Pasquale
Postato alle 21:09 di mercoledì, 23 maggio 2007 da dalloway66