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VIRGINIA WOOLF, Una stanza tutta per sé (1929)
Sembra quasi incredibile, oggi, affermare che, fino alla Prima Guerra Mondiale, in Europa le donne erano considerate intellettualmente inferiori agli uomini e che molti diritti erano loro negati, tra i quali anche la possibilità di studiare e di scrivere. Eppure, leggendo le pagine di questo saggio della Woolf, un po’ tutte ci ritroviamo, in una frase o in un’immagine o in un ricordo perché, malgrado i numerosi anni trascorsi dall’epoca in cui è stato scritto, quando dietro l’atto della scrittura c’è una grande mente, ciò che si scrive è sempre attuale.
Nel 1928 Virginia Woolf è invitata a tenere due conferenze nei college femminili di Girton e Newnham, sulle “donne e il romanzo”. Le riflessioni che la preparazione delle conferenze le provocano, la portano all’amara considerazione che tutto un mondo era stato costretto al silenzio e all’esclusione da una cultura maschilista prevaricante e che per una donna, il solo modo per poter scrivere era appunto di avere una stanza tutta per sé e una certa indipendenza economica.
«Ma insomma, potreste dire, ti avevamo chiesto di parlarci delle donne e il romanzo – cosa ha a che fare, questo, con una stanza tutta per sé? Tenterò di spiegarmi. Quando mi avete chiesto di parlarvi delle donne e il romanzo, sono andata a sedere sulla sponda di un fiume e ho cominciato a chiedermi che cosa volessero significare quelle parole. Avrebbero potuto semplicemente voler dire offrirvi alcune osservazioni su Fanny Burney; alcune altre su Jane Austen; un omaggio alle sorelle Brontë, con un ritratto della canonica di Haworth coperta di neve; forse alcune battute di spirito su Miss Mitford; una allusione rispettosa a George Eliot; un riferimento a Mrs Gaskell e me la sarei cavata. Ma a una riflessione più attenta, quelle parole non sembravano poi così ovvie. Il titolo «Donne e romanzo» poteva significare –ed è possibile che così lo abbiate inteso- le donne e ciò che esse sono; oppure le donne e i romanzi che scrivono; o ancora, le donne e i romanzi dei quali sono protagoniste; o potevate lasciare intendere che le tre cose sono in certo modo inestricabilmente congiunte e voi volete che io le veda sotto quella luce. Ma quando mi sono messa a considerare l’argomento da quest’ultimo punto di vista, che sembrava il più interessante, ho dovuto presto rendermi conto del fatto che esso portava con sé un fatale risvolto negativo. Non sarei mai riuscita a raggiungere una conclusione. Non sarei mai stata in grado di adempiere quello che è –ne sono certa- il dovere primo di un conferenziere, e cioè consegnarvi, dopo un’ora di parole, un nocciolo di verità pura da serbare ripiegato tra le pagine del vostro quaderno d’appunti o da custodire per sempre sulla mensola del caminetto. La sola cosa che potevo fare era offrirvi un’opinione su un aspetto minore di questo argomento: se vuole scrivere romanzi una donna deve avere del denaro e una stanza tutta per sé.»
Virginia Woolf inizia il suo studio alla ricerca della verità al British Museum, dove era ospitata la Biblioteca Nazionale inglese. Ed ecco cosa scopre:
«Avete idea di quanti libri sulle donne si scrivono nel corso di un anno? E avete idea di quanti fra questi sono scritti da uomini? Vi rendete conto di essere, forse, l’animale più discusso dell’universo? […] Le donne non scrivono libri sugli uomini, evidenza che non potevo fare a meno di accogliere con sollievo, perché se avessi dovuto prima leggere tutto quello che gli uomini hanno scritto sulle donne e poi quello che le donne hanno scritto sugli uomini, l’aloe, che fiorisce una volta ogni cent’anni, sarebbe fiorito due volte prima che io fossi riuscita a poggiare la penna sul foglio.»
Man mano che procede nella ricerca la Woolf non può fare a meno di notare come l’Inghilterra fosse governata da un regime patriarcale e che l’unico ruolo socialmente riconosciuto alla donna era quello di moglie e di madre. Emblematico il titolo di un’opera che trova, tra le tante, all’interno della Biblioteca: Dell’inferiorità mentale, morale e fisica del sesso femminile.
«Poteva darsi che quando il professore insisteva un po’ troppo enfaticamente sull’inferiorità delle donne, egli non fosse preoccupato tanto della loro inferiorità, quanto della propria superiorità. Era quella che egli proteggeva alquanto impulsivamente e con troppa enfasi, poiché essa rappresentava per lui un gioiello senza prezzo. […] Privi di fiducia in noi stessi siamo come neonati nella culla. E allora come possiamo fare a generare, nel più breve tempo possibile, questa qualità imponderabile e al tempo stesso così inestimabile? Pensando che gli altri sono inferiori a noi. Sentendo di possedere qualche forma innata di superiorità –che si tratti di ricchezza o di rango sociale, di un naso dritto o del ritratto di un nonno a firma di Romney- perché non c’è fine ai patetici stratagemmi della fantasia umana. Da qui deriva, per un patriarca che è costretto a conquistare, che è costretto a governare, l’enorme importanza di sentire che moltissime persone, addirittura metà della razza umana, sono per natura inferiori a lui.»
[continua]
I brani sono tratti da Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé, 2004, Einaudi Tascabili-Serie Bilingue