Parole

Link

Bottoni

Disclaimer

epicuroMai si è troppo giovani o troppo vecchi per la conoscenza della felicità. A qualsiasi età è bello occuparsi del benessere dell'animo nostro. Chi sostiene che non è ancora giunto il momento di dedicarsi alla conoscenza di essa, o che ormai è troppo tardi, è come se andasse dicendo che non è ancora il momento di essere felice, o che ormai è passata l'età. Ecco che da giovani come da vecchi è giusto che noi ci dedichiamo a conoscere la felicità. Per sentirci sempre giovani quando saremo avanti con gli anni in virtù del grato ricordo della felicità avuta in passato, e da giovani, irrobustiti in essa, per prepararci a non temere l'avvenire. Cerchiamo di conoscere allora le cose che fanno la felicità, perché quando essa c'è tutto abbiamo, altrimenti tutto facciamo per possederla. Pratica e medita le cose che ti ho sempre raccomandato: sono fondamentali per una vita felice.
(Epicuro, Epistola a Meneceo)
 
Nei giorni che inseguono altri giorni, in una vita che scorre via, ci capita di dimenticarci della felicità, essa diviene un concetto astratto una forma informe che si espande e si ritrae, di cui non abbiamo una percezione precisa, né un’idea appropriata, ma piuttosto la sensazione che si tratti di qualcosa di vago, che dura un attimo, che non conosce l’estensione nel tempo e che sfugge al concetto di appartenenza. A volte ci capita di voltarci indietro, alla ricerca di ciò che eravamo e questo ci sembra la felicità, rivedere scorci di esistenza perduta che, proprio perché ormai trascorsa, ci proietta in una dimensione estatica irraggiungibile. In verità tutto ciò che ci condiziona verso una muta rassegnazione, ci fa perdere di vista il nostro bisogno primario, quello che è innato in ognuno noi, che ci abita dentro, ovvero la ricerca e il soddisfacimento del piacere.
 
Una volta raggiunto questo stato ogni bufera interna cessa, perché il nostro organismo vitale non è più bisognoso di alcuna cosa, altro non deve cercare per il bene dell'animo e del corpo. Infatti proviamo bisogno del piacere quando soffriamo per la mancanza di esso. Quando invece non soffriamo non ne abbiamo bisogno. Per questo noi riteniamo il piacere principio e fine della vita felice, perché lo abbiamo riconosciuto bene primo e a noi congenito.
(Epicuro, Epistola a Meneceo)
 
Ciò che appare irraggiungibile spesso è la cosa che abbiamo più a portata di mano. L’universo di ciascuno di noi ha confini molto variabili. Mi capita a volte di rovistare tra gli scarti dell’umanità in cerca di doni preziosi, perché spesso è proprio lì che si celano gemme pregiate e antiche parole d’amore, perle che nessuno vuole più e utili consigli che galleggiano in acque stagnanti. E quello che ai miei occhi può apparire come qualcosa di unico e imprescindibile per un altro sarà la cosa più insignificante del mondo. Ma di qualunque cosa si tratti, il canale tramite il quale si arriva ad essere felici è sempre il piacere. Quando godiamo riusciamo a cogliere l’armonia intorno e dentro di noi, la soddisfazione ci induce alla benevolenza e ogni problema trova una soluzione.
 
Perché non sono di per se stessi i banchetti, le feste, il godersi fanciulli e donne, i buoni pesci e tutto quanto può offrire una ricca tavola che fanno la dolcezza della vita felice, ma il lucido esame delle cause di ogni scelta o rifiuto, al fine di respingere i falsi condizionamenti che sono per l'animo causa di immensa sofferenza. Di tutto questo, principio e bene supremo è l'intelligenza delle cose, perciò tale genere di intelligenza è anche più apprezzabile della stessa filosofia, è madre di tutte le altre virtù. Essa ci aiuta a comprendere che non si dà vita felice senza che sia intelligente, bella e giusta, né vita intelligente, bella e giusta priva di felicità, perché le virtù sono connaturate alla felicità e da questa inseparabili.
(Epicuro, Epistola a Meneceo)
 
In mancanza di un destino generoso, l’unico e indispensabile mezzo a nostra disposizione per vivere una vita felice è l’intelligenza, è questa la virtù che ci salva in ogni circostanza e che ci permette di riflettere su ogni cosa, che ci consente di scovare l’ago nel pagliaio, di distinguere tra le ombre, di comprendere ciò che è veramente importante da tutti gli affanni inutili, è quello che ci permette di vedere la bellezza che si cela dietro i paraventi e che ci fa cogliere tutte le parole che non riusciamo a sentire nel trambusto e quelle che perdiamo lungo il cammino. Con l’intelligenza possiamo ricreare i mondi e agire nel modo più adeguato alle varie circostanze, perché alla fine siamo noi che dobbiamo forgiare le condizioni necessarie affinché ogni giorno sia un giorno pieno di felicità.
 
La fortuna per il saggio non è una divinità come per la massa – la divinità non fa nulla a caso – e neppure qualcosa priva di consistenza. Non crede che essa dia agli uomini alcun bene o male determinante per la vita felice, ma sa che può offrire l'avvio a grandi beni o mali. Però è meglio essere senza fortuna ma saggi che fortunati e stolti, e nella pratica è preferibile che un bel progetto non vada in porto piuttosto che abbia successo un progetto dissennato. Medita giorno e notte tutte queste cose e altre congeneri, con te stesso e con chi ti è simile, e mai sarai preda dell'ansia. Vivrai invece come un dio fra gli uomini. Non sembra più nemmeno mortale l'uomo che vive fra beni immortali.
(Epicuro, Epistola a Meneceo)
 
Così ho imparato dalla vita a non essere mai superficiale ed ho notato con occhiolettera attento che il fato distribuisce tanti avvenimenti ed occasioni, ma senza selezione, perciò soltanto agendo con saggezza si può cambiare il passo e il finale delle storie. Così ho imparato che l’attesa spesso delude, mentre l’azione mai, perché se anche un progetto non va in porto rimane almeno tutta l’impalcatura e la passione che l’ha determinato e l’impegno nel perseguirlo e soprattutto ho imparato a sentire tutto ciò che mi arriva come un omaggio, un regalo inatteso, mentre quando non mi arriva nulla, mi dedico ad altre cose. Così ho imparato a voler bene ad ogni piccola sfumatura del mio amore e a valutare tutti i momenti l’importanza del tempo che condividiamo e del piacere inesauribile che mi offre e che si protrae nei giorni e delle illuminazioni di cui con gioia prendo consapevolezza, perché non voglio perdere nemmeno un istante di vita insieme.
E adesso so che sono una donna che non passa inosservata e che ovunque io vada e a chiunque mi rivolga lascio il segno, e so che ho un lavoro che mi piace e che rendo unico. So che per molti sono un punto di riferimento e che riesco a trovare una parola importante in tutte le occasioni.  Ora so che mi amo proprio tanto e che ho concentrato l’amore passionale solo su una persona e sulla predilezione per la lettura che ci accomuna. Perciò adesso vivo come una divinità tra gli uomini, dato che con il mio amore, me stessa, i miei libri e le parole che scrivo, ho proprio tutto e non mi serve altro, semplicemente perché sono felice.



Postato alle 16:45 di giovedì, 29 maggio 2008 da dalloway66
Coprimi grandemente
scioglimi
e in me resta.
 
E poi fammi restare
lenta chiusa
dentro la tua festa.
 
(Patrizia Cavalli, L’io singolare proprio mio)
 
Mi volto, lentamente, con la pacatezza che mi contraddistingue, per seguirti con lo sguardo fino al limite visibile dell’orizzonte, perché non posso più muovere neanche un passo senza percepirti in me, perché ogni mio pensiero conosce solo il perimetro che possa contenerti, perché non voglio camminare in nessun’altra strada che non sia la tua, né dissetarmi ad altra fonte. Io non voglio imparare più niente che non possa insegnarmi tu, né avere altra ragione da seguire, né vedere con uno sguardo che non sia il tuo e non so più che farmene del tempo se non lo occupo con te. E mentre assorbo, in un respiro dietro l’altro, ogni parola che tu dici, intanto continuo a sentire con gli altri sensi un caleidoscopio di emozioni, il tatto incontra la morbidezza, la vista percorre ogni tuo centimetro, il gusto riassapora le prelibatezze più esclusive, l’olfatto percepisce gli effluvi dell’armonia, come se tu potessi divenire illusionista e giungere dentro di me, in un’unica, ma molteplice forma.
 
Ogni mio movimento dimentica le leggi ataviche e si adegua al tuo incedere, alle movenze, ai gesti che traducono le parole e le completano, ne accompagnano il suono, contribuiscono alla modulazione delle stesse, le rendono visibili. Così mentre parli, si riempiono fogli immacolati, interi quaderni e album di fotografie pieni di ricordi e quadri luminosi, carichi di colori, perché ogni cosa che fai lascia una traccia profonda, un segno indelebile, una nota indispensabile, che si imprime su qualsiasi superficie.
 
A te voglio indirizzare ogni attenzione e se non posso giungere oltre le mie stesse parole, posso comunque squarciare qualsiasi schermo riflettente e aprire un varco che ci conduca oltre qualunque teoria, oltre qualsiasi idea, per divenire epicentro, punto di origine, fulcro della nostra esistenza, con la consapevolezza e l’ardore di averlo desiderato, di averlo scelto, di averlo voluto.
 
Questo ti voglio dire, tra le tante cose, che non dimentico niente, neanche un sospiro, nemmeno un’intonazione, io sono la memoria che contiene e che disegna, su queste pagine virtuali, tutti i giorni dell’amore, tutti gli attimi rubati al tempo, tutte le ore costruite con precisione e ogni giornata è destinata a chiudersi in quelle ore d’intimità che si dispiegano come una gioia inattesa e diffondono un tripudio sensuale ed esclusivo che si trascina fino al mattino e che non conosce il sonno, né il riposo.
 
A te devo fare riferimento e ricordare che nulla è mai scontato e che si deve inventare qualcosa da donare al proprio amore, giorno dopo giorno, perché l’amore va coltivato, ogni foglia deve essere pulita con cura e lucidata, ogni condivisione va appuntata su carta millimetrata, affinché non si perda una virgola, affinché nulla rimanga a metà strada, nei luoghi dell’indecisione, negli spazi dell’incertezza, affinché tutto sia sempre chiaro e definito. È questa la fortezza inattaccabile, l’universo che non dà udienza a nessun sedicente consigliere, il bosco fitto e impenetrabile della conoscenza.
 
E alla fine io non ti regalo altro che parole, belle, bene accoppiate certo, ma tu mi hai donato una coscienza che avevo dimenticato, che mi ero buttata alle spalle, per andare avanti cieca e ostile con me stessa e mi hai presa per mano per non farmi perdere nell’oscurità, per non farmi continuare ad inciampare e mi hai costretta a superare i miei limiti, non scavalcandoli o semplicemente aggirandoli, ma privandoli di importanza a tal punto da vederli diventare polvere.
E mi hai portata con te, e così, io che non ero più niente e mi trascinavo stancamente e credevo di non volere ormai più nulla, ho ritrovato la gioia che era ben nascosta dentro di me, ho riscoperto le parole grazie a te e il senso di tutta una vita.
Tu che non fai parte delle persone comuni e non conosci la banalità, né la vita limitata, tu che sai essere pietra millenaria e al tempo stesso soffice guanciale e sai dire tutto così bene creando un’atmosfera peculiare, tu stai colmando ogni mio vuoto con il tuo amore così speciale ed io, se adesso so cos’è la felicità, lo devo solo a te, mio grande amore.



Postato alle 19:47 di mercoledì, 21 maggio 2008 da dalloway66
Quando la mattina rimango sospesa tra il sonno e la veglia, ci sono voci che mi destano, non so nemmeno io da dove giungano, se appartengano alla regione dei ricordi, se siano echi del passato o frammenti di un sogno presto dimenticato o parti di un discorso interrotto dalla ragione. Sono voci confuse, altre ben definite, ma sconosciute, solo quella che mi sveglia è una voce che conosco, la voce che mi chiama per nome, come se volesse trascinarmi dal regno delle ombre fino alla terra dei vivi, è la voce che mi porta subito tra le tue braccia, che mi incolla alle pareti del tuo corpo elegante e perfetto, che mi regala un altro giorno di emozioni, è la voce che m’incanta e mi rapisce, per portarmi attraverso itinerari imprevedibili.
 
Ci sono voci che ti entrano dentro come se si trattasse della tua stessa voce e scavano e si fanno largo, alla ricerca dell’ascoltatore che c’è in te. Se moduli per me i suoni che aspetto e che compiono la mia giornata, rendendola degna di essere vissuta, io è come se ti sentissi attraversarmi la pelle, incanalarti in ogni anfratto, pulsare insieme al mio cuore, stabilire una connessione che non è solo corpo, o solo pensiero, ma che abbraccia tutto ciò che ci compone fino a comprendere l’universo intero.
 
Ci sono voci che ti cambiano la vita, che diventano vista per ciechi e udito per sordi, che ti fanno scorgere mondi interi, che ti fanno planare delicatamente sui morbidi prati del pensiero profondo. Ci sono voci che profumano, che t’inebriano con suoni che mutano in base alle parole e al trasporto delle emozioni che le accompagnano e voci che improvvisano danze e ti trascinano di luogo in luogo senza che tu te ne accorga, sospinta dai suoni morbidi che incalzano e aumentano fino a farti volteggiare ubriacata d’insensatezza.
 
Ci sono giorni in cui la tua voce comprende tutti e cinque i sensi, in cui è capace di seguire il ritmo dei miei movimenti e di ogni mio respiro per te. La tua voce, che io amo, mi segue ogni istante, anche quando rimani in pausa, per un attimo e ti sporgi dentro di me, per ascoltare il mio silenzio eloquente che ti dice quel che già sai, cosa penso, cosa sento e perché. La tua voce, che scandisce il ritmo lento delle mie giornate e le approssima alla pace ineffabile, a qualcosa che somiglia al raggiungimento di una meta, alla quiete di un affanno che si placa, si poggia come una foglia leggera su di me e quasi mi ipnotizza con la sua lenta discesa, incidendo ogni concetto delicato nella mia anima. È la tua voce che mi dice le parole dell’amore, coprendo tutto lo spettro dei colori, ed io che ho imparato ad ascoltarti così bene, non faccio che dipingere, giorno dopo giorno, l’edificio che ci ospita, affinché diventi l’unico esistente in tutto il creato o in qualsiasi luogo della fantasia.
 
Ci sono voci che ti forgiano, ti trovano che sei un pezzo di ferro pieno di impurità e ti plasmano dolcemente, ma con decisione, un giorno dopo l’altro, finché non diventi una spada di puro acciaio, che compie tagli perfetti e recide con lama fredda, ma con la vista e l’anima. Perché la forza interiore è la vera guida del corpo e la staticità non è mai reale quando hai il cervello che vibra. La mia mente si espande, alcune volte ti raggiunge, altre volte no, ma sempre circumnaviga lo spazio interplanetario e in ogni particella scorge frammenti di te e di sé come se si potesse fluttuare all’infinito, senza forza di gravità, senza intervalli temporali, soltanto allungando la fune che ci congiunge, solo per avere, talvolta, l’impressione di andare via, ma per riunirci, poi, con uno strattone repentino.
 
Ci sono voci che guidano, che sanno sempre consigliarti, che ti rendono tutto più semplice e morbido, voci che ti abbracciano, che ti prendono per mano e ti aiutano ad allungare il passo e a sorridere, c’è la tua voce che è respiro e battito, che mi sospinge in quella dimensione dove non esiste nient’altro che noi due, perché è vero che il tempo si può annullare e che la materia si sconfigge facilmente, che esistono risposte per tutte le domande e una voce diversa per momenti differenti e con l’intesa perfetta, perfino il battito di ciglia arriva come un alito leggero dentro gli occhi e finanche le cose che ci circondano sembrano possedere una voce propria e con un mormorio sommesso, ci avviluppano e stringono in un abbraccio che tutto comprende e tutto rivela.



Postato alle 20:41 di giovedì, 15 maggio 2008 da dalloway66
Clarissa doveva avere tre o quattro anni, in una casa in cui non sarebbe mai ritornata, della quale non ha alcuna altra memoria se non questa, precisamente distinta, più chiara di ciò che le è accaduto ieri: un ramo che batte alla finestra mentre attaccano le trombe, come se il ramo, mosso dal vento, avesse in qualche modo determinato la musica. Le sembra di avere iniziato in quel momento a vivere nel mondo, a capire le promesse implicite in uno schema che è più grande della felicità umana, sebbene contenga la felicità umana insieme a ogni altra emozione. Il ramo e la musica contano per lei più di tutti i libri nella vetrina del negozio.
(Michael Cunningham, Le Ore)
 
A volte un suono o un profumo o una semplice parola, possono scatenare una ridda di ricordi accatastati negli angoli della memoria. Ci sono suoni che creano sinfonie, mentre pezzi di vita riaffiorano e ci rivelano aspetti determinanti, sui quali non avevamo mai riflettuto, è come se certi pensieri continuassero a comporsi e strutturarsi, nel corso della vita, in modo inconscio e poi saltassero fuori all’improvviso, quasi senza un motivo, provocati da qualcosa di esterno a noi. Ma un motivo c’è sempre, tutto si muove secondo uno schema apparentemente incomprensibile, ma che si comprime e si espande e ci raccoglie, tutti quanti.
 
Cammino ormai sospinta da una lieve brezza, e sembra quasi che io navighi sull’asfalto, perché la forza che mi sospinge non è il passo, ma il pensiero di un altro giorno insieme a te.
 
Srotolare il papiro della perfetta conoscenza richiede mani delicate, tocchi leggeri e penne d’oca che incidano il prezioso rotolo senza scalfirlo, come pennellate appena accennate che però dipingono il furore e l’estasi dei giorni che si inseguono, del tempo che si struttura tra musica e parole, del cielo che si abbassa solo per incontrare uno sguardo complice, carico di elettricità e clamore. E se i miei tempi si perdono nei percorsi del ricordo, basterà tracciare mappe stellari, che brillino anche nei giorni nel buio più intenso, quando ci si confonde tra le ombre e niente sembra avere contorni definiti, quando ci si perde nella normalità e sembra che non ci sia più terreno sotto i piedi, né alcun luogo dove andare.
 
Quando il tempo sembra che acceleri il passo e dalla luce del sole ci si ritrova all’improvviso tra le ombre della sera, una strana meraviglia sempre sorprende, ma poi un sorriso abbraccia quel che rimane della giornata, con l’eco delle parole che si mettono in ordine e i sussurri che ancora aleggiano e scendono piano, ondeggiando, con i colori di un paracadute di seta, che si gonfia e sgonfia e segue gli spostamenti leggeri della brezza serotina.
Le incursioni nei territori che ci appartengono, in un continuo percorrere delicatamente gli universi dell’incanto, agitano il promemoria dell’attesa, s’insinuano nei pensieri, diventano ossessione.
 
Guardate come lei si lascia catturare
dal bastone che si muove, dalla minuscola mossa
d’ala di ogni mosca, dal rumore
di ogni porta che si apre.
E quando si mette sulle mie ginocchia
sembrerebbe per sempre, le unghie
quasi conficcate nella carne. Ma se passa
un uccello alla finestra, addio baci
addio carezze, lei vola via.
E poi, forse, ritorna.
(Patrizia Cavalli, da Il Cielo)
 
Ormai niente potrà mai più essere come prima, adesso che il mio tempo si confonde con il tuo, in una danza leggera che trascina e muove i tuoi capelli e ti fa brillare gli occhi, luogo prediletto della tua anima inquieta e sorprendente. E non importa se l’aria diviene rarefatta e i pensieri si ingarbugliano, quasi immersi dentro una nebbia, non importa se le cose mi cadono dalle mani, distratta da ogni riflessione che si posa su di te, no, non importa se le mie giornate si intrecciano solo con le tue, se non conosco più un luogo diverso dai tuoi preziosi recessi, se vado via solo per venire da te, se ti consegno il mio soffio vitale e mi dimentico di qualsiasi cosa che non sia tu. In ogni alba che vedo, la mattina appena sveglia, mi sembra di percepire il tuo profumo e scorgerti tra i veli del sonno, con le tue pose irrequiete di demonio intrappolato nel corpo di un angelo, con le tue lunghe braccia che discendono il declivio dei tuoi fianchi e compiono la tua posa statuaria nelle tue eleganti mani di pianista, piegate leggermente, rendendoti apparizione suggestiva e incantevole, che toglie il sonno e compromette la veglia. Niente più sarà mai come prima, perfino il perimetro della mia stanza abbandona le leggi della fisica e muta, insieme alle pareti girevoli che conducono alla tua porta, e i libri che si uniscono disordinatamente e i tuoi passi cadenzati e le punte di asparagi in cucina e il rumore delle stoviglie, il tuo armeggiare preciso affinché ogni cosa sia in ordine e il suono della tua voce, che circola insieme al sangue nelle mie vene e raggiunge un cuore tachicardico e impazzito, che continua a pulsare, sorpreso e sbalordito di trovarsi in mezzo a un mare di serenità, solo quando si adagia su di te.
 
Era un’improvvisa rivelazione, un’impressione, come il rossore che si vorrebbe reprimere e al quale, poiché si diffonde, si finisce per cedere; e allora ci si precipita all’estremo limite dell’abisso, e là rabbrividendo si sente il mondo avvicinarsi, denso di qualche straordinaria rivelazione, incalzante fino a rompere la crosta sottile e a traboccare e a rovesciarsi con grande esuberanza, sulle crepe e sulle piaghe. Allora, in quei momenti, ella aveva visto una luce; una fiammella ardente in un croco; un intimo significato quasi espresso.
(Virginia Woolf, La signora Dalloway)
Only you make me feel good



Postato alle 12:25 di venerdì, 09 maggio 2008 da dalloway66
« Quando ripensa a quegli anni lontani è come se li guardasse attraverso un vetro impolverato, il passato è qualcosa che può vedere ma non toccare e tutto ciò che vede è sfocato, indistinto »
 
Così si chiude il film del 2000 di Wong Kar-Wai, In the mood for love, all’interno del quale si trovano tutti i temi prediletti da questo regista, una storia d’amore che non si evolve, la solitudine, la difficoltà di esprimere i sentimenti e i ricordi che rimangono, mentre il tempo vola via. Tutto si svolge su un piano destrutturato sul quale i protagonisti si muovono più per sguardi e sensazioni che per dialoghi veri e propri, le frasi rimangono sospese, sottolineate dalla musica, mentre la vita se ne va, trascinandosi tutte le delusioni del tradimento, dei sentimenti che nascono ma non si sviluppano in una comunanza d’intenti e della nostalgia che si affaccia di continuo, come eco del passato e traccia ben distinta del presente.
 
in-the-mood-for-loveLa trama è molto semplice, i due protagonisti traslocano nello stesso edificio lo stesso giorno e diventano vicini di casa, casualmente scopriranno che i rispettivi coniugi sono amanti. Così i due si avvicinano e, nel tentativo di comprendere il perché di questo inganno, mentre fanno delle passeggiate o cenano al ristorante, assumono ciascuno il ruolo del compagno dell’altro, immaginando i possibili dialoghi e le conseguenti risposte, nel momento della rivelazione, ma finiranno inevitabilmente per innamorarsi a loro volta, anche se non se lo diranno mai .
Pur affrontando il tema dell’adulterio i due amanti non vengono mai inquadrati, il problema non viene posto in termini di moralità, non si è sottoposti ad una sorta di scelta forzata tra fedeltà e tradimento, non si prova alcun sentimento verso gli infedeli, sembra quasi che non esistano, così come non ci sono spiegazioni da dare, tanto che per quanto i protagonisti si interroghino, alla fine le loro domande non troveranno alcuna risposta.
 
Il gioco della seduzione, che il regista conduce abilmente, si spiega nel ritmo lento di certe immagini, che vengono rallentate appositamente, per sottolineare uno sguardo, un passo, un abito. E con quei rallentamenti voluti, il tempo si allunga e si eterna, nella ripetitività dei passi della protagonista, che cambia vestito ogni due scene. E solo lì si esprime il linguaggio delle emozioni, che non troverà mai il completamento in una reale storia d’amore. Fascino e sensualità si sprigionano dai colori pastello delle immagini e dalle tinte forti, come il rosso delle tende dell’albergo, dai movimenti simili a una danza, dagli sguardi tra gli interpreti, dai silenzi sottolineati da una musica struggente ed emozionante.
Wong Kar-Wai riesce dunque a dare un corpo a ciò che fa parte del regno dell’invisibile, creando un’atmosfera che riveste l’intero film e i suoi protagonisti e in quell’incedere armonioso, nella lentezza delle pose, in un colore, si avverte qualcosa di immateriale, che pure viene filmato, come per magia.
Gli ambienti stretti, la pioggia continua, gli spazi chiusi contribuiscono all’impossibilità dell’evolversi dell’amore, che rimarrà irrisolto, poiché i personaggi non coglieranno il giusto tempo della fioritura e lasceranno passare il momento perfetto. Così alla fine Chow si recherà presso le rovine del tempio di Angkor, simbolo delle devastazioni del tempo, che rende tutto indistinto e irreale.
 
«Ricominciamo?»
Una delle tante parole dell’amore, della fine impossibile, dell’eterno cercarsi per ritrovare se stessi nell’altro. Ecco la parola-chiave di Happy Together, film del 1997 del regista cinese. Ricominciare è il desiderio che niente finisca, è riprenderehappy together una storia per cercare di proseguirla migliorandosi, è la voglia di cambiare tutto per non perdersi e ogni volta che si pronuncia, riparte da zero anche il film, passando repentinamente dal bianco e nero al colore.
Lai Yiu-Fai e Ho Po-Wing sono una coppia omosessuale di Hong Kong, essi decidono di partire per l’Argentina, per vedere le cascate dell’Iguazù, ma non le raggiungeranno mai insieme, mentre a Buenos Aires la loro storia andrà in rovina. Wing decide di interrompere la relazione. Fai lavora all’ingresso di un bar dove si balla il tango e cerca di attirare i turisti, il suo scopo principale è quello di racimolare il denaro necessario per tornare a Hong Kong, mentre Wing fa il mantenuto e conduce una vita dissoluta. Una sera casualmente si ritrovano e Fai accetta di ospitare il suo ex compagno, ma niente sarà come prima. Fai lascerà il precedente impiego e andrà a lavorare in un ristorante dove incontrerà Chang, un cuoco di Taiwan (che lascerà tutto per partire alla volta della Patagonia) e alla fine riuscirà a tornare nella sua città, mentre Wing continuerà la sua corsa verso l’abisso.
 
I due amanti si perdono lungo la strada delle cascate e si separano, il percorso che doveva ricongiungerli invece li divide e il non riuscire a giungervi raddoppia la perdita, che diventa geografica e anche umana.
Fai nasconde il passaporto a Wing e non vuole restituirglielo ed ecco che questo simbolo d’identità e d’indipendenza provoca un’ulteriore rottura. Il passaporto nascosto è per Fai garanzia del ritorno di Wing, ma per quest’ultimo diviene causa di immobilismo forzato. Privato della sua identità e senza un domicilio fisso, la stanza nella quale lo ospita Fai, diviene luogo di transito, punto di partenza e al tempo stesso di frattura.
Tra i due protagonisti c’è un’importante componente psicologica, una forte intimità fisica, non è solo sesso, ma vera intimità, la perfetta conoscenza del corpo dell’altro che diventa parte di sé e un continuo ripetersi dei rituali di coppia, prendersi cura l’uno dell’altro, prepararsi da mangiare, fumare i mozziconi di sigaretta dell’altro, ma anche le lotte continue per avere un ulteriore contatto fisico.
Il tutto si svolge all’interno della stanza dove i due vivono come reclusi, in balia di un rapporto ossessivo-possessivo e dalla quale escono a turno, per non interrompere la continuità. Ossessione dell’altro e ossessione del luogo.
Lo spazio diventa dunque non-luogo, territorio d’esilio, con richiami continui per tutto il film, il faro all’estremo sud della Patagonia per Chang (“laggiù c’è un faro dove vanno i malati d’amore e lasciano lì i loro dispiaceri.”) e le cascate per Fai, ma tutti i territori non sono che un pretesto, uno specchio che conduce sempre a se stessi e il luogo alla fine non è altro che eco interiore.
 
Anche qui il regista sospende il tempo grazie al rallentamento, in particolare rimane impressa la scena in cui lo sguardo di Fai sulla strada e quello di Wing attraverso il vetro della macchina, s’incrociano, il tempo sembra dilatarsi e allungarsi in quello sguardo senza fine.
 
Il film gioca su una circolarità che non si chiude, su un ritorno perpetuo, un continuo rincorrersi, sull’ambiguità del detto e del non detto, su una ritualità che fissa, ma malgrado l’impasse che si genera, si giunge comunque al ‘dopo’, ma dopo l’amore e dopo la fine dell’amore si può ancora tornare dall’altro?
Il fatto è che non si può prescindere dall’altro, happy together, si è felici insieme, i luoghi della gioia si scoprono in due.
«Ricominciamo?»
da happy together



Postato alle 17:58 di domenica, 04 maggio 2008 da dalloway66

Chi sono

Commenti

Evoluzione della specie

Evoluzione della specie

Categorie

Archivio

visitatori

*loading*
anime

zodiac

Credits