Parole

Link

Bottoni

Disclaimer

«È certamente vero che il tempo non coincide con la storia; ma la coscienza del tempo, sì. Il tempo si fa storia quando sul continuum temporale interviene il discretum umano, quando cioè la continuità indistinta del primo, viene frazionata e scandita in ritmi umani.»
(Buttitta-Miceli, Percorsi simbolici)
 
Spesso non ci riflettiamo, eppure il tempo scandisce le nostre giornate, le inserisce, come piccoli tasselli di mosaico, in un quadro sempre più grande, i minuti compongono le ore, le ore i giorni, i giorni le settimane, le settimane i mesi, i mesi gli anni, in un continuo crescendo. Ma l’altro aspetto che salta subito agli occhi è anche la sua circolarità, ogni minuto finisce e ricomincia e così le ore, i giorni, i mesi, gli anni.
 
Esiste dunque un tempo oggettivo, standardizzato, uguale per tutti, quello dell’orologio, quello del calendario. Un tempo che ci colloca esattamente entro uno spazio temporale circoscritto. Uno storico che si basa sul tempo cronologico, racconterà la storia come una successione di eventi, tuttavia, all’interno di questo tempo, ne esiste sempre un altro, quello che non obbedisce a una scansione precisa, quello delle variabili, quello che sfugge all’uniformità. Grazie a questo tipo di tempo lo storico può allora narrare i fatti facendoli rivivere, interpretandoli e determinandoli.
 
Il mito invece, in quanto racconto che nasce dall’esigenza dell’uomo di spiegare ciò che gli era incomprensibile, si colloca in una specie di non-tempo, quello che Eliade ha definito l’eterno presente, dove passato e presente si fondono.
 
Oggi, che poniamo uno sguardo sempre più superficiale su tutto ciò che ci circonda, collocare l’uomo all’interno della natura è molto più complicato, innanzitutto viviamo una perdita dei valori, uno svuotamento interiore e un morboso attaccamento a ciò che è effimero, tutte cose che ci impediscono una visione più ampia e poi, al tempo ciclico, proprio della Natura opponiamo un tempo rettilineo, tutto in discesa, senza possibilità di ritorno, tipico dei nostri ritmi cittadini.
 
Uno dei miti legati al ciclo vegetativo è quello di Demetra, dea del grano e Persefone, sua figlia. Il mito racconta che Persefone, mentre passeggiava con le sue ancelle, fu rapita dal dio degli Inferi. La madre, disperata, chiese aiuto a Zeus per riavere la figlia, ma ottenne solo il compromesso di tenerla per sei mesi sulla terra e per gli altri sei nel mondo dell’oltretomba. I sei mesi nell’Ade corrispondono a quelli durante i quali la natura sembra morire, mentre il ritorno di Persefone sulla terra coincide con l’inizio della primavera e dunque con il rifiorire della natura. In tal modo si spiegavano le fasi naturali dei cicli stagionali.
 
In Grecia si organizzavano delle cerimonie di iniziazione, destinate a gruppi di prescelti e tra le più conosciute rientrano i misteri di Eleusi, dedicati appunto a Demetra e Persefone. Tali misteri si diffusero anche nell’occidente romanizzato e la Sicilia, in particolare fu una delle sedi principali di tale culto.
Diodoro Siculo, ad esempio, narra della festa celebrata a Siracusa in rievocazione della discesa di Persefone nell’Ade. Durante tale festa si facevano dei sacrifici incruenti, sia pubblici che privati ed era inoltre previsto l’utilizzo di un linguaggio osceno, con lo scopo di provocare il riso in Demetra, afflitta per la perdita della figlia, il riso liberatorio avrebbe favorito il rifiorire della vita. Durante le thesmophorie siracusane si realizzavano anche dei dolci a base di miele e sesamo, che riproducevano le parti intime femminili e che venivano offerti alle dee, come simboli di maternità. Si trattava di cerimonie destinate unicamente alle donne. Demetra era detta anche thesmophoros (legislatrice) perché, oltre all’arte agricola, aveva anche elaborato le prime leggi sociali.
 
Nella ripetitività del rituale il tempo si ferma, si fissa, ma chi di noi non ha una serie di piccoli riti quotidiani? Di gesti che hanno una sequenza specifica e dai quali non si può prescindere?
Forse proprio in questo scandire fasi e azioni, risiede il nostro anelito all’eternità.



Postato alle 17:30 di lunedì, 31 marzo 2008 da dalloway66

La poesia moderna inizia con Baudelaire, Rimbaud e Mallarmé. C’è chi ha individuato due filoni principali all’interno di questa poesia, il primo è il filone dei veggenti (che comprende Baudelaire, Rimbaud, i surrealisti), in base al quale il poeta riproduce un mondo che duplica quello reale, attraverso un linguaggio poetico che si rivolge sia all’occhio che all’orecchio. Il secondo è invece quello degli esteti (che accoglie Baudelaire, Mallarmé, i dadaisti) per il quale ci si pone fondamentalmente il problema del linguaggio, ovvero della creazione di una lingua di comunicazione.

 
Corrispondenze
 
La Natura è un tempio dove pilastri viventi
lasciano uscire talvolta parole confuse;
l’uomo vi passa attraverso foreste di simboli
che lo osservano con occhi familiari.
Come lunghi echi che in lontananza si fondono
in una scura e profonda unità,
vasta come la notte e come la luce,
i profumi, i colori e i suoni si rispondono.
Ci sono profumi freschi come carni di fanciullo,
dolci come oboi, verdi come le praterie,
- e altri, corrotti, ricchi e trionfanti
che hanno l’estensione delle cose infinite,
come l’ambra, il muschio, il benzoino e l’incenso,
che cantano le passioni dello spirito e dei sensi.
(Charles Baudelaire, I fiori del male)
 
Siamo tutti collegati. Ogni cosa si lega ad un’altra attraverso corde imperscrutabili che si aggrovigliano in una matassa senza fine.
 
Il mondo ha un suo linguaggio simbolico e ci parla di continuo, ma solo pochi eletti possono percepire quel sottofondo che permea di sé ogni cosa. Tutto ciò che si nasconde dietro a un simbolo può determinare confusione e il vero senso è in ciò che ristagna dentro di noi. Si può comunicare in tanti modi, soprattutto con i sentimenti, con quella potenza sconosciuta che supera ogni barriera, perché solo chi ama sa quanto può essere lungo un abbraccio e importante ogni singola parola.
 
Non sempre si riesce ad esprimere le proprie emozioni, con il linguaggio delle immagini si può colmare un vuoto, con le sintetiche parole di una lirica, si può esprimere ogni sensazione possibile, ogni cosa necessita di una sua chiave di lettura, quello che è accessibile senza sforzo non ha alcun gusto.
 
Il paesaggio interiore riesce a fondersi perfettamente con quello esterno, la corrispondenza mescola suoni e colori, materia ed evanescenza, vita reale e sogno e lo scopo è sempre quello di ricreare l’unicità dalla separazione.
 
La teoria dei sei gradi di separazione prende spunto dalla letteratura, in particolare da un racconto di Karinthy (Catene, 1929) e sostiene che ogni essere umano è connesso ad un altro attraverso una catena che non comprende più di cinque elementi. La scienza ha cercato di dimostrare questa teoria, il cinema ha affrontato l’argomento e adesso molte fiction se ne occupano. Certo non si può negare che siano ipotesi molto affascinanti, ma io non credo che ci sia nulla da dimostrare. Le corrispondenze esistono, al di là di ogni dubbio, poi è compito della nostra apertura mentale saper leggere tutti i segni che ci piovono addosso. Ci sono molti modi per rendere la vita un viaggio meraviglioso e coinvolgente.
 
In effetti, anche se magari non le vediamo sotto quest’ottica, possiamo cogliere anche noi delle connessioni tutti i giorni, sono quelle che definiamo coincidenze. È vero che molti non sfruttano una risorsa così ampia, ma certe volte è inevitabile che si stabilisca una connessione talmente forte tra due persone, da non poterne fare più a meno ed è affascinante che ci sia anche il supporto di una teoria che annulli in qualche modo le distanze. Capita che si percepisca quasi la presenza fisica di chi amiamo, anche quando non è presente o che si colgano in anticipo le vibrazioni di un pensiero o di una semplice telefonata che sta per arrivare. Com’è possibile stabilire delle regole in presenza dei sentimenti, come si può essere ordinati quando si ha dentro un folle mondo parallelo che si vuole condividere con qualcuno che ci assomiglia? Tra gli scaffali, tutte quelle parole meravigliose che non trovavano collocazione, adesso rifulgono e si intrecciano, si cercano, si mescolano in un delirante poema, incontenibile, intraducibile, composto da mani e passione, felicità e dolore, sguardi e contatti, aperture e chiusure, da un andirivieni continuo che si sublima nella potenza di una forza che trascina, che non dà scelta, se non quella di seguirla fino in fondo, verso qualsiasi abisso o vetta condurrà. La punta morbida di una matita traccerà le tappe del viaggio idilliaco in una corrispondenza continua, voluta da forze misteriose, profumata, inebriante, idratata dal nettare degli dei.



Postato alle 10:35 di venerdì, 28 marzo 2008 da dalloway66
Scava, continua a scavare e poi scortica, solleva, tira, estrai, prosegui, arriva fino all’osso. Giungi sempre all’essenza, a quel punto recondito, senza confini, in continua espansione, che si allarga e poi si richiude su se stesso. So molto poco, forse non so nulla, ma quando si è abituati a scavare, saltano i coperchi delle tombe, la fibra si unisce al terreno, gli umori si compenetrano, la vita assume strane forme, odori, particelle e batteri e tu sai, impari a conoscere, nel buio, nell’umidità, con quell’odore che ti entra nelle narici e ti penetra fino al cervello. Perché non puoi capire niente senza morire almeno una volta.
 
«Quando il destino, sotto qualsiasi forma, si rivolge direttamente alla nostra individualità, quasi chiamandoci per nome, in fondo all’angoscia e alla paura esiste sempre una specie di attrazione, perché l’uomo non vuole soltanto vivere, vuole anche conoscere fino in fondo e accettare il proprio destino, a costo di esporsi al pericolo e alla distruzione.»
(Sándor Márai, Le braci)
 
Sappiamo già tutto, è questo il motivo della ricerca senza sosta. Vogliamo rincorrere qualcosa nella speranza di potere mutare il nostro destino, ma in realtà ogni corsa ci conduce laddove dovevamo andare. Nulla accade per caso, ci si perde o ci si incontra con l’inesorabilità della mappa già tracciata, del sentiero già percorso. L’unica cosa che ci compete è intervenire per completarci, compiere uno sforzo per godere della pienezza della profondità, seguire l’irrequietezza dell’anima verso una felicità che solo il fremito dell’amore può dare. È questa in fondo la vera conoscenza, l’unica che possiamo avere, sgomberare la nebbia e contemplare con calma tutti gli strati che ci compongono, il sapere millenario che è tracciato nel nostro dna, il potere senza limiti dei nostri sentimenti, il tocco lieve del nostro sguardo interiore, l’offerta della nostra parte spirituale, la fusione fisica, senza attesa, scolpiti in una sospensione temporale.
 
Cos’è la conoscenza? Forse quella linea tremolante, come vampa di candela, esposta all’alito leggero della notte, è quel dire e non dire, è tutto il sapere che si nasconde dietro una frase detta con semplicità. La conoscenza, in fondo, è semplice. Il sapere arrogante è complicato e artificioso. L’ambizione non ha freni. Il desiderio del possesso non conosce pause.
 
Christopher MarloweChristopher Marlowe (1564-1593) con le sue opere incarna perfettamente la spinta dell’uomo verso il fascino trascinante del potere, dell’ambizione e del sapere. La sua vita è avvolta da un alone di mistero che rende ancora più avvincente la figura di questo autore, assassinato a ventinove anni, dalla personalità dirompente e che faceva parte dei servizi segreti. Fu il drammaturgo più dotato del gruppo degli University wits, provvisto di una genialità tale che conquistò subito il favore del pubblico con il suo Tamerlano il grande, rappresentato quando non aveva che una ventina d’anni. Ciò probabilmente grazie anche alla predilezione per le imprese sovrumane e la descrizione di eroi insaziabili e solitari, che alla fine non fanno altro che combattere il mostro più indomabile e pericoloso, ovvero la lotta contro se stessi. Marlowe scrisse La tragica storia del dottor Faust nel 1590, Faust punta alla conquista della perfetta conoscenza, laddove conoscenza equivale a potere e controllo più che comprensione, eppure la sua sete del sapere proibito si sublima nella conoscenza fine a sé stessa, che prescinde dalla sua applicazione pratica.
 
In realtà Faust non utilizzerà mai le abilità desiderate per ottenere la gloria e il potere.
 
Ah mezz’ora è passata. Presto sarà trascorsa tutta.
Dio, se non vuoi avere pietà della mia anima
almeno per amore di Cristo il cui sangue mi ha riscattato,
metti un termine al mio incessante dolore:
lascia che Faust resti all’inferno mille anni,
centomila, ma che alla fine sia salvato!
Oh, no non c’è fine per le anime dannate;
perché non sei una creatura senz’anima?
Perché la tua deve essere immortale?
Ah, la metempsicosi di Pitagora, se fosse vera
quest’anima volerebbe via ed io sarei mutato
in una fiera insensibile: tutte le bestie sono felici,
perché quando muoiono
le loro anime sono subito dissolte in elementi;
mentre la mia dovrà vivere in eterno per essere tormentata all’inferno.dr faustus
maledetti siano i genitori che mi generarono!
No Faust, maledici te stesso, maledici Lucifero
che ti ha privato delle gioie del paradiso.
(L’orologio suona la mezzanotte)
Suona! Suona! Corpo, trasformati in aria,
o Lucifero ti porterà vivo all’inferno!
(Tuoni e fulmini)
Oh anima, trasformati in una piccola goccia d’acqua
e cadi nell’oceano affinché nessuno ti trovi.
(Entrano i diavoli)
Mio Dio, mio Dio! Non guardatemi con tanta ferocia!
Vipere e serpenti lasciatemi respirare ancora un momento!
Orribile inferno, non aprirti! Non venire, Lucifero;
brucerò i miei libri! Ah, Mefistofele!
(Escono insieme a lui)
 
Alla fine Faust ripercorre le tappe della storia dell’umanità, con la sua irrefrenabile sete di conoscenza, coglie il frutto proibito dall’albero del bene e del male, rivivendo la storia del peccato originale. Faust avrà molte occasioni per pentirsi e salvarsi, ma non lo farà, perché è questa l’ineluttabilità del destino, la consapevolezza che ogni potere è vano e che la grande partita con la vita la giochiamo da soli. Siamo vittime di noi stessi e delle nostre tentazioni.



Postato alle 10:32 di martedì, 25 marzo 2008 da dalloway66
Era l’istante in cui la notte si separa dal giorno, e il mondo di sotto da quello di sopra. E forse ci sono altre cose che si separano. L’istante in cui la profondità e l’altezza, la luce e l’oscurità si toccano ancora nel mondo e nell’animo umano, in cui i dormienti si svegliano di soprassalto dai loro sogni pesanti e tormentosi, e gli ammalati sospirano profondamente perché avvertono che l’inferno della notte è terminato e sta per cedere il posto a una sofferenza più articolata. Il giorno, con la sua luce e le sue regole, districa e ricompone tutto ciò che nell’oscuro caos della notte era apparso come desiderio convulso, assillo segreto, passione delirante. I cacciatori e la selvaggina amano quell’istante. Non è più notte e non è ancora giorno. Il profumo della foresta si fa aspro e selvaggio come se tutti gli organismi viventi cominciassero a destarsi nel grande dormitorio del mondo, come se tutti, le piante, le bestie e anche gli esseri umani, esalassero i loro segreti e i loro sospiri.
(Sándor Márai, Le braci)
Ci sono cose che si separano, ci sono persone che si allontanano, ci sono vite che si dividono. L’orizzonte, tutti i giorni si staglia, come uno sfondo obbligato, che non possiamo scegliere e porta con sé l’inesorabilità degli eventi. Il giorno che si alterna alla notte, l’estate che sopraffà l’inverno, il ciclo lunare, la natura che si rinnova e tutto il percorso che continuiamo a solcare e sbagliare, cambiando direzione di continuo. Perché quale altra attività può essere prediletta quanto quella di sfuggire all’inesorabile?
La vita è fatta di sfumature, come il fumo di una sigaretta mi avvolge e talvolta scopro di essere anch’io inconsistente. Mi colloco esattamente in quel punto indefinito in cui la notte si separa dal giorno, sono evanescente come rugiada e allora mi pongo entro un contenitore solido, ben custodito, rigida, imperscrutabile. Si cambia nella vita, eccome se si cambia, non è vero che alla fine si rimane sempre gli stessi. Bisogna adeguarsi all’ambiente circostante, è la tecnica di sopravvivenza primaria, insita in ognuno di noi. Si cambia per necessità, perché la vita ti bastona tanto che devi trovare un modo per continuare ad andare avanti e anche se le sovrastrutture si possono sempre rimuovere, o modificare, se mutano gli attacchi, quando ti abitui a startene in disparte è davvero difficile rimettersi in gioco, ci vuole tempo e la pazienza che non ci è mai concessa.
Il caos è dentro di me, sono stata folgorata dal genio dell’anarchia, dalle lusinghe dell’intelletto, dal fuoco della creazione, dalla purezza di uno spirito indomito. Perciò andavo addomesticata e tutti si sono impegnati in questo gravoso compito. Quando l’occhio sociale si impone una certa mansione, come un dovere irrinunciabile, non si può certo dire che difetti nell’impegno, ma io ero un osso troppo duro per convincermi semplicemente. Il mostro mi ha spezzato le gambe per fermarmi, mi ha colpito alle spalle per rendermi più docile, mi ha lobotomizzata per frenare l’impeto dei miei pensieri, mi ha abbattuta come un albero secolare che non fiorirà mai più. E per continuare ad andare avanti, senza cedere, ho innalzato una muraglia cinese a prova di secoli, la capacità di ragionare è stata la mia salvezza e la mia condanna.
Non pensare mai a cosa si è diventati è un ottimo metodo per dimenticarsi di se stessi, eppure capita a volte che un incidente di percorso, un incontro inatteso, un’immagine improvvisa, riporti a galla un insieme di domande e risposte rimosse dal tempo. Ogni cosa rimane in giacenza, in attesa di essere evasa e prima o poi un solerte impiegato interiore ci pone di fronte a uno specchio e bisogna essere pronti, perché la catena degli eventi non possiamo mai gestirla e le conseguenze delle nostre azioni e tutti i sedimenti che ci hanno forgiati, diventano ingovernabili.
In quello spazio temporale sospeso, in cui non è più notte, ma non è ancora giorno, ogni cosa assume dei contorni indefiniti e forse proprio grazie a questa mancanza di confini netti, tutto si libera di fragranze avvolgenti, come se nell’indistinto potesse collocarsi perfettamente proprio l’intensità. È in quei momenti che capisci che la vita è anche sogno, che quello che ti circonda può essere meraviglioso. Eppure, non è tanto riuscire ad acciuffare le cose belle che ci capitano durante l’esistenza, quanto saperle mantenere, è questo quello che bisogna imparare a fare, saper riconoscere prima di tutto, ma poi riuscire a conservare.
Qualcuno si perde per strada, chi è abituato ad avere sempre tutto sotto controllo può avere un mancamento di fronte alla bellezza inattesa, ma solo chi vive di perfezione riesce a sbagliare precisamente le sue mosse, anche lì, si vuol essere completi.
L’inferno della mia notte continua anche di giorno e non mi basta ripetere il mio nome, io non so più chi sono.



Postato alle 08:32 di giovedì, 20 marzo 2008 da dalloway66
maraiConoscere la verità, può essere lo scopo di un'intera esistenza. Ma vivere una vita nell'attesa della vendetta che risolva tutte le nostre personali certezze, alla fine si palesa nella sua desolante inutilità. Ogni domanda ha la risposta che sappiamo già e tutto questo volere capire non serve ad altro che a inseguire il grossolano tentativo di dare un senso alla nostra esistenza. I due protagonisti del romanzo di Márai si incontrano dopo quarantun anni per porre domande, dare risposte, ristabilire la verità. Ma in realtà tutto il discorso del generale si risolverà in un soliloquio che non avrà risposta alcuna, perché la vita è già vissuta e nulla potrebbe cambiare ormai.
 
Si trascorre una vita intera preparandosi a qualcosa. Prima ci si sente offesi e si vuole vendetta. Poi si attende. Da molto tempo ormai, attendeva. Non sapeva più a che punto il risentimento e la sete di vendetta si fossero trasformati in attesa.
 
L'attesa è staticità apparente. Dietro un'attesa si cela un torrente di ragionamenti, di azioni rivissute, di occasioni mancate ed essa si mantiene in vita con la rabbia della vendetta che rivive nel ricordo eterno di ciò che ci ha ferito mortalmente.
Capita molto spesso di non sapersi guardare attorno nel giusto modo. Eppure le cose sono tutte lì, sotto i nostri occhi disabituati a vedere. Nel turbine dell'esistenza, raramente facciamo le cose giuste, siamo soggetti alle variabili, agli imprevisti dolorosi dei quali spesso siamo gli artefici. L'abbandono alla passione ci trascina in baratri che non possiamo nemmeno immaginare e ci spinge ad azioni incontrollabili e inaspettate.
 
Perché la passione non si piega alle leggi della ragione, non si cura minimamente di quello che riceverà in cambio, vuole esprimersi fino in fondo, imporre la sua volontà […] Ogni vera passione è senza speranza, altrimenti non sarebbe una passione, ma un semplice patto, un accordo ragionevole, uno scambio di banali interessi.
 
C'è uno sguardo che conservo per te, una luce che non ha eguali, una carezza che si allunga con un battito di ciglia, col movimento impercettibile, che solo chi sa può cogliere nella sua interezza. È lo sguardo carico di tutte le parole che ci accomunano, un soffio che si poggia sui tuoi pensieri. Ma la passione è cieca, ha orecchie sorde che non vogliono sentire, la passione si impone e i ricordi di una vita, fanno ormai parte delle nostre fibre e non hanno spazio per altre verità. Se non quella dell’amore.
 
Chi non accetta niente di parziale probabilmente vuole tutto, tutto quanto.
 
Chi non conosce le mezze misure comprende appieno questa frase. Chi freme, chi porta dentro di sé un vulcano, esplode periodicamente e lascia che una lenta, ma inesorabile colata lavica divori ogni cosa. È assurdo, ma inevitabile. Perché una vita a metà non ha alcun senso. E l’amore non si può dividere con nessun altro, è un vicolo cieco in cui si sta in due, quei due che si uniscono in un unico respiro, perché agitano la stessa aria e percorrono gli stessi spazi labirintici, perché non esiste al mondo un altro conosca quella strada, quei recessi.
 
Alle domande più importanti si finisce sempre per rispondere con l'intera esistenza.
 
Poiché ogni risposta arriva sempre troppo tardi perché abbia un senso, alla fine siamo ciò che costruiamo nel corso della nostra vita e ogni comportamento contiene in sé la domanda e la sua giusta risposta, anche nell’errore, anche nel passo falso, in tutto siamo noi e ogni cosa ci è ignota eppure da sempre conosciuta.
 
È il tormento più crudele che il destino possa riservare a un uomo. Essere diversi da ciò che siamo, da tutto ciò che siamo, è il desiderio più nefasto che possa ardere in un cuore umano. […] Dobbiamo sopportarci quali siamo, il segreto è tutto qui. Sopportare il nostro carattere, la nostra natura di fondo, con tutti i suoi difetti, il suo egoismo e la sua cupidigia, che non saranno corretti né dall'esperienza né dalla buona volontà. Dobbiamo accettare che i nostri sentimenti non siano contraccambiati, che le persone che amiamo non rispondano al nostro amore, o almeno non nel modo che vorremmo. Dobbiamo sopportare il tradimento e l'infedeltà, e soprattutto la cosa che ci riesce più intollerabile: la superiorità intellettuale o morale di un'altra persona.
 
Dobbiamo sopportarci per quello che siamo e soprattutto dobbiamo imparare ad accettare tutto ciò che fa parte della vita e dei rapporti interpersonali, imparare a tollerare non solo noi stessi, ma anche gli altri, accettare la diversità e amare senza cercare di cambiare nessuno, tanto anche questa è un’azione inutile che allontana anziché avvicinare. I comportamenti che ci aspettiamo, non si devono mai chiedere.
Sopportare di essere traditi non vuol dire accettarlo, ma semplicemente affrontarlo, perché capita a tutti, almeno una volta nella vita, anzi sembra che l’infedeltà sia una componente imprescindibile di ogni rapporto umano, di ogni relazione. E in che modo potremmo mai evitare che ci azzanni di nuovo, l'oscuro mostro dell'inganno? Con quali imposizioni? 
 
Perché le cose non ci accadono così, per caso […] Gli uomini contribuiscono al loro destino, a determinare certi eventi. Invocano il loro destino, lo stringono a sé e non se ne separano più. Agiscono così pur sapendo fin dall'inizio che il loro modo d'agire porterà a risultati nefasti.
 
È questo il destino in senso tragico. Quel fato che si innesta tra una parola e l’altra, tra un’azione e l’altra, che dobbiamo subire, con la grandezza dell’eroe, il suo distacco, quella finta impassibilità carica di dignità, perché non c’è nulla che si possa fare per mutarlo, anche se parliamo con parole sconosciute e agiamo spinti da una forza che non ci appartiene, quello è ciò che dobbiamo dire o fare in quel momento, malgrado le conseguenze, che pure abbiamo chiare in mente nell’attimo stesso in cui compiamo la nostra sorte. Il destino si subisce.
 
Non credi anche tu che il significato della vita sia semplicemente la passione che un giorno invade il nostro cuore, la nostra anima e il nostro corpo e che, qualunque cosa accada, continua a bruciare in eterno, fino alla morte? E non credi che non saremo vissuti invano, poiché abbiamo provato questa passione? E a questo punto mi chiedo: la passione è veramente così profonda, così malvagia, così grandiosa, così inumana?
 
Ci sono domande per le quali una risposta non serve. Ognuno trova il motore della propria esistenza in una direzione o in un’altra, per alcuni è una persona o più persone, per altri il semplice desiderio, per altri ancora la materia. Quanti alla fine si comportano per tutta la vita seguendo sempre ciò che dicono? Quanti riescono a darsi in pasto, a mostrare ogni difetto, a subire attacchi e intemperie pur di non tradire se stessi, ciò che sono, chi amano? La vita è un gioco che può diventare molto complicato, eppure, alla fine, poiché il tempo lenisce ogni cosa e allevia ogni dolore, ci accorgiamo inevitabilmente che, malgrado il nostro pericoloso percorso di funamboli, l’unica verità è che siamo soli. La vecchiaia ci aggredisce all’improvviso e tutto si scolora. Ma allora a che serve tanta passione, a che serve puntare tutto su di lei?
Le braci, forse nascondono la risposta, l’unica possibile, poiché sotto il fuoco, apparentemente spento, che fa parte di ognuno di noi, si cela una vampa che non si estingue, che continua ad ardere e che solo nella morte troverà compimento.
 
Ma come tutti i baci umani anche questo, alla sua maniera tenera e grottesca, è la risposta a una domanda che non è possibile affidare alle parole.
 
I brani sono estratti da Sándor Márai, Le braci, 2006, Adelphi
Il post è stato sollecitato dalla sublime Silenes



Postato alle 15:28 di lunedì, 17 marzo 2008 da dalloway66
L’origine del vampiro si perde nella notte dei tempi. Chi non sa del conte Dracula e della leggenda che lo accompagna? Eppure non tutti conoscono un corrispondente femminile. Per trovarlo possiamo spingerci fino a Lilith, l’archetipo femminino che lilithanticipa Eva, compare tra i demoni sumeri e trova posto anche nella Cabala e nel Talmud. Essa mostra una natura ambivalente di divinità ctonia, ma anche aerea, dall’appetito sessuale insaziabile. Lilith è il doppio negativo di Eva e si fa portavoce di tutti i sentimenti che può scatenare la gelosia e il desiderio della vendetta che degenera in gusto del male. Tra i demoni della Mesopotamia è descritta come un vampiro che massacra i bambini e si nutre di sangue. Essa è solitamente rappresentata come una splendida donna dalla folta capigliatura ondeggiante, con due grandi ali. L’etimologia del nome richiama l’oscurità, le tenebre, il nero, come a voler sottolineare la sua natura di creatura notturna.
 
Sheridan Le Fanu, autore di Carmilla (1871), è stato un precursore in tutti i sensi, sia per la letteratura vampiresca (Dracula di Bram Stoker comparirà 26 anni più tardi) sia perché, pur trattandosi di un racconto gotico a tutti gli effetti (con tanto di castello isolato in mezzo alla natura e l’eroina che scrive tutto ciò che le accade in un diario) Carmilla sfida l’epoca vittoriana introducendo un argomento delicato come l’omosessualità femminile. Anche lo stile presenta delle peculiarità, ad esempio nella serie di anticipazioni, che una lettura attenta rivela come segni di ciò che accadrà in seguito o nell’accenno alla psicanalisi tramite i sogni premonitori della protagonista.
 
Fin dal prologo si capisce che stiamo per addentrarci in un campo ambiguo, dove reale e irreale si mescolano e ogni cosa si presenta nella sua doppia forma, perché la doppiezza è una costante nella vita degli uomini, ognuno di noi ha un lato oscuro e ondeggia tra una sponda e l’altra alternando momenti di luce all’intensa oscurità:
 
[…] un soggetto che, in modo verosimile, arriva ai più segreti arcani del dualismo della nostra esistenza e dei suoi intermediari.
 
La storia è ambientata nel XIX secolo, la giovane Laura vive una vita tranquilla con il padre, in un castello isolato, finché non giunge un’ospite inattesa, l’affascinante Carmilla. Tra le due protagoniste si verrà a creare un legame ambiguo e molto forte, un misto di esaltazione sensuale e repulsione, intriso di mistero. Nel frattempo una strana epidemia si diffonde nella regione e molte donne muoiono, dopo essere piombate in uno stato di malinconica inquietudine. Una delle caratteristiche del vampiro Carmilla è infatti quella di nutrirsi esclusivamente di sangue femminile. In realtà, come avviene per quasi tutti i racconti di questo tipo, si tratta di una storia d’amore, il vampiro diventa metafora di ogni aspetto passionale della vita, tramite il legame di sangue, l’aggressività imprescindibile dalla sua natura, le mutazioni del corpo, ma al tempo stesso rappresenta la forza prorompente dell’amore che sconfigge perfino la morte.
 
A volte, dopo un’ora di apatia, la mia strana e bella compagna mi prendeva la mano e la stringeva a lungo con tenerezza ; un leggero rossore sulle guance, lei fissava il mio viso con uno sguardo pieno di un fuoco languido, respirando così in fretta che il petto si sollevava e ricadeva al ritmo del suo respiro tumultuoso. Sembrava il manifestarsi dell’ardore di un amante. Io ne ero fortemente turbata perché la cosa mi sembrava odiosa e tuttavia irresistibile. Divorandomi con gli occhi, mi attirava verso di lei e le sue labbra infuocate coprivano le mie guance di baci, mentre mormorava con una voce suadente: “Tu sei mia, tu sarai mia e tu ed io saremo una per sempre!” (cap. IV)
 
L’amore si sublima nel completamento, i due opposti si fondono in un unico essere, il bianco col nero, il bene con il male, la passione con il temperamento moderato, l’essere diurno con quello notturno, il cielo con gli inferi.
 
Mia cara, il tuo cuore è trafitto. Non pensare che sia crudele perché ubbidisco all’incontestabile legge che forgia la mia forza e la mia debolezza. Se il tuo cuore adorabile è ferito, il mio cuore selvaggio sanguina insieme al tuo. Nell’estasi della mia prostrazione senza confini, io vivo della tua ardente vita e tu morirai, sì, tu morirai felice, per unirti nella mia. Non posso farci niente: come mi muovo verso di te, nello stesso modo tu andrai incontro ad altri e capirai l’ebbrezza di questa crudeltà che è comunque amore. […] (cap. IV)
 
L’amore è un sentimento senza pause, senza pace, ogni minuto è diverso dall’altro, in ogni momento si trasforma, ogni giorno si spinge sull’orlo dell’abisso, perchéCarmilla l’amore che illude di appagare in ogni istante, diventa presto indifferente, esplode in una bolla, manifesta l’ardore dell’inconsistenza. L’amore è disconoscimento, lotta, è il sussulto di una scossa tellurica, è la cantilena delle parole sbagliate che apre il corteo dei pretendenti, che si offrono senza sosta, mostrandosi, lanciandosi senza dubbi, senza esitazioni, senza paura. E tu, che cammini celata da un pesante tabarro, come puoi aspettarti un doppio che sappia spogliarti piano piano e che collochi, con pazienza, ogni tassello nel luogo giusto? Eppure l’essenza si occulta, non dice, delude, ma procede, seppure col suo passo malfermo, avanza con costanza perché sa, perché riconosce chi ha di fronte a sé e può inoltrarsi, a dispetto di ogni apparenza, fino a raggiungere le terre sconosciute del sogno, le fragranze dell’estasi nell’armonia di un’attesa, di un battito non udibile, della vista che illumina, di uno spasmo che fa fremere, dell’anima che si scuote.
 
Tu pensi che io sia crudele e molto egoista, ma l’amore è sempre egoista : tanto più egoista quanto più è ardente. Tu non puoi immaginare fino a che punto io sia gelosa. Tu verrai con me, amandomi fino alla morte; oppure mi odierai e verrai con me lo stesso, odiandomi durante e dopo la morte. Nel mio temperamento impassibile, non c’è posto per l’indifferenza (cap. VI)
 
Così si intuisce, nel lungo viaggio della ricerca infinita, che il suo senso è proprio l’infinità, il cammino dura in eterno perché niente mai si conclude, perché la completezza la cogli dalle imperfezioni e dalle mancanze e tutto quello che io non so dare lo prendo da te e nella mia frammentazione ti completo a mia volta con ciò che non ricevo.
Forse ti sembro crudele, forse mi sembri crudele, ma è la vita che ci forgia e l’amore non può che essere duro ed egoista e deve rischiare di continuo. La crudeltà affascina perché ti tiene legata a un laccio, a quella sottile sofferenza che ti ricorda che sei viva, che ti sussurra il godimento, che ti travolge senza che tu te ne renda conto. E che importa se alla fine un’unica mossa sbagliata può farti perdere tutto? In amore non c’è posto per l’indifferente bonaccia.
 
Ancora oggi l’immagine di Carmilla mi ritorna in mente in sembianti diversi e confusi. A volte è la bella ragazza allegra e languida; a volte il demone dai tratti sconvolti che vidi nella chiesa diroccata. E spesso ho sussultato, durante il mio fantasticare, credendo di sentire il passo leggero di Carmilla davanti alla porta del salone. (cap. XVI)
 
Quale migliore sublimazione dell’amore può esserci, del potere andare oltre la morte?
 
Il post nasce da un suggerimento della sublime Silenes.



Postato alle 17:05 di giovedì, 13 marzo 2008 da dalloway66
Svelarsi è come una luce che passa dalle intercapedini, insieme all’aria rarefatta e si posa delicatamente, come polvere, sul passato e sul presente, mentre anticipa il futuro. Si presenta come un’idea sfalsata, come se un attore muovesse le labbra prima e soltanto dopo giungesse la voce al nostro orecchio. Io sono così, sempre un passo avanti oppure uno indietro, non so mai dire le parole giuste quando è il momento per dirle, perché me le trascino dentro per giorni o mesi, e le lascio a macerare finché non sbaglio perfettamente i tempi. In fondo sono una perfezionista dell’errore linguistico, abbondo in infiorescenze verbali, disturbando la semantica e mi perdo nei cunicoli del significato a tutti i costi. Eppure percepisco il cambiamento che si fa strada dentro di me, o forse è un ritrovarsi, che avanza, deciso, vigile, con tutti i sensi all’erta.
 
Canto il corpo elettrico,
le schiere di quelli che amo mi abbracciano e io li abbraccio,
non mi lasceranno finché non andrò con loro, non risponderò loro,
e li purificherò, li caricherò in pieno con il carico dell’anima.
 
È mai stato chiesto se quelli che corrompono i propri corpi nascondono se stessi?
E se quanti contaminano i viventi sono malvagi come quelli che contaminano i morti?
E se il corpo non agisce pienamente come fa l’anima?
E se il corpo non fosse l’anima, l’anima cosa sarebbe?
(Walt Whitman, Foglie d’erba)
 
Cantare di se stessi è molto più gravoso dell’elogio altrui. In fondo siamo un concentrato di capillari e vasi sanguigni che ci percorrono interamente e nulla possiamo veramente nasconderci, ci sveliamo di continuo attraverso le energie represse che saltano fuori in un tic, in un dolore diffuso, in un mal di testa o in una cicatrice. Quello che siamo si disegna sul nostro corpo o all’interno di esso con la precisione di una mappa e ci incidiamo, come scrittura braille, tutte le parole che non vogliamo perdere, che non vogliamo si inabissino nei vuoti di memoria, o nelle celle stagne di un ricordo rimosso.
 
Celebrarsi è un’attività imperscrutabile, a meno che non si prenda un’aria scanzonata e divertente che ci metta alla berlina, ecco, ridere di se stessi è un’arte impoverita dal trionfo dell’apparenza, è un percorso pieno di ostacoli, è una passerella di occhi che si incollano, senza senso critico, senza comprensione d’ironia, ma con la valutazione, pronta e crudele, della tua inadeguatezza.
 
A chi mi dice cosa devo fare, rispondo con la quiete dei miei paesaggi che sconfinano oltre l’orizzonte, oltre le parole e si affacciano in un mare accogliente e profumato, in un tappeto gremito di emozioni da scambiare, a chi mi dice cosa posso o non posso fare rispondo col mio canto di sirena, che coli dentro come un olio lento e sibili il trionfo della mia libertà. Non c’è nessuno al mondo capace di sapere quale sia la cosa più giusta che deve fare un altro. I pensieri e i sentimenti non si possono mettere in catene.
 
C’è questo in me – io non so che cosa è – ma so che è in me.
 
Contorto e sudato – calmo e fresco poi diventa il mio corpo, io dormo – dormo a lungo.
 
Io non lo conosco – è senza nome – è una parola non detta,
non è nei dizionari, tra le espressioni, tra i simboli.
 
Qualcosa lo fa oscillare su più terra di me,
amica ne è la creazione, il cui abbraccio mi sveglia.
 
Forse potrei dire di più. Lineamenti! Io intercedo per i miei fratelli e le mie sorelle.
 
Vedete, fratelli, sorelle?
Non è caos o morte – è forma, unione, progetto – è vita eterna – è Felicità.
(Walt Whitman, Foglie d’erba)
 
Felicità è incidere questi fogli leggeri, con una matita morbida, di tutti i segni che sappiamo, come un ricamo indelebile che suggelli la giornata appena trascorsa e si confonda tra le trame del giorno a venire, in un continuo morire per rinascere.

La parola che scriviamo per amore è vita eterna.




Postato alle 15:00 di lunedì, 10 marzo 2008 da dalloway66
«Cercavo un’anima che mi assomigliasse, e non potevo trovarla. Frugavo tutti gli angoli della terra; la mia perseveranza era inutile. Eppure non potevo restar solo. Abbisognavo di qualcuno che approvasse il mio carattere; abbisognavo di qualcuno che avesse le mie medesime idee. […] Era la sera; la notte cominciava a stendere il suo velo nero sulla natura. Una bella donna, che distinguevo appena, allo stesso modo stendeva su di me la sua influenza incantatrice, e mi guardava con compassione; non osava tuttavia parlarmi. Dissi: «Avvicinati, affinché possa distinguere nettamente i tratti del tuo volto; la luce delle stelle non è infatti abbastanza forte da rischiararli a questa distanza». Allora, con modesto incedere, gli occhi bassi, ella calcò l’erba del prato dirigendosi verso di me. Appena la vidi: «Vedo che la bontà e la giustizia hanno preso residenza nel tuo cuore: non potremmo vivere insieme. Adesso tu ammiri la mia bellezza, che ha sconvolto più d’una; ma, presto o tardi, ti pentiresti d’avermi consacrato il tuo amore, dato che non conosci la mia anima. Non ch’io ti sarei mai infedele: a colei che mi si dà con tanto abbandono e fiducia, con altrettanta fiducia e abbandono io mi do; ma mettitelo bene in testa, e non scordarlo più: i lupi e gli agnelli non si guardano con occhi dolci»
(Lautréamont, I canti di Maldoror)
 
Ecco come ci si intrica in un groviglio di rovi. Basta incontrare una divinità lungo il cammino, basta inciampare nella sua lunga veste piena di conoscenza e lasciarsi abbagliare dalle parole danzanti che, uscendo dalle sue labbra, si trasformano in musica. Ah, orecchi massaggiati dall’incanto, pronti a recepire solo armonia, accantonando qualsiasi dissonanza, com’è facile il cammino sostenuti dalla bellezza e dal canto.
 
Attirare e respingere, è questo il grande gioco della seduzione. Ma ci si abitua talmente ad essere adorati ed inseguiti da perdere ogni tanto il senso della misura. Ci sono dei formati piccoli, leggere sfumature che si disegnano tra una parola e l’altra, fragili steli che profumano solo nel loro apice fiorito e pulsano quando sono mossi dal vento o quando un’ape s’infila tra i morbidi petali. Ci sono sussurri più potenti delle urla, mani invisibili che s’insinuano, voci che penetrano i territori imperscrutabili del cuore e che ritornano poi, quando subentra il silenzio, come un’eco permanente.
 
Cerchiamo un’anima che ci assomigli, ma non possiamo trovarla, perché le anime non si assomigliano, specialmente quelle che si cercano, vagano irrequiete come ombre guizzanti e si dannano vedendo altrove ciò che vorrebbero riflettere esse stesse, ma soprattutto non troviamo, perché in realtà non stiamo cercando veramente. A volte la ricerca coincide con la fuga, il movimento con la staticità, il vero con il falso, la volontà con l’apatia.
 
Ci smarriamo tra i mille cunicoli della conoscenza, sovrapponiamo così tanti aspetti da trascinare sempre al punto di partenza, non esiste verità, né alcuna convinzione, nell’eterno gioco dei veli. Ogni vittoria riportata si trasforma in sconfitta, ogni sguardo ammiccante ci ammanetta, in seguito, al palo dell’indifferenza, ma ogni frustata si tramuta in bacio e le bende che c’impedivano i movimenti, sono srotolate da mani sapienti e il tocco che ci sfiora può raggiungere il punto più profondo dell’abisso che ci abita.
 
Eppure ogni anima rimane indecifrabile in questo turbine di riflessi e di giochi speculari, io non sono te, tu non sei me, insieme soltanto, forse, potremmo essere, ma la pazienza è una virtù a breve termine. Le esigenze sono un campo minato, se metti il piede in fallo vai fuori strada e lasci un cratere nel terreno, le esigenze non si muovono a passo di danza, ma marciano in assetto di guerra e ti osservano dal mirino di un fucile di precisione, pronte a colpirti il centro del linguaggio. Così, dopo averle disattese, qualunque cosa tu dica diverrà vana, galleggerà tra cielo e terra, nel regno del torpore, cercherà di incidersi, ma rimarrà comunque incomprensibile.
 
In questo lungo e lento poema che recitiamo, ogni giorno con parole nuove, ognuno con i propri intenti, ognuno con il proprio stile, ognuno con i propri tempi, l’unica certezza che abbiamo è che non esiste certezza e quanto ci diverte compiacerci delle trappole che noi stessi creiamo, quel sottile, perverso, stimolante diversivo dell’affermare negando, del continuo contraddirsi per generare confusione, per spaventare, per dare tutto e subito riprenderselo, avvolgendo ogni intenzione d’ironia, dello sguardo affascinante di chi ammicca, con il passo etereo e impercettibile di chi non è abituato a fermarsi, a mettere radici.
Del resto, si sa, le divinità si possono soltanto venerare.



Postato alle 07:46 di venerdì, 07 marzo 2008 da dalloway66
«Gli uomini nel corso della loro storia, per conoscere, dunque per controllare la realtà, hanno elaborato nozioni, idee, concetti, modelli di rappresentazione; spesso però, dimenticando che si tratta di loro elaborazioni, hanno finito con scambiarli con la realtà stessa. È appena il caso di ricordare quali gravi danni possa provocare l’omologazione del discretum della cultura con il continuum della realtà oggettiva, quanto perniciosa possa essere la confusione tra la natura e la storia. Quanti delitti sono stati consumati e si consumano, in nome di verità ideologiche in supposizione di verità oggettive!»
(Buttitta-Miceli, Percorsi simbolici)
 
È sempre più difficile, per l’uomo moderno, distinguere la realtà oggettiva, ammesso che ne esista una. Si è perso ormai l’uso del pensiero primitivo, quello che permette uno sguardo puro su tutte le cose, senza le implicazioni sociali, culturali, i dettami delle leggi dell’uomo che hanno modificato e stravolto la natura.
 
Il principale strumento che possiamo utilizzare in tal senso è l’opposizione razionale/irrazionale, che ci permette una distinzione ben precisa tra ciò che è reale e ciò che non lo è. In verità però è tutto relativo e se rifletto sul pensiero scientifico nel corso della storia, trovo che tale dicotomia non possa bastare. Infatti ciò che un tempo era considerato scientificamente valido, dopo qualche secolo si è trasformato in sproposito. Perciò è un po’ come se si passasse dall’irrazionale al razionale e viceversa, in un continuum circolare inarrestabile, così come il flusso vitale.
 
Quanti delitti si consumano in nome di una verità supposta? Quante guerre sono state portate avanti in nome di Dio? L’uomo strumentalizza ogni cosa, supportato da una massa che si affida allo scorrere magmatico, incapace di prendere posizione, ma capace di macchiarsi delle peggiori nefandezze in nome del pensiero e delle parole di qualcun altro. Sembra che i veri rivoluzionari siano quelli che agiscono singolarmente, solo un singolo può sacrificare la propria vita per un’idea, per l’Idea, quella della quale usufruiranno tutti, ma senza avere mosso un dito. La civiltà si muove al passo di eroi solitari.
 

Dietro espressioni come “pulizia etnica” ad esempio si celano ideologie che hanno a che fare con la lingua, la religione, l‘etnia, ma volte unicamente a mascherare il solito desiderio di potere e prevaricazione che caratterizza il comportamento umano nei secoli. Dietro ogni genocidio c’è un’ideologia che in realtà è solo propaganda, perché, effettivamente, quale idea potrebbe mai giustificare un massacro?

La realtà può dunque essere oggettiva? Io credo che non possa che essere soggettiva, essa è mutevole e viene interpretata in base a molteplici variabili esterne e in base a tutte le condizioni interne dell’individuo che la esamina. Oppure, più semplicemente, può non esistere un’unica verità, come avviene nella commedia di Pirandello, Così è (se vi pare), dove assistiamo al determinarsi di una situazione paradossale dalla quale non si viene a capo, perché ogni versione è possibile, ma ognuna esclude l’altra, per cui il punto di vista di uno annulla quello dell’altro e dunque, in tal modo, anche una inconfutabile realtà oggettiva.

IL PREFETTO (commosso) Ma noi vogliamo rispettare la pietà, signora. Vorremmo però che lei ci dicesse -

SIGNORA PONZA (con un parlare lento e spiccato) - che cosa? la verità? è solo questa: che io sono, sì, la figlia della signora Frola -

TUTTI (con un sospiro di soddisfazione) - ah !

SIGNORA PONZA (subito c.s.) - e la seconda moglie del signor Ponza -

TUTTI (stupiti e delusi, sommessamente) - oh! E come?

SIGNORA PONZA (subito c.s.) - sì; e per me nessuna! nessuna!

IL PREFETTO Ah, no, per sé, lei, signora: sarà l'una o l'altra!

SIGNORA PONZA Nossignori. Per me, io sono colei che mi si crede.

Guarderà attraverso il velo, tutti, per un istante; e si ritirerà. In silenzio.

LAUDISI Ed ecco, o signori, come parla la verità

Volgerà attorno uno sguardo di sfida derisoria.

Siete contenti?

Scoppierà a ridere.

Ah! ah! ah! ah!

 

Io sono colei che mi si crede. Ma in nome di questa verità indimostrabile, quanta gente ha perso la vita?




Postato alle 15:17 di martedì, 04 marzo 2008 da dalloway66

Capire quando è il momento di cambiare, quando si deve dare una svolta alla propria vita, quando è il caso di fare bilanci, di non aspettarsi più traguardi, di riuscire a guardarsi indietro con la consapevolezza di chi sa di avere vissuto e perciò sbagliato, amato, sofferto, tradito, distrutto, è un momento molto intenso, ma anche doloroso e pesante.
 
Quante volte mi sono voltata per andare via? E ogni volta è stato un viaggio senza ritorno, un percorso tutto davanti a me, senza più niente alle spalle. Bisogna allontanare il pesante fardello di essere, non quello cui si anelava, ma il prodotto di una certa famiglia, di una certa società, di un definito momento storico e di una successione di avvenimenti casuali, non voluti, non determinati. Insomma cosa siamo in realtà? A volte non basta una vita intera per capirlo. Ci sono solo degli attimi in cui qualcosa sembra accendersi per un istante, e in quel lampo abbiamo la conoscenza dell’universo, ma immediatamente dopo il buio ritorna. Ci studiamo, passo dopo passo, con costanza, metodo, precisione, oppure ci ignoriamo volutamente, preferiamo vivere alla giornata, in sospeso senza confini troppo netti.
 
È avventizio il mio essere reale.
Sleale è insistere su chi sono io.
Il punto di partenza è scontato –
l’arrivo è certo nello stato
attuale: morte come sostanza
o strato finale di un cuore malato.
 
Oh, vorrei rinascere, ritornare indietro
ma non posso. Troppo ho peccato
di peccati non miei, attribuiti
a posteri, mancati inganni.
Cerco amori nuovi, violente sere.
Perdono chiedo a chi non amai.
Forse verrò domani ad un prato
verde, - e non sarò più solo.
(Dario Bellezza da L’Avversario, 1994)
 
Ma forse, quello che sempre ci sfugge, in questi momenti è chi ci lasciamo alle spalle e in che modo, quale possa essere il suo stupore, perché il cambiamento implica una versione inedita di noi stessi, molto difficile da accettare, specialmente all’inizio. E chissà poi se esiste un modo per farlo, che non dia corso a una grande sofferenza.
 
Riempire il vuoto… riempire il vuoto… ecco un compito che sarebbe bello affidare sempre agli altri, trovare qualcuno che ci colmi, che ci arricchisca, che ci prenda per mano, che ci faccia dimenticare la solitudine, che ci sorrida tutti i giorni accarezzandoci e che ci riempia di parole e gesti, che usi ogni tipo di linguaggio per arrivare fino all’anima, che ci trasmetta la sua essenza per fonderla con la nostra, affinché non sia concesso il passaggio nemmeno ad un alito di brezza, affinché non ci sia posto per nessuna distrazione.
 
 
A volte si diventa estranei, tra innamorati, quasi inconsapevolmente, è un processo lento, ma inesorabile, una volta avviato difficilmente si riesce a bloccarlo, perché ricominciare tutte le volte significa anche lasciare pezzi sparsi qua e là, pezzi che non ritroveranno la loro collocazione originaria, ma saranno sempre un po’ troppo fuori o un po’ troppo dentro, ma mai più perfetti. Te ne accorgi subito in verità, è quando senti che parli più con gli altri che non con chi ti vive accanto, quando capisci di non avere alcuna certezza, quando ti svegli con l’ansia che ti morde e invece di sorridere, ti chiedi che ne sarà di te, ma spesso preferisci non vedere, giustificare, credere di capire, illuderti, finché non arriva il momento in cui la situazione diviene insostenibile e sei costretto ad arrenderti. Ecco perché adesso io razionalizzo sempre tutto, perché preferisco mostrarmi subito, perché, se capisco che c’è qualcosa che non va, faccio domande, chiedo, assillo, soffoco, perché non voglio dovere scoprire un’altra volta, che amo qualcuno che non conosco più.



Postato alle 16:16 di lunedì, 03 marzo 2008 da dalloway66

Chi sono

Commenti

Evoluzione della specie

Evoluzione della specie

Categorie

Archivio

visitatori

*loading*
anime

zodiac

Credits