[…]
Il mio verso giungerà
superando crinali di secoli
e teste
di poeti e di governi.
Il mio verso giungerà,
ma non al modo
d’uno strale
in una caccia di amorini e di lire,
non come giunge
al numismatico un logoro baiocco
e non come la luce delle stelle morte.
Il mio verso
a fatica
squarcerà la mole degli anni
e apparirà
ponderabile,
ruvido,
lampante
come nei nostri giorni
è entrato l’acquedotto
costruito
dagli schiavi di Roma.
Nei tumuli dei libri,
sepolcri di poemi,
scoprendo a caso le lamine dei versi,
voi
le palperete
con rispetto
come arma vecchia,
ma minacciosa.
[…]
(Vladimir Majakovskij)
Può la poesia alimentare la libertà? Nell’universo razionale ci vorrebbe un libello di denuncia o una lotta fisica per conseguire uno scopo. Magari imbracciare le armi, sposare la causa della sovversione, nutrire la sete di vendetta per quel che c’era prima e sventolare in fretta una nuova bandiera. Ma cos’è la libertà?
Per alcuni è semplicemente il contrario della schiavitù, per altri è il germe del cambiamento, oppure uno spazio per se stessi, o il divertente gioco di opprimere qualcun altro, oppure la necessità di dire qualsiasi cosa si pensi o ancora invadere gli immensi spazi aperti, vivere isolati in mezzo alla gente, ascoltare voci inascoltabili, percepire le frequenze dissonanti dell’universo, gestirsi, tenere in pugno la propria esistenza, amare qualcuno senza il peso ingombrante di ciò che siamo diventati nel tempo, avere una visione allargata, lasciarsi trasportare dalle onde, assopirsi in mezzo al caos.
Avere libertà ed essere liberi, sono due concetti assai differenti.
Nella novella Libertà, Verga narra l’insurrezione di un piccolo paese siciliano, Bronte, da parte dei contadini contro i signori, nel periodo dell’arrivo delle truppe garibaldine in Sicilia.
«Sciorinarono dal campanile un fazzoletto a tre colori, suonarono le campane a stormo, e cominciarono a gridare in piazza: “Viva la libertà!”.»
Così ha inizio la novella e da qui parte l’avanzata della folla per le strade del paese e insinuandosi fin dentro le case, compiendo una vera mattanza, dalla quale non verranno risparmiati neanche i bambini. L’eliminazione del vecchio, di tutto ciò che aveva rappresentato anni di oppressione, di divisioni sociali, veniva associato all’idea della libertà. Finita la carneficina, però, riprendendo la vita, la realtà prende una prospettiva ben diversa e tutti capiscono che nulla può essere più normale e che non era affatto quello il modo per cambiare le cose.
«Senza messa non potevano starci, un giorno di domenica, come i cani! Il casino dei galantuomini era sbarrato, e non si sapeva dove andare a prendere gli ordini dei padroni per la settimana. […] –Libertà voleva dire che doveva essercene per tutti!- Quel Nino Bestia, e quel Ramurazzo, avrebbero preteso di continuare le prepotenze dei cappelli! – se non c’era più il perito per misurare la terra, e il notaio per metterla sulla carta, ognuno avrebbe fatto a riffa e a raffa! »
Per il contadino la libertà equivale al possesso della terra, ma senza periti e notai, a mettere ordine, ecco che subentra il caos. Un bene di tutti diviene ingestibile senza un ordine precostituito che detti legge.
«Il carbonaio, mentre tornavano a mettergli le manette, balbettava: -Dove mi conducete? In galera? O perché? Non mi è toccato neppure un palmo di terra! Se avevano detto che c’era la libertà!… »
Ma la libertà non prevede il diritto di fare qualsiasi cosa passi per la mente. Per essere anarchici occorrerebbe un livello di intelligenza superiore, che raramente si vede in giro. L’uomo invece necessita di qualcuno che lo controlli, che gli dica cosa fare, che lo guidi, il cambiamento, spesso, è mera illusione, prima o poi si torna sempre al punto di partenza.
Spesso neanche ci rendiamo conto di quanto sia importante essere liberi, probabilmente perché raramente lo siamo. Quando abbiamo la fortuna di non vivere sotto regimi totalitari allora intervengono tutti gli altri fattori sociali e culturali, pronti a limitarci e inibirci. Ma di questo abbiamo già discusso a lungo, e l’aspetto che trovo interessante e che voglio sottolineare qui invece riguarda (a parte il solito problema del linguaggio e dell’incomunicabilità, che porta a compiere gesti inconsulti in nome di un ideale che non sempre si comprende) l’indole umana e la sua caratteristica di distinguersi in due grandi gruppi, vittime e carnefici. Alla fine andiamo avanti per categorie, una traiettoria unica è davvero impossibile, la dicotomia è alla base della nostra natura. E giusto per presentare un paradosso mi viene in mente il film Train de vie, dove, gli ebrei di un villaggio, per salvarsi dalla
deportazione, organizzano un viaggio verso Israele, su un vecchio treno, dividendosi in deportati e in tedeschi e dopo i conflitti iniziali per stabilire quale ruolo assumere (addirittura durante i primi scontri si formerà pure una cellula comunista) tutti si immedesimeranno talmente bene nel proprio ruolo, da assorbirne anche gli atteggiamenti tipici, e così i finti tedeschi inizieranno a comportarsi da vere SS. Il film affronta con un’intelligente ironia un tema davvero delicato, ma nel frattempo offre la parodia di tutta un’umanità resa ridicola, proprio dal conformismo del non sapersi sottrarre ai ruoli che la sorte o qualcuno decide di assegnarle.
Postato alle 09:23 di venerdì, 29 febbraio 2008 da dalloway66
«Ma la questione non è questa, che succede alla mia testa che lascia vagare i pensieri a sciami, perché mi riesce così difficile pescare nello sciame l’unico pensiero che mi occorre.»
(Christa Wolf , Medea)
Perché è così difficile trovare le parole giuste? Perché è tanto complicato acciuffare proprio il pensiero che ci occorre? Spesso, uno dei problemi più gravosi da risolvere, nei rapporti interpersonali, è proprio quello legato alle incomprensioni della comunicazione. Pirandello, profeta dell'incomunicabilità, spiegava facilmente la cosa dichiarando che non c’è alcuna alternativa possibile, dal momento che ognuno di noi trasferisce in ciò che dice e soprattutto in ciò che sente, quello che egli è, e dunque recepisce in base alla formazione mentale e interiore che ha sviluppato, mentre chi parla, ovviamente, mette in ciò che dice quello che è lui, ovvero qualcosa di molto diverso. Seguendo questi parametri ogni possibilità di comunicazione è bandita.
«Ma se è tutto qui il male! Nelle parole! Abbiamo tutti dentro un mondo di cose; ciascuno un suo mondo di cose! E come possiamo intenderci se nelle parole ch’io dico metto il senso e il valore delle cose come sono dentro di me; mentre chi le ascolta inevitabilmente le assume col senso e col valore che hanno per sé, del mondo com’egli l’ha dentro? Crediamo d’intenderci, non c’intendiamo mai! »
(Luigi Pirandello, Sei personaggi in cerca d’autore)
I concetti che propone Pirandello sono del tutto condivisibili, tuttavia ci possiamo accontentare di un livello di comunicazione un po' più basso e risolvere così qualche problema, ma è anche possibile, anzi auspicabile, impegnarsi maggiormente nell'ascolto, in modo da cogliere anche le sfumature che non ci appartengono. Lo sciame che ci ronza nella testa è dovuto a tutti i bombardamenti esterni che non fanno che distrarci. I pensieri diventano un unico ronzio ed è sempre più difficile separarli, per trovare il pensiero giusto, nel momento in cui ci occorre. Più facile è perderci in volo, seguirne uno che valga per tutti gli altri, adagiarci nel morbido ondeggiare dell'ala che conduce, seguire le correnti d'aria calda, senza pensare, senza esistere, persi in una danza cieca fatta di ricordi, di eco, di veli che si posano con leggerezza, senza fermarsi mai.
Credo che molte delle nostre sconfitte quotidiane, abbiano come causa la perdita dell'uso della Parola e l’incapacità di riflettere, di lasciare un pensiero a decantare, prima di renderlo attivo..
La Phèdre di Racine è una tragedia che si basa sulla Parola e sulla sua potenza. Ciò che viene detto è più importante di ciò che viene realmente fatto. Non so quante volte mi sono chiesta se il pensiero possa diventare azione, credo di sì, ma per la parola non ho alcun dubbio.
Phèdre è segretamente innamorata del figliastro Hippolyte e schiacciata dal senso di colpa decide di togliersi la vita. Nel frattempo giunge la notizia che Teseo, il re, non è morto e che sta per arrivare a Palazzo. Per salvare la regina Œnone, la nutrice, propone di accusare Hippolyte di essere innamorato di Phèdre e sparge la calunnia a palazzo. Teseo, convinto della colpevolezza del figlio lo maledice, invocando la vendetta di Nettuno. Phèdre scopre che Hippolyte ama Aricie e viene travolta dalla gelosia delirante. Teseo comincia a intuire la verità, cerca di interrogare nuovamente Œnone, ma scopre che si è annegata, allora chiede la grazia a Nettuno per il figlio, ma la sua preghiera era già stata esaudita e Hippolyte è già morto. Nel frattempo Phèdre si avvelena, ma prima di morire riesce a confessare la sua colpa.
«Phèdre n'est ni tout à fait coupable ni tout à fait innocente. Elle est engagée par sa destinée, et par la colère des Dieux, dans une passion illégitime, dont elle a horreur toute la première.»
Phèdre non è né del tutto colpevole né del tutto innocente. È coinvolta dal destino e dalla collera degli dei in una passione illegittima della quale ha paura, lei per prima.
(Racine, Prefazione a Phèdre)
Una volta detta la parola diventa dunque azione, col suo carico di conseguenze inevitabili. Così Hippolyte morirà, benché innocente, perché la maledizione contro di lui è stata ormai lanciata e tornare indietro non è più possibile. La potenza della calunnia trasforma la realtà e la parola della confessione riporterà l’ordine e la giustizia, solo dopo che Œnone e Phèdre avranno però compiuto il gesto estremo, catartico, liberatorio.
Ma Phèdre è anche la tragedia della passione non consumata, del fuoco che nasce, travolge, devasta e si esaurisce nella morte inevitabile. La vera passione tragica non si può tradurre in scambio di sentimenti, deve mantenersi a un livello non risolto, dove è impossibile trovare una soluzione e dove entrambi gli amanti o l’amante singolo non possono che rimanere insoddisfatti e dirigersi verso l’abisso. Così Hippolyte e Aricie, pur amandosi reciprocamente non riusciranno a coronare il loro sogno d’amore e Phèdre con il suo amore a senso unico, sarà la causa dell’epilogo tragico che coinvolgerà tutti i protagonisti, anche ignari, nelle trame di un destino gestito dalla parola detta o anche solo pensata.
Postato alle 14:42 di lunedì, 25 febbraio 2008 da dalloway66
Hélas! Du crime affreux dont la honte me suit,
Jamais mon triste cœur n'a recueilli le fruit.
(Racine, Phèdre, Acte IV scène VI)
Ahimè! Dell’orribile crimine che tanta vergogna mi desta
Mai il mio triste cuore ha raccolto il frutto.
Ecco due dei versi più belli che siano mai stati scritti, che racchiudono in sé tutto il dramma della passione. Il pianto di una donna che avrebbe accettato la colpa eterna, pur di vivere un attimo di quell’amore che le bruciava l’anima. Una passione totalizzante la devasta, ma non si traduce in azione e la passione non agita, quella che esplode dentro le vene e che polverizza l'anima è sicuramente la più potente, la più pericolosa, la sola che ci possa annientare. Da dove nasce l'assurdo sentimento che sfugge a ogni ragione? Perché mai qualcuno deve rapirci la mente, renderci folli, irrazionali, com’è possibile che si perda il sonno, che si acceleri il battito all’impazzata, per uno sguardo, una carezza, una parola?
Ah! Douleur non encore éprouvée!
A quel nouveau tourment je me suis réservée!
Tout ce que j'ai souffert mes craintes, mes transports,
La fureur de mes feux, l'horreur de mes remords,
Et d'un refus cruel l'insupportable injure
N'était qu'un faible essai du tourment que j'endure.
(Racine, Phèdre, Acte IV scène VI)
Ah! Dolore mai provato!
A quale nuovo tormento sono destinata!
Tutto ciò che ho patito, i miei timori, i miei trasporti,
il furore dei miei ardori, l'orrore del rimorso
e di un crudele rifiuto l’insopportabile offesa
erano solo una debole prova del tormento che ora soffro.
Mi sembra che in poche parole sia racchiuso ogni tormento di un’anima che si trova al cospetto e in balia delle proprie emozioni. Quando i sentimenti diventano ingestibili non si è più capaci di controllare le proprie azioni e si rischia tutto, pur di vedere coronato il proprio sogno di unione, di amore reciproco. Più spesso avviene che la vera passione tormentata non sia affatto corrisposta ed ecco il vero dramma, ecco il vero dolore, qualcosa che mai avremmo pensato di provare, un vuoto che ci risucchia in un vortice senza fine e senza risalita.
L’amore di Fedra nasce dal desiderio dell’impossibile. Lei ama il proprio figliastro, ci troviamo dunque nel regno del divieto assoluto e proprio perché non può amarlo, l’amore diviene ancora più forte e trova la sua ragione d’essere appunto nell’interdizione, nell’impossibilità di soddisfarlo. Questa passione ossessiva non dà spazio alla libertà, ogni cosa si ricopre d’un manto soffocante e le pulsioni di vita vengono sopraffatte dalle pulsioni di morte. Ed è quella l’unica soluzione possibile, morire.
OTELLO: O alito profumato, convinceresti quasi la Giustizia
A spezzare la sua spada! Un altro bacio! Ancora un altro!
Resta così nella morte! Ti ucciderò,
e ti amerò ancora! Un altro bacio! L’ultimo!
Mai dolcezza fu così fatale. Io piango sì,
ma lacrime crudeli. È un dolore celeste
quello che colpisce chi è amato dal cielo.
(Shakespeare, Otello, atto V, sc. II)
Ma il dramma più spiazzante e pericoloso dettato dalla passione, è la gelosia. Qualsiasi calunnia diventa verità inconfutabile, ogni parola si trasforma in bruciante dolore, ferita che sanguina, insania, dominio dell’insensatezza. La gelosia, figlia del tradimento, supposto o reale, diventa follia, sconsideratezza, fuoco cieco che deride la ragione. Bagliore accecante che impedisce di vedere, nodo scorsoio che stringe e toglie il respiro. L’amore si perde di vista, ogni cosa diventa vana, eros e thanatos sono destinati a sfidarsi in una lotta perenne, dove nessuno vince, dove tutti sono destinati a perdere qualcosa.
LADY MACBETH: Nulla è avuto, tutto è sprecato
se il nostro desiderio è ottenuto senza gioia:
è meglio essere ciò che distruggiamo,
piuttosto che, grazie alla distruzione,
vivere in gioia dubbiosa.
(Shakespeare, Macbeth, atto III, sc. II)
Alla fine, ogni battaglia si trasforma in sconfitta, perché tutto ciò che si ottiene senza gioia, senza l’amore, senza lo scambio, senza la voglia di raggiungere il medesimo scopo, è vano. È meglio essere la cosa distrutta, la vittima sfinita, piuttosto che i vincitori di una guerra che colpisce mortalmente anche il nostro amore. Se l’amore si trasforma in desiderio di possesso, non è più vero affetto, diventa avidità ed annulla se stesso.
Se gli eroi tragici hanno la grande fortuna di rendere immortale il loro amore, che vive nell’eternità della ripetizione, della recita, della lettura, mentre essi smettono la loro sofferenza obbedendo al destino tragico che non può che condurli alla morte, a noi comuni mortali, cosa rimane della passione che ci distrugge? Noi che continuiamo a vivere siamo costretti a vederla annegare in acque stagnanti e alla fine non ci rimane che la cenere e il fumo del fuoco che ci aveva infiammato e l’odore di quel fumo, incollato ai vestiti, che ci trasciniamo dietro come un marchio. L’incisione indelebile di chi ha sofferto, di chi ha vagato tra le ombre, di chi ha conosciuto le nebbie della stoltezza, ma anche di chi ha vissuto, di chi ha sfiorato le sponde della vera felicità, perché una vita di perenne bonaccia equivale al torpore di un sonno eterno.
Postato alle 09:08 di venerdì, 22 febbraio 2008 da dalloway66
Quand’è che sono diventata fatalista? Da quando mi sembra che ogni cosa segua una sua rotta, a prescindere dalla mia volontà? Scegliere, sapere scegliere, ma soprattutto poterlo fare, sono azioni determinanti. La scelta sbagliata di un istante ci può rovinare la vita per sempre. A chi non capita di avere un istante di insensatezza? In fondo ci succede tutti i giorni, una distrazione al volante o mentre facciamo qualche lavoro pesante, un attimo di disperazione, il più delle volte non sortiscono alcuna conseguenza, ma se è il momento giusto possono stravolgerci l’esistenza. La distrazione al volante può diventare un incidente mortale, se non per noi, per qualcun altro, una svista mentre si armeggiano attrezzi pericolosi ci può costare la salute e in un attimo di disperazione possiamo compiere qualsiasi atto irreparabile.
Lo stoicismo mi accompagna da quando ero molto giovane, e per quanto abbia sempre desiderato abbracciare il moto ondoso dell’irrazionalità, alla fine rimango figlia prediletta del pensiero razionale. Il fatum stoicum descrive il destino come la causa di una serie di avvenimenti che lo determinano, ma lascia spazio anche alla volontà umana, perché se è vero che le cause esterne sono fondamentali è altrettanto vero che ognuno di noi reagisce agli stessi avvenimenti in modo differente e in tal modo stabilisce il proprio destino e in un certo senso ne diviene responsabile.
Il libero arbitrio invece sembra creato appositamente per scagionare Dio dalla colpevolezza del male, che viene addossata interamente agli uomini. Così, avendo ricevuto il dono del libero arbitrio, gli uomini possono decidere di comportarsi bene oppure male, assumendosi la colpa del peccato. La Scolastica di Tommaso d’Aquino definiva il liberum arbitrium come facultas voluntatis et rationis , cioè facoltà della volontà e della ragione ed è proprio la volontà che compie le scelte, che sta alla base di tale libertà.
La divina Provvidenza è protagonista indiscussa dei Promessi Sposi, Manzoni ritiene che l’origine del male si debba cercare nell’uomo e nella sua natura di peccatore, egli, comportandosi sconsideratamente, interrompe l’armonia di tutte le cose e provoca il dolore, anche in chi è innocente. Tuttavia, proprio il dolore, grazie alla sua visione cristiana, diviene uno strumento importantissimo sia per chi è malvagio, sia per chi è retto. Nel primo caso diviene l’unico mezzo che possa fare ravvedere, poiché di fronte alle grandi sventure che si abbattono su di noi, avviene una sorta di presa di coscienza di ciò che siamo stati e di quanto sia passeggero il nostro stato e di quanto sia auspicabile un cambiamento; mentre nel secondo caso non fa che rafforzare la fede, migliorare e avvicinare ulteriormente a Dio.
Ben altra Provvidenza è quella che accompagna nel nome e nella sorte la barca dei Malavoglia e la loro storia. Il fato è determinante nel mondo prospettato dal Verga, dove gli umili non saranno riscattati dalla vittoria del bene, come nei Promessi Sposi, ma al contrario dovranno subire la propria condanna senza possibilità di liberazione, di redenzione. La Provvidenza che permea il romanzo di Manzoni, qui si trasforma nel Progresso che travolge tutto e tutti nel proprio ingranaggio e i personaggi sono condannati a vivere in un universo senza Dio, dove ogni lotta è vana e dove il fatalismo rassegnato, diviene l’unica soluzione possibile.
La mie limitate competenze non mi permettono di affrontare una battaglia dialettica e quindi devo basarmi su semplici osservazioni. Ho riflettuto a lungo sulla proposta religiosa che, nel corso della mia vita, preti e catechisti hanno provato a sottopormi. Non voglio tediare nessuno con le mie argomentazioni vane, mi limito a dire che non riconosco nessuna autorità a preti, cardinali e via dicendo e che ho capito che la fede è un dono, perché se ce l’hai non ti poni alcuna domanda e non cerchi nessun riscontro, perché non ti interessa, perché non ti serve. Mi piacerebbe moltissimo raggiungere una simile pace, ma sono convinta che difficilmente potrà capitarmi, perché non sto parlando della fede che si sottomette, che accetta qualunque destino passivamente, ma della fede che sa, che è conoscenza e certezza, che non necessita del supporto della ragione. Il fatto che io non ne goda e che non creda alle fiamme dell’Inferno, non vuol dire che mi senta autorizzata a comportarmi male, anzi una società veramente civile non dovrebbe avere bisogno di minacce di punizioni eterne per non commettere certi atti, basterebbe usare la materia grigia, ma a quanto pare, anche quello è un dono e molti uomini sentono invece la necessità di essere comandati per comportarsi decentemente (e neanche questo basta). Se c’è gente che uccide per il gusto di farlo è chiaro che agisce liberamente e che se la vedrà con la propria coscienza, ammesso che scopra di averla, ed eventualmente con Dio, al momento della morte. Questo è molto facile da spiegare, ben più difficile diventa comprendere quando si è la vittima innocente o un suo familiare.
Postato alle 13:54 di lunedì, 18 febbraio 2008 da dalloway66
Quando si parla di argomenti delicati è facile superare il limite consentito dalla sensibilità e dal decoro. Nel nostro paese purtroppo ormai questo sembra essere diventato routine, ovvero il dare libero corso alle proprie idee e lanciarle nel mondo tramite l’etere o il web o la carta stampata, organizzare manifestazioni, striscioni, cortei, slogan, raramente con il supporto del buongusto e dell’approfondimento, spesso con le urla, con la violenza, con la derisione, con l’imposizione, ma soprattutto con grande falsità. Così capita di rimettere tutto in discussione, a seconda del vento e dell’umore del periodo. E poiché il nostro è anche il paese dei pensatori su procura, nel senso che se posso fare pensare un altro al posto mio è meglio e, al massimo, lo seguo, ecco che il primo a cui viene in mente una qualsiasi idea e la dice, trova un consistente gruppo di camminatori disposti ad andargli dietro, in tal modo può succedere anche che un Giuliano Ferrara lanci la proposta di una moratoria per l’aborto.
Questo è un appello alle buone coscienze che gioiscono per la moratoria sulla pena di morte nel mondo, votata ieri all’Onu da 104 paesi. Rallegriamoci, e facciamo una moratoria per gli aborti. Infatti per ogni pena di morte comminata a un essere umano vivente ci sono mille, diecimila, centomila, milioni di aborti comminati a esseri umani viventi, concepiti nell’amore o nel piacere e poi destinati, in nome di una schizofrenica e grottesca ideologia della salute della Donna, che con la donna in carne e ossa e con la sua speranza di salute e di salvezza non ha niente a che vedere, alla mannaia dell’asportazione chirurgica o a quella del veleno farmacologico via pillola Ru486.
(Giuliano Ferrara, da Il Foglio)
A parte il fatto che adesso è uscito allo scoperto, dopo la decisione di presentarsi alle elezioni con la lista per la vita, e quindi con il supporto di un pubblico timorato di Dio e acclamato dagli esponenti della Chiesa, già da subito tanto accanimento puzzava di grande ipocrisia.
Ci sono questioni che investono la vita nostro malgrado, tra queste le malattie, la morte, le nascite, gli aborti, ci sono questioni sgradevoli che ci accompagnano per tutta l’esistenza e che riguardano la storia dell’umanità. Essere inutilmente estremisti, non equivale affatto a risolvere le cose, non riusciremo a sconfiggere la morte, e per quante malattie saremo capaci di curare, sempre di nuove ne salteranno fuori, così come si continuerà a fare nascere bambini nella gioia o nel dolore e nello stesso modo si continuerà ad abortire, con o senza legge.
Sono convinta che la delicatezza e la peculiarità di questo argomento riguardi talmente da vicino le donne che soltanto loro dovrebbero legiferare in merito, senza il supporto di nessun Ferrara o vescovo di turno. Non credo che un uomo riesca a rendersi conto, fino in fondo, di che esperienza traumatica possa essere l’aborto per una donna e quanto pesanti siano le conseguenze psicologiche che ne derivano. L’aborto si sa, esiste da sempre e una legge che lo legalizzi, in determinate circostanze, ha limitato i danni provocati da tutti quelli consumati nella clandestinità. Forse ci si dovrebbe chiedere, prima di fare discorsi oziosi, da dove nasca la necessità di abortire. I motivi sono molteplici e difficilmente traducibili in quattro parole, ma giusto per polemizzare, oltre ai motivi legati alla salute della madre e del feto, nel corso della storia ci sono state anche motivazioni sociali. La stessa Chiesa è stata la prima ad additare e bollare come donne dai facili costumi, le ragazze che restavano incinte fuori dal matrimonio, mentre l’elemento maschile ha sempre potuto fare il Ponzio Pilato della situazione. Anche se adesso le cose sono un po’ cambiate, è sempre la donna che si macchia della colpa ed è l’unica che deve pagare il suo tributo alla società, in ogni caso.
Naturalmente non è con le restrizioni che si educa, ma con la giusta presentazione di valori etici, con un’appropriata campagna contraccettiva, di prevenzione, con una opportuna educazione alla sessualità e al rispetto della vita.
Guarda caso poi tutti i grandi predicatori si vogliono schierare con la destra, perché è lì che si può parlare di tradizione, di famiglia canonica, di bigottismo, di difesa dei valori, come se tutto questo potesse essere garanzia di giustizia, legalità e rettitudine morale. Forse troppo spesso ci si dimentica che la maggior parte delle violenze si consumano proprio tra le pareti domestiche e riguardano padri che violentano le figlie e mariti che picchiano le mogli, senza contare che la destra oltre a preservare ciò che apparentemente è il giusto, spesso cammina anche a fianco dell’intolleranza e dell’integralismo e come si conciliano questi ultimi aspetti con gli insegnamenti di Cristo all’amore, al rispetto per il diverso e per il prossimo?
Immagino che questa difesa per la vita ad oltranza preveda un autentico orrore nei confronti dell’eutanasia. Ecco, al contrario io sono dell’avviso, che un paese veramente civile debba permettere una morte dignitosa a chiunque. La sofferenza fine a se stessa non ha alcuna giustificazione e comunque dovrebbe essere una scelta del singolo e non del governo o della Chiesa. Io posso solo dire che ci sono situazioni per le quali sei costretto a desiderare che la persona che ami muoia il prima possibile e già questo è tremendo, ma in più dovere assistere al balletto degli ipocriti, pronti a speculare su qualsiasi situazione, è francamente intollerabile. E la Chiesa ha negato i funerali a Piergiorgio Welby… alla faccia della carità cristiana…
Chi può arrogarsi il diritto di ritenersi detentore del sapere terreno e ultraterreno? questa non è affatto civiltà, bensì arretratezza culturale e grande chiusura mentale.
Postato alle 08:24 di venerdì, 15 febbraio 2008 da dalloway66
«E la bellezza è una manifestazione del genio. In realtà è più elevata del genio, perché non ha bisogno di spiegazioni. È una delle grandi cose del mondo, come la luce del sole o la primavera, o come il riflesso nell'acqua cupa di quella conchiglia argentea che chiamiamo luna. Non può venire contestata. Regna per diritto divino e rende principi coloro che la possiedono. Lei sorride? Ah! quando l'avrà perduta non sorriderà più... a volte la gente dice che la bellezza è solo superficiale. Può darsi. Ma perlomeno non è superficiale quanto il pensiero. Per me, la bellezza è la meraviglia delle meraviglie. Solo la gente mediocre non giudica dalle apparenze. Il vero mistero del mondo è ciò che si vede, non l'invisibile... Sì, signor Gray, gli dei le sono stati propizi. Ma ciò che gli dei danno, lo tolgono in fretta. Lei ha solo pochi anni da vivere realmente, perfettamente e pienamente. Quando la sua giovinezza se ne sarà andata, la sua bellezza la seguirà e allora improvvisamente si renderà conto che non ci saranno più trionfi per lei, oppure dovrà accontentarsi di quei mediocri trionfi che il ricordo del passato renderà amari più di sconfitte.»
(Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray)
Verso la fine dell’800, all’artista decadente che prova ribrezzo per la società, dalla quale si sente separato, totalmente estraneo, non resta altro da fare se non rifugiarsi nella bellezza, nel superfluo, nel piacere, in tutto ciò che si contrapponga alla mediocrità della vita quotidiana. Oscar Wilde (1854-1900) fu un esponente di quell’estetismo che vedeva nell’arte uno strumento di sostituzione della vita reale e in particolare Il ritratto di Dorian Gray mostra tutte le caratteristiche del nuovo eroe, bello e dannato, talmente dedito al culto della bellezza esteriore da trascurare quella interiore. Dorian è un giovane molto avvenente che viene ritratto da un amico pittore e grazie ad una sorta di patto col diavolo, riesce a mantenersi sempre giovane e bello, mentre l’immagine del quadro invecchierà al posto suo. Dorian diventerà sempre più inquieto e dissoluto, arriverà addirittura a compiere un omicidio e il dovere osservare la sua bruttezza interiore riflessa nel quadro lo porterà, per un moto d’ira causato anche dal rimorso e dalla stanchezza, a pugnalare il quadro stesso e a trovare in tal modo la morte.
Il culto della bellezza decreta una vita ed una morte tragiche, all’insegna della doppiezza. Un altro personaggio doppio è Narciso, che il mito descrive come un bellissimo ragazzo di cui tutti si innamoravano, senza che però lui li degnasse di attenzione. Per questo motivo fu punito dagli dei e condannato ad innamorarsi della propria immagine. Dorian si sdoppia tramite il quadro, Narciso specchiandosi nell’acqua. Riflettersi mette in pericolo l’anima, equivale ad esporsi a rivelarsi e qualcuno o qualcosa potrebbe impossessarsene e privarcene. Da qui ad esempio, ha origine l’usanza di coprire gli specchi quando qualcuno muore e in effetti il mito di Narciso può collegarsi facilmente alla morte, già a partire dall’etimologia del nome, che deriva dal greco nàrke (torpore) e il torpore del sonno non somiglia forse un po’ alla morte? La conoscenza approfondita di se stessi, conoscere sé e l’altro non può che avvenire attraverso il solito viaggio simbolico di morte e rinascita, affinché entrambe le metà si uniscano, altrimenti vivere come riflesso, equivale ad una esistenza vuota, vana, superficiale.
Quant’è bella giovinezza
Che si fugge tuttavia!
Chi vuol esser lieto sia:
di doman non c’è certezza.
[…]
(Lorenzo de’ Medici, Il trionfo di Bacco, Canti carnascialeschi)
Il motivo della bellezza che passa ci coinvolge tutti, la giovinezza è transeunte, la sua durata è talmente breve che continuiamo a pensare di averla anche quando è già passata. Tutti cerchiamo di mitigare i segni del tempo che passa e oggi più che mai l’esteriorità detta legge. Qual è la soluzione per essere lieti e per affrontare serenamente lo scorrere del tempo? Arricchire la nostra vita è un imperativo categorico, non buttare mai via un’intera giornata, non fare mai quel che suggerisce la corrente, se non ne siamo convinti, cercare di migliorarci costantemente attraverso la lettura e mettendoci sempre in discussione, confrontandoci con chi ci sta di fronte, senza amare le apparenze, ma scavando all’interno di noi stessi e degli altri, perché quei mondi che ci capita di immaginare, di sognare ad occhi aperti, in verità esistono, il problema rimane nella nostra incapacità di lasciare il certo per l’incerto, di prendere impegni faticosi, ma soprattutto di guardare oltre, nella paura di avvicinare l’occhio in direzione dello squarcio rivelatore.
1:2
Vanità delle vanità, dice l'Ecclesiaste;
1:3
vanità delle vanità; tutto è vanità. Che profitto ha l'uomo di tutta la fatica che dura sotto il sole?
(dal libro dell’Ecclesiaste)
Postato alle 14:04 di lunedì, 11 febbraio 2008 da dalloway66
Essere moderni vuol dire adeguarsi alla massa e per non essere banditi dalla società si deve essere alla moda, con il linguaggio e con l’abbigliamento, andare nei posti in voga, leggere le riviste giuste, esibirsi in continuazione, guardare il Grande Fratello, insomma fare l’esatto contrario di ciò che faccio io.
Ho sempre pensato all’evoluzione come ad un concetto positivo, che indichi un mutamento interiore che porti al miglioramento di sé. Spesso invece mi capita di storcere il naso e inarcare il sopracciglio, di fronte all’evoluzione di chi mi sta di fronte, che a sua volta mi fissa come se fossi una cavernicola e sente l’impellente esigenza di comunicarmi le proprie esperienze (il più delle volte urlando).
Così ho udito le gesta dei nuovi eroi dei tempi moderni, la nuova concezione della coppia, i giochetti per uscire dalla noia, il piacere dei gesti estremi, a volte contro se stessi e spessissimo contro gli altri.
Ebbene può capitare che l’insospettabile vicino di casa, sì, quello gentile con gli occhialini e un po’ di pancia, insieme alla moglie giovane e attraente, per il weekend si dedichino ad attività alternative… sì, insomma quelli che hai trovato nel sito internet sono proprio loro e che ti propongono? Uno scambio di coppia! E in effetti ormai buona parte degli annunci erotici si riferisce proprio a tali a scambi, per i quali però è richiesta serietà assoluta e io mi chiedo quale accezione della parola si voglia sottolineare, in questi casi (“no perditempo” poi mi fa impazzire…).
Ecco uno degli esempi più casti che ho trovato:
Ciao siamo una coppia alla ricerca di esperienze intriganti,siamo entrambi etero. Siamo favorevoli allo scambio completo già dal primo incontro.CHIEDIAMO MASSIMA SERIETA E PULIZIA NO ASSOLUTO A SINGLE E PERDITEMPO. Non possiamo ospitare ma possiamo viaggiare.Tanti saluti baci.
Basta fare un giretto per internet e si potranno scoprire tutte le attività più in voga. Così potrà capitare di imbattersi negli amanti dei peluche, che amano travestirsi da orsacchiotti o da coniglietti, oppure nei più classici sadomasochisti, gente che paga per farsi picchiare, frustare e trattare male, o ancora in individui che per eccitarsi indossano pannolini e si comportano come neonati e qui mi fermo. Beninteso ognuno può fare ciò che crede, se si tratta di adulti consenzienti, e finché si è single e temerari (perché purtroppo si rischia anche parecchio in questo settore) ancora di più, ma quello che non comprendo è come possa una coppia desiderare uno scambio con altre e rimanere poi coppia. C’è qualcosa che non mi quadra, ma del resto io non faccio testo, per me gli scambisti erano solo i ferrovieri che manovrano gli scambi e non ho mai trovato eccitante, in tutta la vita, un peluche.
Il mondo è pieno di gente annoiata, questo concetto sfugge a chi lotta tutti i giorni per cose normalissime come fare la spesa o semplicemente stare bene, eppure molti altri, pur di sfuggire ad una monotonia soffocante, hanno reso fiorente il mercato degli sport estremi come i salti con l’elastico (bungee jumping), il rafting, il parapendio, il torrentismo, poiché la sfida più esaltante mi sembra essere quella contro la forza di gravità. Mentre molti giovani hanno l’hobby di incendiare macchine nottetempo, devastare cimiteri, dedicarsi alle corse illegali, lanciare sassi dai cavalcavia ecc. ecc.
La noia, la voglia di stupire e il desiderio del denaro possono portare anche ad altri tipi di eccessi, è il caso dei cosiddetti snuff movie, ovvero quei filmati che riprendono dalla realtà scene di violenza e di torture che si concludono in omicidi, per poi essere venduti a prezzi altissimi. In verità non si è mai potuta provare l’esistenza di questi film, ma purtroppo molto spesso la realtà supera di gran lunga la fantasia. A questo proposito vorrei citare un film horror del 2006, Hostel, del quale non consiglio affatto la visione, ma dove le squartatine di routine con annesse amputazioni varie e uccisione finale, fanno parte di un commercio, non di organi, bensì di divertimento. Ovvero ci sono persone che pagano per impossessarsi della vita di qualcun altro (ignaro ovviamente) e per deciderne la morte. La cosa triste è che l’idea al regista è venuta dopo avere scoperto un sito internet in cui si parlava appunto di un mercato simile.
Non sono certo una bacchettona, bigotta e reazionaria, ma io credo ancora nell’amore tra due persone, in un amore semplice, che preveda il desiderio di stare insieme e di raccontarsi, inoltre non conosco la noia, intesa come non so cosa fare, come utilizzare il tempo libero, e poi detesto la mondanità vuota e chiassosa, la violenza gratuita, la prevaricazione ideologica e fisica. Non per questo sono in odor di santità, anzi tutt’altro, devo ammettere che a me non piace stare in società, forse è uno dei miei tanti limiti, spesso mi isolo e non partecipo alle lotte comuni, però so ancora cosa siano il rispetto e la dignità verso se stessi e gli altri.
A proposito, se qualcuno in pvt vi invita al Bdsm, non vi sta suggerendo di visitare il blog delle suore e delle monache, al contrario vuole iniziarvi a pratiche erotiche alternative… (Bondage Domination Sadism Masochism = schiavitù, dominazione, sadismo e masochismo).
Tempi moderni?
Postato alle 07:46 di venerdì, 08 febbraio 2008 da dalloway66
Nel 1857, Charles Baudelaire (1821-1867) pubblica Les Fleurs du Mal, ma l’opera viene accusata di immoralità e molti componimenti sono soppressi, bisognerà aspettare il 1861 per una versione ampiamente rimaneggiata. I fiori del male descrivono l’itinerario spirituale del poeta combattuto tra ennui e idéal, tra l’attrazione del Male e l’aspirazione al Bene. Questa battaglia continua gli provoca una sorta di disgusto nei confronti della vita, una specie di malinconia angosciosa che egli definisce spleen (che in inglese vuol dire milza, ovvero l’organo che, secondo la tradizione, provocava la bile nera e la malinconia). E proprio Spleen è una delle sue liriche più famose. Ve la propongo in lingua originale con traduzione letterale:
Quand le ciel bas et lourd pèse comme un couvercle
Quando il cielo basso e grave pesa come un coperchio
sur l’esprit gémissant en proie aux longs ennuis
sullo spirito gemente in preda all’interminabile noia
et que de l’horizon embrassant tout le cercle
e dall’orizzonte che abbraccia tutto il cerchio
il nous verse un jour noir plus triste que les nuits;
ci versa un giorno nero più triste delle notti ;
quand la terre est changée en un cachot humide
quando la terra si muta in una prigione umida
où l’Espérance comme une chauve-souris,
dove la Speranza come un pipistrello,
s’en va battant les murs de son aile timide,
se ne va sbattendo sui muri con la sua ala timida,
et se cognant la tête à des plafonds pourris ;
e battendo la testa su dei soffitti putridi;
quand la pluie étalant ses immenses traînées
quando la pioggia spargendo le sue immense strisce
d’une vaste prison imite les barreaux,
imita le sbarre di una vasta prigione,
et qu’un peuple muet d’horribles araignées
ed un popolo muto di orribili ragni
vient tendre ses filets au fond de nos cerveaux,
stende i suoi fili nel fondo dei nostri cervelli,
des cloches tout à coup sautent avec furie
delle campane improvvisamente esplodono con furia
et lancent vers le ciel un affreux hurlement,
e lanciano verso il cielo un urlo spaventoso
ainsi que des esprits errants et sans patrie
come degli spiriti erranti e senza patria
qui se mettent à geindre opiniâtrement.
Che si mettono a gemere ostinatamente.
Et de longs corbillards, sans tambours ni musique,
E dei lunghi cortei funebri, senza tamburi né musica,
défilent lentement dans mon âme ; l’Espoir,
sfilano lentamente nella mia anima ; la Speranza,
vaincu, pleure, l’Angoisse atroce, despotique,
vinta, piange, l’Angoscia atroce, dispotica,
sur mon crâne incliné plante son drapeau noir.
sul mio capo inclinato pianta il suo stendardo nero.
Possiamo notare la prevalenza dei campi lessicali negativi e i continui paragoni che rendono negative anche parole che normalmente non lo sono: il cielo qui è basso e pesante, l’orizzonte ci avvolge con un giorno nero e triste, la terra diventa una prigione umida e la pioggia è paragonata alle sbarre della prigione, le campane lanciano un urlo spaventoso ed il suono è equiparato ad un lamento continuo. Il nero è il colore dominante e l’intero percorso porterà alla disfatta finale. La Speranza (di sfuggire allo spleen) è prigioniera e non riuscirà a liberarsi, perciò sarà sconfitta, mentre l’Angoscia vincitrice potrà piantare la sua bandiera vittoriosa.
«Per molti la noia è il contrario del divertimento; e divertimento è distrazione, dimenticanza. Per me,
invece, la noia non è il contrario del divertimento; potrei dire, anzi, addirittura, che per certi aspetti essa rassomiglia al divertimento in quanto, appunto, provoca distrazione e dimenticanza, sia pure di un genere molto particolare. La noia, per me, è propriamente una specie di insufficienza e inadeguatezza o scarsità della realtà. Per adoperare una metafora, la realtà, quando mi annoio, mi ha sempre fatto l’effetto sconcertante che fa una coperta troppo corta, ad un dormiente, in una notte d’inverno: la tira sui piedi e ha freddo al petto, la tira sul petto e ha freddo ai piedi; e così non riesce mai a prender sonno veramente. »
(Alberto Moravia, La noia, 1960)
Anche in questo caso siamo testimoni di una sconfitta, dell’impossibilità di vivere serenamente la realtà o comunque una vita autentica. Chi è vittima della noia vive da distaccato, da emarginato, sempre un passo avanti o uno indietro.
«Sono così stordito del niente che mi circonda, che non so come abbia forza di prendere la penna per rispondere alla tua del primo. Se in questo momento impazzissi, io credo che la mia pazzia sarebbe di seder sempre cogli occhi attoniti, colla bocca aperta, colle mani tra le ginocchia, senza né ridere né piangere né movermi, altro che per forza, dal luogo dove mi trovassi. Non ho più lena di concepire nessun desiderio, né anche della morte; non perch’io la tema in nessun conto, ma non vedo più divario tra la morte e questa mia vita, dove non viene più a consolarmi neppure il dolore.»[…]
(Giacomo Leopardi, da Lettera a Pietro Giordani)
Come avviene la scoperta del dolore? Non il dolore fisico, non la sofferenza d’amore, bensì quella percezione intima, esclusiva, solitaria, soltanto nostra, diversa per ognuno di noi, che ci prende tutti, ricchi, poveri, profondi, superficiali, fortunati, sfortunati, è quell’attimo terribile in cui cogliamo la vera infelicità, la vanità della nostra esistenza, il continuo andirivieni da una condizione all’altra, la perdita del desiderio, il crollo di ogni motivazione, ma è anche un ottimo strumento che ci permette di conoscerci veramente, perché dinanzi al dolore vero, non c’è maschera che tenga.
Spleen, noia, tedio, sono tre espressioni che indicano un’unica condizione interiore, che è quella dell’inadeguatezza, dell’incapacità di dare un senso alla nostra esistenza e al nostro dolore. Questa mancanza ci impedisce anche di essere partecipi del dolore altrui, di condividere un percorso che ci unisce tutti, perché la storia di ognuno è in fondo quella del mondo intero, nel suo continuo cammino circolare, fatto di nascita, vita e morte.
Sentirsi separati fa cogliere con maggiore sensibilità la vanità di tutto ciò che ci circonda e alla fine è questo il destino dell’artista-veggente, precorrere i tempi, guardare oltre, ma essere inviso, trattato da reietto, costretto a vivere ai margini della società.
Se per Moravia un intellettuale non è altro che il testimone del suo tempo, che non ha altra scelta se non quella di esprimere i mali della società, per Baudelaire è la poesia che deve riportare l’ordine laddove c’era solo confusione, mentre Leopardi, a conclusione della sua opera, con quella odorata ginestra contenta dei deserti, lascia a tutti noi il compito di preservare e di credere in tutti quei valori, ch’egli negava, giusto per accrescerne il desiderio.
Postato alle 08:07 di martedì, 05 febbraio 2008 da dalloway66
«Dammi retta, Lucilio, dedicati un po’ a te stesso e tieni da conto, tutto per te, il tempo che finora ti lasciavi portar via, in un modo o nell’altro, o, comunque, perdevi. È proprio così, credimi: il tempo ci viene tolto o sottratto, quasi a nostra insaputa, oppure ci sfugge non si sa come. E la cosa più indecorosa è perderlo per trascurata leggerezza. Prova a pensarci: gran parte della vita ci scappa via mentre agiamo in modo sbagliato, la maggior parte mentre stiamo senza far niente, e l’intera esistenza trascorre in occupazioni inutili e che non ci riguardano veramente. Trovami, se sei capace, uno che dia al tempo il giusto valore, che capisca quanto può essere importante una giornata, che si renda conto che noi moriamo un po’ ogni giorno! Perché questo è il punto: noi pensiamo alla morte come a qualcosa che sta davanti a noi, mentre in gran parte è già alle nostre spalle: tutta l’esistenza trascorsa è già in suo potere. Allora, caro Lucilio, fa’ come mi scrivi: tieni stretto il tuo tempo ora per ora; dipenderai meno dal futuro, se avrai in pugno il presente. Mentre rimandiamo le nostre scadenze, il tempo passa. Tutto ci è estraneo, Lucilio, solo il tempo è veramente nostro: l’unica cosa di cui la natura ci ha fatto padroni; ma è passeggera e instabile, e chiunque può estrometterci da questa proprietà. Che sciocchi gli uomini! Quando ottengono da qualcuno delle inezie di nessun valore, facili da rimpiazzare, sono pronti a farsele mettere in conto; ma non c’è nessuno che si senta in debito, se gli si concede del tempo; eppure questa è l’unica cosa che non si può restituire, nemmeno se si prova grande riconoscenza.»
(Seneca, Epist. Ad Luc. I^)
Il tempo assume caratteristiche variabili. Come quando ci muoviamo al buio e il buio stesso sembra dare consistenza all’aria, quasi come se ci aderisse, ci avvolgesse, perciò il tempo può dilatarsi all’infinito quando ci troviamo in difficoltà, quando soffriamo e vorremmo cambiare giorno il più in fretta possibile, oppure si restringe e diventa cortissimo, dura lo spazio di un sospiro, come in quei rari momenti in cui capiamo di essere felici.
Non perdere tempo. Le scadenze hanno una puntualità insospettabile perché seguono un ordine che non è il tuo, hanno una cronologia diversa, spesso ostile, poche volte benigna. Agiscono in base ad uno schema prefissato da leggi a te sconosciute e ti sbalordiscono perché fino a quel momento credevi di essere tu a gestire la tua vita.
Non devi sprecare nemmeno un minuto, ma è talmente difficile. A volte rimanere disteso per terra a fissare il soffitto sembra essere l’unica alternativa. Invochi la pace interiore, l’anelito inespresso di un’anima in pace con se stessa, che non sia più in tumulto, attenta ad ogni sospiro, pronta a perdere giornate intere tra i vagheggiamenti vani. Quanto tempo perdiamo inseguendo illusioni e sogni, abili paraventi costruiti per dimenticare la realtà e noi stessi.
Innalziamo muri in nome di una paura senza senso. Questa è un’occupazione che ci impegna tutti, al punto di dimenticare il perché originario della nostra lotta. Dovremmo abbattere le barriere, invece e vivere intensamente, senza accettare le restrizioni, i labirinti della mente, dove si incastrano sentimenti inadeguati e dove stazionano tutte le ore perse a disegnare il rancore, la rabbia, l’oblio, la dimenticanza.
«Lo so da un pezzo: anche colui che schernisce il grande ingranaggio ha in esso la sua parte»
(Christa Wolf, Medea)
Non bisogna agire nella speranza della gloria, dell’accettazione altrui, dell’amore che si vuole imporre, dei sentimenti chiari, che non sempre arrivano. Non dobbiamo essere schiavi del dubbio e della disperazione e credere solo nei confini netti e definiti. Per un po’ ho creduto anch’io di potermi immergere nell’universo comune dei pensieri comuni, delle aspettative comuni, sì ho provato a fare parte dell’ingranaggio. Ma ho fallito sempre. Non riesco a vestirmi di conformismo, è questa la mia trasgressione. Il mio tempo lo gestisco io e tutti i miei pensieri mi appartengono profondamente, non prendo parole in prestito, né sentimenti di seconda mano. Mi muovo come un dinosauro in società, mentre svolazzo leggiadra tra le parole che sostano negli angoli più nascosti.
Questa sono, un’idea, un’illusione, una mano che sfiora, labbra che sussurrano, il volo senza aspettativa di un refolo, che passando tocca tutte le cose, ma non si ferma mai, per beffare il tempo, per costringere lui ad inseguire me, per portargli via il potere, la pesantezza dell’ordine, del dover fare, del dover essere, perché arriva sempre il momento in cui bisogna riappropriarsi della propria vita e di tutti i cristalli policromi che la compongono, per divenire musica e luce ed essere partecipi di tutte le cose.
Dalì, La persistenza della memoria
Postato alle 08:29 di venerdì, 01 febbraio 2008 da dalloway66