Parole

Link

Bottoni

Disclaimer

Dell’amore non si butta niente. Sarà poi vero? Alcuni conservano tutto fino al giorno in cui si sbarazzano di ogni cosa. Nulla si salva dal tornado devastante che riempie sacchi e sacchi, portandosi via pezzi di vita e parti di ricordi. Così dopo anni giunge una nostalgia di tatto, una voglia di toccare qualcosa che è appartenuta a qualcuno, qualcosa che porti con sé gli umori di un tempo ormai passato e invece non rimane nulla. Alcuni insomma proteggono una memoria a breve termine, è meno pericolosa, mettono una scadenza a tutto e superato il termine massimo se ne disfano.
 
E così si continua ad andare avanti, con un battito regolare, con improvvise cadute e lente riprese, con l’energia della passione e la freddezza della fine dell’emozione.
Ci si piega, ci si risolleva, si piange, si ride, ci si sostiene e ci si detesta, la notte viene e va e questo vento, che rapisce la mente, sempre consegna un odore, una voce, un respiro.
 
Ci sono tanti tipi di amore e qualcuno l’amore non lo conosce mai.
C’è l’amore che t’investe e ti stravolge e la tiepida fiammella per tenersi compagnia. L’amore che ti fa tenere per mano e quello che ti strappa i sogni, l’amore che t’impedisce il sonno e quello che diventa incubo. L’amore che ti illude, l’amore che non è amore e l’amore che si trasforma in odio. L’amore che impazzisce, l’amore che ferisce, l’amore che colpisce e quello che ti paralizza. Poi c’è l’amore che si nega, quello che ti acchiappa, all’improvviso, senza che tu te ne renda conto e quando lo capisci, subito lo allontani da te. Perché l’amore fa male, l’amore fa piangere, l’amore ti fa cambiare, ti sfinisce, ti sfianca, ti lascia stremato e poi ti confonde, ti strappa l’anima e se la porta via e a quel punto ti lascia.
 
Ti lascia in silenzio, a macerare nel buio un percorso che non ha portato da nessuna parte, ti lascia la libertà di pensare quello che vuoi, perché la verità non la saprai mai, perché non esiste verità in amore, ognuno ha la propria e questo deve bastare. Non chiedere, non devi chiedere più niente, tanto la risposta sarà sempre la stessa. E tu la conosci già.
 
L’amore ha sempre fame e non basta mai niente, per noi fiere che si muovono nell’oscurità, noi che non conosciamo l’amore tranquillo che fa riposare, quello del caffè a letto la mattina e della spremuta sul tavolo. Noi no, noi cerchiamo l’amore che sbrana, quello che lascia in mezzo alla strada, con un coltello nella schiena, quello che non conosce pace e aggredisce con le parole e con gli occhi e strappa e strappa e si porta via tutto. È l’amore che ci rende ingovernabili, quello che ci fa odiare tutte le mattine la luce che illumina la stanza e quel posto vuoto e che ci fa dibattere inutilmente tra il sonno e la veglia, per restare ancora un poco nell’unico luogo in cui possiamo rimanere quieti e legati in un abbraccio senza fine. Per sempre.
 
A me pare uguale agli dei
chi a te vicino così dolce
suono ascolta mentre tu parli
 
e ridi amorosamente. Subito a me
il cuore si agita nel petto
solo che appena ti veda e la voce
 
si perde sulla lingua inerte.
Un fuoco sottile affiora rapido alla pelle,
e ho buio negli occhi e il rombo
del sangue alle orecchie.
 
E tutta in sudore e tremante
come erba patita scoloro:
e morte non pare lontana
a me rapita di mente.
 
(Saffo, traduz. Salvatore Quasimodo)



Postato alle 14:15 di lunedì, 28 gennaio 2008 da dalloway66
ERNEST HYDE
La mia mente era uno specchio:
vedeva ciò che vedeva, sapeva ciò che sapeva.
In gioventù la mia mente era solo uno specchio
in un vagone che correva veloce,
afferrando e perdendo frammenti di paesaggio.
Poi con il tempo
grandi graffi solcarono lo specchio
lasciando che il mondo esterno penetrasse,
e il mio io più segreto vi affiorasse,
poiché questa è la nascita dell’anima nel dolore,
una nascita con vincite e perdite.
La mente vede il mondo come cosa a sé,
e l’anima unisce il mondo al proprio io.
Uno specchio graffiato non riflette immagine.
E questo è il silenzio della saggezza.
(Edgar Lee Masters, Antologia di Spoon River)
 
L’immagine che proiettiamo di noi stessi a volte ci appare come un riflesso, che rapido guizza da uno specchio all’altro. Non so se sia un ulteriore modo per nascondersi. Ma ultimamente mi chiedo quale sia il motivo di tanta fatica, quella di trincerarsi dietro a un paravento. Molti mi dicono che è per evitare le ferite, ma davvero si evitano i dolori, le delusioni, i tradimenti, solo nascondendosi?
Essere se stessi e l’altro, assorbire gli altri nel proprio specchio, oppure vivere nella separatezza, come se ciò che ci sta di fronte non ci appartenesse e come se ciò che siamo rimanesse un evento isolato.
 
La mia mente era uno specchio, perciò non ho vissuto, ma come una spugna assorbivo la vita degli altri e mi atteggiavo come la società mi voleva. Nello specchio, del resto, si riflette l’immagine sociale, il travestimento che passa attraverso le convenzioni. Guardandoci allo specchio siamo alla ricerca della nostra identità, lo specchio riflette l’immagine di noi stessi come un altro sé, un’unità che si sdoppia in un dualismo che permette due direzioni, due personalità, noi e il nostro doppio: quello che si specchia è l’apparenza di noi stessi, il non specchiato giace nelle pieghe del pensiero e della personalità rimossa.
 
Mi specchio, ma l’immagine se ne va per conto suo. L’unicità in cui credevo mi ha tradita e lascia posto allo sgomento dell’altra verità. Mi guardo e leggo ogni tappa della mia vita, sono piccola, poi giovane, poi adulta e vedo un’idea di futuro, una ruga che ne anticipa altre, una piega agli angoli della bocca che ricorda la felicità breve in confronto alle contrazioni del dolore. Una postura sempre più incline alla curvatura, alla pesantezza degli anni che si poggiano senza alcuna delicatezza, ma con un carico a volte intollerabile, su ogni vertebra. L’immagine di oggi porta con sé tutte le storie invisibili, quelle che rimangono in un limbo, sospese tra il vetro e il telaio, intrappolate nelle pieghe del tempo, depositate nel fondo dell’anima, ad opprimere il cuore, trasmigrate da una vita all’altra, in ogni epoca dell’esistenza.
 
«Gli specchi dovrebbero riflettere un momentino, prima di riflettere le immagini» (Cocteau)
 
Riflettere un’immagine è una cosa, saperla vedere un’altra. Ripercorrere tutte le pieghe di una sofferenza senza nome, nascoste dietro uno sguardo spento o un gesto distratto. La nostra immagine occupa così tanto tempo da non riuscire più nemmeno a leggere la partitura che intesse le trame degli altri. Eppure è così bello soffermarsi sui piccoli segni del tempo, delle vicissitudini, lo scandire ininterrotto degli attimi che non si fermano, che non ti aspettano, nemmeno quando vorresti farli incontrare con quelli di qualcun altro, per scoprire alla fine che chi ti somiglia tanto e ti guarda sornione è la tua coscienza, bella, brutta, costruita negli anni, con impegno, con costanza. Arrivare a quel punto, guardarsi finalmente dentro, in quegli occhi di rimando, è il raggiungimento di una solitudine senza spazio e senza tempo, senza ordine, senza costrizioni, è il ricongiungimento di tutti i sé disseminati qua e là, è il ricomporsi in un’unicità sostenuta dalla consapevolezza, dalla conoscenza, perché non si può scappare da quel che si è stati, né da quel che si è diventati.
 304252-MIROIR
«Nelle ultime settimane non avevo fatto neppure il più utile degli esercizi: la ginnastica facciale. Un clown, il cui effetto principale consiste nell’immobilità della maschera, deve mantenere il viso perfettamente mobile. Un tempo, prima di cominciare a fare i miei esercizi, usavo tirar fuori la lingua per sentirmi realmente vivo e presente prima di staccarmi di nuovo da me stesso. Più tardi abbandonai questo esercizio e presi a guardarmi attentamente in viso, senza far uso di nessun trucco e movimento, ogni giorno per almeno mezz’ora, finché alla fine non esistevo più: dal momento che non soffro di narcisismo, spesso mi sentivo prossimo alla pazzia. Dimenticavo semplicemente che ero io quella faccia che vedevo nello specchio, voltavo lo specchio e quando avevo finito gli esercizi, o quando più tardi, nel corso della giornata mi vedevo per caso allo specchio passando, mi spaventavo: c’era un estraneo nella mia stanza da bagno, al gabinetto, un tizio che non sapevo se fosse serio o buffo, un fantasma pallido con il naso lungo; e allora correvo più in fretta che potevo da Maria, per vedermi nel suo viso. Da quando lei non c’è più non riesco più a fare i miei esercizi: ho paura di diventare pazzo. »
(Heinrich Böll, Opinioni di un clown)



Postato alle 08:16 di venerdì, 25 gennaio 2008 da dalloway66
«Ici a commencé pour moi ce que j’appellerai l’épanchement du songe dans la vie réelle»
«Qui è iniziato per me ciò che definirei l’espandersi del sogno nella vita reale»
 
Raramente uno scrittore offre, come ha fatto Nerval, la possibilità di avvicinarsi al mistero della creazione poetica e quindi al desiderio di scoprire le strane leggi che lo governano. In questo processo creativo, anche la follia ha contribuito alla rivelazione di immagini e sentimenti dotati di uno strano potere inquietante. Tuttavia essa non ha trasformato il poeta in una sorta di veggente, bensì gli ha permesso di scoprire una dimensione nuova, nella quale collocare la sua scrittura. La parola in tal modo ha preso valenze multiple ed è stata scelta, oltre che come mezzo per raccontare una strana malattia, anche come strumento per superarla.
 
C2-1885Nerval adopera, in Aurélia, la prima persona ed in tal modo si accosta ad un racconto autobiografico. Tuttavia, immediatamente concede una notevole ambiguità al suo lettore, poiché separa l’unico je (io) in due, uno riferito al narratore e l’altro al personaggio. Soltanto alla fine Nerval deciderà di fondere le due istanze narrative in una soltanto, lasciando unicamente come un suggerimento la presenza di un terzo je, ovvero quello dell’autore.
 
In un clima velato di ambiguità e confusione Aurélia tocca, per prima cosa, il mistero del sogno. Tuttavia ad esso si aggiungeranno, subito dopo, alcuni spazi dedicati alle visioni ed alle allucinazioni subite dal personaggio.
In tutto il racconto si compie un viaggio, e in particolare colpiscono le deambulazioni per Parigi. La città si scinde, anch’essa, e si distingue in “reale” e “fantastica”, nella prima si possono riconoscere dei posti realmente esistenti, nella seconda si ergono costruzioni sognate e luoghi fantastici. In questo incessante cammino, macrocosmo e microcosmo sembrano coincidere, poiché l’esperienza personale alla fine coinvolge l’umanità intera. Così il viaggio iniziatico, la discesa agli inferi, somiglia all’attraversamento di un labirinto come percorso di morte e rigenerazione. Del resto qualsiasi iniziazione propone una morte finta, come prova da superare, per poi rinascere e vivere con un bagaglio solo apparentemente più pesante, ma in verità con una forza e una consapevolezza completamente nuove.
Che si tratti di un viaggio all’interno dell’anima è il narratore stesso che lo lascia intendere, annunciando perfino i modelli letterari che intende seguire, come Dantedante e Apuleio. Quando il sogno prende il sopravvento sulla vita reale, ha inizio la malattia, il disgregarsi della personalità del protagonista e l’inizio della discesa nelle profondità dell’Io, nella quale verrà coinvolto anche il lettore, invitato a seguire il personaggio nella sua ricerca iniziatica, che lo condurrà fino alla scoperta della verità.
 
Nell’alternanza creata dall’attraversamento di livelli multipli e da una temporalità incerta fra sogno e veglia, si muove perciò un protagonista polivalente, che racchiude in sé il mistero dell’esistenza e che s’interroga a proposito dei dubbi più assillanti dell’umanità. Dietro il personaggio ed il narratore si cela un autore che ha vissuto, personalmente, il mistero dello sdoppiamento e dell’ineffabile. Ormai illuminato e responsabilizzato, il lettore diviene il rappresentante di quella umanità che tanto di frequente viene chiamata in causa, all’interno dell’opera.
Nerval ha dunque compiuto la sua missione rivelatrice, attraverso la scrittura, della vita “altra”, che si nasconde dietro la vita “reale” di ogni uomo.
 
Ognuno di noi porta con sé la propria discesa agli inferi, perché di sprofondare capita un po’ a tutti nel corso della vita, ciò che poi ci distingue è la risalita e soprattutto l’uso che facciamo di tale esperienza.
 
[…]
Dare significato alla vita può sortire follia,
ma la vita senza significato è la tortura
dell’irrequietezza e del desiderio vago
è una nave che anela il mare eppur lo teme.
(Edgar Lee Masters, Antologia di Spoon River)



Postato alle 16:41 di lunedì, 21 gennaio 2008 da dalloway66
Il meridionale, si sa, è focoso per natura e per tradizione. Ma chi non ha mai avuto un attacco di gelosia? Chi non ha mai sentito montare la rabbia dai piedi fino alla punta dei capelli? A chi non è mai capitato di leggere in una parola un concentrato di intenti, vita, morte e miracoli di una persona, addirittura la mappa del dna? Chi non ha sottolineato uno sguardo di troppo o una fastidiosa inclinazione nel tono della voce, che dicevano tanto altro? Chi, in preda a tale sovraffollamento di passioni, non ha desiderato il contatto fisico, più che altro lo scontro fisico, con l’amato/a o con il/la rivale? Eh, sì, la gelosia è una brutta bestia, perché obnubila l’attività pensante, sono momenti in cui non capisci niente, ma proprio niente e le mani ti tremano e la voce si spezza e vorresti soltanto che il mondo sprofondasse e le uniche parole che ti vengono in mente sono quelle di Cecco:
 
S'i fosse foco, arderei 'l mondo;
s'i fosse vento, lo tempestarei;
s'i fosse acqua, i' l'annegherei;
s'i fosse Dio, mandereil' en profondo.
 
Da brava sicula, anch’io soffro di tale morbo mortifero. Detesto essere gelosa, ma quel vento caldo mi prende e mi travolge col suoi impeto, indifferente a qualsiasi logica. Allora mi trasformo in una delle tre Furie e credo di essere perfino pericolosa, sicché consiglio di spostare le suppellettili più preziose e munirsi di casco integrale, nei casi di emergenza. Ovviamente dopo mi vergogno profondamente di me stessa, ma ormai è troppo tardi…
 
Qui in Italia possiamo vantarci di aver mantenuto in vita la legislazione sul delitto d’onore fino al 1981, perché per noi l’onore è tutto, magari la dignità ci interessa meno, ma l’onore, non ce lo deve toccare nessuno. L’articolo 587 del Codice Penale recitava:
«Chiunque cagiona la morte del coniuge, della figlia o della sorella, nell’atto in cui ne scopre la illegittima relazione carnale e nello stato d´ira determinato dall’offesa recata all’onor suo o della famiglia, è punito con la reclusione da 3 a 7 anni».
Così è capitato innumerevoli volte che un marito abbia ucciso la moglie adultera o che un padre abbia vendicato una figlia disonorata, o un fratello una sorella e che tutti abbiano potuto beneficiare di uno sconto della pena. Oppure, in certi casi, il finale poteva essere incruento e la faccenda poteva risolversi con un bel matrimonio riparatore, che estingueva anche il reato di violenza carnale.
 
In genere tale affronto terribile riguarda esclusivamente l’universo maschile. Eh, sì, il cornuto è maschio. Per l’uomo palermitano non ci può essere offesa peggiore (a parte cornuto e sbirro, che è proprio il massimo…). Essere cornuto è un po’ come squalificare le doti virili del malcapitato, è una specie di bollatura, di marchio di infamia, un’intollerabile mancanza di rispetto, da lavare anche col sangue.
E poi c’è quello spiffero invisibile, il tarlo del sospetto che può minare per sempre un rapporto, l’idea di essere stati traditi, ma senza averne la certezza. Ma a volte può anche capitare che la nascita di un figlio risolva tutti i problemi e che lo pseudotradito si mantenga felice e cornuto, perché si sa, mater semper certa est…
 
«Le corna come contesto familiare e le corna vere e proprie, quelle di ossa, hanno un rapporto strettissimo. Sei più cornuto di un vagone di babbaluci (lumache), oppure il cervo in confronto a te è tignuso (calvo) appartengono a un vasto repertorio di offese quasi barocche. Ma non nuove. Pensate all’allegoria del Berretto a Sonagli di Pirandello. E si può capire come mai in Sicilia l’elmo dei vichinghi non abbia mai trovato imitazioni. E vale la pena ricordare con quanta abbondanza e ironia è stato trasmesso dalle radio private il pezzo di CoccianteCervo a primavera: dedicato per Natale a un amico appena sposato, era uno splendido augurio. »
(Daniele Billitteri, Homo Panormitanus)
 
A ribaltare un po’ la situazione ci ha pensato Mario Monicelli con il suo film del 1968, La ragazza con la pistola, dove una meravigliosa Monica Vitti interpreta Assunta, una ragazza siciliana che anche se viene rapita per errore, ormai è comunque disonorata, anzi doppiamente offesa in quanto Vincenzo, il rapitore, non solo non procede con il matrimonio riparatore, ma per giunta fugge in Inghilterra. Il ribaltamento consiste nell’affidare ad una donna, ad Assunta stessa, l’onere della riparazione del torto subito, per questo parte anche lei, decisa a sparare al rapitore vigliacco, per vendicarsi. Invece in Inghilterra Assunta cambia totalmente mentalità e vita, tanto da conquistare lo stesso Vincenzo a tal punto che le chiederà di sposarlo. Stavolta però sarà lei a sedurlo per poi abbandonarlo e la frase finale di Vincenzo, la famosissima: “bottana eri e bottana sei rimasta” suggella il cambiamento della donna, contro il mantenimento della mentalità maschilista da parte dell’uomo. Ci sono modi di pensare duri a morire, anzi, direi che non rischiano affatto l’estinzione…



Postato alle 08:22 di venerdì, 18 gennaio 2008 da dalloway66
Con la nascita del Surrealismo, un intero movimento letterario dedicò grande interesse, anzi quasi si fondò all’insegna dello studio dell’inconscio e del sogno.breton
All’epoca, un alienato mentale si trovava tutta la società contro, in quanto esponente della diversità e fonte di timore, il timore della disobbedienza ai canoni della ragione e delle regole sociali. I surrealisti, accostando il delirio al sogno, ne dichiaravano il valore e l’importanza e fecero diventare il malato una specie di eroe, l’abitante di una dimensione diversa, con una logica differente da quella comune. Oltre a ciò, gli scrittori surrealisti si cimentarono nella redazione dei loro «récit de rêve» che corrispondevano proprio al racconto obiettivo di quanto sognato durante la notte. Questo tipo di racconto fu ritenuto da essi un mezzo che permettesse di dare forma scritta a qualcosa che altrimenti sarebbe rimasto fluttuante nell’inconscio. I surrealisti furono anche i primi a liberare l’opera di Nerval dalla vincolante definizione di “romantica” ed anzi, considerarono l’autore come una sorta di precursore. Nerval aveva infatti già adoperato il termine “supernaturalista” nell’introduzione alle Filles du Feu, conferendogli un senso che si avvicinava parecchio allo spirito surrealista, tanto che Breton lo citerà nel suo Manifeste du Surréalisme.
 
Le teorie mediche di quel periodo accostavano la follia al sogno, nel senso che il folle non riusciva a separare i sogni dalla realtà circostante, per cui le fantasie notturne continuavano tranquillamente a vivere anche nella veglia. E lo stesso Nerval si accosta a queste teorie come mostra l’inizio stesso della sua opera: «Le rêve est une seconde vie». L’insieme degli episodi che compongono Aurélia, si propone come il lucido resoconto di un uomo “pazzo”, ma cosciente della sua follia, al punto di negarla, parlandone con se stesso e con un ipotetico lettore, reso partecipe di una vita altra. E poiché il lunatico, che ogni tanto guarisce dalla malattia del sognare anche di giorno, ha il privilegio di conoscere sia il mondo della ragione che quello dell’immaginario, unendo queste due componenti può tentare di raccontare quella discesa agli inferi che è il viaggio all’interno del sogno.
 
Con Aurélia, attraverso la descrizione dei sogni, ci si avvicina al complesso groviglio psichico di un autore che ha fatto uso della sua malattia, come spunto letterario e come mezzo per comprendere meglio se stesso. I sogni descritti in Aurélia, non sono semplicemente sogni, anche se strani, ma pur sempre frutto del lavoro onirico notturno e tutte le visioni non sono semplicemente la descrizione di quanto visto e vissuto durante le crisi di follia. In verità la parte preponderante è tutta della manipolazione letteraria, poiché Aurélia è innanzitutto un’opera letteraria.
 
figlieA causa di tutti gli aspetti, estremamente complessi, inseriti nell’opera di Nerval, comprendenti elementi vari e anche contraddittori, oltre alle innumerevoli fonti letterarie (poeti medievali, scrittori del Rinascimento, poeti tedeschi, poeti romantici) le prime indagini critiche sui suoi scritti ne presentano una visione erronea dell’esistenza e delle idee. Partendo dalla biografia la sua morte da suicida era perfetta e più che fornire elementi e suggerimenti sulla sua opera, venivano forniti dettagli sulla sua vita e i suoi scritti erano identificati con la sua pazzia. Del resto il gossip è ben radicato nel dna umano e non c’è epoca che non lo conosca. In seguito, a partire dal primo Novecento, Nerval è stato presentato ora come il precursore della poesia moderna dei simbolisti, ora come un affiliato a sette esoteriche. Gli psicanalisti hanno trovato vasto materiale per le loro ricerche ed hanno proposto il loro punto di vista, insieme ai surrealisti come già accennato. Soltanto da qualche decennio la critica ha mutato radicalmente posizione nei confronti di questo scrittore, fornendo spunti per indagini e approfondimenti e non limitandosi ad un solo aspetto, ma abbracciando l’intera gamma di fonti e informazioni che il pensiero e l’opera di Nerval hanno prodotto.



Postato alle 13:27 di lunedì, 14 gennaio 2008 da dalloway66
Percepire se stessi e avere consapevolezza dell’immagine che si offre di sé agli altri non è sempre facile. Ma da dove nasce il senso d’imbarazzo? Io ho sempre creduto che provenga da un sentimento di inadeguatezza che ci prende tutti, prima o poi, ma in effetti credo che si possa tingere di mille sfaccettature. Di sicuro si prova imbarazzo quando la nostra immagine sociale viene in qualche modo minata o messa in ridicolo. Perché in fondo ognuno di noi ha un ruolo, che se lo sia costruito o che glielo abbiano affibbiato, non si sfugge alla catalogazione sociale.
A volte diventa davvero una sensazione incomprensibile, ad esempio quando ci si trova in mezzo a un gruppetto di sconosciuti in ascensore, chissà perché salta fuori un’ansia da ‘ma quanto ci mette ad arrivare?’, una sorta di agitazione nervosa senza alcun motivo apparente, una sciocca risatina pronta a sgorgare, io in genere se vedo la fila scelgo le scale, ma si sa che io sono un caso patologico grave. Come se non bastasse, più ci si imbarazza e più aumentano i motivi per imbarazzarci, ad esempio se vengo chiamata a intervenire in una discussione in pubblico, copro tutte le sfumature del rosso, potrei perfino balbettare e sicuramente mi cadrebbe qualsiasi cosa dovessi avere per le mani e nel caso di una penna quest’ultima giustappunto s’impennerebbe, come imbizzarrita, indi volteggerebbe in aria per lunghi istanti (mi si perdoni l’ossimoro) per poi precipitare al suolo o addosso a qualcuno (nel qual caso sarebbe anche senza tappo). Del resto il gesticolare frenetico per attirare l’attenzione sulle braccia e le mani piuttosto che sulle guance purpuree, unito alla rigidità del resto del corpo, simile all’avere inghiottito il manico di una scopa, sono altri sintomi dell’imbarazzo, che, uniti alle alterazioni della voce, offrono un quadro completo della situazione e del perché l’ultima volta che una collega mi stava per chiamare in causa, durante un corso di aggiornamento, ad un suo cenno è stata prontamente fulminata da una folgore saettante, sfuggita ad un mio sguardo, la qual cosa non mi ha impedito di accompagnare l’occhiataccia con un più eloquente agitare di braccia che hanno steso la mia vicina di sedia…
 
Cosa saremmo senza un ruolo, senza la nostra bella maschera? Ombre, fantasmi, figli dell’indifferenza, reietti, ognuno di noi deve presentare una carta d’identità che lo collochi da qualche parte, che lo identifichi.
La patente è una novella di Pirandello dalla quale egli trasse anche un atto unico, dove il protagonista trasforma la sua disgrazia nell’unico mezzo per poter sopravvivere. Chiarchiaro è stato bollato dalla società come iettatore e questo lo ha rovinato:
 
«Signor giudice mi hanno assassinato. Lavoravo. Mi hanno fatto cacciare via dal banco dov’ero scritturale, con la scusa che, essendoci io, nessuno più veniva a far debiti e pegni; mi hanno buttato in mezzo a una strada, con la moglie paralitica da tre anni e due ragazze nubili, di cui nessuno vorrà più sapere, perché sono figlie mie; viviamo del soccorso che ci manda da Napoli un mio figliolo, il quale ha famiglia anche lui, quattro bambini e non può fare a lungo questo sacrificio per noi. Signor giudice, non mi resta altro che di mettermi a fare la professione del iettatore!»
(Luigi Pirandello, La patente)
 
Da dove nasce la maldicenza? Cosa spinge una maggioranza a fare gruppo per prendersela con una minoranza? La storia è piena di esempi, ma anche la vita quotidiana lo è, legata a un microcosmo di ignoranza che vive di violenza e prevaricazione. Ma se impariamo a conoscere il nostro nemico, possiamo ribaltare la situazione, con la forza del paradosso, con le stesse armi che servono a colpirci.
In fondo l’unica cosa che ci serve, per vivere in società, non è il senso etico o l’inclinazione al rispetto, ma una qualsiasi patente ufficiale.
 
«Ebbene, voglio anch’io la mia patente, signor giudice! La patente di iettatore. Col bollo. Con tanto di bollo legale! Iettatore patentato dal regio tribunale. (…) Tutt, tutti ci credono! E ci son tante case da gioco in questo paese! Basterà che io mi presenti; non ci sarà bisogno di dir nulla. Mi pagheranno per farmi andare via! Mi metterò a ronzare attorno a tutte le fabbriche; mi pianterò innanzi a tutte le botteghe; e tutti, tutti mi pagheranno la tassa, lei dice dell’ignoranza? Io dico la tassa della salute! »
(Luigi Pirandello, La patente)



Postato alle 08:08 di venerdì, 11 gennaio 2008 da dalloway66
nervalGérard Labrunie, vero nome di Gérard de Nerval (1808-1855) fu uno scrittore che sulla propria pelle poté incarnare lo spirito di un tempo che prediligeva il tetro, l’incubo, la malinconia, la malattia, il dolce vagheggiamento, l’inquietudine e perfino il suicidio; egli poté vivere nella realtà ciò che divenne finzione letteraria, una moda, il gusto preromantico e romantico di una vita tormentata, votata all’incomprensione, alla solitudine e al dolore. L’uomo romantico ebbe in comune con Nerval l’ossessione della dualità antitetica, il percepire che ognuno di noi è diviso in due parti e che queste due parti sono, nel medesimo tempo, amiche e nemiche. Ciò che invece separa Nerval dall’uomo romantico è il modo di sentire questa scissione interna: mentre per l’artista esponente di una corrente letteraria, si trattava di aderire a un gusto, pur se sentendosene coinvolto, Nerval si trovò, invece a vivere la sua doppiezza in prima persona, in quanto alienato mentale, e a trasferirla poi nella sua opera, come resoconto di qualcosa che realmente gli accadeva e come presenza inconscia di qualcosa che aveva dentro e di cui non sempre si sarà reso conto.
 
Una delle sue opere più importanti, Aurélia, prende vita grazie ad un nuovo tipo di terapia medica, che consigliava ai pazienti di trascrivere una specie di diario dove annotare i propri pensieri, oppure delle vere e proprie memorie che permettessero di trovare il punto di rottura che li aveva separati dalla vita “normale”. L’opera ebbe inizio nell’anno della sua prima crisi, nel 1841 e da allora subì continui ritocchi e interruzioni, fino alla stesura definitiva del 1854. Alla fine del mese di gennaio del 1855 Nerval si uccise, impiccandosi ad una inferriata, in un quartiere parigino malfamato.
 
Nel breve saggio Il Perturbante, Freud cerca di esaminare alcuni aspetti della psiche che si manifestano attraverso uno strano tipo di sensazione, provocato da insolite situazioni, che possono presentarsi nella vita o in letteratura. Questa sensazione è definita appunto perturbante e già a partire dalla sua denominazione ci si introduce nel campo dell’ambiguo e del difficoltoso.
 
«Spesso e volentieri ci troviamo esposti a un effetto perturbante quando il theoriaconfine tra fantasia e realtà si fa labile, quando appare realmente ai nostri occhi qualcosa che fino a quel momento avevamo considerato fantastico, quando un simbolo assume pienamente la funzione e il significato di ciò che è simboleggiato.» (Freud, Il perturbante)
Il nevrotico tende a concedere uno spazio molto più ampio alla realtà psichica, rispetto a quella materiale, questo per via della convinzione, insita nell’uomo primitivo e nel bambino, dell’onnipotenza dei pensieri. Freud distingue due tipi di perturbante, uno che riguarda il rapporto con la realtà materiale e l’altro che concerne complessi infantili rimossi e che riguarda quindi la realtà psichica.
 
Per quel che concerne il perturbante in letteratura la situazione cambia perché un racconto, in quanto finzione, non può essere esaminato in base ai canoni della realtà esterna. Perciò se qualcosa di particolare accadesse nella realtà, noi saremmo estremamente turbati, ma se la stessa cosa accade in un racconto, questo tipo di effetto non è detto che si verifichi.
 
In Aurélia, l’elemento perturbante trova invece la possibilità di insinuarsi oltre che nel personaggio, anche nel lettore. Si tratta infatti di un continuo alternarsi della realtà materiale con quella psichica e non della creazione di un mondo fantastico e fiabesco, in cui le leggi del reale, come esso viene percepito normalmente, sono eliminate fin dall’inizio. Al contrario, il narratore ci propone un tipo di realtà mista che, pur non essendo sempre quella concreta, in fondo tutti sentiamo che potremmo raggiungerla, se soltanto si verificassero determinate condizioni psichiche. Per questo motivo il perturbante vissuto dal personaggio, coinvolge il lettore, che rimane turbato proprio perché si rende conto che, potenzialmente, potrebbe divenire personaggio a sua volta.
 
 
Ho sempre pensato che la creatività fosse un ottimo metodo per riuscire a comprendere meglio se stessi, a trovare una valvola di sfogo per gli eccessi di energia, ad ammorbidire i momenti di tensione, a dare una forma al dolore, a riempire i vuoti di una perdita e quindi a vivere meglio. Anch’io in effetti uso il disegno e la scrittura, un po’ per curarmi, un po’ per comunicare e sicuramente è il miglior campo da gioco che si possa desiderare. Naturalmente, come per tutte le cose, essendo nella nostra natura una sorta di scontentezza, che se ben usata, ci sprona alla ricerca continua, neanche l’arte può essere risolutiva, anzi, a volte, se adoperata in eccesso può perfino essere nociva e prova ne è il fatto che grandissimi artisti hanno scelto di porre fine alla propria esistenza suicidandosi, quasi come se fossero sopraffatti dalla gravosità di un impegno con se stessi e con il mondo, divenuto insostenibile.



Postato alle 14:30 di lunedì, 07 gennaio 2008 da dalloway66
Difficile dire se il mondo in cui viviamo sia una realtà o un sogno.
 
ferro 3Con questa frase si chiude il film di Kim Ki-Duk, Ferro3 – La casa vuota. Un film che punta tutto sulla leggerezza e l’incorporeità, dove la realtà che entra, ha sempre i toni della materia, fatta di violenza e disamore, mentre il sogno accoglie i movimenti come danza e i sentimenti come essenza d’amore rarefatto. L’amore vede ciò che altri non possono vedere e solo attraverso l’amore si mostra chi al resto del mondo rimane celato. Il protagonista, tra l’altro, non dice una parola in tutto il film e in fondo non è necessario, quasi non se ne sente la mancanza, bastano i gesti, i movimenti, le espressioni del viso, i piccoli cenni. In un percorso di vita che è la propria ma anche quella di tutti gli altri, dove il protagonista non ha una dimora e si insinua in quelle altrui nei momenti in cui esse sono disabitate, la meta finale diventa la cancellazione della propria fisicità. Per diventare invisibili è sufficiente l’esercizio del corpo e della mente, quando finalmente si riesce a cancellare perfino la propria ombra, si può stare nei luoghi senza essere visti, percepiti forse, presenze-assenze di una realtà irreale, ma sempre visioni concrete dell’amore. Insomma niente è più (ir)reale dell’amore.
 
Credo che la percezione della realtà, sia nettamente diversa, fra mondo orientale e mondo occidentale. Gli occidentali portano il materialismo in trionfo e difficilmente recepiscono le sfumature di certi messaggi. Ogni linguaggio per essere compreso necessita della giusta chiave di lettura. Per noi è davvero tanto difficile, se non impossibile imparare a comunicare senza le parole, noi dobbiamo urlare, imporci con prepotenza, sbattere in faccia le nostre necessità, vivere di bisogni, alcuni non veri, ma indotti, eppure percepiti come indispensabili. Così come non conosciamo la disciplina del corpo e della mente. Siamo elefanti, un po’ goffi, è come se dopo tanti secoli di storia fossimo rimasti all’età della pietra. Proprio ci sfugge l’essenza, necessitiamo di tutti e cinque i sensi e dell’esibizione della nostra materialità.
 
 
«Ma a volte aveva la sensazione precisa di qualcosa che eccedeva la dimensione realistica di ciò chepossiedo appare, qualcosa che non sapeva ancora come afferrare. Arrivò a dubitare di sé, dei suoi doni: aveva davvero la capacità, il dono di arrivare a rappresentare la realtà vera? La realtà com’è veramente? Da questo dipendevano per lei la felicità o l’infelicità, l’angoscia o l’euforia. Per tale operazione poteva contare solo sui sensi, i concetti non servivano. Servivano dei sensi finissimi e un’intuizione acuta come lo sguardo dell’aquila, e una immaginazione che della percezione sapesse trovare l’equivalente in una metafora, in un simbolo. Ecco perché quando scriveva diventava pura sensibilità, e con questo non intendeva un naufragio in femminili gorghi di intuizione e sentimento, né in un’immaginazione femminile per eccesso di fantasia, di romantica stoltezza. Niente affatto. La sensibilità era una facoltà poetica e conoscitiva insieme, dove l’intuizione operava una mediazione decisiva in direzione della conoscenza. E se questa intuizione creativa aveva il sapore di un dono divino, tutta umana era la dedizione che pretendeva.»
(Nadia Fusini, Possiedo la mia anima)
 
Esistono casi in cui, anche se in modo diverso, ci si avvicina a quell’immagine di leggerezza.
Rappresentare la realtà, nella scrittura, con i sensi anziché con i concetti, solo una donna potrebbe pensarlo e un’altra scriverlo. A volte mi piace riposare su questi pensieri così poco materiali, sono intuizioni morbide, frutto di un’intelligenza superiore ed è bello perdersi tra le nuvole concettuali, in un mondo nel quale vorresti vivere sempre e del quale, invece, puoi godere a sprazzi.
 
Il sogno appartiene a tutti, è fisico, è necessario, è evasione, a volte perfino sopravvivenza, tutti ne facciamo uso, ma la realtà è quella che passa attraverso le fessure, si infila in qualsiasi spiraglio e se ne frega dei nostri sogni, perché è sempre dietro l’angolo, pronta a distruggerli. Non puoi sfuggire alla realtà, essa ti segue come un cane fedele e se provi a scappare ti insegue e ti supera. Per quanto tu possa sognare, prima o poi devi fare i conti con tutto ciò che è reale, con la fame, la puzza, il sudore, il dolore fisico, la malattia, la morte. Il mondo in cui viviamo è di sicuro una realtà che ci piace imbellettare come un sogno, affinché, di tanto in tanto, possa diventare invisibile, ma per quanti sforzi si facciano, mai possiamo sfuggire alla nostra piccolezza. Per diventare invisibili è necessario essere liberi, ma per essere veramente liberi bisogna eliminare la paura e la paura è radicata in noi, ci appartiene culturalmente, si ramifica fin dalle origini, parte dal senso di colpa della religione cattolica e ci accompagna fino alla morte. Noi non saremo mai liberi, né invisibili.



Postato alle 12:19 di venerdì, 04 gennaio 2008 da dalloway66
E perciò non ti chiamerò al telefono
né avrò bisogno delle tue vene che pulsano
il dolore prosciuga tutto
il dolore è un anello sponsale
ti sposa nella dolcezza
e nella verecondia feroce,
io oggi mi sono sposata al dolore,
mi sono divisa da te.
(Alda Merini da “Le satire della Ripa”, 1983)
 
È questo il momento dei sentimenti persi per strada, se esiste un momento simile. No, chi voglio prendere in giro, per me non esiste e tutte le nostre cose rimangono appese al collo, come i barattoli alla macchina degli sposi, nei film. Il rumore continuo mi desta, eppure so che è tutto inutile. È vero che sappiamo sempre tutto, perché le risposte si nascondono nelle domande e perché anche ciò che sembra pietra inanimata contiene un codice di segni, una consapevolezza nell’essere lì e non altrove, che potrebbe dirci tante cose, se solo imparassimo a leggerle.
 
Perciò dovrò avviarmi stancamente nei luoghi in cui non ci sei, camminerò sopra le orme che altri hanno lasciato lungo la strada, per non avere più un percorso mio. Con queste sacche piene di dolore, che pesano, sbilanciano ogni equilibrio, rendono ogni passo ancora più pesante, non permettono un pensiero lucido ed efficiente, precipitano in un costone frastagliato e indolente, che non porge appigli, che non offre escrescenze alle quali aggrapparsi per riprendere fiato. Così mi toccherà vagare sfruttando la luce del sole, e la sera armeggiando con moccoli appena accennati e non avrò timore delle fiere, né dell’incognita che si cela dentro l’oscurità, perché il dolore toglie ogni sensibilità e rende arditi, anzi quasi speranzosi di un mutamento che possa stordirlo, anche se dovesse essere l’ultimo.
 
Dividersi da chi hai chiamato per condividere te stessa non è facile. Dividersi senza un vero motivo è peggio. Ricevere dentro la carne lo strale dell’assenza improvvisa, ti stordisce. Se hai creduto con tutta te stessa in qualcosa, come può esploderti addosso con uno sbuffo leggero di bolla di sapone? E soprattutto perché? Ma la risposta che la domanda contiene è che appunto era bolla di sapone, ha avuto la consistenza di un attimo, il tempo per specchiarti, lo scintillio bastevole per dire, eccolo, è arrivato finalmente e quindi svanire, in un soffio profumato di limone.
 
Eppure non ci credi, non puoi credere che tutte le ore che hai dedicato ad allevare il tuo amore, a ripulirlo dalle erbacce, ad inumidire le foglie e lucidarle, con tanta devozione, con tanta costanza, siano state solo un’illusione, soltanto un modo per occupare il tempo, il sogno che hai voluto sognare. Qualcosa deve pur esserci stato se adesso vorresti soltanto entrare con gli occhi negli occhi e parlare per ore dentro un orecchio, sussurrando le trame delle storie più belle, dei momenti di magia che ancora aleggiano tra i ricordi, la descrizione del trascorrere lento di ogni minuto che è stato condiviso, come una pioggia di nevischio soffice dentro una sfera.
 
Perdere chi ami equivale a perdere una parte di te stesso, è come una sorta di malattia che ti porta via porzioni della tua interiorità, un malanno che ti mutila e che spegne alcune luci per sempre. Chiunque altro verrà non potrà mai risanare quella mancanza, ricucire quello strappo, riformare, goccia dopo goccia, le stalattiti che si allungano dentro il tuo cuore, per formare quella grotta meravigliosa, costruita con le parole dell’amore. No, sei condannato a vivere in eterno con quella perdita, con quella rinuncia ad una felicità, che era più di un sospetto. L’amore, del resto, è un male necessario.
 
Io sono folle, folle,
         folle d’amore per te.
Io gemo di tenerezza
         perché sono folle, folle,
         perché ti ho perduto.
Stamane il mattino era sì caldo
         che a me dettava questa confusione,
ma io ero malata di tormento
ero malata di tua perdizione.
(Alda Merini da “Poesie per Charles”, 1991)



Postato alle 09:08 di giovedì, 03 gennaio 2008 da dalloway66
Il movimento. Il movimento può avvicinare o creare una distanza irraggiungibile, un divario che ti rende estraneo perfino a te stesso, un vuoto che ti distrugge, una desolazione che ti spazza l’anima con ventate di sofferenza. Perché il vuoto dell’assenza non si colma mai, hai voglia di cacciare via i pensieri e le immagini, tanto sempre, quel vuoto riempie ogni spazio, ogni interstizio, ogni intercapedine, e per quanto tu lo fugga, è lì.
 
Adesso ho deciso che non combatterò più l’assenza e tutto quello che ho perduto, convivrà con ciò che ho, perché noi siamo fatti di memoria, di ricordi di vite precedenti, di errori del passato, di sogni che vogliamo dimenticare, di un amore che non avremo mai e allontanarsi non serve a nulla, se non a negare noi stessi, la nostra essenza.
 
Quello che so è che non voglio più incertezze, la linearità semplice dovrà guidarmi. Cos’è questa tenaglia fredda che mi stritola l’anima? Io non voglio più assecondarla, non voglio più la nebbia, il buio freddo, la continua altalena del dubbio, adesso è tempo di luce, di colori abbaglianti, è tempo di viaggi, di grandi cambiamenti, di alternative, di nuove prospettive.
 
Mi sono distratta, incupita, allontanata, sono stata apatica, spenta, incolore. Mi sono persa per strada dimenticando la mia meta, ho fatto finta di non vedere spiragli di luce e alla fine non ho visto più nulla. Ho fatto tanta terra bruciata intorno a me che non mi è rimasto quasi nessuno, sono stata muta, cieca, sorda, disordinata, frettolosa, assente.
 
È in tutto questo niente che ho trovato te, o forse mi hai trovata tu e mi hai raccattata con dolcezza, per questo è così difficile per me lasciarti andare via, perché hai riempito la mia stanza di profumo e la mia testa di parole e il mio cuore ha ricominciato a battere ed io a sentirlo vivo e palpitante. Pensavo che dandoti tutto ciò che avevo sarei riuscita a trattenerti, ma non è così o forse mi è rimasto molto poco da offrire.
[…]
Così, per la tua immagine o per il mio amore,
anche se lontano sei sempre in me presente;
perché non puoi andare oltre i miei pensieri
e sempre io son con loro ed essi son con te;
o se essi dormono, in me la tua visione
desta il cuore mio a delizia sua e degli occhi.
(Shakespeare sonetto XLVII)
 
 
Le parole d’amore s’infrangono sempre sulle pagine bianche che voglio riempire per te. Perché tra i mille saliscendi che ci tengono in vita, il tempo riceve una stoccata ed è costretto a fermarsi per un istante, per quell’istante che tutto congela e ci permette, finalmente, di raggiungerci, per poi proseguire su un piano parallelo.
Il più delle volte mi fermo a immaginare il tuo passo nervoso e i tuoi occhi che saettano sulle cose, sulle persone, con l’ansia di chi vuole perdersi in un mondo altro, il prima possibile, con la smania di chi si domanda cosa voglia tutta quella gente, se il tuo unico scopo è fuggire via dagli sguardi, dalle occasioni mancate, dalle cose perdute, dagli abissi mai dimenticati, dalle ferite che non si rimarginano.
 
Non puoi andare oltre i miei pensieri. Ma neanche il pensiero, a volte, può bastare. Col pensiero si erigono i muri più alti, le barriere invalicabili, le cime imperiose che impediscono l’unione profonda. E in questo universo di pensieri, non è facile trovare il luogo che ci contenga, bisognerebbe spazzare via tutta la neve, sgombrare ogni angolo e riempirlo di petali, di fragranze nebulizzanti, per percepire e percepirsi, come in un incanto di nebbia, un luogo incorporeo che possa vivere soltanto di noi, del nostro sogno.
 
Ma io non posso più credere ai sogni. È tempo di mettersi in viaggio, amore mio.



Postato alle 09:59 di martedì, 01 gennaio 2008 da dalloway66

Chi sono

Commenti

Evoluzione della specie

Evoluzione della specie

Categorie

Archivio

visitatori

*loading*
anime

zodiac

Credits