Queneau, nel suo libro Les fleurs bleues, ha adoperato una costruzione binaria e la progressione narrativa fa alternare due storie, quella del Duca d’Auge e quella di Cidrolin. Essi vivono in epoche differenti e mentre per il duca, Queneau precisa luoghi e date, riguardo a Cidrolin ci fornisce solo delle indicazioni. Apparentemente non vi è alcun legame tra le due storie, ma in verità esse hanno, come trait d’union, il sogno: quando il duca si addormenta, Cidrolin vive e quando Cidrolin dorme tocca al duca esistere.
L’espediente del sogno è conosciuto nel romanzo e anche nel cinema e in genere serve per introdurre argomenti o situazioni assurde. Ad esempio in Orlando, Virginia Woolf fa addormentare il suo personaggio da uomo e lo fa risvegliare donna. Nei Fleurs bleues passiamo dal 25 settembre 1264 al XX secolo senza nemmeno cambiare capitolo. L’espediente è sempre il sogno e se l’interesse principale non sta nella trama, probabilmente si tratta del desiderio di mettere a confronto epoche, modi di pensare, interessi diversi. Woolf mostra come Orlando, una volta diventato donna non possa più godere dei privilegi che aveva da uomo e, attraverso gli occhi del suo protagonista, esamina anche i cambiamenti che avvengono nelle varie epoche, dal momento che il personaggio attraversa i secoli.
Anche il duca si mette in cammino e risale il corso della storia.
Ogni viaggio è una ricerca, la ricerca di se stessi, la ricerca del senso della vita, la ricerca di un percorso che tracci la nostra esistenza per non essere allo sbando, in balia del tempo, del dolore, dei tradimenti, dell’asfalto difettoso che frana, dei sentieri senza uscita, dei sentimenti senza meta.
Il duca d’Auge si affaccia dal torrione e prima di iniziare il viaggio dice la famosa frase: Loin, loin! Ici la boue est faite de nos fleurs. I fiori dunque qui sono fango. Nella mitologia il prato fiorito di Kore rappresenta il luogo della morte. In Baudelaire sono associati al male e dalla loro bellezza può nascere il vizio, la corruzione. I fiori perciò possono rappresentare l’uomo e la sua vita fatta di fango, di male e di morte. Del resto la morte è un aspetto complementare della vita poiché se non ci fosse l’una non coglieremmo l’esistenza dell’altra.
L’esigenza del viaggio nasce dall’insoddisfazione. L’uomo parte, scappa, perché vuole cambiare, tuttavia spesso, alla fine di un percorso, si trova di fronte all’inutilità di ogni fuga, con il nulla tra le mani.
Il duca d’Auge ha la sensazione che tutto ciò che lo circonda non cambierà mai, per questo parte, per sfuggire al fango, Cidrolin invece è già vinto, rimane fermo nella sua barca, non parte alla ricerca, non viaggia, poiché conosce già l’ultima meta.
I due personaggi sono dunque complementari, si perfezionano a vicenda. Tutto del resto presenta un aspetto e il suo contrario: bene-male, vittoria-sconfitta, illusione-disillusione, bello-brutto. D’altra parte quando si addormenta Cidrolin diventa il duca d’Auge e quindi compie anch’egli la sua ricerca, mentre quando è si il duca ad addormentarsi si trasforma in Cidrolin che conosce già la vita come disfatta.
Il fiore azzurro è anche una citazione di Novalis ed è il simbolo del viaggio che conduce alla scoperta di se stessi.
Il romanzo termina perciò così come è iniziato ovvero con il duca d’Auge che dà una sbirciatina alla situazione storica, quindi la circolarità sembra esserne la caratteristica principale, il cerchio che contiene il tutto, il continuo alternarsi della vita e della morte. Allora la fine di ogni viaggio riconduce inevitabilmente al punto di partenza. Tuttavia solo apparentemente le cose rimangono immutate, poiché una volta avviato, il percorso interiore necessariamente deve produrre un cambiamento, dovuto alla consapevolezza di ciò che si è o alla determinazione di volere cambiare prospettiva. Così come i fiori non sono più fango, ma da esso nascono, anche il nostro virtuale viaggio, la discesa agli inferi, non può che condurci ad una rinascita. E non è forse questa la storia dell’umanità?
«Ora, pensò, poiché tutte queste cose effimere mi sono di nuovo sfuggite, ora eccomi di nuovo alla bella stella, tale e quale come quand’ero bambino: nulla posseggo, nulla so, nulla posso, nulla ho imparato. Meraviglioso! Ora, che non sono più giovane, che i miei capelli sono già mezzo grigi, che le forze mi abbandonano, ora ricomincio da capo, dall’infanzia!»
(Hermann Hesse, Siddharta)
Postato alle 11:50 di sabato, 29 dicembre 2007 da dalloway66
Non è causata – la bellezza - ma è-
inseguila, ed essa cessa –
non la insegui, e sta ferma –
Afferra pure le ondate
nel campo – quando il vento
vi passa le sue dita –
la divinità farà in modo che
tu non ce la faccia –
(Emily Dickinson)
Quanta scontatezza si cela dietro la bellezza ostentata, essa non svela, non lascia intravedere, non circuisce con la curiosità della scoperta, l’avvenenza c’è e si vede subito. Ma la vera bellezza, quella preziosa, quella che va protetta, spesso viene nascosta dietro uno strato di laidezza, e per non farsi afferrare da tutti è costretta a rimanere nell’ombra o a travestirsi di fango e miseria. Perché si sa che le apparenze contano più della realtà e pochi si soffermano a riflettere, ad osservare con attenzione ciò che li circonda. Se un uomo è vestito male, con la roba sporca e strappata, per l’occhio sociale sarà certamente più temibile di un giovane rasato da poco, profumato e in giacca e cravatta. Questo è stato sempre, ma oggi che viviamo di immagine, senza dare tanto spazio ai contenuti, è ancora peggio, essere belli esteriormente è un dogma dal quale non si può prescindere. Se non sei bello, fotogenico e disinibito, non hai alcuna chance.
Raymond Queneau (1903-1976) è stato un grande giocoliere di parole, ha utilizzato la lingua in tutte le forme possibili, in particolare ha voluto sottolineare la grande distanza che c’è tra il formalismo del francese scritto e l’inventiva di quello parlato, mischiandoli e creando un linguaggio tutto nuovo. Nel 1924 si unisce ai surrealisti fino alla rottura con Breton, avvenuta nel 1929. Il suo interesse per la matematica lo porterà a far parte, nel 1948, della società matematica di Francia. Con gli Esercizi di stile (1947) troverà il successo e nel 1950 entra a far parte dell’Académie Goncourt e del Collège de pataphysique. Famosissimi i suoi romanzi Zazie nel metrò e I fiori blu. Quest’ultimo è un ricettacolo di citazioni, parodie, calembour, anticipazioni, digressioni, insomma potrebbe essere analizzato quasi parola per parola.
Nel primo capitolo troviamo la frase:
- Loin! Loin! Ici la boue est faite de nos fleurs. (Lontano ! lontano ! qui il fango è fatto dei nostri fiori)
Questa frase riconduce ad una poesia di Baudelaire, Moesta et Errabunda, tratta da I fiori del male, con la variante di una lettera:
Loin! loin! ici la boue est faite de nos pleurs! (Lontano! Qui il fango è impastato dalle nostre lacrime!)
Ma alla fine, il romanzo si conclude con:
Une couche de vase couvrait ancore la terre, mais, ici et là, s’épanouissaient déjà de petites fleurs bleues (Uno strato di fango ricopriva ancora la terra, ma qua e là piccoli fiori blu stavano già sbocciando).
La poesia ha dunque la capacità di trasformare il fango in fiori e la bellezza che viene dal marcio e dal dolore, è la più bella, è il sogno che trasforma le lacrime in gioia, il fiore del pensiero innaffiato dalle illusioni. Se all’inizio il fango era formato dai fiori, alla fine è proprio dal fango che i fiori sbocciano.
Del resto chi non ricorda i versi della canzone di Fabrizio De Andrè?
Ama e ridi se amor risponde
piangi forte se non ti sente
dai diamanti non nasce niente
dal letame nascono i fior
dai diamanti non nasce niente
dal letame nascono i fior.
(Fabrizio de Andrè, Via del Campo)
Non sempre, dietro la bruttezza esteriore si nasconde la bellezza interiore, ma è pur vero che spesso un involucro insignificante o addirittura ripugnante, viene utilizzato per celare qualcosa di prezioso, come l’ostrica la perla e altrettanto spesso dietro la semplicità e l’incertezza di un brutto anatroccolo, si nasconde lo splendore di un cigno. La capacità di discernere spetta all’osservatore attento che dovrebbe superare la barriera dei luoghi comuni, del provincialismo, della superficialità, del pensiero limitante, per scoprire la realtà che vive dietro l’apparenza.
Per scoprire che dal fango ch’egli calpesta, possono nascere dei fiori meravigliosi.
Postato alle 09:20 di lunedì, 24 dicembre 2007 da dalloway66
LE FINESTRE
In queste tenebrose camere, dove vivo
giorni grevi, di qua di là m’aggiro
per trovare finestre (sarà
scampo se una finestra s’apre). Ma
finestre non si trovano, o non so
trovarle. Meglio non trovarle, forse.
Forse sarà la luce altra tortura.
Chi sa che cose nuove mostrerà.
(Costantino Kavafis)
È solo un sogno. La mattina non mi sveglia e la notte mi conduce su binari incantati, dove le strade si incrociano e poi si perdono in un intreccio di traversine e rotaie confuse dal buio.
Chi sono davvero non lo sai neanche tu. L’inverno che mi ha ghermita tanto tempo fa, mi ha seppellita sotto strati spessi, che si sono calcificati proteggendomi da tutto e da tutti, soprattutto da me stessa.
La mia costruzione migliore è fatta di parole, tutte queste parole che sanno dire una moltitudine di cose, alla fine non dicono niente che mi riguardi profondamente. Perché là dove io risiedo, non c’è spazio per il linguaggio, né per la musica, lì c’è soltanto il silenzio assoluto, il deserto ovattato che riempie di sabbia gli occhi e le orecchie. Come la sabbia assumo forme che si disgregano in un secondo e sto molto attenta a non fare trapelare niente e mostro solo ciò che voglio che appaia, così da evitare indagini approfondite, domande senza risposta o vani tentativi di materializzare ciò che non ha consistenza, dare un nome a paure ancestrali, ritrarre il volto, quello reale, quello che rimane sempre sfocato.
Ma chi vuole davvero separarsi dall’involucro che ha costruito intorno a sé? Chi può essere tanto folle da rendersi fragile vetro che si infrange, se può vivere celato agli sguardi? Chi si darebbe in pasto ai propri simili, lasciandogli libero accesso dentro di sé?
Quello che vedo non mi piace. Sento note stonate, frasi che stridono di falsità, finte comprensioni, partecipazione troppo sollecita al dolore altrui. Il dolore è una delle cose più intime che ci riguardi, lo è perfino più dell’amore. Un amore si può mostrare, pubblicizzare, trasmettere, ma il dolore lacerante, quello che ti cambia per sempre, quello che ti rende ciò che sei, quello no, quello non è per nessuno, quello è soltanto tuo.
Se mi piego sulle gambe è perché il peso è diventato per me troppo gravoso, so che devo pormi dei limiti, ma non lo faccio mai, so che prima o poi la torcia si estinguerà ed il fantasma che più temo si manifesterà in una epifania di morte cerebrale. È questo il destino di chi pretende troppo da sé? Spegnersi?
Inevitabile sarà la caduta nel precipizio di ciò che più si paventa, lo spazio senza limiti dell’appiattimento, il necessario piegarsi alle regole, l’inserimento nell’ingranaggio, l’omologazione dei pensieri, la tranquillità dei sentimenti morigerati, l’immagine che riflette una normalità disarmante oppure l’oblio, il rinchiudersi nelle pieghe del pensiero distorto, il pensiero della follia che giunge come ultima ancora di salvezza, come unico rimedio per questa stanchezza che mi sfibra, per tutti i fili che bisogna tenere in ordine, per tutte le angosce, le paure, i dolori che cerco di arginare, per quel mare denso che mi travolge, di giorno, di notte, da quando ho perso il sorriso e la volontà.
L’incomunicabilità ci costringe a diventare chi non siamo, la paura ci fa fuggire dai sentimenti, le maschere alterano la nostra natura, il dolore ci annebbia la vista, la fame di conoscenza attanaglia pochi, la fame di possesso travolge tutto il resto, l’indolenza non ci permette di tuffarci nel mare in tempesta della vita, l’amore ci sfiora, il tempo trascorre senza soste di riflessione e ci porta via tutto, ma con calma e voluttà.
Questo non è un sogno. Nemmeno le finestre sono vie di fuga quando hai raggiunto il limite e il sole non ti riscalda, né ti offre la sua luce, e se guardi per strada non vedi niente che possa interessarti e le parole sono solo chiasso indistinto che ti ferisce le orecchie, nessun accesso ti permette di evadere, né esiste alcuna apertura, ma del resto, come si fa a fuggire da se stessi?
Postato alle 09:06 di sabato, 22 dicembre 2007 da dalloway66
Una volta, mentre mi affannavo a cercare soluzioni, mentre mi rotolavo nel fango impantanandomi sempre più, mentre piangevo per l’impotenza e perdevo il sonno cercando risposte, un’amica mi ha detto che sarebbe stato più opportuno fermarmi. Così l’ho guardata e ho riflettuto sul fatto che fosse sempre calma, che mai l’avevo vista scomporsi, perciò le ho chiesto quale fosse il suo metodo. Niente paura, mi ha detto, le cose si mettono a posto da sole e se non lo fanno, allora, in ogni caso, non c’è nulla che tu possa fare per rimediare.
Tira sempre un vento che non cambia niente. Il cambiamento deve avvenire dentro di noi, senza questa base di partenza non si può andare da nessuna parte. Eppure è così comodo rimanere adagiati su se stessi, lamentarsi di tutte le avversità che ci colpiscono, continuare a rimestare nella melma del passato, ricordarci di quello che non abbiamo più, senza mai guardare tutte le opportunità che ci offre il presente. Sì, la solitudine è rassicurante, rimanere protetti da quel bell’involucro avvolgente all’interno e respingente all’esterno è quanto di più confortante conosciamo.
Il sentimento dell’assurdo ha coinvolto l’uomo del Novecento, col suo bagaglio di precarietà e solitudine. In particolare se ne è occupato Albert Camus (1913-1960) in tutta la sua opera. Egli parte dal saggio Le mythe de Sisyphe per dire che la realtà e la vita non hanno alcun significato, il mondo è senza Dio e la conclusione di ogni vita conduce alla morte, perciò darsi da fare, finché si è vivi, equivale alla fatica senza senso di Sisifo, condannato per l’eternità a spingere un enorme masso in cima a una montagna, per vederlo poi precipitare giù tutte le volte. L’estraneità dell’uomo dal mondo è suggellata dall’opera L’Étranger, il succedersi degli eventi non ha alcun senso ed ogni reazione appare inadeguata. Tuttavia Camus riesce a superare la fase di stallo e trova un significato, una risposta all’assurdo tramite la ribellione, la rivolta e questo è l’unico modo che resta all’uomo per dare un senso alla vita.
Chi non è stato colto dalla certezza dell’assurdità dell’esistenza? Se è vero che ci sforziamo tutti i giorni per far sì che abbia un significato è pur vero che spesso ci mette nelle condizioni di rimanere allibiti. L’assurdo in verità non è nelle cose o nelle situazioni in sé e neppure dentro di noi, ma salta fuori proprio nel momento in cui vogliamo spiegare i motivi, nel momento in cui il tempo della nostra narrazione interiore dovrebbe coincidere con quello esterno e invece c’è sempre un salto ed è proprio in quel salto, io credo, che si concentra l’assurdo.
Tra il 1950 e il 1960 si afferma un nuovo tipo di teatro, un teatro che porta in scena l’alienazione, l’ossessione, la solitudine, l’incomunicabilità. È il teatro dell’assurdo, una sorta di antiteatro dove la scenografia è ridotta all’osso, i personaggi sono privi di una personalità facilmente individuabile, l’azione si risolve in pochi gesti e i dialoghi sono appena accennati, disarticolati, surreali. Uno dei maggiori esponenti fu Samuel Beckett (1906-1989) in particolare con En attendant Godot, Fin de partie e Oh, les beaux jours, dove pone i grandi quesiti senza risposta dell’umanità. L’uomo di Beckett è una sorta di marionetta ridicola che si muove per forza d’inerzia, ma senza senso, l’unico mezzo di comunicazione che gli rimane è il linguaggio, ma anch’esso è fatto di parole che, messe in sequenza, perdono ogni significato.
Abbiamo curato il nostro modo convenzionale di comunicare per mezzo del linguaggio, eppure, per quanto bravi possiamo essere a nasconderci e a mentire, attraverso processi inconsci, un gesto, una postura, un semplice tic, possono svelare significati occultati, intenzioni, caratteristiche che ci appartengono. Ma, malgrado tutto è sempre il vuoto che alla fine ci attrae, forse perché vorremmo riempirlo o forse perché così nessuno può chiederci niente ed è bello rimanercene tranquilli nel nostro angolino solitario, così comodo, così sicuro. E non è anche questa una specie di morte?
Alla fine ci sono due grandi schieramenti, coloro che reagiscono come l’homme revolté di Camus, all’assurdità di questa vita che ci viene imposta, ribellandosi a tutto e lottando sempre e quelli che trascorrono l’esistenza aspettando Godot, aspettando qualcuno o qualcosa che non arriverà mai e vivendo così una vita che è solo simulazione e che non può finire che nel Nulla.
Perché attesa vuol dire aspettativa e questo è il metodo più sicuro per rimanere delusi. Le cose che desideriamo arrivano quando non ci si aspetta ormai più niente, mi han detto così, ma a quel punto, se ciò avvenisse, saremmo in grado di riconoscerle?
Postato alle 17:30 di martedì, 18 dicembre 2007 da dalloway66
Non t’amo se non perché t’amo
e dall’amarti a non amarti giungo
e dall’attenderti quando non t’attendo
passa dal freddo al fuoco il mio cuore.
Ti amo solo perché io te amo,
senza fine io t’odio, e odiandoti ti prego,
e la misura del mio amor viandante
è non vederti e amarti come un cieco.
Forse consumerà la luce di gennaio,
il raggio crudo, il mio cuore intero,
rubandomi la chiave della calma.
In questa storia solo io muoio
e morirò d’amore perché t’amo,
perché t’amo, amore, a ferro e fuoco.
(Pablo Neruda)
Nessuno muore per amore. Il fuoco fatuo per eccellenza, perché per quanto intensa possa essere una passione, finiti i gas combustibili, alla fine si estingue inesorabilmente.
Tutti moriamo per amore, almeno una volta nella vita, da giovani o in tarda età e anche questa è una condizione inevitabile.
Che fare dunque?
Dopo avere attraversato tutte le tappe sopraggiunge una sorta di calma apparente, una specie di volontà risolutiva che pone in attesa, nell’attesa di un niente di cui si è certi. Perché non c’è nessuna forza più potente del non volere amare. Anche se sembra paradossale, non è l’amore il più forte ma il non-amore, perché prevale sempre, altrimenti perché la maggior parte degli innamorati sarebbe scontenta, profondamente infelice? Senza contare che la stragrande maggioranza dei poemi o dei testi in prosa scritti per amore e sull’amore, narrano avvenimenti tragici, incomprensioni disarmanti, dolori e sofferenze d’ogni tipo.
Imbarcarsi in tale impresa è da folli. Bisogna avere chiaro che l’amore è un sentimento soggettivo e deve essere univoco. Se voglio amare qualcuno, nessuno me lo vieta, ma da qui a pretendere di essere ricambiata, ce ne corre e per giunta ricevere esattamente ciò che desidero o di cui ho bisogno rasenta la fantascienza. D’altra parte quella è la nostra decisione, se a tutti i costi vogliamo essere amati proprio da chi non ci ama, dobbiamo fare i conti solo con la nostra ostinazione cieca.
Ecco, quindi, se decidiamo di amare qualcuno, dobbiamo decidere di amarlo e basta, senza aspettarci niente, solo in questo modo potremo essere felici.
Innamorati dell’amore, senza pretendere altro.
« […] Anche questo è amore: rinunciare all’intenzione, rinunciare al desiderio, lasciare l’altro libero nel suo movimento, amare la sua libertà»
(Nadia Fusini, Possiedo la mia anima)
Questa frase mi ha molto colpita. È un aspetto che non ho mai tenuto in conto abbastanza, amare la libertà dell’altro, lasciarlo libero, rinunciare al desiderio per amore. Cos’è uno scherzo? Ma allora dove finiscono tutti quei bei sogni di condivisione? Forse l’amore non fa per me, ognuno possiede le proprie inclinazioni, le mie spingono verso l’utopia di una costruzione comune. E dico utopia perché ci deve essere qualcosa di sbagliato in me, se poi non riesco a costruire un bel niente. Che mi cimento a fare in imprese titaniche, se poi al primo sospiro mi sfarino?
L'amore non dà nulla fuorché sé stesso, e non coglie nulla se non da sé stesso.
L'amore non possiede, né vorrebbe essere posseduto poiché l'amore basta all'amore.
(Kahlil Gibran)
Ribadisco, o io non ho capito niente o per amare qualcuno non bisogna esserne innamorati. Perché se io amo non so che farmene della libertà e la mia vita si basa unicamente sull’intenzione, sul desiderio, sulla comunicazione, sullo scambio, di tutto il resto non m’importa niente. E allora in questa storia solo io muoio / e morirò d’amore perché t’amo / perché t’amo amore, a ferro e fuoco.
Postato alle 19:16 di venerdì, 14 dicembre 2007 da dalloway66
Freud, essendosi occupato di fobie, ossessioni, isteria, quando scoprì il “sogno” come prodotto della psiche, osservò anche una certa analogia tra sogni e malattie mentali. Il delirio del malato somiglia a certi sogni, apparentemente sconnessi, che tutti facciamo, anche il rapporto con il tempo li rende molto simili. In entrambi sembra prendere corpo quel non-tempo che caratterizza i miti e che si traduce in una temporalità bloccata e indefinita, dove un anno può durare un secolo e una vita, il tempo di un sospiro. I pensieri degli psicopatici e i contenuti dei sogni, in un certo senso sfuggono alla coscienza vigile, così Freud partì dalla psicoterapia per approdare alla spiegazione dei sogni. Il sogno dunque equivaleva al sintomo.
Matisse, Le reve
Non svegliatemi. Lasciatemi qui, in questo torpore a metà, in questo angolo remoto fra terra e cielo, in questo limbo imperfetto dove non si muore mai, ma nemmeno si vive.
Sospesa. La materia non mi appartiene, il tempo non esiste, tutto è immoto, morbido, avvolgente ed io non ho sete, né fame, né sonno. Non sento niente.
Non avvicinatevi. La solitudine mi rende pericolosa. Potrei aggrapparmi a qualsiasi particella d’amore e poi continuare a pretenderne ed io non posso, lo so. Non è questa la mia strada. Il mio percorso è sempre all’inverso. Devo tornare indietro nel tempo per contemplare il futuro. Deve mancarmi la vista per poter vedere. Devo scendere più in basso possibile per poter risalire. Devo annaspare nel fango per desiderare l’acqua limpida.
Un refolo mi sfiora, sono le tue rapide parole d’amore che mi affossano, come un alito di morte si posano con stanchezza sulle mani. Tu non sai a chi farne dono, a me mancano gli strumenti per riceverle. Se guardi più in là, in quell’angolo, ne troverai un mucchio accantonato, è quello il luogo in cui le ripongo, sperando di dimenticarmene. Poggia lì anche le tue, lasciale sbiadire dalla potenza del riflesso, mentre la polvere penserà a confonderle in un unico grigio indistinto.
Ho il passo in prossimità del baratro. Il terreno mi frana davanti agli occhi. Sono stanca di questa precarietà che mi contraddistingue.
Non appoggiatevi più a me, traballante come sono si rischia il tracollo.
Non aspettatevi più niente da me. se mi spoglio piano di ogni parola, non rimane che un tronco secco. Lasciatemi parlare dunque, finché parlo l’illusione di una forma di vita e di utilità continua a sostenermi. Lasciatevi avvolgere dalle mie lusinghe, dal fumo denso che vi propino, credete in me, in ciò che vi dico, perché io non mento mai a nessuno, se non a me stessa.
Non svegliatemi da questo sogno, inutile per chiunque, ma indispensabile per me. Fate piano. Quando entrerete in casa per prendervi le mie ultime povere cose, siate discreti. Se la rabbia si impadronirà di voi, perché non c’è più nulla da portare via, non fate rumore.
Ho solo questo sogno instabile, questo universo parallelo, dove posso ancora sperare. Nel vostro mondo sono solo un’ombra, mi avete saccheggiato l’anima, avete prosciugato il pozzo della mia gioia, avete assorbito i miei desideri, frantumato ogni possibilità, annientato le mie potenzialità e, aiutati da un destino beffatore, avete cristallizzato ogni mia speranza.
Vi siete presi tutto e adesso cosa vi aspettate da me? quale peso può mai avere un’ombra? Con quali mani può costruire? Quale illusione si può sollevare da un deserto arido di apatia, di triste congedo? Ma voi avete paura perché sapete che solo chi non ha più niente da perdere è davvero pericoloso.
Sono in fuga. Scappo da me, dalla mia vita, cerco un riparo sicuro, qualcuno, qualcosa che mi accolga, una mano che mi porti via, braccia che mi trattengano, occhi che mi rapiscano la mente, parole che mi fermino.
Vado, vengo, vado, vengo, vado… il girare continuo mi confonde. Io non so più in che direzione guardare, non so dove mi trovo, non conosco il paesaggio che mi circonda, non conosco i volti, quei camici bianchi, quegli occhi che mi travolgono e poi tutto si annebbia ed io non so davvero più niente.
Pur rimanendo seduta qui, con queste cinghie che mi feriscono i polsi e le caviglie, sono in fuga e mi celo alle gioie, ma anche alle lame, perché la frattura insanabile non mi permette altri errori. Sbagliare per me equivale ad un precipitare senza fine, a una caduta eterna nel vuoto, senza appigli, senza possibilità di ripresa, nessuna virata, nessun atterraggio.
Il sogno che mi accompagna non vi riguarda. Non si rubano i sogni degli altri. Ci sono cose talmente intime, che appartengono al regno del non-detto, dell’indicibile, dell’inaccessibile, cose che ci avvicinano ad una energia primordiale, al moto delle stelle, all’incomprensibile silenzio di un universo inenarrabile, la cui esistenza, se ci pensiamo solo per un istante, ci sgomente, perché siamo solo un punto, in un infinito che la nostra mente non riesce a cogliere. A noi, al nostro pensiero, servono i confini. All’interno degli sbarramenti, delle regole, dei limiti, risolviamo le nostre esistenze.
Io non vi appartengo, non più. La mia anima, o quel che ne rimane, non è limitabile, quantificabile, spendibile.
Non svegliatemi.
Postato alle 16:47 di lunedì, 10 dicembre 2007 da dalloway66
Picasso, Le reve, 1932
Gli occhi degli uomini tentano di rapire la luce della ragione ogni mattina, al sorgere del sole, quando ancora vagano, incerti, fra il mondo dei sensi e quello delle ombre. E la ricerca avvincente e incomprensibile di ciò che viviamo durante la notte, quando ci spostiamo dalla nostra dimensione abituale per abbracciare il mondo fantastico che la nostra mente produce, da millenni ci stimola e coinvolge.
I primi impatti con l’interpretazione dei sogni ebbero inizio dall’idea che i sogni non fossero affatto frutto della nostra stessa mente, bensì degli avvenimenti vissuti dall’anima, che entrava in contatto con gli spiriti e con il loro mondo. Le antiche teorie orientali, le convinzioni di greci e romani, attribuivano ai sogni il compito e il pregio di veicolare dei messaggi divini, mentre i sogni a carattere predittivo, premonitore, risalgono addirittura all’epoca assiro-babilonese. Nell’Odissea di Omero troviamo una distinzione tra sogni veri e sogni falsi. I primi passano attraverso la porta di corno, trasparente e quindi penetrabile dalla ragione e dai sensi, i secondi passano invece dalla porta d’avorio, opaco schermo che protegge i nostri pensieri irrazionali.
Socrate, Platone, Aristotele, i tre grandi pensatori dell’antichità, resero il sogno un argomento filosofico ritenendolo, Socrate come il prodotto della coscienza e quindi da non sottovalutare e Platone, avvicinandosi alle teorie freudiane, come il frutto della parte irrazionale che vive in noi, facendo un’eccezione solo nei confronti di quegli individui che riescono a raggiungere un elevato grado di saggezza e virtù. In contrasto con la teoria di Platone era quella di Aristotele, il quale, al contrario, riteneva i sogni capaci di chiarire gli avvenimenti che durante il giorno erano sembrati imprecisi e confusi, privilegiando in tal modo una concezione razionale del sonno.
Un po’ per volta tutte le categorie sociali e culturali si sono interessate al sogno e un fitto intreccio di maghi, sibille, stregoni, profeti, ha sempre sfruttato le visioni oniriche per capire, spiegare, illudere grandi imperatori e inesperti popolani. E da tempi remoti una costellazione di teorie, impressioni, studi e supposizioni, si arrampica fino all’epoca moderna e si pone di fronte ad un uomo smaliziato che ha trovato, nelle teorie freudiane in particolare, soddisfacenti risposte alle sue millenarie domande.
Quando Sigmund Freud cominciò a dedicarsi allo studio delle forme isteriche, il metodo di cura più recente era l’ipnosi. Attraverso il suo viaggio fra studi, ricerche ed esperimenti, Freud approdò in seguito a una tecnica che sperava fosse in grado di giungere al fondo del problema e adottò, per l’analisi, il metodo delle libere associazioni, che segnò la nascita della psicoanalisi. Ma la ricerca di Freud non si arrestò ed un ulteriore passo in avanti fu da lui compiuto grazie alla scoperta di due fondamentali supporti capaci di attraversare l’inconscio: l’interpretazione dei sogni e quella degli atti mancati.
Alla base delle teorie freudiane troviamo il groviglio dei nostri istinti irrazionali, dettati dalle passioni frustrate e assopite, che possono risvegliarsi e irrompere violentemente nella nostra vita. All’origine delle nostre irrazionalità e dei nostri complessi, influenza determinante è attribuita all’infanzia e alla sessualità infantile, cui Freud presta particolare attenzione. Ciò che avviene, più o meno, durante i sogni è l’affiorare di questa folla di passioni represse, che durante la veglia fingiamo di dimenticare e che tentano di rivelarsi per sfuggire alla condanna dell’oblio e per eliminare tutta l’energia che le accompagna, privilegiando, come momento, la notte quando le potenti censure che le segregano, sono meno attive.
«È vero: raffreniamo dunque quest’indole fiera, questa furia, quest’ambizione, se mai ci avvenisse ancora di sognare; così faremo, poiché siamo in un mondo così strano che vivere non è che sognare, e l’esperienza m’insegna che l’uomo che vive sogna quello ch’egli è, sino al risveglio.» (Calderòn De La Barca, La vita è sogno)
Postato alle 08:06 di venerdì, 07 dicembre 2007 da dalloway66
Sentirsi sbagliati, sforzarsi inutilmente, sollevare barricate, nascondersi dietro i gesti e le parole. Imparare a gestirsi non è semplice, specie quando hai sempre dovuto rendere conto a qualcuno. Molto più facile è che ci si senta sbagliati per periodi lunghissimi della propria vita.
Ho inseguito il sogno di una me diversa, una me come mi volevano e non com’ero. Sono annegata più di una volta nel mare gelido dell’indifferenza, tra un urlo e l’altro, uno schiaffo e l’altro. Ma la melma avviluppante delle sabbie mobili non è riuscita a trascinarmi con sé.
Adesso sorrido spesso, eppure l’inverno che mi porto dentro non si trasformerà mai in estate, magari una blanda primavera potrà ghermirmi, di tanto in tanto, ma il calore vero non lo conoscerò mai.
Non sempre si può scegliere, a volte gli eventi devi subirli e basta. Quelli che dicono che tutto dipende da te, non si sono mai trovati veramente di fronte ad una barriera invalicabile. È vero che puoi tentare di rattoppare, col tempo, con la maturità, ma non sarai mai più un pezzo intero, la parte di te che si è spezzata non si rimarginerà mai completamente.
A volte mi viene in mente un cielo azzurrissimo e lontanissimo, visto da una finestra e se penso a come mi sembravano enormi le cose e i palazzi, mi rendo conto di quanto fossi invece piccola io. La solitudine è una cosa talmente intima che non si riesce mai a spiegarla veramente. Quando impari ad essere solo? Quando ti rendi conto che le presenze intorno a te sono solo ombre? Eppure c’è sempre qualcuno che te lo insegna, qualcuno che ti lascia solo quando hai bisogno di essere guidato, quando le strade si biforcano mille volte e tu non sai proprio dove andare. Alla fine da qualche parte si arriva sempre, ma non potrai mai sapere che altro te saresti stato, se qualcuno ti avesse avvertito.
Silenzio, silenzio dominante, silenzio al profumo di penombra, di tapparelle semi-abbassate, di letti disfatti, con l’odore della notte che non fa posto al giorno. Silenzio in tutta la casa, bisbiglio sommesso di un monologo continuo che srotola parole senza senso. Non sarai mai capace di vivere con qualcuno, ti mancano le basi per farlo, la necessità degli spazi che ti appartengono e nei quali hai costruito la tua sopravvivenza, avranno sempre la meglio.
Gli altri ti eviteranno, perché tu non sai rapportarti a loro e, in verità, ti sembreranno proprio loro quelli strani, quelli che non sanno. A volte, ti capiterà, lungo il cammino, qualcuno che si intenerisca nel vederti lì, sempre sul ciglio della strada, sempre in bilico e che vorrebbe provare a sostenerti o appoggiarsi a te, ma non sa che la colonna è spezzata, che tu hai l’anima paralizzata e per quanto ti sforzi, non potrai mai concederti interamente. E come potresti?
Sono la tua creatura, una specie di mostro dinoccolato che si aggira per le strade. Spesso ho lo sguardo perso nel vuoto perché perseguo il filo di tanti discorsi interrotti e poi ripresi con tutti i fantasmi che mi abitano. Ecco cosa produce il silenzio, l’assenza, ecco come si trasformano quelle sacche di vuoto incolmabile, le tappe saltate che non puoi mai recuperare. La presenza-assenza ti rende mutilo, e muto a tua volta.
I momenti cambiano e dopo il silenzio hai fatto sgorgare quel fiume nero di parole indesiderate. Le parole del rifiuto, del tormento dell’anima, della negazione di te, di me. Le hai volute scaraventare fuori, ma arrivavano solo addosso a me ed ho dovuto farmene carico ed anche crederci, a volte. Ma quell’oscurità era la tua, non la mia. Sono stata cieca per anni, sola per anni, muta per anni e in tutto quel tempo non ho mai pensato di potere avere un valore, o una coscienza o anche una semplice identità. Non ero nessuno, piegata ai tuoi insulti, crocifissa al muro delle tue maledizioni, non potevo fare altro che costruirmi un mondo di pace e tranquillità, inaccessibile e spazioso. È lì che mi sono ricostruita, pezzo dopo pezzo, senza l’intervento di nessuno, lì ho trovato me stessa e di tanti pezzi sparsi ho composto un’unità che appartiene solo a me.
Ma dopo questo come si fa ad imparare l’appartenenza?
Postato alle 18:48 di lunedì, 03 dicembre 2007 da dalloway66