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Groucho Marx assistette ad una seduta del Congresso: «È meraviglioso» raccontò poi ad un amico, «pensa che c’era un senatore che ha parlato per otto ore». «E di che cosa?» «Non lo so, non l’ha detto».
 
Oggi tutti hanno qualcosa da dire, c’è gente che parla per ore senza dire niente, gente che sa parlare di tutto, che ha competenze in ogni campo, che dice la sua su ogni argomento. Ti racconta pure cose che non vuoi sentire e se fai cenno d’impazienza, scatta l’offesa, il disappunto. Ma parlare a vanvera è soprattutto una caratteristica, l’elemento distintivo dei nostri politici.
E dire che un tempo l’oratoria era un’arte e l’oratore era appunto colui che possedeva l’arte della parola. In Grecia era considerata una parte della retorica ed il suo uso era molto importante nella polis, la città-stato dove il sistema giudiziario e politico erano talmente sviluppati da obbligare i cittadini a partecipare alla vita pubblica e a confrontarsi di continuo utilizzando la parola come mezzo per convincere o per far cambiare idea. Nella Roma repubblicana, dove il Senato ha un ruolo fondamentale, l’oratoria continua a svilupparsi. I discorsi degli oratori più importanti venivano perfino trascritti, non solo per mantenerli, ma anche per essere utilizzati come strumento didattico per gli allievi che intraprendevano quella strada.
 
Oggi, ci troviamo di fronte ad una oratoria da talk show, in parlamento si assiste a risse poco edificanti e ad uso disinvolto del turpiloquio. Lo sfoggio di ignoranza è una costante disarmante, accompagnata ovviamente da un’arroganza senza limiti che impoverisce qualsiasi contenuto.
Fra i moderni oratori che ci accompagnano quotidianamente nella crescita (???) del paese, alcuni sembrano affetti da delirio di onnipotenza:
 
berlusconi- Ho fatto bene più di chiunque altro in tutti i settori in cui mi sono cimentato. (Berlusconi da La Stampa, 13 agosto 1994)
- Se i giornalisti facessero l'esegesi di quello che dice il signor Berlusconi, vedrebbero che ha sempre ragione. (Berlusconi da L'espresso, 11 novembre 1994)
- Io vinco sempre, sono condannato a vincere. (ANSA, 24 maggio 2003)
- Solo Napoleone aveva fatto di più. (Berlusconi dalla trasmissione televisiva Matrix, Canale 5, 10 febbraio 2006)
- Su Napoleone ovviamente scherzavo: io sono il Gesù Cristo della politica, una vittima, paziente, sopporto tutto, mi sacrifico per tutti. (ANSA, Ancona, 12 febbraio 2006)
 
Altri invece hanno il complesso di inferiorità:
 
- Mi aspetto da Berlusconi che vada a fare le telepromozioni. Tra poco venderàRomano-Prodi-1-6 tappeti in televisione. (Prodi dal Corriere della Sera, 28 gennaio 2006)
- Noi non ci riempiamo la bocca parlando "della gente". Noi abbiamo la serietà e la consapevolezza di essere gente tra la gente. (Prodi dalla presentazione del programma dell'Unione, Roma, 11 febbraio 2006)
- Oltre una certa quota di reddito l'uomo diventa più infelice e allora siccome noi dobbiamo cercare la felicità, dobbiamo tenere conto di questi aspetti. (dal confronto televisivo con Berlusconi del 14 marzo 2006)
 
Altri ancora sono dei comici involontari:
calderoli- Chi vive una sessualità naturale non ritiene di aver bisogno di manifestare per il proprio orgoglio, chi invece vive una sessualità contro natura e ritiene di dover manifestare il proprio orgoglio facendolo mette in dubbio in prima persona la cosa stessa. A tutti i manifestanti del gay pride faccio un appello: pentitevi e il buon Dio sacrificherà il vitello grasso. (Calderoli citato in Gay Pride, Roma invasa: «Siamo un milione», Corriere della sera, 16 giugno 2007)
- Pacs e porcherie varie hanno come base l'arido sesso e queste assurde pretese di privilegi da parte dei culattoni... (Calderoli corriere della sera, 15 gennaio 2006)
- Quando vedo il tricolore mi incazzo. Il tricolore lo uso per pulirmi il c... (Bossi dal discorso al comizio del 26 luglio 1997 a Cabiate (Como) per la festa della Padania; citato in Vilipendio alla bandiera la Camera salva Bossi, la Repubblica, 23 gennaio 2002)



Postato alle 09:27 di venerdì, 30 novembre 2007 da dalloway66
self-portraitDora Carrington (1893-1932) fu un’artista che partecipò al Bloomsbury Group, che amò e fu amata sia dagli uomini che dalle donne, che provò a fare dei propri sentimenti un disegno per la vita e per questo, inevitabilmente, rimase delusa.
Nel 1915 incontrò lo scrittore Lytton Strachey, di lui si innamorò perdutamente, malgrado egli fosse omosessuale e questo amore durò per tutta la vita, anche se lui non poté mai completarla come lei desiderava.
Carrington dipingeva solo per il piacere di dipingere, tanto che spesso neanche firmava i suoi quadri e raramente esponeva. Nel 1917, andò a vivere insieme a Lytton ad Ham Spray e a lui dedicò la propria esistenza, sacrificandogli non solo il proprio talento d’artista, ma arrivando addirittura a sposare Ralph Partridge solo perché lui se ne era infatuato. Nel 1932 Strachey morì a causa di un tumore allo stomaco e Carrington, non potendo sopportare il dolore si uccise, con un fucile, due mesi dopo, anche se aveva già tentato di togliersi la vita, prima che Lytton morisse.
 
«Poi Lytton morì e fu chiaro a tutti che Carrington non poteva vivere. E riprovò a morire e ci riuscì qualche mese dopo. Aveva ricopiato nel suo diario un paragrafo del «Saggio sul suicidio» di Hume che spiegava, almeno a lei, le ragioni del suo gesto. La rassicurava che chi decida di togliersi la vita “non fa danni alla società” smette soltanto di fare il bene; “ma nessuno è tenuto a fare un piccolo bene alla società a costo di un grande male a se stesso”»
(Nadia Fusini, Possiedo la mia anima)
 
Credo che a chi decida di suicidarsi non importi poi granché della società, a menoNPGAx141540 che non si tratti di un gesto plateale, a scopo dimostrativo. La frase che l’avrà colpita sarà stata piuttosto quella del non fare troppo male a se stessi rimanendo in vita. La morte dell’uomo che amava aveva reso la sua esistenza insopportabile, e l’assenza aveva creato un vuoto devastante dentro di sé.
Amore, morte, arte, malattia, ossessione.
Un malato che vorrebbe vivere, una donna sana e di talento che decide di morire. La malattia che dispone per entrambi. La malattia può diventare ossessione come nel film Il ventre dell’architetto (1987) di Peter Greenaway, ambientato a Roma, dove il protagonista scopre di avere un tumore allo stomaco e inizia a fotografare il ventre delle statue di Augusto per confrontarlo con il proprio. Il susseguirsi delle immagini diventa ricorrente, eccessivo, bizzarro e del resto, cosa c’è di più grottesco di una malattia incurabile? Essa è l’esatto contrario del suicidio, è la morte imposta, con le sue pause che ti danno tutto il tempo per pensare che stai morendo, con il decadimento fisico lento, belly_of_an_architectche ti provoca dipendenza dagli altri, che ti toglie la dignità di essere vivente e ti riduce a oggetto e che perciò è inaccettabile. Mentre il suicidio è un attimo, è la tua decisione insindacabile, l’interruzione volontaria, la fine del viaggio.
 
Wais Sabatini ha pubblicato, parecchi anni fa, un Manuale per non suicidarsi, in esso descrive tutte le tecniche possibili per togliersi la vita, elenca l’occorrente, i tempi, gli effetti, inserisce alcuni cenni storici e anche i nomi di gente nota che ha usato un metodo o un altro. L’intento è quello ovviamente di scoraggiare chicchessia dal compiere tale gesto, inserendo dei particolari o delle frasi che sembrano buttati lì per caso, ma che invece giovano appunto da deterrente:
 
CIANURO
Materiale occorrente: cianuro.
 
Il cianuro è un veleno micidiale e istantaneo, ma di difficilissimo reperimento. Chi aspiri al suicidio non aspetti di trovare del cianuro per attuarlo, altrimenti non si suiciderà mai.
Generalmente il cianuro è utilizzato, sotto forma di piccole pasticche, da spie e attentatori al momento dell’arresto. E anche da gerarchi “finiti” o da leader politici e affaristi in disgrazia.
Era in auge, date le categorie, soprattutto in passato. Ai nostri giorni viene usato in misura minore. Controindicazione: non sempre il cianuro fa effetto; se scaduto o avariato non provoca assolutamente la morte.
 

Carrington si suicida, Strachey muore di cancro, l’architetto non vuole soccombere alla morte data dalla malattia e sceglie quella volontaria gettandosi nel vuoto. In questo intricato percorso si inserisce l’arte, essa rende insignificanti gli affanni degli uomini e sublima le loro opere. Ogni vita, ogni amore, ogni sofferenza si annulla di fronte alla grandiosità della creazione artistica. I quadri di Carrington le sopravvivono, gli scritti di Strachey possiamo leggerli, le statue di Augusto fanno ancora parte della città ‘eterna’. Nulla è più effimero dei sentimenti.strachey

Lytton Strachey dipinto da Carrington




Postato alle 16:19 di martedì, 27 novembre 2007 da dalloway66
«Debbo precisare: la stupidità ha un suo fascino, si suol dire persino che è riposante. Difatti succede che le persone e i libri più sciocchi sono quelli che più ci ammaliano, che più ci tentano e ci tolgono ogni difesa. L’esperienza quotidiana mi porta anzi a credere che la stupidità sia lo stato perfetto, originario, dell’uomo. Il quale trova buono ogni pretesto per riaccostarsi a quello stato felice. L’intelligenza è una sovrapposizione, un deposito successivo, e soltanto verso quel primo strato dello spirito noi tendiamo per gravità e convenienza.»
(Ennio Flaiano, Diario notturno)
 
Che la stupidità sia riposante non v’è dubbio, purché però si tratti di una stupidità voluta, come la lettura di riviste insignificanti o di libri poco impegnativi o come quando si occupa inutilmente il tempo, pur di sfuggire ai dilemmi, ai pensieri assillanti. Il problema nasce quando ci si scontra con la stupidità non voluta, quella imposta dai limiti altrui. La stupidità che devi vivere nei posti di lavoro o semplicemente per la strada. Spesso, tra l’altro, sua fida compagna è la prepotenza. Se il tuo nemico è crudele ma intelligente, ingaggiare una lotta può essere anche stimolante, ma se è stupido e prepotente, i mezzi a tua disposizione sono davvero pochi.

Non c'è nulla di così umiliante come vedere gli sciocchi riuscire nelle imprese in cui noi siamo falliti. (Gustave Flaubert)
 

In genere lo stupido tende a un’idea di sublimazione di se stesso, si ritiene superiore agli altri per chissà quali meriti congeniti, perché è nato in un certo luogo o perché ha un certo colore della pelle o perché riveste una certa carica istituzionale (a chi non è capitato di sentirsi dire “lei non sa chi sono io!”) o perché dotato di prestanza fisica o semplicemente perché qualcuno glielo ha fatto credere (questi sono i peggiori). Ma cosa succede quando la stupidità diventa collettiva? Una massa accecata dal vigore della violenza può generare anche questo:

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Julius Streicher fondò, nel 1923, la rivista Der Stürmer, ottimo strumento di propaganda nazista. Qui campeggiavano le idee del “maggior esperto di ebrei al mondo” e siccome è molto più semplice colpire le menti con le immagini, spesso si serviva di caricature dove gli ebrei venivano rappresentati in forma di animali, spesso maiali, oppure come insetti, o ancora come grassoni ingordi e pieni di soldi. Ma anche gli articoli erano sullo stesso tono e spesso veniva inserito anche l’elemento sessuale col racconto di giovani donne ariane abusate dagli infidi giudei, per non parlare poi della propaganda sugli omicidi rituali perpetrati sui bambini ariani.
 
Due cose sono infinite: l’universo e la stupidità umana, ma riguardo all’universo ho ancora dei dubbi.
(Albert Einstein)



Postato alle 07:52 di venerdì, 23 novembre 2007 da dalloway66
(Una femminista ante litteram)
IldegardaIldegarda di Bingen può essere inserita in una strettissima minoranza di donne colte in epoca medievale e il cerchio si stringe ancora di più se si aggiungono le altre sue doti, poiché fu musicista, filosofa, scrittrice, poetessa, scienziata…
Si occupò di scienze naturali e scrisse Physica (Storia naturale o libro delle medicine semplici) dove parla di piante, pietre e animali, e Causae et curae (Libro delle cause e dei rimedi o Libro delle medicine composte), una sorta di manuale di medicina e farmacologia. I suoi molteplici interessi la fecero muovere anche in campo musicale e le sue opere sono raccolte in Symphonia harmoniae celestium revelationum (La sinfonia dell’armonia delle celesti rivelazioni), anzi, probabilmente fu anche la prima donna musicista della storia cristiana. Oltre a tutto questo, compose una specie di dizionario, di circa 900 lemmi, in un linguaggio inventato da lei.
Purtroppo il processo di canonizzazione, avviato da papa Gregorio IX, non fu mai portato a compimento, perciò la si definisce ‘Santa’, ma impropriamente, anche se invece il culto prosegue attraverso la congregazione delle Suore di Santa Ildegarda.
Malgrado fosse di salute cagionevole visse fino ad 81 anni, che per l’epoca era un altro record. Fin da bambina ebbe delle visioni che, messe in seguito per iscritto diventeranno il fondamento delle sue teorie. is_ii_3
All’età di sette anni entrò nel monastero benedettino di Disibodenberg, e fu seguita dalla badessa Giuditta. Ildegarda, si inserì talmente bene ed ebbe tanto carisma, che alla morte della badessa fu chiamata a prenderne il posto. Grazie alla fama che il monastero acquistò in quel periodo, le richieste per accedervi aumentarono notevolmente. Ma Ildegarda voleva separarsi dai fratelli benedettini e trasferirsi altrove. Dopo molte difficoltà riuscì ad ottenere l’autorizzazione dall’abate del monastero e nel 1150 si trasferì in quello di Ruperstberg, vicino a Bingen.
Il rapporto che Ildegarda aveva improntato con Dio, derivava direttamente dall’ideale militare germanico. Quindi il suo ruolo le imponeva non solo scelte radicali, ma anche durezza e grande forza d’animo. Atteggiamento che ebbe modo di mostrare in diverse occasioni, ma in particolare quando contestò Federico Barbarossa a proposito della scelta di quest’ultimo di nominare due antipapi. Ildegarda riteneva di agire per volontà divina e sosteneva di apprenderne il volere attraverso delle visioni, che le indicavano il cammino da percorrere. Questa sua dote la tenne nascosta fino a quando non divenne badessa e ricevette l’ordine di diffondere le visioni direttamente da Dio. Fu allora che iniziò a dedicarsi alla scrittura. La sua prima opera mistica è Scivias (Conosci le vie).ildegarda2
Per fugare ogni sua incertezza, in merito alla divulgazione delle visioni, si rivolse a Bernardo di Chiaravalle che la invitò a continuare. Poi anche il papa Eugenio III approvò i suoi scritti.
Le altre opere sono il Liber vitae meritorum (Libro dei meriti della vita) e il Liber divinorum operum (Libro delle opere divine). Oltre alle idee tradizionali, classiche dell’epoca, inserì anche dei temi personali come, ad esempio, l’importanza della donna nel processo di redenzione.
Ildegarda era convinta che fra l’uomo e l’universo ci fosse un legame indissolubile che li rendeva entrambi parti di una totalità, proponeva perciò una visione olistica, che faceva dipendere la salute o la malattia da un equilibrio o squilibrio tra l’uomo (microcosmo) e l’universo (macrocosmo).
ildegarda1Sosteneva di essere ignorante e di avere appreso tutto ciò che sapeva dalle sue visioni, eppure la notiamo intenta a precorrere i tempi e per essere una donna, a usufruire di grande libertà. Ildegarda fu addirittura autorizzata dal papa a predicare e sfidò continuamente sia la chiesa che l’impero, senza che nessuno si sognasse di bloccare la sua forza dirompente. Oggi, ovviamente, molti ritengono che quello delle visioni fosse un espediente necessario, indispensabile, proprio perché all’epoca le donne colte non occupavano alcuno spazio sociale ed era impensabile che intervenissero su temi tanto importanti.



Postato alle 18:20 di lunedì, 19 novembre 2007 da dalloway66
Abbiamo ancora tempo. Il succedersi delle stagioni sarà il nostro orologio, la nostra agenda per gli appuntamenti. Io ti vestirò di tutti i miei attimi e prenderò luci ed ombre da te.
 
Mi chiedi perché ti amo e mi dici che forse non sei come io penso. Non ho tempo per rifletterci, però le tue parole si aprono un varco dentro di me. Già, perché ti amo? perché ci si innamora di qualcuno e non di qualcun altro?
 
That's the end,
And that's the start of it
That's the whole,
And that's the part of it
 
È la fine ed è l’inizio, è il tutto ed è una sua parte. Questo siamo, un cerchio perfetto, laddove finiamo ricominciamo daccapo, siamo un intero e una parte del tutto, un completamento impensabile, qualcosa di inaspettato che forse abbiamo voluto fortemente o che forse ci è stato donato per meriti dimenticati, per sofferenze ingiuste o forse solo perché cerchiamo qualcuno che ci comprenda e capita di trovarlo nei luoghi più impensati, negli attimi di dimenticanza, quando tutto ormai sembra aver preso una piega estranea alla nostra volontà.
 
Qualunque sia la ragione, abbiamo un piano parallelo da esplorare, un orizzonte meraviglioso dove incontrarci e perderci in lunghe deambulazioni senza una meta reale, escursioni incorporee nella nostra essenza.
Io già vengo a trovarti, di notte, con le mie passeggiate oniriche, abbattendo le barriere del tempo e dello spazio, le barriere fisiche della materia, le imposizioni della vita, che mi è sempre piaciuto sfidare.
 
Non ho mai cercato la perfezione, perché mi piacciono i ritocchi che ci imponiamo per ricomporci, pezzo dopo pezzo. Forse ti amo per le tue le zone di guerra interiori, che mi fanno stare sempre all’erta, per non appassire nella noia della certezza e per i territori devastati dell’anima, dove ci sono fratture insanabili e abissi irraggiungibili. Ma amo anche la tua fragilità e la tua solitudine profonda che somiglia un po’ alla mia. E più di tutto amo il fatto che possiamo camminarci accanto, con la consapevolezza di non potere arrivare mai fino al punto più segreto che ci abita e malgrado questo, sapere di poter toccare livelli inimmaginabili per chiunque altro. Perché molti sono convinti di sapere tutto della persona che amano, solo perché ne conoscono a memoria i gesti, le espressioni del viso, la postura, i tic, ma pochi sanno quanto sia difficile un tragitto tutto interiore e mentale, pieno di momenti sospesi e di dolore, di dubbi, di una volontà continua di abbandono e l’impossibilità di farlo, di giorni interminabili e di momenti da dimenticare, di un lavoro profondo e ininterrotto, ma invisibile, di intesa e complicità e conoscenza. La consapevolezza dei propri limiti è il passo più importante, imparare a non dovere pretendere per forza qualcosa che non si può avere. Ciò che io penso di te è quello che vedo ed è la mia verità, la percezione che ognuno di noi ha di sé, non coincide mai con la visione esterna. Io ho la fortuna di avere imparato, prima, il paesaggio interiore, e il cammino accidentato che ho scelto non mi spaventa più, perché qui spira anche un vento profumato che non si sa da dove arrivi, né dove porterà.
 
io porto il tuo cuore in me (lo porto nel
mio cuore)non lo lascio mai (ovunque
vado tu vai,cara;e quel che faccio
io da solo lo fai tu,tesoro mio)
                                                non temo
fato(tu sei il mio fato,mia dolce) né
voglio il mondo (bella, mio mondo, mia fedele)
tu sei quel che luna sempre fu
e quel che un sole sempre canterà sei tu
 
qui sta il più grande segreto che nessuno sa
(qui l’intima radice e bocciolo e cielo
di un albero chiamato vita;che cresce
più alto di quanto anima speri e mente
celi) e questa meraviglia regge le stelle
 
io porto il tuo cuore (lo porto nel mio cuore)
(E.E. Cummings, da 95 poems, 1958)



Postato alle 09:15 di venerdì, 16 novembre 2007 da dalloway66
Sssssh, silenzio amore mio, non parlare, non dire niente, non voglio sapere nulla di ciò che succede in strada. Ho sentito il rumore dei cocci, l’infrangersi della vita fragile, le grida del dolore, la separazione, la fine dell’amore, il canto dell’odio, i martellamenti scomposti della follia.
 
Indifferenza, orecchie che non sentono, occhi che non vedono, mani che non intervengono. Eppure si muore per strada tutti i giorni. Ci si inabissa per mani assassine tra le ombre dell’Ade. Sono morti silenziose, arrivano all’improvviso, dopo una serata con amici o una domenica in famiglia. Pensi di avere ancora tanto tempo e invece, come niente, un soffio di vento ti porta via.
 
Oggi voglio divertirmi, sì voglio arrogarmi il diritto di intervenire direttamente nella storia del destino. Gli offrirò le mie mani e la mia mente instabile.
 
Lo guardavi, ti ho vista, ti ho seguita, pedinata, osservata, conosco ogni tuo spostamento, ogni movimento. Mi hai detto che saresti andata a fare la spesa e invece cercavi lui. Ma adesso pagherai, ho affilato il coltello stamattina, ti colpisco una volta, due, dieci, poi cambio stanza e colpisco ancora perché i nostri figli verranno con te, per ricordarti che è colpa tua, per condannarti in eterno.
 
Sono solo e non ho niente, lei ha tutto, bellezza, ricchezza, una casa, da mangiare, un bel marito. Non è giusto, non è giusto. Qualcosa spetta anche a me. Mi apposto, aspetto il momento giusto, l’attimo di silenzio perfetto che arriva sempre. Non devi urlare, ti metto una mano sulla bocca, ti prendo a schiaffi, a pugni, ti riduco al silenzio. Forse sei anche svenuta, così posso spogliarti meglio, sei bella, profumata. Io puzzo, ho il respiro affannoso, ma sono più forte di te. Ti possiedo per tutto il tempo che voglio. Sei mia, fino all’ultimo rantolo, fino all’ultimo soffio di vita che consumerai in un fossato.
 
Sono pieno di odio. Ho combattuto al fronte, ho visto la gente morire per niente. Lo scoppio delle bombe è dentro di me, mi mina il cervello, mi fa impazzire. La notte mi sveglio di soprassalto, sudato, sfinito, con gli occhi sbarrati. Mia moglie mi ha lasciato, portandosi via nostra figlia, dice che devo farmi curare, che non sono normale. Forse ha ragione e forse conosco la cura. Con calma carico il fucile e mi sistemo in balcone. Com’è piccola e insignificante la gente. Quante vite inutili passano sul marciapiede, sarò io a dargli un senso, oggi, in un istante che si scolpirà in eterno nella storia.
 
Conosco il mare, non mi fa paura, di più temo le persone, quelle che mi hanno chiesto una cifra enorme per portarmi via. Chiuso in questo scafo, stipato con i miei fratelli, non so più dove trovare un po’ d’aria che mi mantenga vivo fino all’arrivo. Qualcuno sembra avere già ceduto, siamo affamati, disidratati e stanchi, ma dobbiamo farcela, i nostri cari muoiono di stenti e solo noi possiamo dargli una vita dignitosa. Ma anche il mare ci è ostile oggi. L’imbarcazione è sballottata dalle onde e l’acqua comincia a farsi largo anche all’interno. Le grida di terrore si mescolano al pianto e alla preghiera. Ma non c’è salvezza per noi che siamo nati tra i rifiuti dell’umanità. Mi aggiungerò anch’io al mucchio di cadaveri che giacciono scomposti sulla spiaggia e la mia morte sarà inutile, come la mia vita.
 
Questo post è dedicato a tutte le vittime innocenti, sorprese dal destino.



Postato alle 15:53 di domenica, 11 novembre 2007 da dalloway66
L’aria diviene rarefatta, una polverina grigia si deposita su tutte le cose. È il colore dell’indifferenza, la stonatura nell’armonia dell’amore che ci congiunge. È un’onda anomala di silenzio che avvolge, che capovolge e sconnette e rimette in piedi, ma dal lato sbagliato, nella direzione contraria.
 
Hai cambiato strada.
Ti seguo.
Tu non vuoi, ti fermi e mi lanci sassi e lacrime. Mi sputi addosso tutta una vita di dolore e morte, un’impossibile felicità, l’ombra scura del rimpianto, l’incapacità del vivere quotidiano, la normalità inattuabile di una vita comune, scoppiettante, sorridente, serena.
Ma io continuo a seguirti, non demordo. Sono la tua ombra, ogni tuo desiderio represso, ogni giorno che non hai avuto. Sono una nota continua di accompagnamento, un’erba infestante che ti copre, sono il continuo, martellante ricordo che hai tutta una vita ancora davanti a te, insieme a me.
 
Cadiamo, precipitiamo nella spirale degli eventi. Non ci sono punti fermi, niente a cui appigliarsi. La forza di gravità ci trascina tra crepacci, anfratti del tempo, rocce inesplorate, verso la soglia di una vita nuova, verso un tempo mai conosciuto, un traballare del cuore mai attivato.
 
Tic tac, tic tac, tic tac. Lo senti il tempo, il suo scorrere lento e veloce, l’inesorabilità della scadenza finale. Lo senti finalmente, il battere incessante del cuore, il respiro che non si ferma, gli istanti che colano via. Adesso lo sai che non hai niente da perdere e che invece perderesti tutto con un altro passo indietro, adesso ti fermi e mi aspetti.
Io sono qui, solo per raggiungere te, solo per stare accanto a te, solo per imparare la vita e l’amore da te. Sì, proprio da te che non sai niente, eppure sei un pozzo inesauribile, da te che porti luce dentro di me e una fonte di parole che avevo dimenticato o che non sapevo di avere, da te che ormai sei tutto per me.
 
Non voglio guardare indietro, non voglio guardare avanti, non voglio fare progetti, né ipotesi, non voglio vivere di ‘se’, né di ‘ma’, voglio solo vivere te, ogni giorno, ogni istante, di mattina, di sera, d’estate, d’inverno, in solitudine, in compagnia, quando il vento è una carezza delicata e quando si porta via pezzi di vita, quando il cielo si apre per illuminarci e quando le nuvole lo attraversano, quando non hai voglia di alzarti e quando sei scattante di vita, quando il buio cala come un sipario e quando ogni cosa risplende.
 
Tu sorridi, con quella piega di nostalgia, di fronte alla mia sciocchezza, ai miei giochi infantili di parole, alle mille performance da saltimbanco che invento per te. E il tuo sorriso mi parla, anche a distanza, e mi dice tutto della tua triste dolcezza, del tuo bisogno d’amore, della vastità del tuo mondo interiore, che un po’ appartiene anche a me e ti sorrido anch’io, mentre ti aggiusto una ciocca scomposta e mentre freno la tua irruenza caparbia posandoti un bacio tra i capelli.
Nessuno mai sarà così diverso da me, eppure a me così simile.
 
Senza di te non sono niente.
 
 
Anima mia
chiudi gli occhi
piano piano
e come s’affonda nell’acqua
immergiti nel sonno
nuda e vestita di bianco
il più bello dei sogni
ti accoglierà
 
anima mia
chiudi gli occhi
piano piano
abbandonati come nell’arco delle mie braccia
nel tuo sonno non dimenticarmi
chiudi gli occhi piano piano
i tuoi occhi marroni
 
dove brucia una fiamma verde
anima mia.
(Nazim Hikmet)



Postato alle 14:21 di venerdì, 09 novembre 2007 da dalloway66

Un passo e un altro e un altro ancora, so che posso farcela, lo so. Ho dentro tutto un mondo in movimento, in continua evoluzione. Ho girandole d’immagini, splendidi colori che mi allietano, un universo di lettere che si scompongono e ricompongono in migliaia di variazioni.
 
Cammino col passo malfermo dei mutilati, perché mi mancano pezzi. Li ho persi lungo il tragitto, abbandonati sul ciglio della strada, alcuni per distrazione, altri mi sono stati strappati via, altri ancora rubati durante il sonno. I peggiori sono quelli che mi hanno frantumato davanti agli occhi, perché so di averli persi per sempre, mentre gli altri potrei forse ricomporli o addirittura ritrovarli.
 
Sento le voci, di notte soprattutto, quando il silenzio è più intenso, quando ho voglia di dormire, anzi quando sto per addormentarmi, ecco che arrivano. Si muovono lentamente, come un esercito che voglia sorprendere il nemico e si insinuano tra le orecchie e il cervello. Alcune sussurrano, altre gridano, molte sono familiari, sono le voci della giornata che rinarrano avvenimenti appena trascorsi, altre sono nuove, ostili, camminano per conto proprio tra le anse della mente, alla ricerca di un posto, di un luogo nel quale insediarsi.
 
Scansati amore mio, questa spada non è per te. L’ho forgiata con le mie mani, il disegno si è composto nella mia mente e adesso non me ne separo mai. Tengo tutti a distanza, le mani contratte in un pugno, la schiena curva e mi muovo guardinga, in cerca di nemici celati dalle ombre e dalle siepi, mimetizzati tra i colori della notte, confusi tra gli sguardi della gente.
 
Lo sguardo mi blocca. Tutti corrono, mi passano accanto urtandomi, non si scusano, ma mi guardano. Io non so perché, ma certi sguardi mi rimangono appiccicati per giorni, si incollano sui vestiti, sulla pelle, mi perseguitano quando sono in casa, quando sono per strada. Certi sguardi mi scavano dentro, mi frugano nello stomaco, rovistano abilmente tra le sacche dei pensieri, mi spiano, mi inseguono, mi controllano.
 
Come un sudario mi avvolge la paura. Mi nascondo dietro i muri, affretto il passo. In molti hanno cercato di aiutarmi, ma la paura è un mostro con mille teste ed io non posso annientarle tutte. Eppure lotto come un drago, con la mia spada sempre sguainata lancio fendenti al vento, ma so che per un passo che compio in avanti, dovrò farne tre indietro. Perché il mostro è famelico e la sua bocca enorme basta per afferrarmi ed inglobarmi e spingermi tra le pieghe buie dell’intestino, dove non respiro e le pareti elastiche mi aderiscono, come una seconda pelle. Allora mi ritraggo e scappo via.
 
Ahi, amore, non conosco più la strada di casa. Sapessi come vorrei vincere la notte, ma non ne sono capace. Mi abbandono al mare che ondeggia, spingendomi al largo vanamente, finché ne avrò le forze, finché i muscoli reggeranno il peso del mio corpo.
 
Su questo palcoscenico, dove tutti passano, dove tutti si fermano, si raccolgono migliaia e migliaia di parole e gemiti e canti e lacrime e sussurri ed urla di dolore e questa folla di passaggio è composta solo da singoli, ognuno con la propria storia, diversa da quella di ogni altro. Ma, anche se ho finito lo spettacolo, la mia mente viaggia già tra le incolte radure della pazzia dove posso spaziare senza tempo e senza identità, dove posso vivere senza paura, senza dolore, senza paramenti, senza il soffio della vita, senza niente e dove tu, amore mio, non dovrai raggiungermi, mai.
 
Manicomio è parola assai più grande
delle oscure voragini del sogno,
eppur veniva qualche volta al tempo
filamento di azzurro o una canzone
lontana di usignolo o si schiudeva
la tua bocca mordendo nell’azzurro
la menzogna feroce della vita.
O una mano impietosa di malato
saliva piano sulla tua finestra
sillabando il tuo nome e finalmente
sciolto il numero immondo ritrovavi
   tutta la serietà della tua vita
                                                                                (Alda Merini)



Postato alle 19:45 di lunedì, 05 novembre 2007 da dalloway66
Quando si impara l’amore?
Come si impara l’amore?
Un cuore è davvero conquistabile? Espugnabile? Si può veramente essere di qualcuno? Può un altro, essere nostro?
 
Le domande dell’amore, le domande sull’amore sono semplici se non hai nessuno accanto a te, ma destabilizzano se tieni a qualcuno. L’amore ti lega con strette corde allo sgabello più scomodo che tu abbia mai provato, ti insinua di continuo i dubbi più dolorosi, ti rende profondamente infelice. L’amore fa paura, mette in catene, imprigiona, lacera e ferisce e, se è un amore piacevole e appagante, prima o poi finisce, perché arriva sempre qualcun altro, qualche ladro di sentimenti, di felicità, a confonderci, a portarci via tutto quello che abbiamo.
 
Forse bisognerebbe semplicemente usarlo l’amore, come se fosse un contratto, stabilire dei termini di comportamento, delle misure da adottare e non spingersi mai oltre un certo limite. Eliminare le follie, i gesti insensati, le corse affannate e l’inutile convinzione dell’appartenenza. Sì forse è questo quello che bisogna imparare.
 
Ma se penso a te io vedo un mosaico di colori che brillano gli uni sugli altri, senza intralciarsi, mentre con gli occhi ti percorro, nelle tue vastità, nella tua pienezza di essere pensante e profondo e a volte mi perdo nel tuo mare sempre in tempesta e gli spruzzi delle onde mi investono e mi rianimano.
 
L’amore è tutto carte da decifrare, ma anche la vita lo è. Imparare a leggere i segni, captare segnali, trasformare sensazioni in gesti, in parole. Leggere, saperti leggere, imparare lo spartito, ogni spartito delle tue sinfonie, perché tu sei musica e pensiero, sei note che si librano leggere e sei anche un pesante macigno inciso da storie di dolore, firmato dalla sofferenza e chiuso nel silenzio.
 
Tu mi dici che non credi nell’amore, mentre io ti ripeto che ti amo, forse lo fai per me, per ricordarmi chi sei o forse solo per te, per rammentarti che non puoi permetterti debolezze. Io ormai ti lascio parlare perché sai bene anche tu che è troppo tardi e se, voltandoti le spalle, me ne andassi via, la tua vita non sarebbe più la stessa e nemmeno la mia. A questo punto non ci resta che camminare fianco a fianco, in attesa che si compia l’inevitabile destino, lo stesso che ci ha portato qui dove siamo, a condividerci.
 
Girare nella notte scura, perdersi tra i ricordi, calarsi lentamente nell’oblio di ciò che si era un tempo, cancellare le vestigia di un passato che non tornerà. Il tempo si rincorre e noi rincorriamo il tempo, mentre un velo di malinconia si posa tra le dita. Ed io non so più afferrare che aria, mentre tu, che hai smesso di divincolarti, adesso cerchi le mie mani. L’incontro al vertice è un tornado, con i miei pensieri che combaciano con la tua fermezza, ma le mani che si incrociano parlano la lingua dell’amore, con delicati tocchi di speranza ed uno sfiorare lento che attraversa l’anima.
 
L’amore parla una lingua di sua invenzione e mutevole. Una parola che oggi ha un significato, domani ne avrà un altro, mentre ogni gesto, anche il più insignificante, si traveste di senso. Io mi perdo tra i tuoi appunti, centinaia di fogli che invadono la scrivania e la stanza. Se aprissi le finestre, tutte quante, il vento li sparpaglierebbe in una confusione irrimediabile e i sogni si confonderebbero con la realtà. La nostra storia inventata e quella vissuta si congiungerebbero in un abbraccio indissolubile, nel nostro luogo segreto, inaccessibile, dove niente va spiegato, dove tutto è luce.



Postato alle 09:06 di sabato, 03 novembre 2007 da dalloway66

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