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Parole
L’uomo grande, credimi, quello che sa stare al di sopra degli errori umani, non permette che gli si porti via neanche un minuto del tempo che gli appartiene e proprio per questo la sua vita è lunghissima, perché è stata tutta a sua disposizione, dal principio alla fine. (Seneca – La brevità della vita)
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Annientare ciò che si ha, è un obiettivo molto diffuso, annientare chi si ha, ancora di più. Ha tanti modi l’inverno per manifestarsi, tanti i suoi nomi, tante le sensazioni con le quali si traveste. La più brutta è il rancore, l’inverno dei sentimenti, il cuore spoglio, l’amore disseccato. Provare solo odio. L’odio è un sentimento che divora le altre emozioni, non ha spazio che per se stesso, non conosce che la propria voce, non sente che le proprie ragioni e si accaparra il diritto dell’innocenza, dell’inevitabilità del suo esistere per colpe altrui.
Si rinuncia all’amore per rancore. Un amore difficile va protetto, cullato, alimentato con la devozione dei sentimenti, con l’azione mirata, con gli spazi per le parole, con i tempi per la comprensione. Se è amore. Se non lo è c’è spazio solo per la separazione, a che serve l’odio?
Il risentimento si nutre di te, l’acredine prende vita dentro di te quando qualcuno ti tradisce, ti umilia, ti trascina in luoghi nei quali non vuoi andare, quando ti addita con il linguaggio, quando ti deride in pubblico e in privato, quando ti colpisce con sferzate invisibili che ti annientano e quando ti bastona con la forza fisica. L’odio esiste. L’odio, a volte, è perfino giusto. Io non ti porgerò l’altra guancia, io non farò la santa, né ho vocazione per il martirio. Se non mi ami non sei obbligato a restarmi accanto e non sarò il punching-ball di nessuno, né amico, né compagno, né marito.
E invece mi hai picchiata e per vergogna ho detto di essere scivolata dalle scale e avrei anche potuto rispondere alla tua violenza colpendoti, ma ho avuto paura che ti arrabbiassi ancora di più ed io che ho studiato, letto, viaggiato e che mai avrei pensato di poterti subire, scopro che il mio carnefice mi vive accanto. E così anch’io sono diventata un numero, anch’io faccio parte delle statistiche, sono tra le donne abusate e come stendardo non potrò più portare la mia dignità, né ostentarla come vanto della mia specie.
Eppure un tempo ho creduto che mi amassi, possibile che fossi tanto cieca? Come si trasformano le persone? I sentimenti? Quale molla spappola il cervello di chi amiamo? Quale meccanismo trasforma una carezza in un pugno? E le spinte della passione in colpi di bastone? Quale tipo di pensiero si accende nella mente di un uomo che picchia la propria donna? Quale rabbia cieca può portare anche ad ucciderla?
In Germania la pena di uno stupratore viene diminuita perché si tiene conto delle origini etnico-culturali dell’imputato. Come se uno stupratore avesse una patria o una cultura alle quali appellarsi. Ho letto molta indignazione per questo fatto, ovviamente da parte dei conterranei del soggetto, che si sono sentiti (giustamente) umiliati e discriminati, ma ciò che trovo più sconcertante è invece l’ulteriore violenza perpetrata alla donna. Una donna seviziata, stuprata e torturata, non ha etnia? Non ha voce? Non ha diritti?
Forse farò il giro del mondo per tornare al punto di partenza. Mi spingerò oltre i confini della mia miserevole vita solo per accorgermi che la gente è uguale dappertutto e che non è servito a niente lottare, affannarmi, cercare, giacché mi troverò sempre un altro te, dietro l’angolo, davanti agli occhi. E l’inverno non finirà mai per me, che sono nata vittima, mentre tu, crederai di vivere sempre d’estate. E sarai forte, protetto dal branco, protetto dalla legge, vivrai nascosto dietro una parvenza di perbenismo, sarai ben vestito, con la camicia inamidata e un sorriso smagliante da distribuire con generosità, finché non tornerai a casa.
«Per le donne tra i 15 e i 44 anni la violenza è la prima causa di morte e di invalidità: ancor più del cancro, della malaria, degli incidenti stradali e persino della guerra. Questo dato sconvolgente, proveniente da una ricerca della Harvard University, apre il rapporto sulla violenza contro le donne nel mondo diffuso in questi giorni dal "Panos Institute" di Londra, un'organizzazione non governativa che si occupa di problemi globali e dello sviluppo. Il rapporto, preparato per l'apertura di una sessione delle Nazioni Unite sulla condizione femminile, raccoglie studi e ricerche sul problema della violenza sulle donne effettuati in ogni parte del pianeta da organismi e istituti nazionali e internazionali. Dalle sue pagine, emerge la drammatica fotografia di una realtà che non risparmia nessuna nazione e nessun continente.
Le ricerche compiute negli ultimi dieci anni sono concordi: la violenza contro le donne è endemica, nei paesi industrializzati come in quelli in via di sviluppo. E non conosce differenze sociali o culturali: le vittime e i loro aggressori appartengono a tutte le classi e a tutti i ceti economici. Secondo l'Organizzazione mondiale della sanità, almeno una donna su cinque ha subito abusi fisici o sessuali da parte di un uomo nel corso della sua vita. E, come si può verificare anche solo aprendo le pagine di cronaca dei quotidiani, il rischio maggiore sono i familiari, mariti e padri, seguiti a ruota dagli amici: vicini di casa, conoscenti stretti e colleghi di lavoro o di studio.»
(Claudia Di Giorgio, La Repubblica)
Postato alle 18:45 di mercoledì, 31 ottobre 2007 da dalloway66
E così la storia si ripete. Io sono qui in attesa del tuo ennesimo rifiuto, del tuo chiuderti ricorrente in uno scrigno inviolabile. Ed il bussare mio, continuo, tanto ti spaventa da serrarlo ancor di più, con incremento di catene e rigidi sigilli. E certo, di tanto in tanto, mi prende una stanchezza che mi abbatte, perché di tanto affanno, se devo sempre domandarmi che ne sarà di me, mi chiedo la funzione.
Il silenzio mi piega come un ramo e mi proietta nello spazio in cui regna. Ed io galleggio, tra i detriti, nello spazio buio e silente.
Dove risieda la vita, la vera vita, io non l’ho mai saputo e forse mai mi sarà concesso saperlo. L’unica cosa che so è che aver visto oltre me, molto giovane, mi ha condotta lungo strade di ricerca che non hanno fine e tante sono le persone che ho incontrato e le parole che ho sentito, ma l’aver visto oltre mi ha sempre posta in posizione di svantaggio, tra i reietti, tra coloro che pur sapendo devono tacere, perché svelare certi mondi non si può, indispensabile è che ci si arrivi da soli.
In terra straniera io vivo da sempre. E un nemico invisibile, ma temibile, è in agguato ogni momento. In fondo vivo di apparenza, il substrato profondo che mi invade, giace nascosto da livelli cangianti, che mutano a seconda delle circostanze, così che io possa mostrarmi come più mi aggrada o meglio mi convenga nei vari casi. Ci sono giorni in cui non mi sovvengo nemmeno della strada di casa e presa da sgomento, dimentico perfino di avercela un’abitazione.
Quando mi addentro nei cunicoli della mia anima, non è facile poi uscirne. Il buio mi confonde le idee e quei percorsi stretti mi fanno perdere il respiro, mentre l’angoscia, con le sue maree a cadenza regolare, mi perseguita e mi avvinghia come edera ad un muro.
Il nemico so chi è, anche se non vorrei saperlo, anche se faccio di tutto per negarlo. Il nemico non potrò mai sconfiggerlo, né riuscire a schivare i colpi con i quali mi ferisce. Il nemico mi accompagna nel mio viaggio, come un’ombra, è un peso fastidioso, uno sguardo sempre appiccicato, un sussurro sornione che mi dileggia. Ho ancora la forza per combatterlo, cerco di tenerlo a bada finché posso, lo respingo, gli urlo contro e colpisco, colpisco, con ogni mezzo. Sono stanca, sudata, ho i capelli in disordine, dallo specchio il nemico mi ride in faccia, io stessa rido di me, perché sono io che l’ho creato, perché sono io il mio nemico, il combattente più pericoloso, quello che mi conosce meglio.
Adesso che giaccio qui per terra, in un freddo innaturale, senza più temere il tempo o la vita, non sento più nemmeno quella frenesia che tanto mi affannava, il battito del mio cuore consacrato a te ed il fiore di geranio è un’onda di petali rossi sparsi sul selciato, che solo il vento accompagnerà.
Postato alle 08:19 di sabato, 27 ottobre 2007 da dalloway66
Che ne abbiamo fatto dei nostri sogni? Dopo questa guerra che ha scandito ogni ora di ogni giorno, di ogni settimana, di ogni mese. Una guerra senza quartiere contro la potenza dei sentimenti. E alla fine chi sono i vincitori? Non ci sono forse solo vinti? E che fine ha fatto il sogno di felicità che ci guidava nel cammino precedente? E poi, cos’è mai la felicità, se non quella comunione di intenti, di pensieri, di emozioni, quella profonda linea che ci separa da ogni altra realtà che non sia la nostra?
Imparare a sconfiggere la paura, questa sarebbe una guerra giusta. La paura mina ogni rapporto. Non è l’amore, il poco amore, il troppo amore, il problema, bensì la paura dell’amore, che attanaglia, che separa, che recide. È la paura che toglie il fiato, che fa scappare via, è la paura che vogliamo allontanare, ma per farlo dobbiamo soffocare le emozioni.
Trattenere il fiato, non respirare il gas, stringere i denti, andare avanti nel buio. Inserirsi nel ciclo delle stagioni, ci sono ancora le stagioni? Alternare, alternarsi, insinuarsi di soppiatto, camminare rasentando i muri, non fare rumore, tapparsi le orecchie, ingoiare la paura. Poi svegliarsi la mattina, ogni mattina, senza sogni, senza tempo, senza braccia, senza mani, senza parole, senza le tue parole, senza di te.
È questo il destino degli infermi, di quelli che hanno l’anima malata e il cuore spento, di chi crede di avere la promessa di un sogno dentro il cuore e invece non gli rimane altro che l’idea di una promessa che non si realizzerà, perché la vita è vita e i sogni sono sogni.
I sogni non rientrano nel nostro budget, nel nostro scarso budget personale, in un universo di realtà non c’è tempo per sognare. Il tempo è scandito da un orologio sempre carico, con un battito regolare che contrasta con la mia aritmia.
Portiamo un peso che ci piega e siamo convinti di non poterci sottrarre a questo gravoso compito, siamo fantasmi, siamo ombre che si muovono nella notte, siamo ospiti indesiderati perché non sappiamo pestare i piedi e non urliamo mai, non ci sappiamo uniformare e viviamo ai margini, in un conflitto perenne contro noi stessi. E come possiamo amare? No, l’amore non fa per noi, non c’è posto per le debolezze, per le parole vane, per i sogni senza scopo, per le storie assurde, per i battiti accelerati. Viviamo in assetto di guerra, pronti alla battaglia, soli, armati fino ai denti, invincibili, inaccessibili. La vita ci ha offeso, la gente ci ha ferito, l’amore ci ha tradito, abbiamo patito la fame, subito umiliazioni, conosciuto la violenza, abbiamo l’anima mutilata, siamo morti tanto tempo fa.
Ma ogni guerra, qualsiasi guerra è inutile, ogni scopo raggiunto con la violenza fisica o morale è inutile, se ottieni qualcosa strappando e lacerando, non sarà mai tua. Ancora più vana è la guerra contro noi stessi, l’impegno a non essere mai felici, l’impossibilità di una via di fuga, ma soprattutto il divieto supremo, la promessa solenne che è, mai, mai, a nessuna condizione, amare.
Io non credo nella guerra. E ti affido il mio sogno di pace, ti porto dove il rumore è un battito d’ali, dove le parole sono suoni armoniosi, dove i pesi non conoscono la forza di gravità, dove gli orrori del passato si estinguono in una vampata. E tu non potrai fare altro che arrenderti alla mia pazienza continua, alla mia voce suadente, al mio tempo solo per te, alla sconosciuta tranquillità dell’anima, alla rassegnazione, alla visione finalmente chiara di una storia in comune, di un bisogno in comune, di un passato in comune, la nostra storia, il nostro bisogno, il nostro passato, che alla fine ti porterà da me, soltanto da me.
Postato alle 17:56 di martedì, 23 ottobre 2007 da dalloway66
Rovinò lungo la china solo chi ha un destino rovina
non voglio che l'impuro ti colga
ti darò a una rondine in volo
Niente è come sembra niente è come appare
perché niente è reale
Ti darò a un ruscello che scorre o alla terra piena di mimose
qualcuno si ferma al tuo passare
Niente è come sembra niente è come appare
perché niente è reale
I was in my car watching for the bend
I was looking for you
Dal balcone ammiravo il vuoto che ogni tanto un passante riempiva…..
è stato solo un presentimento ti voglio ricordare che
Niente è come sembra niente è come appare
perché niente è reale
Niente è come sembra. Ogni cosa si trasforma in base allo sguardo che la coglie. Tutto è in continuo movimento, in continua trasformazione, niente è reale.
I malintesi nascono dalla distrazione o dall’esserci troppo. Se sono distratta non capisco cosa si celi dietro a una parola, ma se sono troppo presa leggo molto più di quanto ci sia in realtà. Ogni cosa diventa un fatto personale, permeiamo il mondo di noi stessi, il resto ci sfugge.
Cercare una ragione alle cose, agli avvenimenti, ai comportamenti, una ragione che sia al di fuori di noi è inutile. Se poniamo la domanda, possiamo avere la risposta, basta sapere dove cercarla.
Ti conosco, ti conosco. Mi conosci?
Se penso alla fatica che faccio, tutti i giorni per mettermi in ordine i pensieri e l’anima, vorrei proprio capire come ci si può arrogare il diritto di dire ad una persona che la si conosce. Siamo fatti di piccoli movimenti quotidiani, di danze improvvisate, di sussurri, di parole gridate e di musica, di suoni, di tanto rumore. Siamo fatti di sogni e di realtà, di giorni, di anni, ma anche di attimi, di istanti insensati. Siamo un turbine continuo di emozioni, un attimo felici, l’attimo dopo tristi, incontenibili o assopiti, siamo sprazzi di luce e buio profondo, anime inquiete, salti e incedere lento, siamo spazio infinito e piccole stanze chiuse. Siamo un elenco infinito e un rapido messaggio d’addio, ci srotoliamo come pergamene, ma conteniamo geroglifici incomprensibili. E chi siamo, spesso non lo sappiamo neanche noi.
È stato solo un presentimento, un’idea di presenza, invece la concretezza di un’assenza si fa largo tra la folla dei sentimenti, che urge, come un’impellenza che non si può trattenere:
Il presagio è quell’ombra che si allunga sul prato
indice di tramonti
ad avvertire l’erba – sbigottita
che su lei presto scenderà la notte
(Emily Dickinson)
Il presagio ci avverte, sappiamo già, ma in realtà non vogliamo sapere, facciamo finta di non capire, e rimaniamo addirittura sgomenti quando giunge la notte. Eppure la notte arriva tutti i giorni.
I was looking for you. Ti cercavo intorno a me. Guardavo solo per trovare te. Parlavo per avvolgerti con la magia delle parole e la tua voce che si spezza, di tanto in tanto, adesso si è incisa in me, come un’abitudine che non si vuole perdere.
Nel mio equilibrio molto precario, cerco di muovere passi oculati, rispettando la linea di mezzeria, cercando di non invadere il tuo terreno, bilanciando sapientemente i pesi. Ma chi può riuscirci?
Io voglio sconfinare, devastarti il prato con le mie corse insensate, solo per dirti una parola, voglio aprire tutte le porte della tua casa e collocare qualcosa di mio in ogni stanza, rubare il tuo odore per portarlo con me quando non ci sei, stampare la tua immagine nei miei occhi per non dimenticare mai i contorni del tuo viso, assorbire le tue posture per rinnovarle in ogni luogo, strapparti un sorriso, tutti i giorni, per allietare i momenti di sconforto. E quando le incertezze si presenteranno alla porta allora “ti darò a una rondine in volo” perché niente è come sembra, niente è come appare, perché niente è reale.
Postato alle 08:41 di sabato, 20 ottobre 2007 da dalloway66
«C’era un tenue odore di polvere e libri vecchi. I libri erano l’unica cosa che abbondasse. Si ammonticchiavano sugli scaffali, s’impilavano in torri pendenti, si accatastavano sui tavoli e sulle seggiole. Vita dedusse che in questa famiglia tutti si perdono nelle storie degli altri per dimenticare la propria.»
(Melania G. Mazzucco, Vita)
Dimenticarsi della propria storia. Che idea sublime. Poter ricominciare tutto di nuovo, senza tare pregresse, senza voci assordanti nella testa, senza ricordi, così, leggeri, liberi. Lasciarsi trasportare dal primo soffio di vento e relegare ogni passione ad un ruolo marginale. Poter vivere le storie degli altri, commuoversi, sognare, amare, senza però subirle le emozioni, essere spettatori e non protagonisti di un film che non ci appartiene. Vivere separati dall’esistenza, sempre un passo indietro e tuffarsi a capofitto nelle parole e di parole vivere.
Accanto al mio letto c’è un dono di molti anni fa, un poster Einaudi incorniciato che riporta l’estratto di una lettera di Francesco Petrarca a Giovanni Anchiseo:
«Non riesco a saziarmi di libri. E sì che ne posseggo un numero probabilmente superiore al necessario; ma succede anche coi libri come con le altre cose: la fortuna nel cercarli è sprone a una maggiore avidità di possederne. Anzi coi libri si verifica un fatto singolarissimo: l’oro, l’argento, i gioielli, la ricca veste, il palazzo di marmo, il bel podere, i dipinti, il destriero dall’elegante bardatura, e le altre cose del genere, recano con sé un godimento inerte e superficiale; i libri ci danno un diletto che va in profondità, discorrono con noi, ci consigliano e si legano a noi con una sorta di famigliarità attiva e penetrante.»
Non so più per quanto tempo sono rimasta legata alla vita attraverso gli occhi degli scrittori, il profumo delle pagine stampate, i colori delle copertine, lontanissima dalla realtà. Il mio sapere si sposava col mondo della fantasia, quasi volevo perdermi in un labirinto senza uscita. Forse sognare troppo equivale a non volere vivere, è una sorta di suicidio letterario, un annullamento, uno sparpagliarsi in così tante storie, da non averne poi una propria. Ogni cosa adoperata in eccesso può essere nociva, perfino una catasta di libri.
Io sono stata tutti i personaggi che ho letto e mi accorgo di avere avuto una vita intensissima e di avere parlato con parole che non conoscevo, ho recitato nei teatri, ho viaggiato nello spazio, ho scoperto epoche che non sono ancora arrivate, sono stata regina, popolana, artista, suora, criminale, musicista, tutto. Ho spaziato nella letteratura per anni e anni e mi porto dentro ogni cosa. Se potessi parcellizzarmi potrei offrire a ognuno i propri sogni, perché ogni cosa che si può sognare io l’ho avuta.
Adesso che sono qui, da sola e mi guardo intorno e vedo tutta la mia vita accatastata in una pila di libri che non finisce mai, afferro l’aria delle parole impalpabili e so, che la vita è fatta anche di carne e sudore, di lacrime e sorrisi da condividere, nello spazio e nel tempo. E quel che posso offrire di me è solo la lentezza di un’idea che si fa largo sempre più spesso, un’idea che mi riguarda, l’idea di avere scritto tante pagine di un libro con un unico scopo, l’idea di avere avuto tutti questi giorni a mia disposizione, solo per trovare la strada che mi conducesse fino a te, per poterti portare le mie parole stanche e consegnarti la mia vita, da sfogliare, in perfetto equilibrio.
Postato alle 10:05 di domenica, 14 ottobre 2007 da dalloway66
I monologhi della vagina, un’opera teatrale di Eve Ensler, si ispirano alle circa duecento interviste fatte dall’autrice ad altrettante donne. La prima rappresentazione risale al 1996 al Cornelia Street Café di new York, un piccolo teatro off-Broadway, da quel momento il successo è cresciuto così tanto che ogni anno l’autrice inserisce un nuovo monologo legato agli avvenimenti storici contemporanei. Dai monologhi nasce, nel 1998, anche il movimento V-Day (che non ha niente a che vedere con la V di Beppe Grillo). Eve Ensler organizzò, a New York, una rappresentazione il cui incasso sarebbe stato devoluto ad associazioni che lottano contro la violenza alle donne. I monologhi furono letti da attrici famose del calibro di Glenn Close, Whoopy Goldberg, Susan Sarandon, Lily Tomlin. Nel 1999 il V-Day si svolse a Londra e vi parteciparono, tra le altre, Cate Blanchett, Kate Winslet, Melanie Griffith.
I monologhi di Eve Ensler danno la parola direttamente alla vagina creando perciò un rapporto quasi esclusivo con le donne e con il loro mondo.
Gli argomenti trattati hanno ovviamente a che fare tutti con la vagina, perciò si parla di mestruazioni, masturbazione, orgasmo, sessualità, violenza. Divertenti, tristi, drammatici e a tratti anche grotteschi, nei monologhi serpeggia un umorismo che punta al superamento di un tabù, alla liberazione sessuale da parte delle donne, a cominciare proprio dal prendere confidenza con il proprio corpo e con i propri organi genitali.
Con alcuni monologhi la Ensler ha voluto denunciare alcuni fatti di cronaca, proponendo il racconto di donne bosniache passate per i campi di stupro:
Nel 1993, camminavo per una strada di Manhattan quando passai accanto a un’edicola e all’improvviso fui colpita da una fotografia sulla prima pagina di Newsday, di quelle che ti turbano nel profondo. Era la foto di sei giovani donne che erano appena tornate da un «campo di stupro” in Bosnia. I loro visi rivelavano choc e disperazione, ma la cosa più sconvolgente era la sensazione che qualcosa di dolce, qualcosa di puro, fosse stato distrutto per sempre nella vita di ognuna di loro. Continuai a leggere. C’era un ‘altra fotografia delle giovani, insieme alle loro madri, disposte a semicerchio in una palestra. Era un gruppo piuttosto numeroso e non una di loro, madre o figlia, riusciva a guardare verso l’obiettivo.
Capii che dovevo andare là. Dovevo incontrare quelle donne. Nel 1994, grazie all’aiuto di un angelo, Lauren Lloyd, passai due mesi in Croazia e in Pakistan a intervistare profughe bosniache. Ho intervistato quelle donne e le ho frequentate nei campi, neicaffè e nei centri per i rifugiati. Sono stata in Bosnia altre due volte da allora.
Quando tornai a New York dopo il mio primo viaggio, ero in uno stato di furibonda indignazione. Mi sconvolgeva il fatto che da 20 mila a 70 mila donne fossero state stuprate in Europa nel 1993, come tattica sistematica di guerra, e nessuno avesse alzato un dito per impedirlo. Non riuscivo a capirlo. Un ‘amica mi chiese perché mi stupivo. Disse che più di 500 mila donne venivano stuprate ogni anno nel nostro paese, e in teoria noi non eravamo in guerra.
Il monologo che segue è basato sulla storia di una di queste donne. Voglio ringraziarla per averla condivisa con me. Sono piena di reverenziale sgomento di fronte al suo spirito e alla sua forza, come lo sono davanti a ogni donna che è sopravvissuta alle terribili atrocità commesse nell’ex Jugoslavia. Questo brano è dedicato alle donne bosniache.
La mia vagina era il mio villaggio
La mia vagina era verde, campi d’acqua rosa tenero, mucca che muggisce sole che si posa dolce ragazzo che tocca leggero con un morbido filo di paglia bionda.
C’è qualcosa tra le mie gambe. Non so cos’è. Non so dov’è. Io non tocco. Non ora. Non più. Non più da allora.
La mia vagina era chiacchierona, non vede l’ora, tante, tante cose da dire, parole parlate, non posso smettere di provare, non posso smettere di dire oh sì. Oh sì.
Non da quando sogno che c’è un animale morto cucito là sotto con grossa lenza nera. E il cattivo odore dell’animale morto non si riesce a togliere. E ha la gola tagliata e il suo sangue inzuppa tutti i miei vestiti estivi.
La mia vagina che canta tutte le canzoni da ragazze, campanacci delle capre che suonano canzoni, selvagge canzoni dei campi d’autunno, canzoni della vagina, canzoni del paese della vagina.
Non da quando i soldati mi infilarono dentro un lungo e grosso fucile. Così freddo, con quella canna d’acciaio che annienta il mio cuore. Non so se faranno fuoco o se lo spingeranno su attraverso il mio cervello impazzito. Sei uomini, mostruosi dottori con maschere nere che mi ficcano dentro anche bottiglie, bastoni, e un manico di scopa.
La mia vagina che nuota acqua di fiume, acqua pulita che si rovescia su pietre cotte al sole sopra clitoride di pietra, pietre-clitoride mille volte.
Non da quando ho sentito la pelle strapparsi e fare rumori striduli da limone strizzato, non da quando un pezzo della mia vagina si è staccato e mi è rimasto in mano, una parte delle labbra, ora da un lato un labbro è completamente andato.
La mia vagina. Un umido villaggio vivente di acqua. La mia vagina, la mia città natale.
Non da quando hanno fatto a turno per sette giorni con quella puzza di escrementi e carne affumicata, e hanno lasciato il loro lurido sperma dentro di me. Sono diventata un fiume di veleno e di pus e tutti i raccolti sono morti, e anche i pesci.
La mia vagina
umido villaggio vivente di acqua.
Loro l’hanno invaso. L’hanno massacrato e bruciato.
Io non tocco adesso.
Non ci vado mai.
Io vivo in un altro posto, adesso.
Io non so dov’è, adesso.
o le barbare pratiche dell’infibulazione e clitoridectomia, delle quali sono vittime moltissime donne:
La vagina: alcuni fatti
Tra gli ottanta e i cento milioni di bambine e di giovani donne hanno subito mutilazione genitale. Nei paesi dove è praticata, soprattutto africani, circa due milioni di giovanissime ogni anno, si aspettano che il coltello — o il rasoio o un frammento di vetro — tagli loro la clitoride o la asporti completamente, (e) di avere le labbra completamente o in parte... cucite insieme con filo per suture o spine.
Le conseguenze a breve termine di queste mutilazioni includono tetano, setticemia, emorragie, tagli nell’uretra, nella vescica, nelle pareti vaginali e nello sfintere anale. Quelle a lungo termine: infezione uterina cronica, estese cicatrici che possono ostacolare a vita la deambulazione, formazione di fistole, aumento del dolore e dei rischi durante il parto, morte prematura.
Nel nuovo testo teatrale, Good Body – Il corpo giusto, la Ensler affronta il tema della manipolazione del corpo delle donne, attraverso i modelli imposti dalla società.
Postato alle 17:36 di mercoledì, 10 ottobre 2007 da dalloway66
Quando si parla di vita di coppia l’esempio che trovo più vicino a me è sempre quello nevrotico-ossessivo proposto da Woody Allen. In particolare il film Io e Annie è ricco di modelli che mi aderiscono alla perfezione.
La ricerca della felicità di coppia porta sempre a risultati deludenti, forse la vera gioia sta tutta nell’imperfezione, nelle esitazioni, nelle incertezze e nel continuo tentativo di risolvere le contraddizioni, altrimenti si rischia questo:
Io e Annie (Annie Hall, 1977) ha vinto quattro premi oscar, come miglior film, regia, sceneggiatura ed attrice protagonista, Diane Keaton, e nel titolo originale, il cognome del personaggio è il vero cognome dell’attrice, che all’epoca era anche la compagna di Allen.
I protagonisti sono Alvy Singer, un comico sposato per ben due volte e Annie Hall, un’intellettuale vivace e problematica. La storia sentimentale tra i due si dipanerà tra le mille nevrosi tipiche di Allen, ovvero la paura della morte, la religione, la psicanalisi, il sesso, con lo sfondo della sua amata New York.
Una delle scene più famose è quella della fila al cinema, qui Allen inserisce un po’ tutti i suoi temi preferiti, la sua passione per il cinema, per Fellini in particolare, la psicanalisi vissuta come ulteriore nevrosi, i problemi con il sesso, l’intolleranza verso la pomposità della saccenteria non supportata dalla reale conoscenza, fino al geniale avvicinamento alla telecamera, per rivolgersi direttamente al pubblico, per averne l’appoggio e il tirare in causa il massmediologo McLuhan, facendogli fare capolino da dietro un cartellone.
Ma c’è una verità inconfutabile che serpeggia per tutto il film, e che, soprattutto alla fine, viene fuori con chiarezza, ovvero che i rapporti d’amore si basano sull’irrazionalità ed è un’irrazionalità quasi necessaria nella vita, quel pizzico di follia che paradossalmente dà un senso alla nostra quotidianità e al nostro relazionarci e senza la quale ogni rapporto sbiadirebbe nella noia priva di passione e temerarietà.
Postato alle 16:15 di sabato, 06 ottobre 2007 da dalloway66
Lentamente
Lentamente tu scendi la china
mormorando parole senza senso,
io con calma ti seguo finché posso,
come se non avessi più alcun peso.
Lentamente ti apri e ti ritrai
e sicura continui la tua danza
mentre il filo che dipani dolcemente
senza fine mi avvolge e mi accarezza;
amore mio, è così che ti sento respirare
ed io so bene il tuo fiato sottile,
quando fra realtà e fantasia
la linea che tracciamo è così tenue.
Lentamente ti muovi e le tue mani
mi aiutano a capire quel che dici,
fino a quando il tempo non ritorni
a portarci i suoi doni inariditi.
In silenzio mi guardi e ti appartengo,
così piccola ed io tanto lontano,
ti spio mentre gli occhi tuoi son chiari
e piano piano cercano la riva.
Amore mio è così che ti vedo allontanare
ed io so bene il tuo silenzio assente,
quando fra realtà e fantasia
la linea che è segnata è così grande.
(Angelo Branduardi)
Lentamente mi muovo, come un’ombra dietro di te. E insieme a me ti segue tutto quel mondo che ci accompagna ogni giorno. Quel senso continuo di dolore e di cammino senza meta. Mentre tutto ci scorre accanto e noi siamo lì, immobili, nella quiete della volontà di non volere agire. Lentamente ti sfioro dalle distanze siderali che si frappongono tra noi due e per ogni passo che ci avvicina ce ne sono venti che ci separano.
In tutti quegli interminabili momenti in cui ti penso, il mio corpo si contrae in uno spasmo che mi grida perché, perché il destino ci cuce sempre addosso un vestito che non ci piace mentre quello che vorremmo lo indossa sempre un altro che invece non lo vuole?
E se soltanto ieri abbiamo creduto di poterci condurre per mano, adesso che tutto precipita negli abissi del pensiero razionale, il flusso della vita ci trascina lontano, in un tempo e in uno spazio di rette parallele, senza coincidenza. Ed io ho dovuto lasciarti andare via senza poter dire una parola, mentre sotto di me il vuoto si allargava trascinandomi giù, dove non ho appigli e dove mi perdo nelle profondità di una caduta irreversibile e muta. Con la mano ti porgo l’ultimo mio gesto di appartenenza, che ti è sempre arrivato attraverso la linea impercettibile dei sensi, dell’energia che attraversa le barriere, del sentimento che non conosce gli ostacoli del tempo e della gente.
Tu mi volti le spalle, piangendo, con quella tua sofferenza che ti abita da sempre e che io vorrei portarti via, ma non posso e allora mi siedo, insieme a te, sul tappeto delle ore e intanto ti parlo, ma le mie parole rimbombano nel vuoto della stanza, perché è impossibile trattenere chi non vuol restare, chi non può fermarsi a contemplare un gesto o una carezza senza senso.
E anche se la tua voce mi ha stupita con le lusinghe dell’amore, non ci sono corde tanto lunghe da tenerti ed io non posso trascinarti, né bloccarti alla parete, né fissare il tuo presente nel mio. Per questo devi andare, perché l’inverno è troppo freddo per il mio corpo così stanco e non voglio scatenare contro me stessa il fuoco distruttivo che conosco. Nessuno potrà fermare il mio cammino, lento ma tenace, verso le terre della conoscenza, laddove i sentimenti sono mitigati dai dolci venti della certezza e le rive lambite dal mare calmo di una saggezza che ancora non ho appreso. Ed io, che per tutto questo tempo non ho voluto vedere altri che te, me ne andrò via senza bagagli e senza rimpianti.
E adesso che cammino qui da sola, senza di te, non voglio nemmeno ricordarmi di com’eri e affretto il passo per trovare un posto in cui poter annullare anche la mia presenza. Lasciami qui come un fiore senza più petali, sbattuto dal vento, sfrangiato dalla pioggia, reso immortale dal rincorrersi del tempo e delle stagioni, insieme a tutto quell’amore che si è disseccato in un inaridimento desolante, e che mi giace ai piedi, in ricordo di una linfa che pareva nutrimento certo, ma che era solo fluido senza circuito, privata del suo cerchio, dispersa ormai in un terreno improduttivo.
Ma adesso che lo so, adesso che lo hai detto, accompagnando le parole ai fatti, adesso che ti muovi, con le frasi, che un tempo erano mie, in altri mondi che non mi appartengono, adesso anch’io dovrò sottostare alla dura legge che ti governa e di me ti resterà soltanto l’ombra leggera ed una pressante, eterna domanda, senza più risposta.
Postato alle 15:26 di mercoledì, 03 ottobre 2007 da dalloway66