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«Considero una virtù l’intelligenza che permette agli individui di riconoscere e vivere appieno le proprie emozioni. Il resto è tutta finzione. »
(Marcela Serrano, L’albergo delle donne tristi)
 
HPIM0053Realtà e finzione camminano affiancate in un connubio indissolubile. Si confondono l’una nell’altra e spesso è molto difficile capire dove termina l’una e dove l’altra inizia.
A volte la percezione di ciò che ci circonda e di chi ci circonda si nebulizza e quello che credevamo certo diventa incerto. Così anche per i sentimenti. Alte mura di solida passione si sgretolano in un istante lasciando solo polvere e una voragine immensa piena di niente.
Sono io quella? Chi è quella donna che mi guarda dallo specchio e che non riconosco? Mi osserva con quella linea di dolore sulla fronte, muta, non un suono, non una parola, eppure una folla di fonemi sembra sprigionarsi da uno sguardo o da un sospiro.
Ho creduto di camminare, ma ero ferma. E quanto pesa rimanere immoti. D’improvviso ti accorgi che sei sveglia e che dietro di te ci sono lunghi anni che hai annullato, anni in cui stavi bene e potevi fare qualsiasi cosa, mentre adesso il tempo stringe. Tu corri con qualche acciacco in più, ogni giorno uno nuovo e vorresti riprenderti tutto ciò che hai perduto in nome di un sogno, di un ideale, dell’idea di quello che sei, ma che non sarai mai. Perché adesso che finalmente ti sei guardata allo specchio lo sai, lo capisci che sei frutto di una convenzione, sì anche il tuo essere anticonvenzionale fa parte di un gioco di ruoli. Ah, quanto ti piaceva fare l’emarginata intellettuale! E adesso? A chi servono le tue baggianate letterarie? L’unica cosa che conta è vivere i momenti del presente, arraffare tutto quello che capita per non lasciarsi nulla alle spalle e correre e cambiare e non fermarsi mai, né davanti a uno specchio, né davanti a qualcuno che possa rapirti il cuore. Già il cuore, quel cuore che poi ti risputano indietro, perché non dici le cose giuste, perché non fai le cose giuste, perché non ascolti, perché non guardi, perché non sai stare zitta, perché è sempre colpa tua, perché sei tu e basta. È il tuo ruolo, rassegnati.
Vivere appieno le proprie emozioni. Le strade sono disseminate di cadaveri, tutti ex innamorati. Innamorati di qualcuno, innamorati delle cose. L’amore è un atto di egoismo e chi si illude che un sentimento possa essere ricambiato esattamente nello stesso modo è un ingenuo. Ma è proprio impossibile, non è che lo si faccia apposta. Non è il completamento la soluzione, ma la ricerca continua. Siamo viaggiatori in cerca dell’altra nostra metà, che non è un’altra persona, ma noi stessi, il completamento nella perfezione è un cerchio che si chiude e non c’è posto per altri, per nessun altro.
Tu adesso ti stai chiedendo come hai potuto vivere una storia così assurda ed io mi domando quando ho perso la capacità di intendere, in un moto ondoso che mi fa affondare e riaffiorare, ma finché non approderò alla riva, non saprò rispondere. E forse non approderò mai, perché solo nella tempesta mi sento viva, solo il dolore mi punge l’anima e tutti i pensieri che si affollano e si spingono e mi comprimono il cervello mi danno mille opportunità per ‘sentire’. L’alternarsi delle stagioni mi avvolge nella sua spirale ciclica e oggi che vivo questa giornata non d’estate, non d’inverno, mi sento anch’io sospesa a mezz’aria, in volo e non voglio pensarti, perché questa giornata è solo mia.
 
«La saggezza non è comunicabile. La saggezza che un dotto tenta di comunicare ad altri, ha sempre un suono di pazzia. […] Ho trovato un pensiero, Govinda, che tu riterrai di nuovo uno scherzo o una sciocchezza, ma che è il migliore di tutti i miei pensieri. Ed è questo: d’ogni verità anche il contrario è vero! In altri termini: una verità si lascia enunciare e tradurre in parole soltanto quando è unilaterale. E unilaterale è tutto ciò che può essere concepito in pensieri ed espresso in parole, tutto unilaterale, tutto dimidiato, tutto privo di totalità, di sfericità, di unità. […] Ma il mondo in sé, ciò che esiste intorno a noi e in noi, non è unilaterale. Mai un uomo è interamente santo o interamente peccatore. Sembra così perché noi siamo soggetti alla illusione che il tempo sia qualcosa di reale. Il tempo non è reale, Govinda; questo io l’ho appreso ripetutamente, in più d’una occasione. E se il tempo non è reale, allora anche la discontinuità che sembra esservi tra il mondo e l’eternità, tra il male e il bene, è un’illusione.»
(Hermann Hesse, Siddharta)
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Postato alle 16:25 di sabato, 29 settembre 2007 da dalloway66
foliePazzia, demenza, alienazione, la follia è un argomento che ricorre spesso in letteratura. La pazzia d’amore la ricordiamo nell’Orlando Furioso dove un cavaliere assennato e corretto, diviene folle in preda al dolore, causato dall’amore non ricambiato per Angelica o nell’Otello, dove il protagonista, pazzo di gelosia uccide la donna che ama. Poi c’è la finta follia di Amleto o quella visionaria di Don Chisciotte, o ancora l’Elogio della follia di Erasmo o il De rerum natura di Lucrezio e infine la follia come unica possibilità di sopravvivenza, come nell’Enrico IV di Pirandello.
 
In seguito ad una caduta da cavallo, durante una festa in maschera, il protagonista del dramma di Pirandello, perde la ragione per 12 anni e poiché, in quel momento, stava interpretando il ruolo di Enrico IV, per tutto quel tempo si identifica davvero con l’imperatore di Baviera. Si intuisce subito quanto qui sia importante il gioco dei ruoli e la dicotomia realtà-finzione.
Il personaggio storico Enrico IV era stato scomunicato dal papa Gregorio VII, per ottenerne il perdono si reca a Canossa, e resta per tre giorni fuori dalle mura del castello, in attesa della revoca della scomunica, cosa che avviene grazie anche a Matilde di Canossa chiamata ad intercedere.
Il protagonista della pièce pirandelliana, innamorato di donna Matilde, cade da cavallo per colpa del barone Tito, che era suo rivale in amore. Risvegliatosi, dopo 12 anni, si ritrova invecchiato, solo, tradito, senza più l’amore, senza più la propria vita e per questo decide di continuare a vivere nella finzione per altri otto anni. Finché il nipote, aiutato da un medico, non organizza una sorta di rappresentazione che faccia rivivere il passato al protagonista, nella speranza che ciò possa farlo rinsavire. Il giovane si presenta perciò alla villa con Matilde e Tito, che adesso sono amanti, ma anche con la figlia di lei che è identica alla madre da giovane e con il medico. Il finale tragico porterà alla morte di Tito trafitto, con una spada, dal protagonista e all’obbligo, per quest’ultimo, di riprendere il ruolo del pazzo, tornando ad essere Enrico IV.
 
Trattare un argomento così delicato come quello della pazzia, era già una novità perErasmus l’epoca (1922), ma qui si va oltre, perché pazzia e normalità, realtà e finzione, vita sociale e vita privata, si mescolano fino a fondersi e a diventare ognuna l’antitesi dell’altra.
Così Enrico IV, quando confessa irritato ai servitori che non è più folle da un pezzo, li porta a riflettere sulla loro posizione, che non è poi tanto diversa dalla sua e su come ridicolizziamo facilmente chi è diverso dalla massa senza renderci conto che noi siamo altrettanto ridicoli, e che spesso viviamo nella finzione senza avvedercene:
 
«Su, via, pecore, alzatevi! – M’avete obbedito? Potevate mettermi la camicia di forza… - Schiacciare uno col peso di una parola? Ma è niente! Che è? Una mosca! Tutta la vita è schiacciata così dal peso delle parole! Il peso dei morti – Eccomi qua: potete credere sul serio che Enrico IV sia ancora vivo? Eppure, ecco, parlo e comando a voi vivi. Vi voglio così! – Vi sembra una burla anche questa, che seguitano a farla i morti la vita? – Sì, qua è una burla: ma uscite di qua, nel mondo vivo. Spunta il giorno. Il tempo è davanti a voi. Un’alba. Questo giorno che ci sta davanti – voi dite – lo faremo noi! – Sì? Voi? E salutatemi tutte le tradizioni! Salutatemi tutti i costumi! Mettetevi a parlare! Ripeterete tutte le parole che si sono sempre dette! Credete di vivere? Rimasticate la vita dei morti!»
 
Il pazzo va fermato, zittito, rinchiuso, evitato perché spesso riesce a svestire la realtà delle menzogne dalle quali è travestita e mostrarla nuda per quello che è. La comoda ipocrisia serve da compromesso per trarre tutti qualche vantaggio dall’esistenza.
 
«Ma lo vedete? Lo sentite che può diventare anche terrore, codesto sgomento, come per qualche cosa che vi faccia mancare il terreno sotto i piedi e vi tolga l’aria da respirare? Per forza signori miei! Perché trovarsi davanti a un pazzo sapete che significa? Trovarsi davanti a uno che vi scrolla dalle fondamenta tutto quanto avete costruito in voi, attorno a voi, la logica di tutte le vostre costruzioni. »
 
La realtà non è oggettiva, ma soggettiva e dipende dall’occhio della società che ci guarda, da come ci vede e da quale maschera ci attribuisce. Il desiderio di mostrarci per quello che siamo e non per come siamo stati catalogati non è mai realizzabile e quindi non ci resta che accettare un destino di solitudine, prigionia e incomunicabilità. Perché come possiamo comunicare con chi non ci ascolta? O con chi percepisce le nostre parole trasformandole in ciò che lui è? E come liberarci della maschera che portiamo quando ci viene messa addosso dagli altri?
 masques
«Parole! Parole che ciascuno intende e ripete a suo modo. Eh, ma si formano pure così le cosiddette opinioni correnti! E guai a chi un bel giorno si trovi bollato da una di queste parole che tutti ripetono! Per esempio: “pazzo!” »
 
Alla fine il protagonista dovrà rivestire i panni dell’imperatore e chiudersi nella prigione della follia, perché ormai è questo il ruolo dal quale non può più fuggire e questa è la maschera della quale non può più liberarsi.
 
Molta pazzia è divino buon senso -
Per un occhio avvertito –
Molto buon senso – pura pazzia –
È la maggioranza
In questo, come in tutto, a prevalere –
Di’ sì – e sei sano –
Ribellati – subito sei pericoloso –
E ti trattano in catene –
(Emily Dickinson)
 
È la maggioranza a prevalere.
 
 
Ci sono però modi più divertenti per affrontare il tema della follia:
        .     Non credo che l'analisi mi possa aiutare. Mi ci vorrebbe una lobotomia. (Woody Allen)
·        «Ma perché...perché devi sempre incasellare le mie voglie animalesche dentro categorie psicanaliste? » egli disse, togliendole il reggiseno. (Woody Allen)
·        Fui buttato fuori dall'Università il primo anno. Mi scoprirono mentre copiavo allo scritto di metafisica. Sbirciavo nell'anima del mio vicino. (Woody Allen)
·        Non sarai mai solo con la schizofrenia. (Woody Allen)
·        La psicanalisi e' un mito tenuto in vita dall'industria dei divani. (Woody Allen)
·        Per smettere di bere ho provato con la psicanalisi. Ora bevo sdraiato su un divano. (Boris Makaresko)
·        La ragione è la follia del più forte. La ragione del meno forte è follia. (Eugene Ionesco)
·        Ero molto depresso, in quel periodo. Intendevo uccidermi ma, come ho già detto, ero in analisi, e i freudiani sono molto severi al riguardo, ti fanno pagare le sedute che perdi. (Woody Allen)
·        Mai la psicologia potrà dire sulla follia la verità, perché è la follia che detiene la verità della psicologia. (Michel Foucault)
·        Non c’è adulto che, esaminato bene, non sia nevrotico. (Jorge Luis Borges)
·        La pazzia, signore, se ne va a passeggio per il mondo, e non v'è luogo in cui non risplenda. (William Shakespeare)
·        «Oh, sei in analisi". Si' da 15 anni". "15 anni? ". "Si', adesso gli do un altro anno di tempo e poi vado a Lourdes. » (Woody Allen)



Postato alle 17:57 di giovedì, 27 settembre 2007 da dalloway66

 

(ovvero della vanità della vita e dell'amore)

 

Vivere è un po’ come perder tempo, è questa la mia condizione attuale. Cosa ne faccio dei miei giorni? Che ricordi ho? Cosa ho costruito? Che futuro mi si prospetta? Ho uno scopo? Ma soprattutto, vivo?
Credo di sopravvivere e anche male. Mi lascio investire da qualsiasi avvenimento, senza più controllo e dopo, senza più pace. Cerco di inebriarmi il più possibile, ma in verità non c’è nulla che mi interessi veramente e del tempo non so che farmene. Non vivo e sperpero in affanni le energie che potrei indirizzare in un cammino di pace interiore. Ma la pace mi fugge come la peste. Io vivo di disordini, di grovigli, di nodi indissolubili, di fiato corto e di tensioni.
 
Vivo al ritmo dei lampioni, con la loro scadenza quotidiana, ma non offro luce. Ci sono giorni in cui non vorrei dire neanche una parola e soprattutto non vorrei sentirne dagli altri. Mi sembra di vivere dentro a un pozzo, il cui fondo è luogo per me conosciuto, ma dove nessuno vuole scendere.
 
Vivere e sperare di star meglio. La mattina non voglio alzarmi per affrontare un’altra giornata scandita dal nulla, ma se non mi alzo un’onda anomala di pensieri mi travolge, lasciandomi ancora più derelitta per il resto della giornata. Questa mattina ho scaraventato la sveglia contro il muro. La scena mi torna in mente a rallentatore, con le schegge che sostavano per un po’ nell’aria, prima di atterrare. I pezzi sparsi mi somigliano tanto, perché è così che mi sento, sparpagliata.
 
Vivere anche se sei morto dentro. C’è stato un tempo in cui avevo sempre qualcosa da dire e tanto da dare, mi offrivo incondizionatamente, senza chiedere mai niente. Un’orda di barbari mi ha depredata portandosi via tutto, perfino il rispetto per me stessa e per i miei ideali. Adesso non credo più in niente e non mi aspetto niente. E anche se, di tanto in tanto, una debole fiammella si accende, il primo soffio di vento la spegne. Così ho imparato a chiudere le porte che tenevo sempre aperte e a tappare i buchi, per non fare passare neanche uno spiraglio di luce ingannevole. Non ho più niente, perciò non saprei cosa dare. Non voglio regalare il mio sconforto a nessuno, o rischiare di assorbire, come un parassita, la gioia degli altri.
 
Devi lottare sempre. Ma perché? Io dissotterro la bandiera bianca e mi arrendo. A quale scopo dovrei lottare? Per ottenere cosa? Piccole vittorie inutili per avere un briciolo di considerazione. Non mi interessa. Oggi non ho tempo, oggi voglio stare spenta. Alla fine siamo di passaggio ed ogni affanno è vano. Ho lottato tanto prima, ma oggi non sto meglio. Mi trovo davanti comunque un bel numero di sconfitte contro un’esigua quantità di vittorie. E queste hanno dato un senso alla mia vita? Beh, credo proprio di no. Non ho creato nulla, non ho costruito nulla e nulla resterà dopo di me. Il mio passaggio sarà invisibile e totalmente inutile. A questo punto posso rimanere raggomitolata nella poltrona senza neanche sentirmi in colpa.
 
E tu che vuoi? Perché mi segui di giorno, di notte, perché ti insinui tra i miei pensieri e rimani lì in sosta?
Di tutte le cose vane, come la vita stessa, la più inutile è l’amore.
L’amore ti fa dire un mucchio di sciocchezze, spesso a chi non vuole sentirle, ti fa comportare da adolescente un po’ sciocco, sempre con la tragedia tra le mani e le lacrime in pole position, ti rende appiccicoso e invadente, tanto da infastidire la persona che invece vorresti portare sul palmo, come se fosse del cristallo delicato e prezioso. Ti fa sembrare ogni cosa possibile, quando non lo è, così quando ti svegli stai peggio ancora. L’amore smanceroso ti rende ridicolo di fronte alla gente, di fronte a chi ami, di fronte a te stesso. L’amore ti toglie il sonno, perché ogni azione senza di te ti fa morire di gelosia, ogni parola in cui tu non ci sei ti devasta, ogni serata alla quale non puoi partecipare ti mangia di dolore, ogni giorno senza vedere chi ami è un giorno da buttare. Ma poi a cosa serve questo amore tanto osannato, tanto decantato? È l’ennesima illusione, una proiezione di noi stessi su qualcun altro. L’amore non serve, l’amore non esiste. Io non voglio amare, non voglio soffrire, non voglio imprecare, non voglio essere morsa dalla gelosia, io non voglio sentire più niente. Voglio solo camminare, cieca e sorda, per strade solitarie.
 
Ma allora perché? Perché ogni volta che ti guardo, ogni volta che ti sento, ogni volta che ti leggo, ogni volta che ti penso, le viscere mi si annodano e il respiro si ferma?



Postato alle 12:56 di sabato, 22 settembre 2007 da dalloway66
«E pensai che nei recessi della mente esiste uno spazio in cui va a finire l’inservibile, di modo che possiamo liberarci di quello che non ci piace e vivere così soltanto nell’illusione del presente: il vigore del presente ci obbliga a inventare un oblio forzato, l’illusione che quello che abbiamo ricacciato nei recessi più profondi non è mai esistito, magari relegandolo nel mondo dei sogni. Ma le questioni in sospeso in genere sono devastanti: conservano intatto il loro potere proprio per non essere state risolte. È la mancanza di un epilogo a renderle potenti.»
(Marcela Serrano, Quel che c’è nel mio cuore)
 
Abbiamo tutti dentro uno spazzino che ci libera dalle macerie devastanti, concentrandole nel magico ripostiglio della dimenticanza. Altrimenti potremmo sopravvivere?
 
Quando la vita ci coglie di sorpresa, investendoci con la sua forza rovinosa e ponendoci di fronte a situazioni che non hanno bivi o possibilità di scelta, ma solo sofferenza, che altro potremmo fare se non dimenticare?
Ma si dimentica poi veramente?in bilico
 
Io ho dimenticato moltissime cose, eppure non ho scordato nulla. Le esperienze dolorose che mi hanno colpita, puntualmente riaffiorano nelle tristi giornate di vento, quando l’aria si porta via ogni pensiero, ma fa riemergere i ricordi. Sarà il vorticare delle foglie o il mulinare della polvere e della terra, ma è come se da quei granelli si ricomponessero le immagini di tutta una vita trascorsa. E il sibilare del vento tra i rami o tra le intercapedini, riporta le parole che hanno ferito, quelle che hanno tradito, le parole dell’abbandono, le inutili e un po’ ridicole parole dell’amore che passa.
 
Le parole a volte sono impalpabili come polvere e transitano vanamente tra orecchie e cervello, senza fermarsi, senza riposare, senza radicarsi in una forma o in un pensiero. Ecco, a volte mi piacerebbe rimanere in volo, osservare e osservarmi dall’alto, con gli occhi dell’obiettività, senza le scie delle passioni. Eppure, quando tutto sembra perduto, ci si può rifugiare anche nell’irrisolto, nella speranza che le cose possano prendere la piega che vorremmo. Chi vive nel conflitto perenne e chi fa dell’incostanza l’aspetto più regolare del proprio carattere, si muove come un bisonte in corsa, travolgendo chi gli sta accanto e lasciando pezzi sparsi qua e là. «Il passato mi ha segnato e mi ha costretto a diventare così.» Il passato ci rende il servizio di giustificare i nostri comportamenti peggiori, perché c’è sempre un motivo dietro a un’azione sbagliata, mentre il nostro presente si affaccia con forza, facendosi largo tra tutte le ferite non sanate, che di tanto in tanto ritornano, malgrado l’oblio cui le costringiamo.
 
Vivere il presente. Ma il presente è un attimo che porta con sé gli echi del passato e che è in continuo divenire. Il presente non esiste. Soltanto il passato e un futuro ipotetico, hanno un vero significato. Nondimeno basta un attimo, un istante di insensatezza che ci faccia commettere una sciocchezza irreparabile ed ecco che il presente diventa eterno, invadendo la vita precedente e quella futura.
 
Qualcuno ama fuggire di fronte alle difficoltà o alle situazioni che spaventano o alla scoperta di un nuovo se stesso. La fuga è soluzione, a volte indolore a volte no, la fuga è spazio che si apre, la fuga è orizzonte da inseguire, la fuga è strada sassosa che ci si lascia alle spalle, la fuga è dolore scaraventato sugli altri, la fuga è forza. Ma la fuga è un’arma bifronte, è strada senza uscita, è perdita di ciò che si ha, la fuga è dimenticarsi di se stessi, la fuga è sconfitta certa.
 
L’inverno che si appresta ad arrivare porterà con sé tutti gli strascichi di un’estate afosa e soffocante, che portava con sé tutti gli strascichi di un altro inverno pesante e solitario. Spesso mi domando quanto mi pesino le cose che ho lasciato in sospeso, anche se io raramente lascio le questioni irrisolte. Eppure ci sono situazioni che mi spaventano e in certe circostanze ho così tanta paura della risposta, che non pongo nemmeno la domanda. Tuttavia, dentro di me, ogni cosa ha una sua collocazione ben precisa e se temo la risposta è solo perché in fondo già la conosco. Sembra quasi che mi piaccia logorarmi all’inseguimento di un impossibile, quando il possibile è facilmente a portata di mano e come me molti altri. E forse proprio ciò che non si riesce a governare è l’amore irrisolto, tutto quel cumulo di macerie che sosta davanti alla porta di casa e che ogni mattina scaraventiamo nel ripostiglio, per vederlo poi, alla fine della giornata, nuovamente davanti all’ingresso.
Se riuscissimo veramente a dimenticare o ad accettare la transitorietà della vita e dei sentimenti, le porte della libertà si spalancherebbero.
trapezio



Postato alle 15:01 di mercoledì, 19 settembre 2007 da dalloway66
«Tutti avevano il loro rapimento; il loro senso di comunità con la morte; qualcosa che riusciva loro utile. Così visitai ciascuno dei miei amici a turno, cercando con dita brancolanti di forzare i loro scrigni chiusi. Andai dall’uno all’altro porgendo il mio dolore – no, non il mio dolore, ma la natura incomprensibile di questa nostra vita – alla loro attenzione. C’è chi si rivolge ai preti, chi alla poesia; io ai miei amici, al mio cuore, a cercare tra le frasi e i frammenti qualcosa di intatto – io per cui il contatto di una persona con l’altra è tutto, eppure non posso afferrare neppure questo, io che sono così imperfetto, debole, indicibilmente solo – sedevo là.»solitude
(Virginia Woolf, Le Onde)
 
Alcune persone hanno una percezione della vita talmente rarefatta che sembrano muoversi sempre su livelli differenti. Nelle movenze, nella postura, nelle loro semplici parole si coglie l’impalpabile consistenza del loro io, che le attraversa senza scalfirle, senza prostrarle all’invasione dei sentimenti più forti. Per questo riescono a spargere il loro sorriso delicato, come una brezza primaverile, su tutta la nostra rabbia, sul nostro dolore, sulla nostra cattiva sorte. E a pensarci che invidia per tutti quelli che anziché essere vittime delle passioni, ne diventano i demiurghi. Chi sa gestire il proprio tempo, i propri sentimenti, le inquietudini dell’amore, l’ottundimento del dolore, vive uno stato di semidio.
 
Ma la nostra condizione più comune è molto lontana da tutto questo, la maggior parte di noi cerca di bussare a delle porte chiuse, pur sapendo che non si apriranno o vive lunghi interminabili giorni nell’attesa di sentire delle parole che mai verranno proferite o si accanisce nel tentativo di afferrare chi invece vuole fuggire e invano si affanna sprecando energie e tempo. Spesso ci si rifugia nella religione per dare un senso alla vita o ci si inabissa nel lavoro per non pensare a niente o ci si appoggia agli amici indaffarati che non vogliono essere distolti dalla tanto agognata indifferenza.
 
Con il trascorrere degli anni ho notato che a volte, malgrado gli sforzi, i tentativi, la volontà, la tenacia che ho potuto mettere in gioco, alla fine, certe cose vanno come devono andare, immerse in un fatalismo arcaico che quasi le giustifica. Così per un po’ ho creduto a un disegno esterno alla mia volontà che gestiva anche me. Adesso credo che non si tratti di accettazione passiva, è solo l’appartenenza a quel gruppo di persone incapaci di vivere il distacco. Le emozioni forti mi si abbarbicano e mi avvolgono come una pianta infestante. Per quanto io possa divincolarmi c’è sempre pronto, dietro l’angolo un nuovo dolore o un’ansia improvvisa a sostituire qualcosa di risolto. Eppure, la strada che percorro conduce sempre ad un’unica meta, alla fine il turbine passionale mi scaraventa sempre tra le braccia della solitudine.
 
Non so se esista una linea di confine, dove possono coesistere entrambe le dimensioni, una zona sterminata in cui i sentimenti delicati possono convivere con le passioni sfrenate, mescolandosi in un percorso di saggezza.
 
Io che sono così «imperfetta, debole, indicibilmente sola», rimarrò là, seduta all’incrocio dei venti, muta, ad osservare tutti i miei sogni scontrarsi sempre contro lo stesso muro di parole, sempre contro lo stesso silenzio.
 silence-k_m



Postato alle 19:28 di martedì, 11 settembre 2007 da dalloway66
Nel periodo tra le due guerre mondiali due donne hanno avuto un ruolo estremamente importante per la vita letteraria dell’epoca: Adrienne Monnier e Sylvia Beach.
Il loro contributo in ambito culturale, nel fermento degli anni ’20 e anche dopo, ha un valore inestimabile, ma come spesso accade la notorietà non le ha ricambiate e molti, nel sentirne semplicemente i nomi, non sanno collegare né un volto, né una storia a nessuna delle due.
 
monnierAdrienne Monnier (1892-1955) avviò nel 1915, in rue de l’Odéon a Parigi, La Maison des Amis des Livres una libreria-biblioteca-casa editrice che diventò luogo d’incontro di tutta l’avanguardia letteraria. L’idea era quella di dare voce agli scrittori contemporanei, che potevano utilizzare la libreria per leggere le loro opere. Ma si trattava anche di una sorta di biblioteca, ci si poteva infatti iscrivere e prendere i libri in prestito. Inoltre venivano organizzate serate musicali (fu lì che Satie propose per la prima volta parte del suo Socrate), dibattiti culturali, esposizioni, presentazioni, conferenze.
Sylvia Beach (1887-1962), americana espatriata a Parigi, aprì Shakespeare & Co, in un primo momento in rue Dupuytren (1919), per poi trasferirsi anche leibeach1 in rue de l’Odéon (1921), quasi di fronte alla Monnier. Anche in questo caso si trattava di una libreria-biblioteca però con opere in lingua inglese.
Se tra gli abbonati della Maison si potevano notare Valéry, Aragon, Claudel, Duhamel, Apollinaire, Romain e tanti altri, da Shakespeare & Co ci si poteva imbattere in Hemingway, Joyce, Pound o Fitzgerald. Spesso Sylvia Beach organizzava degli incontri tra scrittori americani e scrittori francesi. E fu proprio la Beach, che, nel 1922, per prima, volle pubblicare l’Ulisse di Joyce (negli Stati Uniti la pubblicazione era stata infatti vietata per oscenità), mentre nel 1929 apparirà la versione tradotta in francese, pubblicata da Adrienne Monnier.joyce e beach
La Maison, fra alti e bassi, dovuti anche ad esperienze fallimentari legate alla pubblicazione di due riviste, resterà aperta fino al 1951, nel 1955 Adrienne Monnier morirà suicida.
Beach sarà costretta a chiudere durante l’Occupazione per essersi rifiutata di servire un ufficiale tedesco, verrà perfino deportata per sei mesi nel 1942 e dopo l’entrata in guerra degli Stati Uniti non riaprirà più Shakespeare & Co.
 
beach-monnierTra Beach e Monnier c’era un’intesa profonda che si trasformò in una relazione d’amore durata molti anni. Si può ben immaginare quanto possa essere stato difficile, a quell’epoca, per due donne, per giunta omosessuali, portare avanti un’attività solitamente esclusivo appannaggio maschile. E se i salotti d’antan richiamano l’idea di una donna che dirige un boudoir frequentato da uomini, che sono i reali protagonisti delle conversazioni, i cenacoli di Beach e Monnier furono invece un vero epicentro per lo scambio culturale, per il mescolarsi dei saperi e delle idee, per la capacità di cogliere e di raccogliere talenti e intelletti e di offrirne i frutti a tutta l’umanità.
beach



Postato alle 10:51 di martedì, 04 settembre 2007 da dalloway66

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