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Vorrei recitare la mia parte
e andare via
ma non posso
le battute inciampano
contro la lingua
e non si compongono
in suoni comprensibili
 
io senza più voce
gesticolo invano
e tu che mi vieni incontro
in sogno
col tuo sorriso calmo
nella realtà mi devasti
l’anima
 e i pensieri
 
ed io che piango
con la testa tra le mani
non faccio che ripetere
 
vorrei soltanto
un altro po’ di tempo



Postato alle 08:50 di mercoledì, 29 agosto 2007 da dalloway66
Lucio_PiccoloNon sempre in campo artistico capita di ottenere i giusti riconoscimenti. A volte basta una folata di vento per disperdere le, pur meravigliosamente allacciate, parole, altre volte, lo stesso soffio ricompone le frasi ponendole sotto gli occhi giusti al momento giusto. Lucio Piccolo (1901-1969), cugino di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, pur essendo un grandissimo poeta, rimane misconosciuto. Fu scoperto da Montale quasi per caso, quando a quest’ultimo egli inviò il suo libretto 9 liriche senza pagare la giusta affrancatura e Montale, spinto da curiosità, pagò la tassa e lesse le poesie. Nel 1954, accompagnato da Tomasi di Lampedusa, si recò a Milano per incontrare il grande poeta e per partecipare al meeting di San Pellegrino Terme. Piccolo fu la rivelazione del raduno e nel 1956 Mondadori pubblicò Canti barocchi e altre liriche, con prefazione di Eugenio Montale. Rientrato nella sua villa di Capo d’Orlando la trasformò in luogo d’incontro per poeti, scrittori, artisti e letterati in genere. Del 1960 è Gioco a nascondere. Nel 1967 Scheiwiller ha pubblicato Plumelia, nel 1984 La seta e nel 1993 una raccolta di inediti intitolata Il raggio verde e altre poesie inedite.
Lucio Piccolo fu anche un uomo molto colto che si interessava di filosofia, di metapsichica, di matematica, fu anche musicista e studioso dei testi classici greci e latini, parlava spagnolo, francese ed inglese correntemente e tradusse le poesie di Yeats, Cummings, Moore ed altri.
«Tra il 1954 e il 1960, gli anni in cui appaiono le prime sillogi di versi di Luciosag_piccolo Piccolo, si esauriva il neorealismo, ma non veniva a mancare certo la necessità di collegarsi con la realtà e di comprendere il complesso rapporto che s’istituisce sempre tra questa e l’invenzione poetica. Solo che comprendere i modi via via nuovi e diversi in cui ciò avviene, risultava allora, nello specchio del discorso poetico di Piccolo, assai difficile per la critica militante del momento. Una critica che per una parte era infastidita dal lessico raro e da forme apparentemente antiquate, e per l’altra parte non capiva una figurazione poetica che poteva apparentarsi da ultimo all’esperienza dei pittori astratto-concreti contro cui si accaniva la parte più facile e piatta del quasi superato fronte neorealista di quegli anni. (…) Nonostante l’avallo di Montale, non aiutarono un riconoscimento generale di Piccolo la particolare privacy del suo vivere, ugualmente lontano dall’industria culturale e dai gruppi e dalle consorterie, e la difficoltà intima della sua opera». (Natale Tedesco, Lucio Piccolo, 1986, Pungitopo)
La natura e la sua dimensione, la natura umanizzata e mitologizzata, sono componenti fondamentali delle poesie di Piccolo, ma anche il tempo è un motivo ricorrente, il tempo passato, il tempo ciclico, il tempo sospeso.
 
A volte il tempo è avvertito come ingabbiato nella sua ciclicità, il fatto che si ripeta sempre nello stesso modo, paradossalmente, lo rende immobile:
(…)
scivolan l’ore sospese,
pesci in globo cristallino,
la luna porta il mese
e il mese porta il gelsomino.
(La luna porta il mese, da Canti barocchi)
 
(…)
Ma forse lo splendore
d’ogni giorno è la gemma
che manca a la corona
quando il tempo, bianca
lacrima, svanirà, e se ancora
l’anno muoverà la zona
multicolore delle stagioni
sempre saranno la muta
bellezza e il dolore che implora.
(Ma nella notte che varca, da Canti barocchi)
 
(…)
e girano, tornano i viali
su fondi di tempi sospesi
fra sogno e memoria; (…)
(Gioco a nascondere)
 
L’incessante trascorrere del tempo cambia il mondo e trasforma le vite, ma le lancette percorrono un tragitto continuo, che non muta la destinazione finale:
(…)
e i giorni mutano volto
e muta volto la vita
i quadranti dicono i segni
degli impossibili ricorsi
nell’eterna dipartita (…)
(Le carte in cammino, da Canti barocchi)
 
L’immobile immagine di un paesaggio, che pur mutando rimane sempre uguale, mostra come unico segno di cambiamento, del tempo che scorre, il movimento delle nuvole o delle foglie mosse dal vento, e così anche la vita è sempre la stessa e si ripete in un triste gioco senza senso:
(…)
…ed un folto
di mirti è a piè d’un colle
dove solo segno del tempo
è il trascorrere di nuvole su la cima
del declivio, frullo
di foglia che abbandona ramo
è il minuto, ed un altro
ne viene, e sono già lontani
parole d’una storia
senza inizio né fine;
(Masseria, da Gioco a nascondere)
 
 
Ma ecco che si fa largo in modo più preciso, la vanità del vivere, questo inseguirsi continuo delle ore in un inutile scorrere del tempo che rende la nostra vita un attimo di fugace sgomento avvolto dal terrore di un’eternità senza fine:
(…)
Attendono i vegliardi;
sotto la cupola al segno rotondo
(in gemini) folgora l’ora eco di cosmi,
ed alle siepi del mondo
passa il brivido di fulgore
fende l’immane distesa celeste,
vibra, smuore, tace,
vento senza presa e silenzio.
 
Ma se il fugace è sgomento
L’eterno è terrore.
(La Meridiana, da Canti barocchi)
 
Le ombre che avvolgono le nostre vite, possono celarsi dietro ogni cosa, perché il dolore esistenziale è «in fondo ad ogni svolta» ed accomuna tutti noi.
 
Ombre
 
Le sognanti, lontane ombre che sonoLucio1
dietro le tue parole questa notte,
fantastiche o dolenti le portava
la corrente dei giorni, il vento che apre
i colori, ed ognuna il suo segreto
di dolore o di gioia che il destino
segnò e il buio chiude;
e ancora altre ne chiami
che dileguando diedero un’impronta
di lume: la promessa d’un ritorno;
mani che schiusero i riposi
occhi che riflettevano i meriggi
sotto i rami, le foglie della vite
che il raggio fa vivaci, oh le stormenti
stagioni attorno ai volti, l’ore
che scendevano a noi come in dolcezza
umana fatte miti da uno sguardo:
viva siepe, riparo che fa
sicure in cerchio notti, albe, tramonti,
e come pianamente
rispondevano ad ogni sole
che mai le avrebbe, mai sfiorate il rombo
del mistero; ma in fondo ad ogni svolta
è il dolore, la cenere che tocchi
si riga: brace e sangue.
E sul quadrante gira un segno:
indietro lascia la vacua spirale
dove l’anima è presa, e fuori attorno
ferma è la notte come una memoria
di sempre; su lo spiano
pietroso che sovrasta al mare basse
macchie di luna e cespi,
tarde stuoie di nuvole, ed un’ansia
s’alza, d’ignoto, ricade: respiro
dell’aria scorre tra le gole, tocca
la paglia sotto il ponte, a le pareti
della cava risale e sovra i margini
si cela tra le fronde degli ulivi.
(da Gioco a nascondere)



Postato alle 16:48 di mercoledì, 22 agosto 2007 da dalloway66

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