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alberti01Rafael Alberti (1902-1999) è stato amico di Federico Garcia Lorca, di Pablo Picasso, di Luis Bunuel, di Salvador Dalì ed ha fatto parte del Partito Comunista Spagnolo fin dal 1933, senza mai cambiare orientamento, malgrado l’esilio cui fu costretto, dalla fine della Guerra Civile Spagnola, fino alla morte di Franco (1939-1977). La sua prima raccolta, che si intitola Marinaio a terra, trae ispirazione dalle poesie di Gil Vicente e dai canzonieri musicali dei secoli XV e XVI e vincerà, nel 1925, il Premio Nazionale di Poesia. Il secondo libro è L’Amante seguito da L’alba della violacciocca e da Calce e canto.
Nel 1928 si apre un periodo di crisi profonda, per il poeta, causato anche da delusioni sentimentali, che lo porterà alla composizione di Sobre los ángeles, una raccolta che riscuoterà un enorme successo.
Alberti è stato pittore ed ha anche scritto pièce teatrali, El hombre deshabitado (1930), El adefesio (1944), Noche de guerra en el Museo del Prado (1954) e delle memorie, La arboleda perdida (1959 / 1987).alberti
Con la scrittrice Maria Teresa León, sua moglie, fonderà, nel 1934, la rivista rivoluzionaria Octobre, alla quale collaborerà anche il poeta Antonio Machado. Durante la Guerra Civile si schiera con i repubblicani ed è tra gli organizzatori del Congresso Internazionale degli Scrittori. Impossibile, in questa sede, esaminare in dettaglio la vastissima opera di Rafael Alberti che si intreccia inevitabilmente con la storia del suo tempo, ricca di avvenimenti e con la sua vita avventurosa.
 
Malgrado il suo costante impegno sociale e politico ed i suoi quasi 40 anni di esilio, i componimenti qui proposti, sono alcune poesie d’amore di questo grande artista Andaluso, ultimo esponente della generazione del ’27, una delle correnti più importanti della letteratura spagnola. E proprio l’amore rende la poesia universale.
 
L’amore con il suo tributo di silenzio e dolore. L’abisso che si colloca tra il detto e il non detto e il fiume di parole che scorre in mezzo.
 
Silenzio.
Non hai detto niente.
Mio amore, non hai detto niente.
 
Che farò al tornare a casa,
con la mano insanguinata?
Mi perseguita il tuo silenzio.
La tua voce senza voce mi uccide.
 
Silenzio.
Mi sotterrano nel tuo silenzio.
È di silenzio la mia cassa.
(da L’amante)
 
Inevitabilmente sopraggiunge il distacco, immaginato o reale che sia. Per chi ama diventa inconcepibile anche solo l’idea di separarsi dall’altro. La perfezione della completezza che si annulla e gli interrogativi che ne seguono vengono fuori dolorosi e pesanti. Come si può pensare a una vita senza di te?
 
Di te,
che sarà, amore, di te?
 
Quando resterai senza di me,
quale luce porterà te,
quale ombra me?
 
Dolore di tempie, di occhi,
dolore di cuore e
di ossa, di sangue e anima…
 
Di te,
che sarà, amore, di te?
(da L’amante)
 
Ancora più tremenda è l’attesa disillusa, quando si è ad un passo dal coronamento della felicità e all’improvviso non abbiamo più niente, solo un grande vuoto e un senso di spossatezza, la presenza dell’altro diventa ombra e l’amore un sogno.
 
Amato, amato,
mio amore amato:
io senza di te e tu senza di me.
Quando già tutte le torri
mi annunciavano il tuo arrivo,
amore amato,
io senza di te e tu senza di me.
Quando nel mio petto già eri
un ramo d’amore fiorito,
amore amato,
io senza di te e tu senza di me.
Che sperare per i miei occhi,
per le mie labbra vuote,
amore amato,
io senza di te e tu senza di me?
Letto del mio cuore,
alcova del mio delirio,
amore amato,
senza di te, senza di me, né con me.
La mia ombra sarà una torre,
la tua sarà un ulivo,
amore amato,
io con te e tu con me.
(da L’amante)
 
Innamorarsi fa prendere coscienza di ciò che si era diventati e della cecità che il furore della ragione ci aveva offerto. Dal buio ritorna la luce, il mondo assume nuove sfumature, suoni inascoltati vibrano tra le orecchie e il cuore. Ogni cosa muta abbandonando la fissità della ragionevolezza.alberti1a
 
Ritorni dell’amore da poco apparso
 
Quando apparisti tu,
penavo nelle viscere profonde
di una caverna senz’aria e senza uscita.
Brancicavo nel buio, agonizzando,
e udivo un rantolo aleggiare
come il pulsare di un impercettibile uccello.
Sopra di me spargesti i tuoi capelli
e ascesi al sole e vidi che erano l’aurora
che copriva un alto mare in primavera.
Fu come se giungessi al più ridente
porto del mezzogiorno. Annegavano
in te i paesaggi più splendenti:
chiari, aguzzi monti coronati
di neve rosa, fonti nascoste
nell’arricciarsi ombroso dei boschi.
 
Appresi a riposare sulla tua spalla
e a scendere per fiumi e per pendii,
ad intrecciarmi sui rami distesi
e a far del sonno la mia dolce morte.
Archi mi apristi e i miei anni fioriti
appena usciti alla luce, giacevano
sotto l’amore della tua stretta ombra,
aprendo il cuore al vento libero
e accordandolo col verde suono del tuo.
Già potevo dormire, già svegliarmi sapendo
che non penavo in una caverna oscura,
brancicando, senz’aria e senza uscita.
 
Perché in fine eri apparsa.
(da Ritorni d’amore)
 
Ma la vita reale è sempre in agguato, i sogni si infrangono su pareti di cemento. Il momento della presa di coscienza è il più duro da affrontare, il più doloroso. Quando ci si accorge che le nostre meravigliose costruzioni poggiavano su fondamenta di sabbia. Il sogno si staglia chiaramente come visione e tutto assume all’improvviso i contorni della temporalità reale. Ciò che desideriamo esiste solo come fantasia e possiamo pascerci tra le morbide brume dei sogni e saziarcene. La realtà ci riporta tra i sentieri polverosi e pesanti dell’esistenza, della vita di ogni giorno, dove non c’è posto per l’amore, perché l’amore esiste solo nei sogni.
 
Vieni tu, l’inesistente,
quella che mai ho incontrato in queste spiagge,
quella che forse ho perduto, senza averla mai vista,
tra cortili, giardini e terrazze.
 
Dove sei? Dove sei? Mi ascolti?
In questa notte senza sonno, su questi monti
dove soavemente dirupa l’autunno,
te lo domando. Fuggi?
Forse starai piangendo sotto un cielo,
persecutore terribile,
pieno degli splendori della morte.
Vivi? Vivi ancora,
dopo aver forse sofferto nella tua carne
di vedere altre come te ridotte a fumo
nelle disperate
oscure notti che per tanto tempo
sotterrarono l luce del mondo? Dimmi.
 
Sei quella dell’esilio, la perduta
tra le montagne immense
o sola a cavallo tra i cavalli
nella pampa infinita, o nei dirupi
vicino all’alveo dei fiumi? Parlami.
Dimmelo, amore, rispondi alla mia domanda.
Sta per albeggiare.
Forse la tua voce verrà con il giorno.
Stanno chiamando le campane. Senti?
Di nuovo risuonano passi per le strade…
No, non sei tu… Tu non verrai mai,
anche se vivrai sempre,
perché mai, amore mio, sei esistita.
(da Invito all’amore che non venne mai)



Postato alle 16:28 di lunedì, 16 luglio 2007 da dalloway66
Lunedì o martedì
 
            woolf_vPigro e indifferente, scrollando via lo spazio dalle ali con disinvoltura, sicuro della sua direzione, l’airone passa sopra la chiesa, sotto il cielo. Bianco e lontano, assorto in se stesso, senza posa copre e scopre il cielo, si muove e resta. Un lago? Cancella le sue rive! Una montagna? Oh, perfetta – il sole è oro sulle sue pendici. Ora sparisce, ed ecco le felci, o piume bianche, per sempre, per sempre.
            Desiderare il vero, attenderlo, laboriosamente distillare poche parole, sempre desiderare – (si leva un grido a sinistra, un altro a destra. Ruote che tracciano strade divergenti. Omnibus che si ammassano in conflitto) – sempre desiderare – (l’orologio assicura con dodici colpi netti che è mezzogiorno; la luce sparge scaglie d’oro; i bambini sciamano) – sempre desiderare il vero. Rossa è la cupola; monete pendono dagli alberi; su dai comignoli si arrampica il fumo; abbaiare, vociare, un grido “ferro da vendere” – e la verità?
            Convergenti verso un punto piedi di uomini e piedi di donne, incrostati di nero o d’oro – (tempo nebbioso – Zucchero? No, grazie – la repubblica del futuro) – il caminetto lancia dardi di luce e arrossa la stanza, ma non le figure scure con i loro occhi lucenti, mentre fuori un carro scarica, Miss Thingummy beve un tè al suo tavolo e la vetrina protegge i mantelli di pelliccia.
            Ondeggiante, leggera come una foglia, ammucchiata negli angoli, soffiata tra le ruote, schizzata d’argento, a casa o non a casa, raccolta, sparsa, frantumata in singole scaglie, spazzata su, giù, strappata, affondata, radunata – e la verità?
            Ora accanto al fuoco ricordare sulla bianca tavola di marmo. Da abissi di avorio le parole sorgendo spargono la loro nerezza, sbocciano e penetrano. Caduto il libro; nella fiamma, nel fumo, nelle scintille improvvise – o viaggiando, la tavola di marmo sollevata in volo, e al di sotto minareti e mari dell’India, mentre lo spazio corre azzurro e le stelle splendono – la verità? O qui, nella prossimità appagante?
            Pigro e indifferente l’airone ritorna; il cielo vela le sue stelle; poi le scopre.
 
Questo breve racconto di Virginia Woolf fu inserito nella raccolta Monday or Tuesday, curata dall’autrice e pubblicata, nel 1921 dalla Hogarth Press, la casa editrice dei Woolf. In seguito venne inserito nella raccolta A Haunted House and Other Short Stories pubblicata postuma (1944) e curata da Leonard Woolf, che seguì le indicazioni suggerite da Virginia.woolf
La scoperta dell’inconscio da parte di Freud, con il suo attingere nel campo dei sogni, dei ricordi, dell’irrazionalità, influenzerà enormemente la letteratura del Novecento.
La tecnica del flusso di coscienza comporta la descrizione di una realtà interiore attraverso il continuo fluire di pensieri, ricordi, sensazioni, senza che si debba seguire necessariamente un filo logico. Ovviamente anche la struttura sintattica prevede notevoli variazioni rispetto alla narrazione classica. L’uso del monologo interiore esterna tale flusso di coscienza e il personaggio interseca le molteplici sensazioni che si accavallano dentro di sé, con una realtà esterna che le avvia.
Il breve racconto non si avvale di alcuna tecnica narrativa classica, ma fa uso esclusivo proprio del flusso di coscienza. Del personaggio non si sa nulla, non c’è una descrizione fisica, non si sa se sia uomo o donna. Possiamo immaginare che si trovi in prossimità di una finestra, intento a leggere. Sollevando lo sguardo vede volare un airone. L’immagine dell’airone dà il via al flusso di coscienza. I pensieri si susseguono misti alle immagini recepite dalla vista. Il tempo reale (l’orologio assicura con dodici colpi netti che è mezzogiorno) si contrappone all’atemporalità dei pensieri. Dalla strada arrivano voci, suoni, rumori (abbaiare, vociare, un grido “ferro da vendere”); dalla finestra si vede Miss Thingummy intenta a bere il tè, mentre lo sguardo si perde dietro a una foglia sollevata dal movimento d’aria provocato dalle ruote. L’interrogazione interiore parte dal “desiderio del vero” per continuare con una domanda che si ripete: e la verità? Poi i ricordi scavano ancora più in profondità, il tempo si annulla, come la realtà esterna. E il passaggio dell’airone chiude il rincorrersi di pensieri che aveva aperto.
E la verità?



Postato alle 20:32 di venerdì, 06 luglio 2007 da dalloway66

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