Patrizia Cavalli è nata a Todi nel 1947 e vive a Roma. Anche lei, come Dario Bellezza, fa parte della generazione dei poeti del ’68, oltre all’attività poetica si dedica a traduzioni per il teatro, in particolare ha tradotto Shakespeare e Molière. Le sue poesie, a volte brevissime, sembrano scritte per caso, nei foglietti che si disseminano per casa e invece nascondono un lavoro di rifinitura, giochi linguistici e rime che sembrano capitate per combinazione, che le trasformano in piccoli capolavori.
Essere testimoni di se stessi
sempre in propria compagnia
mai lasciati soli in leggerezza
doversi ascoltare sempre
in ogni avvenimento fisico chimico
mentale, è questa la grande prova
l’espiazione, è questo il male
(da Il Cielo)
La raccolta Le mie poesie non cambieranno il mondo (1974), è dedicata ad Elsa Morante e fu proprio questa grande scrittrice a scoprirla e a definirla poeta. La seconda raccolta è Il Cielo (1981). Le mie poesie non cambieranno il mondo e Il Cielo sono state riunite, nel 1992, in un unico libro dal titolo Poesie (1974-1992) edizioni Einaudi, arricchito dalla raccolta L’io singolare proprio mio. 
Qualcuno mi ha detto
che certo le mie poesie
non cambieranno il mondo.
Io rispondo che certo sì
le mie poesie
non cambieranno il mondo
La poesia moderna ha il vantaggio di non dovere obbedire necessariamente alle regole imposte dalla tradizione ed ha la possibilità perciò di godere della percezione di ogni singolo lettore, che può assorbirle senza pensare alla metrica e lasciarle marinare fino al momento in cui diventano parte di sé. Le poesie di Patrizia Cavalli sono musica trasformata in parole.
La descrizione del quotidiano trasferita nei rapporti di coppia, rende anche il gesto più comune, un atto d’amore e una parola detta, anche per non dire niente è quel gesto di attenzione quotidiana che, compiuto dalla persona che amiamo, dà significato anche alle giornate più banali:
Anche quando sembra che la giornata
sia passata come un’ala di rondine,
come una manciata di polvere
gettata e che non è possibile
raccogliere e la descrizione
il racconto non trovano necessità
né ascolto, c’è sempre una parola
una paroletta da dire
magari per dire
che non c’è niente da dire
(da Le mie poesie non cambieranno il mondo)
Il segno, onnipresente, che sia una parola o una nota, può descrivere una storia d’amore, che dalla passione iniziale, connotata da un’esplosione di tracce lasciate dappertutto, si esaurisce con il diminuire dei suoni, delle parole, che diventano perciò “segni distratti”, non più indicativi di una epifania di sentimenti da donare: 
Le note che disegnasti sul mio quaderno
e la chiave di violino e la doppia chiave
e la tripla chiave. Sempre per te
un nuovo quaderno. Di quanti fogli
hai bisogno? Hai intarsiato la mia scrivania
scolpito il mio scaffale; ma ora non più
arcieri in costume da guerra, soltanto
segni distratti. E dovrai raccogliere
con pazienza piccoli minuti perché tu possa
comporre un’ora.
(da Le mie poesie non cambieranno il mondo)
Quando si conclude un rapporto, la prima sensazione è quella gradevole della libertà, del proprio tempo ritrovato, della possibilità di fare tutto quello che si vuole. Immediatamente dopo però, si avverte una mancanza, specialmente nei momenti più intimi quando il vuoto segnala l’assenza fisica, ma anche quella dei discorsi, dei progetti da realizzare e di tutte le sfumature di una storia, tanto da far desiderare nuovamente “la prigione”, la condivisione del proprio tempo e dei propri spazi con qualcun altro:
Adesso che il tempo sembra tutto mio
e nessuno mi chiama per il pranzo e per la cena,
adesso che posso rimanere a guardare
come si scioglie una nuvola e come si scolora,
come cammina un gatto per il tetto
nel lusso immenso di una esplorazione, adesso
che ogni giorno mi aspetta
la sconfinata lunghezza di una notte
dove non c’è richiamo e non c’è più ragione
di spogliarsi in fretta per riposare dentro
l’accecante dolcezza di un corpo che mi aspetta,
adesso che il mattino non ha mai principio
e silenzioso mi lascia ai miei progetti
a tutte le cadenze della voce, adesso
vorrei improvvisamente la prigione
(da Il Cielo)
Con molta più forza, qui prende il sopravvento l’aspetto più passionale della storia d’amore, cuore, carne, viscere, gli atti eccessivi che si potrebbero compiere e tutta la virulenza del bisogno di qualcuno che non ci vuole più, si apre la strada fino ad una richiesta. La più semplice, la più dolce, la più amara alla quale dobbiamo rinunciare, storditi dall’inadeguatezza che ci coglie davanti ad un rifiuto.
Per simulare il bruciore del cuore, l’umiliazione
dei visceri, per fuggire maledetta
e maledicendo, per serbare castità
e per piangerla, per escludere la mia bocca
dal sapore pericoloso di altre bocche
e spingerla insaziata a saziarsi dei veleni del cibo
nell’apoteosi delle cene quando il ventre
già gonfio continua a gonfiarsi;
per toccare solitudini irraggiungibili e lì
ai piedi di un letto di una sedia
o di una scala recitare l’addio
per poterti escludere dalla mia fantasia
e ricoprirti da una nuvolaglia qualunque
perché la tua luce non stingesse il mio sentiero,
non scompigliasse il mio cerchio oltre il quale
ti rimando, tu stella involontaria,
passaggio inaspettato che mi ricordi la morte.
Per tutto questo io ti ho chiesto un bacio
E tu, complice gentile e innocente, non me lo hai dato.
(da Il Cielo)
L’amore può fare paura, esporsi, uscire fuori dalle mura della nostra fortezza, mettersi in gioco, sono tutti aspetti che spaventano. Molti preferiscono fuggire dopo avere infranto i vetri delle dimore altrui:
Quel ciondolare che ricerca i baci
che prolunga le visite e mai le chiude
e poi si estenua nell’inventare scuse,
la mia specialità la mia specialità.
(da L’io singolare proprio mio)
Guardate come lei si lascia catturare
dal bastone che si muove, dalla minuscola mossa
d’ala di ogni mosca, dal rumore
di ogni porta che si apre.
E quando si mette sulle mie ginocchia
sembrerebbe per sempre, le unghie
quasi conficcate nella carne. Ma se passa
un uccello alla finestra, addio baci
addio carezze, lei vola via.
E poi, forse, ritorna.
(da Il Cielo)
E la percezione di sé, di ciò che si è, come legata a eventi estranei alla nostra volontà o al nostro vissuto personale, sembra addirittura provocata da un fenomeno naturale come metafora del temporale emotivo che ci è necessario per divenire:
Io scientificamente mi domando
come è stato creato il mio cervello,
cosa ci faccio io con questo sbaglio.
Fingo di avere anima e pensieri
per circolare meglio in mezzo agli altri,
qualche volta mi sembra anche di amare
facce e parole di persone, rare;
esser toccata vorrei poter toccare,
ma scopro sempre che ogni mia emozione
dipende da un vicino temporale.
(da L’Io singolare proprio mio)
Nel 1999 esce Sempre aperto teatro, con il quale vince il premio Viareggio per la poesia. Del 2005 è il poemetto La guardiana, mentre l’ultima raccolta è Pigre divinità e pigra sorte (2006), con la quale ha vinto il premio internazionale Pier Paolo Pasolini.
In Sempre aperto teatro, già dal titolo si intuisce in quale spazio ci si muove, in quale luogo si svolgeranno le rappresentazioni. Le due parti quindi reciteranno un ruolo, quello delle persone innamorate, o quello del disamore, lasciando trasparire il vuoto che si cela dietro un amore, divenuto ormai routine. Tuttavia il teatro è sempre aperto, quindi non c’è una fine per questa rappresentazione, perché per quanto le storie possano essere sgangherate, dolorose, difficili o improbabili, chi vuole (e può) vivere senza amore?
Tu sei davvero il mare
«Ora ho capito, tu sei davvero il mare.
Ho preso la rincorsa e mi sono tuffata,
ti ho centrata, ma senza farmi male,
tu non più bruna ma bionda, occhi cerulei,
e nuotavo sulla tua molto
accogliente superficie.
Tu in piedi poi altamente signorile
pompaduresca con i capelli alti
e costruiti, ossequiente io a tanta signoria,
timida e distante ti guardavo, felice
sapevo che eri mia.»
(da Sempre aperto teatro)
È tutto così semplice,
sì, era così semplice,
è tale l’evidenza
che quasi non ci credo.
A questo serve il corpo:
mi tocchi o non mi tocchi,
mi abbracci o mi allontani.
Il resto è per i pazzi.
(da Pigre divinità e pigra sorte)
Postato alle 14:49 di venerdì, 29 giugno 2007 da dalloway66
Dario Bellezza è un grande poeta che, con le sue parole, ti scava dentro un baratro di dolore e che ti fa annaspare, immerso in tanta meravigliosa sofferenza.
Forse mi prende malinconia a letto
se ripenso alla mia vita tempesta e di
mattina alzandomi s’involano i vani
sogni e davanti alla zuppa di latte
annego i miei casi disperati.
Gli orli senza miele della tazza
screpolata ai quali mi attacco a bere
e nella gola scivola piano il mio
dolore che s’abbandona alle
immagini di ieri, quando tu c’eri.
Che peccato questa solitudine, questo
scrivere versi ascoltando il peccatore
cuore sempre nella stessa stanza
con due grandi finestre, un tavolo
e un lettino di scapolo in miseria.
E se l’orecchio poso al rumore solo
delle scale battute dal rimorso
sento la tua discesa corrosa
dalla speranza.
(da Invettive e Licenze, 1971)
Bellezza fa parte della generazione dei poeti del ’68, del periodo in cui la poesia e in generale tutti i fenomeni letterari godono di una sorta di rinascita, di rinnovamento. La sua attività letteraria è indissolubile dalla sua biografia, dalla sua vita vissuta, dalle sue gioie, dai suoi dolori. Bellezza non ha nascosto la sua omosessualità e perciò ha dovuto scontrarsi con il moralismo ipocrita di una società che emargina e che esclude a priori chi non si adegua ai suoi canoni di santità e intransigenza. Certamente di alcune sue scelte di vita si potrebbe ragionare a lungo. Ma a volte spezzare le catene della ‘normalità’ può causare un prezzo troppo alto da pagare. Le sue scorribande notturne alla ricerca di quei ragazzi di strada, spesso drogati, che entreranno sovente nelle sue poesie, probabilmente lo hanno aiutato a contrarre la malattia che lo porterà alla morte.
Si nota in lui come una ricerca spasmodica d’amore e allo stesso tempo della sua negazione.
Non si vedrà per tutto l’inverno
il mio ragazzo venire dal lattaio
con la busta del latte da mezzo litro:
tutti penseranno che il radicato
nel mio cuore aspetta malato
che io arrivi con la busta in mano.
Non si vedrà per tutta la primavera
il suo ritorno; le lacrime invano
scivoleranno dalle mie guance:
tutti penseranno che mi ha lasciato
solo nella mia grande casa.
Non si vedrà per tutta l’estate
la sua abbronzatura cittadina,
ma al mare uguale ai più tranquilli
e solitari ragazzi lo immagineranno
silenziosamente disteso sulla sabbia.
Non si vedrà in autunno alcuno
bussare alla mia porta marroncina:
tutti mi guarderanno con tristezza
perché questa è la stagione dei morti.
(da Invettive e Licenze, 1971)
In particolare due figure del panorama letterario italiano furono estremamente importanti per Dario Bellezza: Pasolini e la Morante. Con quest’ultima i rapporti si incrinarono dopo la pubblicazione del romanzo Angelo, dove lo scrittore racconta la storia di un ragazzo drogato e omosessuale, dalla vita difficile, che incontra una famosa scrittrice, di cui diverrà succube. Il riferimento ad Elsa Morante è talmente evidente che lei non lo perdonerà mai per questo. Con Pasolini invece il legame era rinsaldato dalla lotta comune contro le convenzioni sociali e dalla provocazione continua, condotta attraverso i due canali della vita reale e della creazione letteraria.
Nel 1981, Dario Bellezza scriverà il saggio Morte di Pasolini, dopo essere rimasto turbato dalla pubblicazione delle foto del poeta morto, nudo e con il corpo straziato, date in pasto al pubblico, senza alcun intervento di rispetto o decoro verso l’artista.
Abbandonate la rabbia e la aggressività dell’inizio, le poesie della raccolta Morte segreta subiscono gli influssi di una riflessione più pacata, dove si fanno largo anche le inquietudini legate allo scorrere del tempo, alla perdita della gioventù, alla paura della morte.
In quel molle giovanile quaderno
perduto ormai come i caduti anni
scritta in consunto diario la vita mia
si spegneva fra materne braccia
e un esistere sordo e inquieto.
Ma era giovinezza, salto nel buio
di gentili fraterne carezze e gioia
di uccidere il drago della noia
con uno scherzo, una gita a piedi
fra selve e prati e sabbie ardenti
di mari nuotati coi fratelli.
Ora invece se a Campo dei Fiori
mi trascino giovane vecchio rinserrato
in troppo pesanti giacche per un mite
inverno che vuole l’urlo della gioventù
mi accorgo inseguendo una oscura
sagoma di quanto tempo sprecato
la vita mi consegnò nascendo
più vivo degli altri umani, solo
e chiaro celeste in un terrestre mondo
di beati smarriti ai sensi voluttuosi
alla carne primordiale tenerezza
e invereconda beltà di un attimo
perfido di gracile seme presto secco!
Irriducibile mostro, gaio passante
guarda, ma non arrestarti. Mia tomba
è questo corpo vestito di poveri panni.
(da Morte segreta, 1976)
A volte le parole hanno un potere immenso, anche taumaturgico, a volte rompono gli equilibri, altre volte possono salvare dalla perdita di sé. Quando si riesce con una semplice poesia a comunicare il dolore di tutti e quel senso tragico che appartiene alla vita stessa, la parola diventa azione e il poeta la sua voce.
Nella luce fioca mi lecco
le ferite mortali e la mia
anima-foglia leggera va
in cerca del Padrone.
Chi è nell’ombra solo sa
quanto il giorno è mortale
bianca statua solare
che non incanta più la mia
morta mattina.
(da Invettive e licenze, 1971)
Dario Bellezza è nato a Roma nel 1944 ed è morto nel 1996 di aids. È sepolto nel cimitero acattolico di Roma, il cosiddetto “cimitero dei poeti”.
Ha fatto parte di un gruppo di importanti letterati tra i quali figuravano Elsa Morante, Alberto Moravia, Dacia Maraini e Pier Paolo Pasolini, che nella presentazione a Invettive e Licenze lo definirà «il miglior poeta della nuova generazione». La sua produzione spazia dalla narrativa ai testi teatrali, ma è con la poesia che egli trova il miglior mezzo espressivo, tra sentimento e denuncia.
La prima raccolta di poesie è Invettive e Licenze (1971), e a seguire, Morte segreta (1976) che vince il premio Viareggio, Libro d’amore (1982), Colosseo (1982), Io (1983), Piccolo Canzoniere per E.M. (1986), Undici erotiche (1986), Serpenta (1987), Libro di poesia (1990), Testamento di sangue (1992), Gatti e altro (1993), L’avversario (1994), e l’ultima opera, Proclama sul fascino (1996).
Postato alle 07:01 di domenica, 24 giugno 2007 da dalloway66
Il fumo della tua sigaretta
si sparge per la stanza
ricopre gli oggetti e macchia i vetri
attraverso quella nebbia
cerco d’indovinarti i pensieri
ma che strane cose intuisco
calcoli matematici
intrecci di volti
anni che si susseguono e si confondono
episodi mai accaduti e dolori mai risolti
e melodie inventate e colori brillanti
in una sola boccata tutta una vita
ed ai margini degli occhi
si disegna una postilla
quasi a concludere un discorso che non ha fine
è allora che cominciano i tuoi sogni
ma tu chiudi gli occhi
e li tieni per te soltanto
Postato alle 19:06 di venerdì, 15 giugno 2007 da dalloway66
Marguerite Duras e la voce delle parole
Cabourg
Era all’estremità della grande diga di Cabourg verso il porto degli yacht. Sulla spiaggia il bambino faceva volare un aquilone cinese come nell’ÉTÉ ’80. Quel bambino stava fermo dov’era, sempre nello stesso posto. Intorno a lui altri bambini giocavano a pallone. Eravamo piuttosto lontani, sulla terrazza. C’era vento e stava scendendo la sera. Il bambino era sempre fermo, tanto che la sua immobilità ci è sembrata dapprima insopportabile, poi dolorosa. A forza di scrutare, di scrutarlo, di osservare a fondo la sua immagine abbiamo visto di che cosa si trattava. Il bambino aveva tutte e due le gambe paralizzate, magre come stecchi. Qualcuno doveva certo passare a riprenderlo. Già altri bambini se ne stavano andando. Il bambino continuava a giocare con l’aquilone. Qualche volta si dice mi ammazzo, e poi si continua a scrivere. Qualcuno è probabilmente venuto a riprendere il bambino prima che facesse notte. L’aquilone in cielo segnalava il punto in cui si trovava, non ci si poteva sbagliare. (Marguerite Duras, La vita materiale)
I libri di Marguerite Duras sono tutti affascinanti. Quel suo modo di scrivere così crudo, senza fronzoli, essenziale, arriva come un pugno doloroso e crudele. In particolare l’uso prevalente del dialogo (diretto e indiretto), elimina l’onniscienza del narratore, per lasciare spazio ai personaggi, alla loro voce interiore, privilegiando i territori della memoria, dell’odio, dell’amore, della morte, del desiderio, della violenza. E insieme all’autorità, il dialogo distrugge anche ogni sicurezza, fa sentire la necessità della parola comunicativa, ma si muove sul terreno dell’incertezza e delle contraddizioni irrisolte.
Jean-Louis Arnaud ha detto: «Duras ne maîtrise qu'une seule chose : l'écriture et ce « bruit » très particulier que font les mots lorsqu'elle les assemble. N'est-ce pas déjà beaucoup ? Tout ce qu'elle sent, elle l'écrit en enfilant les syllabes comme un artiste des perles. C'est avec l'oreille, plus encore qu'avec les yeux, qu'il faut lire ses livres ou voir ses films.»(Duras domina soltanto una cosa : la scrittura e quel « rumore » molto particolare che fanno le parole quando lei le riunisce. Non è già abbastanza? Tutto ciò che sente, lo scrive, infilando le sillabe come un artista le perle. È con l’orecchio, più ancora che con gli occhi, che bisogna leggere i suoi libri o vedere i suoi film.)
La scrittura della Duras è infatti anche musica, grazie alle ripetizioni, alle pause, e al sapiente uso delle parole che compongono melodie in prosa. I suoi libri si possono leggere o ascoltare. "S’il n'y a pas la musique dans les livres, Il n'y a pas de livres" (se non c’è la musica nei libri, i libri non esistono.) dice Marguerite Duras.
La natura provocatrice di questa scrittrice l’ha sempre posta al centro di numerose polemiche, fra chi la ama e chi la odia, chi la incensa e chi la biasima. La Duras si è dedicata a molti generi, oltre ai romanzi, ha anche scritto per il teatro e per il cinema e si è occupata di giornalismo.
L’infanzia dell’autrice certamente ha influenzato gli aspetti più crudi della sua arte. La mancanza d’amore da parte della madre, il sapere di non essere stata desiderata l’hanno incattivita e inevitabilmente condotta lungo la strada della solitudine, impossibilitata a nutrire fiducia nel prossimo. E proprio la madre è una figura centrale nella sua opera, quasi a volere riscattare la sua assenza, la invoca, cercando, attraverso la scrittura, la sua approvazione, il suo amore. Ma è un sentimento altalenante perché pur amandola, la detesta, la rispetta e la denigra.
«Nelle sue crisi mi si butta addosso, mi rinchiude in camera, mi dà pugni, schiaffi, mi spoglia, mi si avvicina, mi annusa, annusa la biancheria, dice di sentire l’odore dell’uomo cinese, guarda perfino se c’è qualche macchia sospetta e urla, da farsi sentire in tutta la città, che sua figlia è una prostituta, che lei la sbatterà fuori di casa, che vorrebbe vederla crepare, che nessuno la vorrà più, che è disonorata, che è peggio di una cagna. Piange chiedendosi che cosa può farne, se non cacciarla di casa perché non appesti tutto.» (Marguerite Duras, L’amante)
La Duras non si è mai nascosta dietro alcuno schermo, ha sempre fatto affidamento sulla sua forte personalità e libertà d’azione e di pensiero, anche vivendo la sua sessualità totalmente, senza seguire i limiti imposti dalla moralità borghese, cosa che all’epoca era ancora poco comune per una donna. E la donna ha infatti un ruolo fondamentale nei suoi romanzi, e anche gli uomini mostrano chiaramente i loro lati femminili, carichi di fragilità e sentimenti contraddittori, lo stereotipo del maschio che esalta la propria virilità, non esiste nei suoi libri.
«Ho dimenticato le parole per dirtelo. Le sapevo e le ho dimenticate, e ora ti parlo nell’oblio di quelle parole. Contrariamente a tutte le apparenze non sono una donna che si abbandona corpo e anima all’amore di un solo essere, fosse pure colui che le è più caro al mondo. Sono una persona infedele. Vorrei tanto ricordare le parole che avevo messo da parte per dirti questo. Ma ecco che qualcuna mi torna in mente. Volevo dirti quello che penso, e cioè che bisogna sempre conservare per se stessi, ecco che ritrovo le parole, un posto, una sorta di luogo personale, sì, per esservi soli e per amare. Per amare non si sa cosa, né chi, né come, né per quanto tempo. Per amare, ecco che all’improvviso tutte le parole mi ritornano in mente… per conservare dentro di sé lo spazio di un’attesa, non si sa mai, l’attesa di un amore, di un amore forse ancora senza oggetto, ma di questo e solo di questo, dell’amore. Volevo dirti che eri questa attesa. Sei diventato, tu solo, l’aspetto esteriore della mia vita, quello che io non vedo mai, e resterai così, in questo stato di sconosciuto da me quale sei diventato, fino alla mia morte. Non rispondermi mai. Non conservare alcuna speranza di vedermi, te ne prego. Emily L.» (Marguerite Duras, Emily L.)
Difficile separare la vita dalla scrittura, nella Duras, entrambe si fondono per realizzare una costruzione che oltrepassa i confini della letteratura per insinuarsi nella vita di tutti noi. Per alcuni la scrittura è una necessità, per tutti la difficoltà sta nel dolore, nel terrore del ‘dire’, la parola che svela, che ci rivela al mondo e a noi stessi è paura della verità, della scoperta di ciò che si è o che non si è.
«La storia della mia vita non esiste. Proprio non esiste. Non c’è mai un centro, non c’è un percorso, una linea. Ci sono vaste zone dove sembra che ci fosse qualcuno, ma non è vero, non c’era nessuno.» (Marguerite Duras, L’amante)
Postato alle 09:04 di domenica, 10 giugno 2007 da dalloway66
Cindy Sherman e l’annientamento dell’identità
Cindy Sherman è un’artista americana, nata nel New Jersey nel 1954. In particolare si è occupata di fotografia e, specialmente all’inizio della sua carriera, ha usato se stessa come modella. Tuttavia non si tratta di autoritratti, bensì di rappresentazioni di una variante incredibile di personalità possibili. Non esiste un’unica identità femminile, ma una molteplicità di forme, si tratta cioè di un susseguirsi di stereotipi sociali e culturali. Sherman ha fatto suoi tutti i personaggi e con il continuo mascherarsi ha annullato qualsiasi identificazione in un ruolo ben definito, ha interpretato la casalinga, la femme fatale, la bella, la brutta, la depressa, la donna famosa…
Il suo debutto risale alla metà degli anni Settanta, con Untitled Film Stills (1975-1980), dove si riprende, in bianco e nero, imitando i ritratti delle attrici dei film americani degli anni ’50.
Nel 1985, con i Fairy Tales (1985) si avvicina al mondo della follia, prosegue con la serie Disasters (1986-1989) dove propone corpi in decomposizione, vomito, mosche, per culminare nella serie Civil War (1991) dove ritrae se stessa trasformata in cadavere.
Ulteriore prova di genio sono le immagini di History, Portraits (1988-1990).
Qui l’artista usa le tecniche dei maggiori pittori ritrattisti per dissacrare i loro intenti di presunta autenticità. Per travestirsi usa protesi, nasi finti, baffi posticci, sopracciglia, volendo così dimostrare che i soggetti dei quadri rispondevano a delle regole dettate dal periodo storico, volti e abbigliamento non erano altro che il frutto delle convenzioni e non della realtà.
Con Sex Pictures (a partire dal 1992), Sherman sparisce dalle immagini per essere sostituita da manichini di plastica, maschere, arti artificiali, bambole gonfiabili. Il sesso è quindi totalmente disumanizzato e realizzato da marionette, messe in pose oscene. Il corpo non è più luogo sicuro dell’identità, ma costruzione precaria, continuamente minacciata.
In Horror and Surrealist Pictures (1994-1996) continua ad utilizzare delle maschere, ma solo per rappresentare i volti e inaugura le manipolazioni fotografiche, come la doppia esposizione, tanto cara ai surrealisti. Questi ultimi sono messi in ridicolo, il sesso perde ogni fascino e il piacere si trasforma in disgusto.
Bisognerà attendere le ultime opere per rivedere ritratta l’artista, in Hollywood/Hampton Types (2000-2002) la donna interpreta degli artisti falliti che mendicano un lavoro, ma che non hanno alcuna possibilità di essere scelti perché sono delle caricature. Qui il gioco delle identità sociali diviene parodia, gli stereotipi e le regole sono impietosi verso questi figuranti. L’identità è un ruolo, è l’immagine che offriamo di noi agli altri.
Nell’ultima produzione, Clowns (2003-2004) Sherman si trasforma in un clown inquietante, che mostra tutta la sua femminilità, malgrado si tratti solitamente di una figura maschile.

L’arte che scopre il corpo, quello dell’artista, la body art, fu un fenomeno degli anni ’70. Nasce alla fine degli anni ’60 in Europa, per diffondersi poi in America e in Giappone, in un periodo in cui si sentiva la necessità di un rinnovamento, anche espresso come provocazione. Si trattava di una nuova forma di comunicazione, dell’uso di un nuovo linguaggio, che partiva dalle culture ‘primitive’, ancora capaci di esprimersi attraverso la fisicità. Per prima cosa sparivano gli abiti, nelle performance si utilizzavano anche gli escrementi, o il sangue, a volte anche atti violenti contro se stessi, quasi a riproporre rituali iniziatici che univano il fisico allo spirituale. Proprio le donne, in particolare, hanno utilizzato tale tecnica come forma di contestazione. In quegli anni si muovevano le femministe attraverso manifestazioni, cortei, sfilate ed anche le artiste partecipavano a questi fermenti usando il proprio corpo per affermare liberazione sessuale e rivendicazioni politiche. Fino a poco prima la donna artista aveva avuto un ruolo subalterno, adesso l’arte femminile si afferma con forza e consapevolezza. Oltre a Cindy Shermann, altre figure, che per prime hanno messo in evidenza il ruolo stereotipato della donna del ‘900, sono Barbara Kruger, Hannah Wilke, Barbara Bloom, Marina Abramovic.
Postato alle 09:44 di domenica, 03 giugno 2007 da dalloway66