La Chanson de Roland è la più famosa canzone di gesta pervenutaci. La Canzone di gesta è un genere epico che si sviluppò in Francia tra l’XI e il XIV secolo. Il testo di riferimento è quello del codice Digby 23 della Biblioteca Bodleiana di Oxford, del XII secolo, anche se il poema proviene dalla Francia e risale ad un secolo prima. Si ritiene sia stata scritta da quel Turoldo che così si nomina alla fine del testo: «Ci falt la geste que Turoldus declinet». Di lui non si sa nulla con certezza, neanche se sia il vero autore della canzone (del resto il verbo Declinet, oltre a “scrivere”, può significare anche “copia” o “traduce”), ma molti sono stati i tentativi di individuazione, tra i quali il più affascinante è quello con Turoldo, il leggendario monaco guerriero, di Fécamp.
A lungo i critici si sono posti degli interrogativi a proposito di questo manoscritto. Innanzitutto in che modo il racconto di un avvenimento risalente al 778, la disfatta subita dalla retroguardia di Carlomagno a Roncisvalle, si fosse tramandata fino alla fine dell’XI secolo, ma anche come spiegare la precisione formale di questo primo esempio di poesia epica.
Per i romantici le canzoni di gesta erano il frutto di una tradizione orale che si propagava tramite l’arte giullaresca. All’inizio del Novecento invece i critici hanno affermato il carattere letterario di tali opere, dietro le quali ci sono autori colti, che avevano ripreso certi argomenti in occasione della Riconquista della Spagna e delle prime crociate in Oriente.
Il poema comprende 4002 versi suddivisi in 291 lasse (strofe dalla lunghezza variabile). E proprio la lassa assonanzata riporta ai poemi agiografici, cosa che rende meno singolare la forma delle canzoni di gesta, che perciò sembrano avere seguito il percorso delle altre creazioni di quel periodo.
La lassa permette sia di isolare gli elementi dell’azione che di conferire loro l’ampiezza o la brevità desiderate. La canzone permette dei procedimenti che consentono di legare le lasse tra loro: le lasse «enchaînées» assicurano la continuità del racconto, le lasse «parallèles» permettono di ampliare il campo visivo, ad esempio nei combattimenti, le lasse «similaires» tendono a dilatare il tempo in alcuni momenti fondamentali, come nel caso della lunga agonia dell’eroe.
Oltre alla forma anche i contenuti sono indicativi di una società basata sulla fede e sui valori del cristianesimo incarnati da Carlomagno e dai suoi guerrieri. Anche se l’eroe-martire Rolando muore, la sua morte permetterà all’imperatore di trionfare sui pagani.
Nella realtà i cavalieri si scontrarono con i guerriglieri baschi e non con i saraceni, ma il passaggio dalla storia alla leggenda era indispensabile per dare un fondamento storico alle crociate e per trasformare una guerra di conquista in guerra santa.
Re Marsilio, nel tentativo di salvare Saragozza dall’armata dei Franchi, propone un trattato di pace a Carlomagno. Ma il traditore Gano fa cadere in un tranello il prode Rolando, che con la sua retroguardia rimane vittima di un’imboscata.
Il racconto si può dividere in due parti: la morte di Rolando (il tradimento, la battaglia) e la vendetta dell’imperatore (il castigo dei pagani, il castigo di Gano).
Qui di seguito sono riportati i versi sulla morte di Rolando, in essi
prendono vita tutti i simboli dell’epoca, come il guanto teso a Dio, immagine dello slancio religioso, peculiare della società feudale. L’eroe, rimasto solo, rivolge lo sguardo in direzione della terra nemica e ricorda tutte le gesta compiute in vita. Alla fine gli angeli del paradiso verranno a prenderlo ed a ricevere la sua anima.
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Li quens Rollant se jut desuz un pin ;
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Le comte Roland est étendu sous un pin.
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Envers Espaigne en ad turnet sun vis.
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Vers l'Espagne il a tourné son visage.
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De plusurs choses a remembrer li prist :
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De bien des choses le souvenir lui revient,
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De tantes teres cum li bers cunquist,
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de tant de terres que le baron a conquises,
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De dulce France, des humes de sun lign,
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de la douce France, des hommes de son lignage,
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De Carlemagne, sun seignor, kil nurrit.
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de Charlemagne, son seigneur, qui l'a formé.
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Ne poet muer n'en plurt e ne suspirt.
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Il ne peut s'empêcher de pleurer et de soupirer.
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Mais lui meïsme ne volt mettre en ubli,
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Mais il ne veut pas s'oublier lui-même.
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Cleimet sa culpe, si priet Deu mercit :
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Il bat sa coulpe et demande pardon à Dieu :
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" Veire Patene, ki unkes ne mentis,
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" Père véritable qui jamais ne mentis,
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Seint Lazaron de mort resurrexis,
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toi qui ressuscitas saint Lazare
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E Daniel des leons guaresis,
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et qui sauvas Daniel des lions,
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Guaris de mei l'anme de tuz perilz
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sauve mon âme de tous les périls
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Pur les pecchez que en ma vie fis!"
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pour les péchés qu'en ma vie j'ai commis! "
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Sun destre guant a Deu en puroffrit;
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Il a offert à Dieu son gant droit,
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Seint Gabriel de sa main l'ad pris.
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saint Gabriel de sa mai l'a pris.
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Desur sun braz teneit le chef enclin;
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Sur son bras il tenait sa tête inclinée;
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Juntes ses mains est alet a sa fin.
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Les mains jointes, il est allé à sa fin.
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Deus tramist sun angle Cherubin,
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Dieu envoya son ange Chérubin
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E seint Michel del Peril;
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et saint Michel du Péril;
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Ensembl'od els sent Gabriel i vint.
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Et avec eux vint saint Gabriel
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L'anme del cunte portent en pareïs.
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Ils emportent l'âme du comte en paradis.
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CLXXVI, 176, Éd. Bilingue Garnier-Flammarion, traduction Jean Dufournet, 1993.
Il conte Rolando giaceva sotto un pino, / Verso la Spagna ha rivolto il viso. / Di molte cose il sovvenire l’assale, / Di tante terre, quante il valoroso conquistò, / Della dolce Francia, degli uomini di sua schiatta, / Di Carlomagno, il suo signore, che lo allevò; / Non può tenersi che non ne pianga e sospiri. / Ma se medesimo non volle dimenticare: / Ripete il mea culpa, prega da Dio misericordia: / «Verace Padre, che mai non mentisti, / San Lazzaro da morte risuscitasti / E Daniele dai leoni scampasti, / Scampa l’anima mia da ogni perielio / Per i peccati che in vita mia commisi!». / Il guanto destro a Dio per essi offrì: / San Gabriele di sua mano l’ha preso. / Sopra il braccio ha reclinato il capo: / Giunte le mani è arrivato alla fine. / Dio gl’inviò il suo angelo cherubino / E san Michele del Mare del Perielio; / Insieme ad essi san Gabriele vi scese: / L’anima del conte portano in Paradiso.
(trad, tratta da Aurelio Roncaglia, Antologia delle letterature medievali d’oc e d’oïl, Edizioni Accademia, 1985)
La chanson de geste ha ispirato numerosi autori italiani del XV e XVI secolo, Luigi Pulci con il Morgante, Matteo Maria Boiardo con il suo Orlando Innamorato, ma soprattutto Ludovico Ariosto con l’Orlando Furioso, uno dei capolavori del Rinascimento italiano.
Postato alle 21:09 di martedì, 29 maggio 2007 da dalloway66
ARRIVANO I NOSTRI!
(milizia all’italiana)
Dopo una sfibrante giornata di lavoro, finalmente a casa!
Arrivo semi-liquefatta analogamente agli orologi di Salvador Dalì e con passo malfermo mi trascino verso la mia stanza.
Deposito con poca grazia la borsa da prof in un angolo e mi precipito sulla poltrona. Che meraviglia!
Certo potrebbe andare meglio, se non ci fosse il muratore, alle prese con la cappa della cucina, che lo tiene lungamente e rumorosamente occupato a trapanare il muro, manco dovesse fare il traforo del Monte Bianco. Ci saranno duemila gradi all’esterno, creo una deliziosa correntina con strategie apprese dai dominatori arabi in Sicilia, una piacevole penombra, afferro un dvd e mi catapulto di nuovo sulla poltrona.
Sto riguardando “Frankenstein Junior” e mentre mi sganghero dalle risate mi giunge un frastuono infernale. Per un attimo immagino il muratore schiantatosi per terra, con la scala sopra il corpo e sopra la scala, la cappa e mi appresto a raggiungere il corridoio. Nella
penombra noto tre pallini rossi sulla mia maglietta, sollevo lo sguardo e vedo tre energumeni col mitra puntato, tuta mimetica e passamontagna. Per un istante mi manca il respiro, ma non ho neanche il tempo di spaventarmi perché vengo immantinente sollevata dagli omaccioni e trasportata (in volo) nel salone. Infastidita dall’interruzione e dall’invasione (mi guardo intorno e ci sono mimetiche dappertutto) mi decido a domandare: «Ma che succede?». Risposta: «non si preoccupi! Carabinieri!».
A questo punto, dal momento che abito in una villetta, immagino che qualche pericoloso latitante si sia nascosto in cantina o sia passato per il giardino. Poi guardo fuori e vedo il muratore, bianco come un cencio, spiaccicato lungo la recinzione e sospeso in aria da braccia nerborute (dev’essere una procedura standard da manuale del perfetto carabiniere), nonché interrogato con veemenza. Chiaramente penso che non ci si può fidare proprio di nessuno, chiami uno per lavorare e ti metti in casa un delinquente!
Guardo meglio e noto un certo fermento in strada, tutti i vicini fuori a
godersi lo spettacolo, svariate camionette e perfino l’ambulanza; qualcuno tiene ancora lo sguardo in alto perché sulla terrazza, poco prima, un elicottero ha scodellato il resto del contingente militare! Perfino i miei cani, nascosti nella cuccia, abituati alla tranquillità e al silenzio, mi guardano sbigottiti.
Comincio a innervosirmi, le mie domande si fanno sempre più pressanti, noto un’espressione interrogativa e quasi delusa nelle facce dei militari. Finalmente arriva il capo. Ci dobbiamo sedere perché la spiegazione è lunga e particolareggiata. Ecco la sintesi: dopo sei (dico sei) mesi di appostamenti e foto aeree per spiare uno spacciatore di cocaina, i signori hanno scambiato (sì scambiato!!) le villette! (Ci tengo a precisare che sono decisamente diverse) e hanno invaso quella sbagliata. La contrizione è anche troppo manifesta, probabilmente gli sguardi saettanti inoltratigli ne sono la principale motivazione, il muratore, ormai assolto, fuma una sigaretta dietro l’altra. Frattanto, mentre io sono confinata in casa con gli invasori, l’indiziato se la ride e gira intorno alla casa con il motorino. Quando non c’è più nessuno ha anche l’ardire di venire a citofonare per sapere cosa volessero i carabinieri! Gli rispondo: «a lei volevano!» e lì erutta una sequela di improperi indirizzata alle forze dell’ordine, da polverizzare qualsiasi manuale del perfetto gentiluomo.
Adesso che mi fermo a riflettere, poiché io andavo a comprare le uova fresche dal malandrino, capisco come mai si fermassero davanti al suo cancello fior di macchinoni (e anche perché le uova erano così buone!).
L’epilogo della vicenda vede una pietosa ricostruzione dei fatti, per iscritto, da parte degli appartenenti all’arma, completata da infinite scuse a voce e con l’arresto dello spacciatore un mese dopo.
I vicini continuano a ridere…
Postato alle 08:11 di domenica, 27 maggio 2007 da dalloway66
A volte i ricordi le si accumulavano davanti, all’improvviso, come una catasta di carcasse di vecchie auto. Quelli erano i momenti più duri. Difficile districarsi tra le lamiere arrugginite. Difficile selezionare i ricordi buoni, da quelli cattivi. Ma bastava un attimo, un battito di ciglia e la montagna miracolosamente svaniva. Tutti i rottami tornavano nel dolce regno dell’oblio e lei sorrideva, leggera.
Accadde in un giorno pieno di sole. La catasta le si rovesciò contro e nessuna azione riusciva a rimuoverla. Lei fu costretta a ricordare. Tutti i sensi feriti, le mani piagate, le gambe sanguinanti, gli occhi ciechi, un afrore terribile. Ogni cosa le tornava in mente, come se il tempo non fosse mai trascorso, come se potesse cavalcare gli anni e addentrarsi nei ricordi stessi, rivivendoli. Tornò bambina, poi adolescente, infine adulta, rivisse amori, piaceri, perdite e dolori. Quella montagna non finiva mai. Ogni cosa aveva un peso e adesso anche un senso, ogni cosa sembrava ferirla, ogni cosa sembrava accusarla. Torcendosi le mani pensò a cosa avrebbe potuto fare per porvi rimedio, ma non finiva un pensiero che subito un altro ricordo la devastava.
Poi lo vide, si mosse con l’intento di avvicinarsi, ma l’immagine svanì prima che potesse raggiungerla.
Lui l’aveva amata a modo suo, nel modo sbagliato, nel modo che lei non voleva, nel modo che nessuno vuole. La mattina in cui le telefonarono si stava preparando per andare al lavoro. Il fulmine la colpì ferocemente. La notizia le rimbalzò da parte a parte, poi finalmente comprese. Era la fine di un incubo o l’inizio? Incidente, ospedale, morto, ubriaco, queste le sole parole che ricordava. A lungo rimase ferma. La vita le scorreva davanti agli occhi come in un film. All’inizio era felice, poi qualcosa aveva rotto l’equilibrio. La stanchezza, l’insoddisfazione, la routine, il disamore. Lui aveva dimenticato il suo affetto per lei. La prendeva solo per ferirla, per umiliarla, per possederla. Lei si lasciava picchiare, era il padre dei suoi figli, in fondo non era cattivo, stava solo attraversando un brutto momento. La prima volta che finì in ospedale, con un occhio nero e due costole rotte, tutti la guardarono con commiserazione, con gli occhi di chi dice, io mai lascerei che mi accadesse. Ma cosa potevano saperne. Quando si vive, la violenza assume sfumature diverse. La violenza che ti regalano i tuoi cari è incomprensibile, non si può spiegare, diventa parte di te senza che tu te ne accorga. E tu collabori, come se fosse in te, come se tu fossi la fonte dalla quale sgorga, la colpevole nutrice che le dà origine. Il tempo si fermava, ogni cosa intorno a lei rimaneva immobile, sospesa. I colpi scendevano su di lei a rallentatore, le grida erano ovattate, attutite dall’esplosione dei capillari, dallo sgorgare del sangue. La luce diventava buio. Al quinto colpo non sentiva più niente. Ci si abitua a tutto, anche al dolore fisico.
Il giorno in cui decise che lui non l’avrebbe più toccata, cadeva una pioggia stanca, soffice, che ti penetrava nelle ossa e ti ammorbava l’umore. Lui non capì la sua ribellione, vide le valige all’ingresso, misurò con lo sguardo il percorso che lo separava da lei. La vide china mentre raccoglieva le ultime cose. Una furia innominabile gli montò dentro, pronta ad esplodere. La voce si trasformò in ruggito e, appesantito dalla rabbia, si scagliò contro la sua preda. Quella volta credette di morire, lo schianto fu talmente forte che lo sentì rimbombare per giorni dentro di sé. Poi il buio l’accolse. Quella fu l’ultima volta che lo vide.
Per anni provò ad allontanare quella parte della sua vita. Si rialzò da sola dal vortice nel quale era finita e si sorprese nello scoprire quanta forza avesse dentro di sé.
Adesso era pronta per rammentare, sapeva che non c’era nulla che potesse fare per cancellare i ricordi, ogni atto rimaneva in eterno, fissato nell’attimo del compimento. Tutti quei giorni sarebbero rimasti lì per sempre e ogni azione futura non avrebbe mai potuto cancellare il passato.
Da Arcidonna
Il rapporto 1991-2003 di Telefono Rosa
Le violenze nei confronti delle donne italiane si consumano principalmente all’interno delle mura domestiche. Lo svelano i dati del rapporto 1991-2003 di Telefono rosa, basati sulle denunce pervenute all’associazione negli ultimi 12 anni. Soltanto nel 2003, l’83,5% dei casi registrati denuncia, infatti, le violenze e i maltrattamenti di mariti e conviventi.
L’identikit dell’uomo “manesco” delinea il ritratto di un uomo sposato dai 35 ai 54 anni (60%), con una cultura media e un lavoro regolare (il 22,5% è rappresentato da impiegati). L’emarginazione sociale, la bassa istruzione o problemi come l’alcolismo non costituiscono, dunque, le cause principali di violenze e abusi all’interno della coppia.

Dalla loro parte, il 37% delle donne ha un’età compresa tra i 35 e i 44 anni ed è coetanea del proprio partner. Rispetto al 1991, il numero delle donne giovani tra i 25 e i 34 anni è invece diminuito del 10%. Le vittime sono casalinghe (29%), impiegate (22,4%) e disoccupate, che nello specifico appaiono in aumento con una percentuale del 7% nel 1991 e del 13,3% nel 2003. Anche per le donne si registra un buon livello di istruzione. Basti pensare che nel 2003 il 50% possiede la licenza media superiore.
Il focolare domestico nasconde, inoltre, l’aumento progressivo negli ultimi anni di pressioni psicologiche, ricatti economici e violenze fisiche verso le donne. I mariti denunciati sono saliti dal 70,1% al 76,5% e i conviventi dal 3,7 al 10,7%.
Il dato preoccupante è che dal loro canto le donne giustificano per ben il 44,8%, secondo le stime del 2003, i loro mariti e compagni, autoingannate dall’illusoria equazione: “Se mi picchia è perché è geloso, quindi vuol dire che mi ama”.
Le violenze e gli abusi nei confronti delle donne sono nella maggior parte dei casi di natura psicologica con il 41,2% (34,9% nel ’91). Seguono poi le violenze fisiche con il 34,2 (contro il 33,9 del ’91) e, infine le violenze economiche, che con il 19,7% presentano un aumento di più del 100% rispetto al ’91 in cui costituivano soltanto l’8% delle denunce.
Claudia Di Pasquale
Postato alle 21:09 di mercoledì, 23 maggio 2007 da dalloway66
Il mio regalo per te si esaurisce
in questa sporta piena di pensieri
dentro la quale non vuoi più guardare
e se soltanto sapessi
quanto tempo mi è costata
e quanto dura è stata
la ricerca quotidiana mossa per te
ma tu ti allontani
ogni volta che abbasso le palpebre
ed io non so più a chi donare
tutto questo ammasso di parole
senza appartenenza
Postato alle 18:48 di domenica, 20 maggio 2007 da dalloway66
Il giorno in cui Martina perse tutti i suoi sogni soffiava il vento. Era un vento antico, conosciuto e avvolgente, che profumava di salsedine. Per le strade, mulinelli roteanti mescolavano le foglie con vecchie carte abbandonate, creando strani giochi di prestigio che incantavano lo sguardo dei bambini. Martina aveva sonno. Granelli di sabbia le ferivano gli occhi e la strada solitaria si allungava davanti a lei. Un accavallarsi continuo di ricordi e riflessioni le occupava la mente e quasi il mondo scompariva intorno a sé. Così, all’inizio, non sentì la voce che la chiamava. Continuando a camminare svoltò in una stradina non asfaltata che l’avrebbe condotta a casa. Come un’eco lontana, la voce cominciava a prendere consistenza e ad attraversarla, finché non le arrivò netta, preoccupata, allarmante. Il vento per un attimo si placò, Martina aveva l’impressione di essere in un sogno, la voce le parlava, ma sembrava si esprimesse in una lingua inesistente, incomprensibile. Spaventata pensò di fuggire, di correre via da quella strada a imbuto, opprimente e solitaria. All’improvviso sentì che le gambe non la reggevano più, come se una pesantezza di pietra le gravasse sulla schiena. In un attimo fu a terra.
Dalla sua nuova prospettiva vedeva un pezzo di cielo e un pezzo di suolo, aria e luce, terra e polvere. Uccelli danzavano liberi, disegnando follie con volteggi acrobatici, mentre una fila di formiche si apprestava, diligente, a condurre fino a casa un prezioso rifornimento di cibo. A Martina cominciava a piacere starsene lì, senza più pesi, né pensieri. Il tempo sembrava essersi fermato e lei era tornata bambina, le lunghe trecce dorate, i pantaloni inzaccherati, le magliette troppo grandi. Come per magia si trovò a rivivere un intero giorno della sua infanzia.
Correva felice sulla spiaggia e rideva ebbra di gioventù. Poco distante sua madre e sua sorella prendevano il sole. La spiaggia era semi-deserta. La primavera quasi finita, l’estate dietro l’angolo. Martina aveva arrotolato i pantaloni fin sopra le caviglie e si divertiva a sfidare le onde sulla battigia. Lungo la spiaggia c’erano le rovine di una costruzione, il luogo ideale per nascondersi, per esplorare, per vivere avventure. E così entrò, curiosa e spaventata.
Quel giorno Martina perse il sorriso, trascinato via dalle onde, consumato e disperso nella schiuma.
Esplorare le era sempre piaciuto. Fin da piccola si divertiva a vagare nell’immensa casa dei nonni, alla ricerca di angoli sconosciuti, ad inventare storie, a vivere altre vite. Quella volta non fu lei a decidere.
Il sole rosso del tramonto cominciava a sparire all’orizzonte. Martina esaminava incuriosita uno strano verme peloso che ondulando si dirigeva verso un ciuffo d’erba. Mentre era china e concentrata ad osservare, una mano la distolse. Era una grossa mano di uomo. Prima la tirò su gentilmente, anche l’espressione del viso era gentile e le parole che diceva mostravano preoccupazione per lei e garantivano protezione immediata. Poi la voce mutò in affanno e la mano in artiglio. Martina portò a lungo, sul corpo, i segni di quel feroce abbraccio, che si insinuò, imperituro, tra le pieghe dell’anima e non fu mai più la stessa bambina di qualche ora prima. Non ne parlò mai e nessuno si accorse di niente. Gli adulti, troppo spesso, sono distratti e non sanno più riconoscere i segnali e le richieste di aiuto. I bambini, troppo spesso, rimangono soli a gestire cose che non capiscono e non sempre riescono a risalire dalle profondità in cui gli adulti li scaraventano.
Il vento riprese a soffiare. Martina, ancora distesa, riconobbe la voce dell’uomo. Si alzò di scatto. Ma per la strada non c’era nessuno, la voce abitava solo dentro di lei, ed aveva destato ricordi sopiti da anni.
Quel giorno Martina scoprì com’era prima che perdesse i suoi sogni, quando ancora sorrideva, credendo in una felicità possibile e dovuta, che però non raggiunse mai, rubatale da un passante qualunque, annoiato e insoddisfatto della propria esistenza. Ladro impunito.
Ecco alcune cifre segnalate dall’Unicef dopo uno studio ONU condotto sulla violenza contro i bambini:
- Almeno 53.000 bambini sono stati assassinati nel 2002 in tutto il mondo
- Tra il 20 e il 65% dei bambini in età scolare dichiarano d'esser stati vittime di atti fisici o verbali di bullismo nei 30 giorni precedenti l'intervista
- 150 milioni di bambine e 73 milioni di bambini sotto i 18 anni sono stati sottoposti nel 2002 a rapporti sessuali forzati o ad altre forme di violenza che includono il contatto fisico molesto
- Un numero variante tra 100 e 140 milioni di donne e ragazze hanno subito, su scala mondiale, una qualche forma di mutilazione o taglio dei genitali. Nell'Africa Sub-Sahariana, Egitto e Sudan ogni anno 3 milioni di donne e bambine sono sottoposte alla mutilazione o taglio dei genitali femminili
- Nel 2004,
218 milioni di bambini sono stati coinvolti nel lavoro minorile,

di cui 126 milioni in attività lavorative rischiose . Stime del 2000 indicano che 5,7 milioni di bambini risultavano coinvolti in attività lavorative forzate o imposte loro per l'estinzione di un debito (b
onded labour), 1,8 milioni nel giro della prostituzione e della pornografia, circa 1,2 milioni risultavano vittime del traffico di minori
- Un insieme di studi condotti in 21 paesi (la maggior parte dei quali sviluppati) rileva che una percentuale variante tra il 7 e il 36% delle donne e il 3 e il 29% degli uomini afferma d'esser stata vittima di abusi sessuali durante l'infanzia, e la maggior parte degli studi ha riscontrato che il tasso di abusi tra le bambine è da una volta e mezzo a tre volte superiore a quello dei bambini. La maggior parte degli abusi è avvenuta in ambito familiare.
- I bambini sono abusati sessualmente di solito da qualcuno che conoscono, troppo frequentemente dai genitori o da qualche altro membro appartenente alla ristretta cerchia familiare o degli amici.
- Uno studio multi paese condotto dall'OMS, comprendente tanto paesi sviluppati che in via di sviluppo, indica che tra l'1 e il 21% delle donne ha denunciato di essere stata abusata sessualmente prima del 15° anno di età, nella maggior parte dei casi da membri maschi della famiglia
- Si stima che ogni anno, su scala mondiale, tra i 133 e i 275 milioni di bambini assistano a violenze familiari .
- Almeno 8 milioni di bambini si trovano, su scala mondiale, in istituti d'accoglienza . Relativamente pochi vi si trovano perché privi di genitori, mentre la maggior parte dei bambini sono in istituto perché disabili, a causa della disintegrazione della loro famiglia, di situazioni di violenza domestica e delle loro condizioni sociali ed economiche, povertà inclusa

- I bambini rinchiusi nei
centri di detenzione sono frequentemente
sottoposti a violenze commesse dal personale stesso degli istituti, sia come forma di controllo sia come punizione, spesso per infrazioni minime. In almeno
77 paesi, le
punizioni corporali e altre punizioni violente sono accettate negli istituti penali come misure disciplinari legali
- Lo sfruttamento di minori nella prostituzione, pornografia infantile e attività simili costituisce una violenza. Si stima che 1 milione di bambini entrino ogni anno nel giro di tali settori di sfruttamento
- Per ogni omicidio di minore si contano altre 20-40 vittime di violenze non mortali che richiedono trattamento ospedaliero. Come per gli omicidi, i tassi di violenza non mortale sono più alti tra i maschi che non tra le femmine.
Postato alle 16:42 di mercoledì, 16 maggio 2007 da dalloway66
(I graffiti dei prigionieri dell’Inquisizione)
Palazzo Chiaramonte Steri
si trova a Palermo ed ha una storia varia, intricata e intrisa di sangue e sofferenza. Il palazzo fu edificato per volere di Manfredi Chiaramonte I, nel 1320. Il nome Steri, deriva da Hosterium, ovvero palazzo fortificato. La famiglia dei Chiaramonte ebbe grande importanza e fu molto potente per tutto il XIV secolo, tanto che quel periodo fu definito epoca chiaramontiana e influenzò anche l’architettura che, rifacendosi a quella normanna, produsse caratteristiche peculiari determinando lo stile chiaramontiano.
L’anno 1392 segnò la fine di questa famiglia, l’ultimo discendente fu decapitato davanti al palazzo, che divenne la reggia di Martino I d’Aragona, di Bianca di Navarra e poi la residenza dei viceré fino al XVI secolo. Nel 1517 ospitò gli uffici della dogana, per divenire poi sede del tribunale della Santa Inquisizione dal 1601 al 1782. Nel 1601 vennero aggiunte, ad opera dell’ingegnere del Regno Diego Sanchez, le Carceri della Penitenza, luogo dove trattenere i prigionieri dell’Inquisizione e la sala delle torture, mentre nella prospiciente piazza Marina, avvenivano le esecuzioni. Nel XIX secolo divenne sede degli uffici giudiziari e adesso è sede del Rettorato dell’Università degli studi di Palermo e ospita il famoso quadro di Renato Guttuso, la Vucciria, donato dallo stesso autore all’ateneo siciliano.
All’interno del palazzo, il soffitto ligneo della Sala Magna (o sala dei Baroni) presenta importanti decorazioni pittoriche del ‘300 con immagini che rappresentano i cicli dei romanzi cortesi.
Già nel 1906, Giuseppe Pitrè (letterato palermitano e storico delle tradizioni popolari 1841-1916) aveva portato alla luce, nelle celle delle Carceri, dei graffiti lasciati dai prigionieri dell’inquisizione. Recentemente, in tre celle del piano terra, sono stati scoperti nuovi graffiti e disegni, lasciati probabilmente dalle donne, accusate di stregoneria. Pitrè riteneva infatti che le donne fossero detenute al piano terra, mentre gli uomini si trovavano al primo piano. I graffiti sono stati scoperti durante i lavori di restauro dell’edificio che ospiterà al suo interno un Museo dell’Inquisizione.
Cavuru e fridu sintu ca mi pigla/ la terzuru tremu li budella/ lu cori e l’alma s’assuttiglia
Sento freddo e caldo, mi ha preso la febbre terzana, mi tremano le budella, il cuore e l’anima mi diventano piccoli piccoli.
Questa è una delle testimonianze incise con un punteruolo sulla parete di una delle celle destinate alle donne. Ma sono stati scoperti anche due disegni firmati da uomini, Francesco Mannarino e Paolo Majorana.
Un Santo con una croce e un teschio, una Madonna che piange e quella che sembra la descrizione della battaglia di Lepanto. È stato possibile anche ricostruire le storie di questi due condannati, grazie alle relazioni inviate in Spagna dagli inquisitori e conservate nell’Archivio Nazionale di Madrid, dal momento che, nel 1783, il viceré Caracciolo fece bruciare tutti i documenti del Sant’Uffizio. Alla luce di questi nuovi ritrovamenti, contrariamente a quanto riteneva Pitrè, ma anche Sciascia che negli anni ’70 si era intrufolato in quei locali, solo in un secondo tempo quelle celle furono destinate alle donne.
Anche il restauro della facciata ha rivelato informazioni legate alla storia, piuttosto cruenta, di questo palazzo, sono stati infatti trovati dei solchi provocati dalle due gabbie appese in alto, dove per secoli rimasero le teste dei baroni che si erano ribellati al re Carlo V. Vedere quei teschi in bella mostra certo non era uno spettacolo rassicurante, anzi aveva appunto l’intento di essere di monito. Tra le tante cose è stato scoperto anche un passaggio segreto che conduceva dalle celle alla stanza dell’inquisitore.
Ancora altre testimonianze arricchiscono la storia di palazzo Steri. Grazie agli scavi condotti nel sottosuolo si è scoperto un edificio monumentale sotterraneo, datato primo quarto del XIV secolo, con decorazioni e copertura con volte a crociera, di cui non si sapeva nulla.
Le Carceri ospitarono centinaia di uomini e donne e molti hanno lasciato un segno del loro passaggio prima di finire sul rogo.
Tra i numerosi ospiti vi fu anche fra Diego La Matina, noto per avere ucciso il suo torturatore, Juan Lopez de Cisneros, e perché a lui e alla sua vicenda Leonardo Sciascia ha dedicato Morte dell’Inquisitore e Luigi Natoli, Fra’ Diego La Matina.
Con l’arrivo degli Aragonesi e con l’istituzione del Tribunale dell’Inquisizione, iniziò un periodo veramente buio per i siciliani. Facendo il gioco della Corona, il tribunale assicurava il controllo totale sulla popolazione, contro ogni forma di sovversione, non erano infatti solo gli eretici o le presunte streghe, gli ospiti delle carceri, bensì molti artisti, poeti, filosofi e chiunque esprimesse una voce fuori dal coro. Al contrario chi faceva parte del Sant’Uffizio, godeva di parecchi privilegi, non pagava le tasse, non poteva essere giudicato da un tribunale ordinario e poteva portare delle armi. Non bisogna neanche dimenticare quanto fosse facile finire nelle mani degli inquisitori ed essere condannati. I beni dei prigionieri venivano confiscati e un decimo era donato ai delatori, inoltre gli arrestati confessavano sotto tortura e spesso erano pronti a dichiararsi colpevoli pur di smettere di soffrire. L’aver riportato alla luce le scritte e i disegni di questa folla di dimenticati, rimasta muta per secoli, ha permesso loro di riacquisire la parola e scagliarla, come condanna corale, contro una presunta giustizia, che in nome di Dio è stata solo causa di inutile sofferenza.
Postato alle 20:39 di venerdì, 11 maggio 2007 da dalloway66
L’uomo di fine XV secolo era ossessionato dall’idea della morte. Molti avvenimenti si erano susseguiti per rinforzarla: la peste nera, la guerra dei Cent’anni, l’alto tasso di mortalità infantile, le numerose epidemie, le carestie. Tutti i poeti medievali hanno trattato questo argomento, anche François Villon.
François Villon (1431- dopo il 1463)
fu il più emblematico tra i poeti del medioevo. Si chiamava François de Montcorbier, ma prese il nome Villon dal cappellano che divenne suo protettore, dopo la morte prematura del padre. La sua vita fu molto movimentata, studente brillante, si laureò presso la Facoltà delle Arti di Parigi, in seguito condusse un’esistenza disordinata, divenne ladro e assassino, ma ebbe la fortuna di essere graziato più volte. L’aver fatto perdere ogni traccia di sé ha contribuito a renderlo un personaggio leggendario. Nel 1455, durante una lite uccise un prete che l’aveva provocato, mentre la notte di Natale del 1456 commise un furto con scasso al Collegio di Navarra.
La sua prima opera è del 1457, il Lais (il lascito), detto anche Petit Testament, in essa descrive tutta una serie di lasciti stravaganti, sempre crudeli e a volte divertenti da destinare ai suoi nemici.
Nell’estate del 1461 fu incarcerato a Meung-sur-Loire, reclusione che lo segnerà profondamente. In seguito liberato e rientrato a Parigi comporrà la sua opera più importante, Le Testament (o Grand Testament).
Nella prima parte dell’opera Villon si pente degli errori commessi ricordando il suo passato, medita sul tempo che passa in fretta, sulla vecchiaia e affronta in particolare il tema della morte, è qui che troviamo infatti la famosa ballata che Marot chiamerà La ballade des dames du temps jadis (La ballata delle dame di un tempo). La seconda parte riprende la finta stesura del testamento che aveva iniziato con il Lais.
Coinvolto in una rissa, nel corso della quale fu ferito il notaio apostolico, Villon fu arrestato e condannato all’impiccagione, pena che gli venne in seguito commutata in dieci anni di esilio. Fu in tale occasione, in attesa del capestro, che compose, secondo la tradizione, La ballade des pendus (La ballata degli impiccati) intitolata anche l’Épitaphe Villon, che molti ricorderanno sotto forma di canzone, recitata da Fabrizio de Andrè. 
Tuttavia esistono pareri contrari, alcuni studiosi non riscontrano nella ballata l’orrore per l’imminente patibolo bensì una sorta di simpatia e di malinconica solidarietà verso la triste morte dei suoi simili, vagabondi, ladri, “coquillards”. Sembra che Villon abbia fatto parte di questa banda di briganti, poiché alcune sue ballate sono scritte in “jargon”, ovvero nel linguaggio dei “coquillards”, anche se non ci sono prove certe. Coquillard è un termine che nel medioevo indicava i ‘mendicanti’, i coquillards in origine erano dei finti pellegrini di San Giacomo di Compostella, che vendevano conchiglie –coquilles – portate dal pellegrinaggio. La conchiglia era infatti il distintivo dei pellegrini diretti a San Giacomo. In seguito si riunirono in bande e depredarono il nord della Francia negli anni 40, 50, e 60 del XV secolo.
LA BALLATA DEGLI IMPICCATI BALLADE DES PENDUS
Fratelli umani, che ancor siete in vita, Freres humains qui après nous vivez,
contro noi non abbiate duro cuore, n’ayez les cuers contre nous endurcis,
ché, se pietà di noi meschini avete, car, se pitié de nous povres avez,
più grande grazia Dio vi potrà dare. Dieu en aura plus tost de vous mercis.
Qui ci vedete appesi, in cinque, sei, Vous nous voiez cy attachez cinq, six:
e la carne, che troppo fu satolla, quant de la chair, que trop avons nourrie,
è da tempo sbranata e putrefatta; elle est pieça devorée et pourrie,
ossa noi siamo e presto sarem polvere. et nous, les os, devenons cendre et pouldre.
Del nostro male che nessuno rida: De nostre mal persone ne s’en rie;
ma Dio pregate, che ci voglia assolvere! mais priez Dieu que tous nous vueille absouldre !
Fratelli vi chiamiamo e non dovete Se freres vous clamons, pas n’en devez
Questo nome spregiare, nonostante avoir desdaing, quoy que fusmes occis
Fossimo giustiziati: v’è ben noto, par justice. Toutesfois, vous sçavez
che aver senno non è di tutti gli uomini. que tous hommes n’ont pas bon sens rassis;
Noi siamo trapassati; e voi implorate excusez nous, puis que sommes transsis,
Il figlio della Vergine Maria, envers le fils de la Vierge Marie,
perché piova sua grazia sovra noi, que sa grace ne soit pour nous tarie,
dall’infernale folgore salvandoci. nous preservant de l’infernale fouldre.
Morti noi siamo: alcun non ci molesti, Nous sommes mors, ame ne nous harie;
ma Dio pregate, che ci voglia assolvere! mais priez Dieu que tous nous vueille absouldre!
La pioggia ci ha sfangati e rilavati, La pluye nous a debuez et lavez,
e disseccati ed abbrunati il sole; et le soleil dessechiez et noircis;
gli occhi ci hanno beccato piche e corvi, pies, corbeaulx, nous ont les yeux cavez,
e la barba e sopracciglia hanno strappato; et arrachié la barbe et les sourcis.
in pace non restiamo un sol momento, Jamais nul temps nous ne sommes assis;
perché qua e là, col variare del vento, puis ça, puis la, comme le vent varie,
esso ci porta in ballo, a suo piacere, a son plaisir sans cesser nous charie,
più sforati da uccelli che ditali. plus becquetez d’oiseaulx que dez a couldre.
La nostra confraternita evitate, Ne soiez donc de nostre confrairie;
ma Dio pregate, che ci voglia assolvere! mais priez Dieu que tous nous vueille absouldre!
O principe Gesù, che tutto domini, Prince Jhesus, qui sur tous a maestrie,
fa che l’inferno non ci abbia in possesso, garde qu’Enfer n’ait de nous seigneurie:
né che con esso abbiamo affare o debito. a luy n’ayons que faire ne que souldre.
Oh uomini: qui certo non v’è scherzo, Hommes, icy n’a point de mocquerie;
ma Dio pregate, che ci voglia assolvere! mais priez Dieu que tous nous vueille absouldre!
A partire dal 1463 si perdono le sue tracce. Molteplici ipotesi sono state avanzate, ma non si è mai scoperto cosa abbia fatto dopo quella data. Nel 1489 viene pubblicata la prima edizione delle sue Opere.
Nel 1532 Clément Marot predispose la prima edizione commentata delle opere di Villon e in seguito, nel corso del XIX secolo, i poeti romantici si interessarono alle sue poesie, in particolare Théophile Gautier.
Nella strofa XXIX del Testament Villon pone l’accento sulla caducità dei beni terreni ed inizia a sviluppare il tema dell’ubi sunt:
Dove mai sono i gioiosi gaudenti Ou sont les gracieux gallans
Che nel tempo passato ho seguitato, que je suivoye ou temps jadis,
buoni a cantare e bravi a ben parlare, si bien chantans, si bien parlans,
a dire e a fare quanto mai piacenti? si plaisans en faiz et en dis?
Alcuni sono già morti e stecchiti: Les aucuns sont morts et roidis,
ora più nulla rimane di loro. d’eulx n’est il plus riens maintenant:
Abbiano quiete almeno in paradiso repos aient en paradis,
E, a chi rimane, Dio gli dia salvezza. Et Dieu salve le remenant!
Il topos dell’ubi sunt, ricorre per tutto il medioevo, era un’invocazione usata dai predicatori cristiani per ricordare quanto, tutto ciò che era attinente alla vita terrena, fosse transitorio. La domanda ci porta indietro fino alla Bibbia, dove troviamo già il tema della vanità delle glorie terrene e dopo ad un poema del XII secolo, di un anonimo che si chiedeva dove fossero Virgilio, Platone e Cicerone e successivamente, prima di Villon, ad una composizione poetica di Deschamps.
BALLATA DELLE DAME DI UN TEMPO BALLADE
(Ballade des dames du temps jadis)
In qual paese è mai, ditemi, Flora, Dictes moy ou, n’en quel pays,
bella romana; ed Archipiade e Taide, est Flora la belle Rommaine,
che fu di lei la cugina germana? Archipiades, ne Thaïs,
Ed Eco, che laddove un grido suona qui fut sa cousine germane,
sovra riviera o stagno, ti risponde Echo parlant quant bruyt on maine
e che fu bella di là dell’umano? dessous riviere ou sus estan
E le nevi d’altr’anno, dove stanno? qui beaulté ot trop plus qu’humaine.
Mais ou sont les neiges d’antan ?
E dov’è mai Eloisa, la dottissima, Ou est la tres sage Helloïs,
per cui castrato fu e divenne monaco pour qui chastré fut et puis moyne
Pietro Abelardo, dopo, in Saint Denis? Pierre Esbaillart a Saint Denis?
Questo suo amore gli recò tal onta. Pour son amour ot ceste essoyne.
E così dov’è mai quella regina, Semblablement, ou est la royne
che comandò, che, dentro un sacco, in Senna qui commanda que Buridan
precipitato fosse Buridano? fust geté en ung sac en Saine?
E le nevi d’altr’anno, dove stanno? Mais ou sont les neiges d’antan?
E la regina come giglio Bianca, La royne Blanche comme lis
che cantava con voce di sirena; qui chantoit a voix de servine,
Berta dal grande piede, Bice, Alice, Berte au grant pié, Bietris, Alis,
Haremburgis, che reggeva sul Maine Haremburgis qui tint le Maine,
e Giovanna, la buona lorenese, et Jehanne la bonne Lorraine
cui gli Inglesi, a Rouen, ersero il rogo: qu’Englois brulerent a Rouan;
dove mai sono, vergine sovrana? ou sont ilz, ou, Vierge souveraine?
E le nevi d’altr’anno dove stanno? Mais ou sont les neiges d’antan?
Quest’anno, oppure questa settimana, Prince, n’enquerez de sepmaine
Principe, dove stiano non cercate, ou elles sont, ne de cest an,
sicché non vi ripeta il ritornello: qu’a ce reffrain ne vous remaine:
E le nevi d’altr’anno, dove stanno? Mais ou sont les neiges d’antan?
Villon si pone la domanda partendo dall’antichità fino ad arrivare al suo tempo, Giovanna d’Arco subì infatti il rogo nel 1431, ma lo stesso refrain conduce da un passato lontano ad un passato recente: antan deriva dal latino ante annum, “l’anno scorso”. La domanda ovviamente è vana, la bellezza, il valore, l’amore, così come la crudeltà e la potenza sono futili di fronte al passare del tempo e alla morte che tutto rende effimero.
Attraverso la sua poesia Villon dà voce a tutti i derelitti della terra e si vendica di tutti i potenti che lo hanno calunniato ridicolizzandoli, con la sua irriverenza deride le istituzioni, l’ordine costituito. Utilizza registri diversi e alterna scherno e
preghiera, lascivia e amore, riso e pianto, sfida e pentimento, usa citazioni, giochi di parole, associazione d’idee, rendendo originali temi poetici ereditati dalla cultura medievale. Ma la sua maggiore innovazione fu quella di dare al poeta, in quanto persona, grande importanza, cosa che nel medioevo non si usava.
I testi in francese e le traduzioni sono tratti da François Villon, Ballate e lasse, 1993, STAMPA ALTERNATIVA
Postato alle 12:56 di domenica, 06 maggio 2007 da dalloway66
CRISTINA CAMPO (1923-1977)
Cristina Campo è stata una figura molto importante per la poesia e la letteratura italiana contemporanea, con la sua intelligenza fuori dal comune, rifiutò ogni sguardo superficiale
e si concentrò sulla perfezione, nella scrittura, senza preoccuparsi mai delle esigenze di mercato.
Cristina Campo è lo pseudonimo utilizzato dalla scrittrice Vittoria Guerrini. Nata a Bologna nel 1923, a causa di un’affezione cardiaca non frequentò le scuole pubbliche e studiò in privato. Scrisse poesie, saggi, epistolari, fiabe e si dedicò alla traduzione di grandi della letteratura quali, Virginia Woolf, Katherine Mansfield, John Donne e tanti altri. Nel tradurre, Cristina Campo si immedesimava totalmente con l’autore e il lavoro che creava era frutto di questa simbiosi. La traduzione era per lei quasi un gesto sacro e con essa cercava di far rivivere le emozioni e i sentimenti che avevano generato quella data opera, trasponendoli in un’altra lingua. Purtroppo Il libro delle ottanta poetesse, una raccolta della quale la Campo si era occupata e che doveva comprendere anche alcune sue traduzioni, non fu mai pubblicato perché il manoscritto andò perduto.
Era una donna schiva, solitaria, tanto che di sé diceva «scrisse poco e vorrebbe aver scritto ancora meno», tuttavia la sua cerchia di amicizie e frequentazioni, comprendeva grandi personaggi della cultura, i germanisti Gabriella Bemporad e Leone Traverso, la curatrice delle sue opere Margherita Pieracci, lo scrittore Alessandro Spina, che indicherà nelle epistole come l’amico “lontano”, perché viveva in Africa, l’editore Vanni Scheiwiller, gli amici Mario Luzi e Maria Luisa Spaziani e anche Corrado Alvaro, Roberto Calasso, Piero Citati e tanti altri ancora. Con Anna Banti, che dirigeva la rivista Paragone, alla quale la Campo collaborava, ebbe invece un rapporto molto conflittuale.
Nel 1956 pubblicò Passo d’addio e nel 1958 Il fiore è il nostro segno, una raccolta di poesie di Williams, nel 1959 un saggio su Simone Weil e nel 1967 il volume di saggi Fiaba e mistero. All’inizio degli anni ’60 incontra Elémire Zolla, studioso delle culture orientali, con il quale inizierà un sodalizio importante, che la condurrà verso l’universo sacro. Nell’ultima parte della sua esistenza si concentrò appunto sulle tematiche religiose, prediligendo i riti bizantini in quanto più vicini, a suo parere, al cristianesimo.
Muore a Roma nel 1977 a 54 anni.
Il saggio Gli Imperdonabili è costruito a più riprese ed esteso nel corso del tempo, inizia con Fiaba e mistero (1962), continua con Il flauto e il tappeto (1971) e si conclude con Gli Imperdonabili, pubblicato postumo (1987). Nella prima tappa, al centro troviamo la fiaba, a partire dalla quale si snodano i compositi piani di lettura che caratterizzano la scrittura della Campo, che fa riferimento non soltanto alla letteratura, ma anche alla musica, alle immagini, alla pittura.
Poi con le aggiunte della seconda pubblicazione possiamo notare l’influenza della scrittrice Simone Weil, fino a giungere alla narrazione mistica della terza fase, influenzata parecchio da Zolla.
Campo associa le avventure e gli ostacoli che i personaggi delle fiabe devono superare, alle difficoltà che gli uomini incontrano lungo il corso dell’esistenza, superando le quali ognuno giunge ad una nuova percezione di sé.
Nella sua produzione poetica si individua ancora di più la tendenza al misticismo, la poesia è una specie di rito sacro e le parole diventano preghiera.
Il volume La Tigre Assenza, opera in versi, unisce la voce di Cristina Campo a quella di altre voci di donne, che hanno subito il dolore di una perdita. La poesia che dà il titolo alla raccolta, è stata scritta per la morte dei genitori.
Ahi che la Tigre,
la Tigre Assenza,
o amati,
ha tutto divorato
di questo volto rivolto
a voi! La bocca sola
pura
prega ancora
voi: di pregare ancora
perché la Tigre,
la Tigre assenza,
o amati,
non divori la bocca
e la preghiera…
Nel volume, oltre ai testi della Campo, si trovano le traduzioni dei poeti che lei prediligeva, come la Dickinson, Eliot, Rossetti…
Con il suo linguaggio sostanziale e la sua continua ricerca della bellezza e della perfezione Cristina Campo si occupò della scrittura con dedizione e disciplina, percorrendo vari generi letterari senza mai scostarsi da una scrittura elegante e raffinata.
Quella che segue è una lettera che la Campo scrisse alla sua amica Matizia Lumbroso Maroni, scrittrice e presidentessa della Fondazione Basso:
Cara Matizia, calcolavo di finire prima il mio corpo a corpo serale con Virginia, ma sono quasi le due di notte, adesso. Ho calcolato di aver tradotto la metà circa del libro; e se si pensa alle condizioni in cui l'ho fatto è davvero abbastanza. Quanto l'ho odiata, dapprincipio, la vecchia V.! E invece ora penso: che avrei fatto senza di lei?
Stasera, dopo averti parlato, mandai al cinema i ragazzi e mi misi ad aspettare la lettura di Albertazzi alla TV; la sola trasmissione che veda volentieri, la sola cosa fatta alla perfezione. Aspettai fin quasi alle 11 e poi quella trasmissione non c'era, e non avevo voglia di tornare nella mia stanza (dopo aver già lavorato dalle 5 alle 8); e così finii ad un'asta (è già la seconda volta), dove ricaddi nel morboso interesse, nei sogni malsani, su chi avrà portato qui la zuccheriera inglese che vale 18.000 e la vendono per 3; e perché quell'omino con baffetti, nell'angolo, si ostina a battersi per avere il più brutto pezzo della serata – una fortuna bendata in bronzo nero, sinistra come una Medusa – superstizione, suppongo? In compenso ho imparato che esiste una legge Mossadeg grazie alla quale non si può esportare dalla Persia nessun tappeto tessuto prima del 1927. E che la pietra saponaria è un ciottolo cinese che sta sott'acqua; ricoperto di una materia morbida come sapone, ma che al contatto dell'aria diventa dura come la giada; cosicché va lavorata sott'acqua. (Pensavo con un certo refrigerio ai cinesini intenti a incidere sott'acqua questo piccolo pescatore – che il pubblico ignorava, s'intende – ; d'altra parte mi sembra poco probabile che gente abituata a incidere la giada si spaventi per la pietra saponaria indurita). Ho anche imparato molte cose sullo smalto cobalto; sulla lavorazione del vetro in ossido di piombo e sulle fabbriche Efelbein, Rosenthal, e altre che ora mi sfuggono.
Poi sono ritornata a casa e ho lavorato – proprio un attimo prima di chiedermi se è possibile buttar via così la propria giovinezza (o quel che di essa rimane), con tutto il mondo che palpita là fuori – un mondo, oltre tutto, così minacciato e prezioso... C'è Baalbeck e Palmyra, e io faccio studi sullo smalto cobalto... Ma sono pensieri che evito facilmente – la mia vita (e non solo la mia) l'ho già massacrata abbastanza nel passato – quando credevo di possederla. (Tu non badare a queste ruminazioni un po' assonnate. È il genere di ragionamenti che si fanno con una persona che ci ha visti bambini, quando per combinazione si dorme insieme, e si parla un po' a casa, spazzolandosi i capelli. Spero che domattina avrai tutto dimenticato). Quando finisce la visita dei tuoi amici angosciosi? Non mi va saperti in giro con loro, in un periodo che non stai bene.
Buonanotte, per ora, dalla Pisana
Opere di Cristina Campo
Passo d’addio (1956 Scheiwiller)
Il fiore è il nostro segno (1958 Scheiwiller)
Fiaba e mistero (1952 Vallecchi)
L’Iliade ovvero il poema della forza, traduzione all’interno di Grecia e le intuizioni pre-cristiane (1967 Borla)
Il flauto e il tappeto (1971 Rusconi)
Pubblicati postumi:
Gli imperdonabili (1987 Adelphi)
Lettere a un amico lontano (1982 Scheiwiller)
La tigre Assenza (1991 Adelphi)
Sotto falso nome (1998 Adelphi)
Una biografia di Cristina Campo è Belinda e il mostro. Vita segreta di Cristina Campo. Di Cristina de Stefano (2002 Adelphi)
Postato alle 15:58 di giovedì, 03 maggio 2007 da dalloway66