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ROSA LUXEMBURG   (1871-1919)
 
Rosa Luxemburg, teorica e combattente, si fece portavoce di un rigore politico e di una fede incondizionata nelle potenzialità della classe operaia, l’unica a parer suo, che avrebbe potuto cambiare il mondo, ma fu anche un modello di donna rivoluzionaria di cui non esistono molti altri esempi.
 
RosaLuxemburgNasce a Zamosc, in Polonia, da una famiglia di commercianti ebrei. Studia a Varsavia, ma a causa dei suoi legami con il movimento socialista rivoluzionario è costretta ad andare in esilio in Svizzera, per evitare il carcere.
 
Nel 1896 si trasferisce in Germania dove aderisce al Partito Socialdemocratico Tedesco (SPD), che era all’epoca il più grande partito al mondo, a favore della classe operaia.
Edouard Bernstein fu il primo socialdemocratico ad attaccare le teorie di Marx contro il capitalismo, secondo lui la costituzione di una democrazia borghese era lo sbocco naturale ed inevitabile del sistema capitalistico e questo doveva essere l’obiettivo principale del partito, mentre qualsiasi idea di rivoluzione andava accantonata. Kautsky, segretario del partito, era invece contrario al revisionismo di Bernstein e fervente sostenitore delle teorie marxiste.
La Luxemburg diverrà l’anima rivoluzionaria del partito, in contrasto sia con il revisionismo di Bernstein che con l’ortodossia di Kautsky ed esprimerà il suo punto di vista in Riforma sociale o rivoluzione?(1899).
Al contrario di Bernstein, la Luxemburg era convinta che non ci fosse necessariamente un legame tra lo sviluppo del capitalismo e la democrazia. Per lei lo Stato ha una natura classista perché anche se i suoi rappresentanti dovessero abbracciare idee democratiche, essi rimangono comunque al servizio della classe dirigente e la borghesia non esiterebbe di certo a sacrificare la democrazia nel caso in cui questa dovesse minacciare i suoi interessi.
«Il socialismo, - dice la Luxemburg - non è il risultato automatico della lotta quotidiana della classe operaia. È la conseguenza delle contraddizioni crescenti dell’economia capitalista e della comprensione, da parte della classe operaia, della necessità di abolire inevitabilmente questo regime, per mezzo di una rivoluzione socialista. Quando si nega il primo punto e si rifiuta il secondo, come fa il revisionismo, il movimento operaio si riduce a un semplice movimento corporativo e riformatore.»
La politica rivoluzionaria consiste invece nel mobilitare la classe operaia, una volta spazzato via il capitalismo, a difesa delle conquiste già ottenute e per organizzare la società su basi più razionali. Per pianificare la lotta era necessario un programma e per Rosa e gli altri aderenti all’ala rivoluzionaria, la soluzione era quella di trovare nuove strategie per prendere il potere. Una di queste fu lo sciopero di massa. Con lo sciopero generale tutto un gruppo sociale entra in azione, da qui il suo potenziale rivoluzionario.liebknecht_luxemburg
 
Durante la rivoluzione russa del 1905, Rosa torna clandestinamente in Polonia ed organizza la propaganda rivoluzionaria. Ma il progetto fallisce e lei viene arrestata. Dopo il rilascio rientra in Germania.
Inizialmente la Luxemburg aveva una posizione teorica vicina a quella di Lenin, ma dopo la scissione del partito socialdemocratico russo e lo sviluppo dell’idea leninista di un partito d’avanguardia, un partito democratico centralista, dove il comitato centrale predominava sugli altri, si orienterà verso lo spontaneismo. Prendendo spunto dal movimento spontaneo russo del 1903 portò avanti l’idea che i rivoluzionari devono semplicemente seguire le masse. Secondo Lenin, per fare la rivoluzione bastava che ci fosse un partito ben organizzato, mentre per Rosa era indispensabile un movimento operaio ben organizzato.
 
Dal 1907 al 1914 insegna economia politica a Berlino. È in questo periodo che scrive la sua opera più importante, L’accumulazione del capitale, nella quale espone la sua teoria sull’imperialismo.
 
 
Durante la prima guerra mondiale assume posizioni anti-militariste e anti-nazionaliste.zetkin_luxemburg1910 Abbandona il partito socialdemocratico e fonda, insieme a Karl Liebknecht e a Clara Zetkin, la Lega Spartaco, che si pone in aperto contrasto con il socialismo nazional-sciovinista del governo. Per questo lei e Karl vengono incarcerati e proprio in carcere la Luxemburg scriverà la famosa analisi del movimento socialista, La crisi della socialdemocrazia, il “Junius Pamphlet” (1916), che divenne la base teorica della Lega Spartaco. La lega prendeva il nome da Spartaco, il gladiatore che aveva guidato la rivolta degli schiavi a Roma.
In Germania l’entrata in guerra veniva giustificata con la teoria della “difesa nazionale”, ma la “Rosa Rossa” ridicolizzava una concezione che serviva solo a celare l’espansionismo imperialista.
 
In carcere scrive anche La Rivoluzione Russa, dove critica aspramente il leninismo che si trasforma in dittatura. Nel 1918 a Kiel scoppia la rivoluzione, l’imperatore abdica e viene proclamata la Repubblica. A questo punto è necessario fornire alla classe operaia uno strumento che le consenta di fronteggiare una borghesia che vuole riportare l’ordine grazie all’appoggio del Partito Socialdemocratico. Scarcerata in quello stesso anno fonda, a tale scopo, insieme a Liebknecht, il Partito Comunista Tedesco (KPD).
Il programma è redatto da Rosa e prevede l’abolizione di tutte le differenze di ceto sociale, di ogni ordine e titolo; uomini e donne hanno tutti gli stessi diritti e la stessa posizione sociale. Ma nel 1919 in seguito al tentativo fallito di un’insurrezione armata, la Luxemburg e Liebknecht vengono catturati dai soldati dei Freikorps (organizzazioni paramilitari di estrema destra, i cui membri in gran numero si riversarono poi all’interno del Partito Nazista), agli ordini del governo socialdemocratico, e fucilati. Il corpo della Luxemburg, gettato in un canale, fu trovato solo mesi dopo.
 
Citazioni (tratte da Wikipédia, traduzione dal francese di Dalloway66)
  • « Quiconque souhaite le renforcement de la démocratie devra souhaiter également le renforcement et non pas l’affaiblissement du mouvement socialiste ; renoncer à la lutte pour le socialisme, c’est renoncer en même temps au mouvement ouvrier et à la démocratie elle-même. » (Réforme sociale ou révolution ?, 1899)
  • Chiunque auspichi il rafforzamento della democrazia dovrà sperare ugualmente nel rinforzo e non nell’indebolimento del movimento socialista; rinunciare alla lotta per il socialismo, è rinunciare, al tempo stesso, al movimento operaio e alla stessa democrazia. (Riforma sociale o rivoluzione?, 1899)
  •  « La suppression du capitalisme et de la propriété privée ne pourra pas s’effectuer dans un seul pays. […] Le régime socialiste mettra fin à l’inégalité entre les hommes, à l’exploitation de l’homme par l’homme, à l’oppression d’un peuple par un autre ; il libérera la femme de l’assujettissement à l’homme ; il ne tolérera plus les persécutions religieuses, les délits d’opinion » (Ce que nous voulons, 1906)
  • La soppressione del capitalismo e della proprietà privata non potrà effettuarsi in un solo paese. […] Il regime socialista metterà fine all’ineguaglianza tra gli uomini, allo sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo, all’oppressione di un popolo da parte di un altro popolo; libererà la donna dall’assoggettamento all’uomo; non tollererà più le persecuzioni religiose, i reati d’opinione (Ciò che vogliamo, 1906)
  • « Les guerres sont un phénomène barbare, profondément immoral, réactionnaire et contraire aux intérêts du peuple » (Déclaration devant le tribunal de Francfort, février 1914)
  • Le guerre sono un fenomeno barbaro, profondamente immorale, reazionario e contrario agli interessi del popolo (Dichiarazione davanti al tribunale di Francoforte, febbraio 1914)
  • « La chair à canon, embarquée en août et septembre toute gorgée de patriotisme, pourrit maintenant en Belgique, dans les Vosges, dans des cimetières où l'on voit les bénéfices de guerre pousser dru. » (La Crise de la social-démocratie, 1915)
  • La carne da macello, imbarcata in agosto e settembre, imbottita di patriottismo, marcisce adesso in Belgio, nei Vosgi, nei cimiteri in cui si vedono i vantaggi della guerra, far crescere l’erba fitta fitta (La crisi della socialdemocrazia, 1915)
  • « C'est un fait absolument incontestable que, sans une liberté illimitée de la presse, sans une liberté absolue de réunion et d'association, la domination des larges masses populaires est inconcevable. […] La liberté seulement pour les partisans du gouvernement, pour les membres d'un parti, aussi nombreux soient-ils, ce n'est pas la liberté. La liberté, c'est toujours la liberté de celui qui pense autrement. » (La Révolution russe, 1918)
  • È un fatto assolutamente incontestabile che, senza la libertà illimitata della stampa, senza la totale libertà di riunione e associazione, la supremazia della grandi masse popolari è inconcepibile. […] La libertà solo per i sostenitori del governo, per i membri di un partito, per quanto possano essere numerosi, non è libertà. La libertà è sempre la libertà di colui che la pensa diversamente. (La Rivoluzione russa, 1918)
Nel 1986 Margarethe Von Trotta ha girato il film Rosa L., sulla storia umana e politica di Rosa Luxemburg, dagli inizi come dirigente politico fino all’assassinio nel 1919.
 



Postato alle 12:08 di domenica, 29 aprile 2007 da dalloway66
L’estate scorsa, l’amico need, blogger splinderiano doc, mi telefona tutto allegro e mi dice: «Non prendere impegni per venerdì perché ho organizzato una bella serata di quelle che piacciono a te!»
Io, tutta gasata gli domando: «Davvero? Che si fa?» e lui «andiamo a vedere uno spettacolo di sociopsicodramma!». «Ah,» faccio io, rimanendo a lungo in silenzio e rimuginando su quali affinità possa avere trovato fra me ed un sociopsicodramma, ma alla fine cedo alla curiosità e accetto l’invito.
Il sociodramma e lo psicodramma (da psiché = anima e drama = azione) sono dei metodi professionali, molto usati nella psicoterapia e nella formazione e consistono nella recita improvvisata, da parte di una persona all’interno di un gruppo, di ruoli e scene drammatiche, il tutto sotto la direzione di uno psicoterapeuta.
La nascita dello psicodrammapsifotmoreno risale agli anni Venti, ad opera dello psichiatra e sociologo Jacob Levi Moreno (1889(?)-1974) egli sostituiva alla drammaturgia la creatività, i protagonisti improvvisavano il loro ruolo partendo da una situazione che faceva parte del vissuto oppure che era inventata al momento. Il paziente, poteva così proiettare nel dramma recitato ed estemporaneo le preoccupazioni ed i problemi reali.
Si tratta di una tecnica che genera una presa di coscienza nei soggetti con problemi e grazie alla finzione della rappresentazione scenica, permette di evidenziarli e quindi di modificarli.
A Palermo, l’associazione di volontariato Melarance si è occupata della diffusione dell’arte nella psicoterapia ed ha proposto la rassegna di teatro di sociopsicodramma, Non solo spettatore. Si tratta di spettacoli seguiti da un post-spettacolo che coinvolge il pubblico in prima persona dando vita ad una nuova rappresentazione, arricchita dalle esperienze dei partecipanti. Lo spettatore passivo si trasforma così in attore di un dramma, che non è quello distante, di qualcun altro, ma che è il suo dramma personale. La dottoressa Rosalia Billeci, presidentessa dell’associazione, afferma che l’idea di unire arte e gruppo nasce «da alcune considerazioni: oggi, più che in qualsiasi periodo storico, la gente sembra diventata più sensibile rispetto all’arte in generale, sempre più gente va al cinema, a teatro, alle mostre, ai concerti e subito dopo la fine di una rappresentazione si può notare come abbia una grande voglia di parlare, di commentare, ma non appena fuori, tutto sembra svanire nel nulla, tutto sembra dimenticato, le verità che avevamo appena intravisto scompaiono: siamo di nuovo pronti ad entrare nel mondo del quotidiano con l’insensibilità, l’indifferenza, la cattiveria e il cinismo con cui eravamo entrati. Ci siamo chiesti come mai questo accada, come mai malgrado le grandi potenzialità dell’arte nel promuovere cambiamenti nella coscienza individuale e collettiva, alla fine il suo contributo si riduce, per molti individui, in un mero esercizio intellettuale. Queste considerazioni ci hanno fatto riflettere su come operare, affinché l’arte diventi vero fattore di cambiamento individuale e collettivo».
A questo punto confesso di avere sudato freddo, già mi vedevo, io, la regina delle inibizioni, avvilire il selezionato pubblico con le mie tante paranoie e la mia proverbiale goffaggine e così, incapace di muovere un muscolo, ho lanciato uno sguardo inceneritore al povero need (il quale però non ha raccolto, o ha finto – anche se giurerei di avergli visto fare un sorrisetto sornione).
L’associazione Melarance trova al suo interno musicisti, medici, psicologi, attori, tutti con il «desiderio di occuparsi dell’esistenza umana in tutte le sue manifestazioni più profonde e oscure, con l’obiettivo di valorizzare e dare spazio a quelle parti della psiche umana, irrazionali e spirituali, che la modernità ha amputato e mortificato».
La Billeci, medico, psicodrammatista, psicoterapeuta e anche interprete dei suoi spettacoli è l’elaboratrice del testo della rappresentazione che ho visto: L’anima e le sue alchimie. La sofferenza mentale e le sue capacità trasformative. maschereSi tratta di uno spettacolo sull’arte e il disturbo psichico che mostra, attraverso la rappresentazione delle opere di grandi artisti, la capacità di trovare nell’arte una forma di autoterapia. Le alchimie si riferiscono alle poesie, ai romanzi, ai dipinti, ai diari di questi artisti, ed è attraverso la creatività che l’anima può trasformare il male, la sofferenza e la distruttività in conoscenza e spiritualità.
Con la mente piena di pensieri che si susseguono, accolgo l’inizio dello spettacolo. La scenografia è davvero poco rassicurante: un lettino bianco, una sedia bianca e una flebo, tutto richiama a una triste stanza d’ospedale. Ma dopo un po’ mi accorgo che quello spettacolo mi appartiene. C’è una lunga parte in cui si parla proprio dei miei autori preferiti: Nerval, Woolf, Pascal, Foucault, insomma è come se fossi rimasta, come al solito, a casa a leggere e poi tutte quelle storie di follia, così affascinanti e il succedersi di immagini, fotografie, dipinti, sullo sfondo, il tutto accompagnato da una musica suggestiva. Sì, sono proprio rapita, ogni tanto lancio occhiate colpevoli e piene di riconoscenza al caro need. E alla fine mi dico che sì, funziona. È proprio vero l’arte è terapeutica. E la frase che gli attori al termine dello spettacolo ripetono senza sosta: «l’arte mi ha guarito» mi rimbomba nelle orecchie, mi rimbalza nel cervello e quasi la ripeto anch’io.
Che esperienza! Per tutta la sera si discute (sono ancora abbastanza lucida da saltare il post-spettacolo) animatamente, con passione, di quanto visto e sentito.
Poi ci dormo su.
L’indomani tiro le somme. Ma la Woolf e Nerval non si sono suicidati?
Forse non è stato un caso che fossi lì, afferro le pagine gialle in cerca di un buon psichiatra.



Postato alle 14:25 di mercoledì, 25 aprile 2007 da dalloway66
Nel 1996 la Giunta Comunale di Palermo, su richiesta dell’allora Sindaco Leoluca Orlando, conferì a Pietro Todaro, geologo, ricercatore universitario e autore di una “Guida di Palermo sotterranea”, l’incarico di verificare l’esistenza della Grotta dei Beati Paoli, che la tradizione popolare indicava come il luogo in cui si riuniva la famosa setta. La scoperta della grotta fu fortuita e risale al 1785, mentre si eseguivano dei lavori nel terreno soprastante. L’ingresso attuale è preceduto da un atrio circolare, fatto costruire da Ferdinando I di Borbone.grotte2 Dall’ingresso originario si scende per una gradinata e si accede alla grotta principale, che avrà avuto anche la funzione di camera dello scirocco, e a delle gallerie secondarie. Il Marchese di Villabianca, specifica Pietro Todaro, “identificava il luogo con un’ampia cavità sotterranea posta sul retro della chiesa di Santa Maruzza al Capo, con accesso da un giardinetto di pertinenza del palazzo di proprietà del giureconsulto Giovan Battista Baldi.”
A quanto pare le caratteristiche della grotta corrispondono a quello che si dice nelle varie fonti (oltre il Villabianca, Rosario La Duca, Francesco Castiglione, Francesco Renda) e dovrebbe quindi trattarsi proprio della grotta dei Beati Paoli, tuttavia l’origine di questo sotterraneo è certamente anteriore e fa parte del complesso di catacombe paleocristiane (IV-V secolo d.C.) di Porta d’Ossuna. Nel corso del tempo gli ingressi erano stati murati ecco perché si è reso necessario l’intervento del Comune. Durante i lavori di ripulitura sono stati trovati oggetti risalenti ad epoche diverse, tra i quali un puntale a cono di ferro che serviva per fissare le fiaccole alle pareti, ritrovamento che ha riportato alla ribalta tutte le domande sulla presunta esistenza della società segreta.
Secondo la leggenda, i componenti della società segreta erano famosi proprio per sparire nell’intrico di cunicoli sotterranei, che si snoda sotto il territorio urbano, per poi ricomparire in un punto situato all’altro capo della città. La fondatezza dell’esistenza di tale associazione nella realtà non è supportata da molte fonti storiche, il Marchese di Villabianca nei suoi Opuscoli Palermitani, nel tomo XVI, fa risalire alla fine del XII secolo le origini della setta e, oltre a citare i luoghi di riunione, fa riferimento anche ad un vero e proprio tribunale che la società aveva istituito. natoliDa questi opuscoli hanno attinto diversi autori, tra i quali Luigi Natoli (che usava lo pseudonimo di William Galt) che tra il 1909 e il 1910 pubblicò, a puntate, sul Giornale di Sicilia, il romanzo d’appendice “I Beati Paoli”, che entusiasmò moltissimi lettori e che ancora oggi affascina, tanto che di recente ne è stata stampata una nuova edizione. Il romanzo fu pubblicato in volume nel 1921 dalla casa editrice La Gutenberg, Palermo, il seguito si intitola Coriolano della Floresta e fu pubblicato nel 1930 dalla stessa casa editrice. Nel 1949 La Madonnina di Milano pubblica I Beati Paoli a fascicoli mentre la stampa in volume è del 1955.
Secondo Francesco Castiglione la setta aveva il compito di vendicare i torti che i potenti perpetravano alla popolazione, altri, come Villabianca, collegavano i Beati Paoli alla setta dei Vendicosi, un gruppo di giustizieri del popolo, sulla cui esistenza non ci sono dati certi e altri ancora li mettevano in relazione alla congiura di Gianluca Squarcialupo, che cercò di sostituirsi all’oligarchia cittadina. L’etimologia sembra derivare da un monaco del Beato Francesco di Paola che aveva fatto il delatore ai tempi della cospirazione di Squarcialupo.
Ma cosa rende I Beati Paoli, così intrigante e affascinante tanto da farlo diventare il romanzo più letto dai siciliani nel XX secolo? Innanzitutto la sua connotazione di romanzo popolare, costruito proprio per divertire e per distrarre con continui colpi di scena, avventure e la figura di un eroe che lotta al fianco degli oppressi, ma anche l’ambientazione storica e il fascino del mistero legato alla setta e ai luoghi in cui essa operava.beati paoliPer alcuni, i Beati Paoli furono dei delinquenti comuni, mentre Natoli, nel suo libro li descrive come dei giustizieri del popolo, che sopperivano alle mancanze dello Stato, che favoriva solo i ricchi ed i potenti.
La vicenda si svolge dal 1698 al 1719, protagonista è Blasco di Castiglione, che ricorda molto D’Artagnan, che, giunto a Palermo con l’intento di scoprire il segreto della sua nascita, verrà coinvolto in molteplici vicissitudini, conoscerà tanti personaggi realmente esistiti e scoprirà la città, con i suoi palazzi, le sue chiese ed i suoi misteriosi passaggi sotterranei.
Per chi fosse interessato alla Palermo sotterranea suggerisco un indirizzo:
www.palermoweb.com/sottopalermo/



Postato alle 16:53 di sabato, 21 aprile 2007 da dalloway66
CIUDAD JUÁREZ
 
juarezCiudad Juárez è stata definita dalle organizzazioni mondiali per la difesa dei diritti umani la “capitale dei crimini contro le donne”, purtroppo però omicidi e violenze avvengono anche nelle altre città messicane, così come in Guatemala e El Salvador. I dati ufficiali rivelano circa 1000 donne morte all’anno tra il 1995 e il 2005 in Messico, 566 donne uccise nei primi dieci mesi del 2006 in Guatemala e 286 tra gennaio ed agosto in El Salvador.
Ciudad Juárez, che si trova vicino al confine con gli Stati Uniti, è finita al centro dell’attenzione a causa delle numerose denunce presentate dai gruppi di difesa dei diritti umani, delle inchieste aperte dalle Nazioni Unite e ultimamente anche grazie al film Bordertown, ambientato proprio in Messico. Il film, un prodotto indipendente perché Hollywood non ha voluto finanziarlo, scritto e diretto da Gregory Nava, parte proprio dagli avvenimenti di cronaca che si riferiscono agli omicidi di ragazze tra i 15 e i 25 anni, prima sequestrate e poi stuprate, seviziate, strangolate e infine abbandonate nel deserto o all’interno di discariche.bordertown Il modus operandi è da serial killer, le donne sono uccise in luoghi diversi da quelli nei quali vengono trovati i cadaveri e tutte presentano le medesime sevizie. Nella maggior parte dei casi le ragazze lavoravano nelle maquiladoras – delle fabbriche di assemblaggio costruite sul confine messicano, di proprietà di società multinazionali, che approfittano delle agevolazioni fiscali e del basso costo della manodopera - e sparivano proprio andando o tornando dal lavoro. Benché ne sfruttino le risorse le maquiladoras non contribuiscono in alcun modo allo sviluppo del territorio, che si presenta in forte stato di arretratezza, le strade non sono asfaltate, l’illuminazione è scarsa ed i trasporti pubblici non sono sicuri.
Le autorità messicane non hanno fatto quasi nulla per trovare i colpevoli, anzi sembra addirittura che li abbiano tutelati incarcerando gente estranea ai fatti pur di dare un colpevole all’opinione pubblica. A quanto pare gli assassini seriali sono stati protetti prima dai poliziotti e dopo da persone vicine ai narcotrafficanti, che a loro volta sono collusi con la polizia e i militari. Così si è adottata la tecnica di trovare dei falsi colpevoli e conseguentemente si è resa necessaria l’eliminazione di chi difendeva quegli innocenti. Per questo motivo sono morti o hanno subito attentati e minacce numerosi avvocati, giornalisti, giudici.
Amnesty International è una delle associazioni che segue da vicino queste storie terribili cercando di porvi fine. Il film è patrocinato proprio da questa associazione, che ha realizzato anche una cartolina d’azione da consegnare alla presentazione del film, la cartolina contiene un appello all’Ambasciatore messicano in Italia. La protagonista femminile è Jennifer Lopez, nel ruolo di una giornalista che indaga sugli omicidi. Quest’anno l’attrice ha ricevuto da Amnesty International il premio Artists for Amnesty.
La “Commissione speciale del Congresso federale sul donnicidio” ha realizzato un rapporto sugli omicidi di donne in dieci Stati. Dal rapporto appare chiara l’incapacità, da parte del governo, di raccogliere informazioni utili su queste uccisioni e soprattutto di trovare delle soluzioni efficaci. Il Congresso ha approvato una legge federale a tutela del diritto delle donne a vivere libere dalla violenza. Però il Senato, alla fine del 2006 non l’aveva ancora esaminata. Nel febbraio 2006 è stato istituito un Ufficio speciale del Procuratore generale federale per i reati di violenza contro le donne. Ecco le richieste di Amnesty.
“Amnesty International chiede al governo federale del presidente del Messico di:
- intraprendere azioni immediate ed efficaci per garantire il diritto delle donne a vivere libere dalla discriminazione e dalla violenza;
- assumersi le responsabilità dei precedenti governi e garantire l’accesso alla giustizia ai familiari delle donne assassinate;
- avviare inchieste aperte, approfondite e trasparenti su tutti i casi di scomparsa e di assassinio di donne e ragazze;
- portare di fronte alla giustizia i responsabili;
- adottare misure concrete per garantire la sicurezza e il benessere delle donne e delle bambine dello Stato di Chihuahua, tra cui procedure efficaci di pronto intervento, pattugliamento delle strade, miglioramento dell’illuminazione pubblica e servizi telefonici operativi 24 ore su 24.“amnesty mai piu violenza sulle donne
Ovviamente dietro questo squallore si cela tutta una mentalità gretta e limitata, fatta di violenza e di una pesante discriminazione nei confronti delle donne, chiaramente non ritenute degne della medesima “umanità” dell’uomo. Il termine “donnicidio” è stato coniato proprio per specificare la componente misogina di questi omicidi. Teresa Rodríguez, direttrice del Fondo di sviluppo delle Nazioni Unite per le donne (Unifem) per il Messico, America Centrale, Cuba e Repubblica Dominicana spera che il numero delle denunce aumenti e che la società e i governi si attivino in modo da contrastare definitivamente questi tragici avvenimenti.
Purtroppo questo è solo un aspetto di quel fenomeno ben più ampio che è la violenza sulle donne. Sono milioni le donne che subiscono violenze di ogni tipo e tante vengono picchiate e violentate dai propri compagni o familiari. Molte per vergogna o per paura neanche denunciano le violenze e quando questo avviene spesso una donna deve subire ulteriori umiliazioni per essere presa sul serio.
Non siamo tutti nel XXI secolo.






Postato alle 17:22 di martedì, 17 aprile 2007 da dalloway66
ANGELA DAVIS E LE PANTERE NERE

 Angela Davis è stata, insieme a Malcom X ed a Martin Luther King, un’esponente del Movimento Nero Americano. angela davisÈ nata nel 1944 nello stato dell’Alabama, in tempi in cui il razzismo aveva molti seguaci. Nel 1960 studia a Francoforte, allieva di Adorno, mentre tra il 1963 e il 1964 si trasferisce a Parigi, per poi rientrare in America e laurearsi all’università di San Diego. Nel ’68, dopo la laurea, entra a far parte del partito comunista e diventa membro delle Pantere Nere. Angela Davis sarà la terza donna della storia ad essere iscritta nella lista delle dieci persone più ricercate dall’F.B.I. la famosa Most Wanted List.
Nel 1966 nasce a Oakland il Black Panthers Party for self-defence (Partito delle Pantere Nere per l’autodifesa) su iniziativa di Huey P. Newton, Bobby Seale e Richard Aoki. I tre fondatori, stanchi di assistere quotidianamente a una sfilza di soprusi e black panthersdiscriminazioni da parte della polizia bianca contro la gente di colore, cercano nuove forme di protesta. Ma, pur partendo da una base riformistica che seguiva la legalità, il succedersi degli eventi quali le rivolte nel ghetto di Haarlem a New York (1964), di Watts a Los Angeles (1965) e l’assassinio di Malcom X (New York 1965), costrinse il Potere Nero a percorrere un’altra strada. Newton, Seale e Aoki organizzano delle bande armate che hanno il compito di pattugliare le strade del ghetto di Oakland per difendere i neri da eventuali angherie e maltrattamenti gratuiti compiuti dalla polizia. E proprio in questo stava l’innovazione, nella creazione di una sorta di stato alternativo che proponeva leggi e ideali che sostituivano il potere bianco americano. Così Seale, Newton e Aoki elaborarono un decalogo contenente i punti del programma del partito, che aveva come obiettivo appunto l’autonomia degli afroamericani e in più prepararono diversi progetti che favorivano la comunità nera, come il Free breakfast for children,   per nutrire i bambini; un programma sanitario gratuito; le scuole di Liberazione e i corsi di educazione politica per gli adulti.
Presto però giungerà la repressione, nel 1967 il Parlamento della California si riunisce per votare una legge che proibisca ai neri di portare delle armi. Le Pantere reagiscono con un gesto teatrale, ripresi dalla televisione fanno irruzione, armati ovviamente, nella sala delle riunioni leggendo un comunicato in cui accusavano lo Stato di voler impedire ai neri l’autodifesa. Da qui un tripudio di entusiasmo da parte della comunità afroamericana, che però si spegnerà poco dopo, quando Newton, sempre nel 1967, verrà arrestato con l’accusa di aver ucciso un agente di polizia. Nel frattempo si fa sempre più strada, all’interno dell’ala rivoluzionaria del movimento, Eldridge Cleaver il quale si avvarrà di forze nuove che confluiranno nel partito. Ma proprio questo è l’inizio di quella spaccatura interna che porterà alla fine delle Black Panthers.
Mentre nel mondo si respira la contestazione giovanile, in America viene assassinato Martin Luther King. Presto inizia una serie di repressioni che porterà i capi del partito delle Pantere Nere in carcere o in libertà provvisoria. Nel 1970, il sequestro di alcune persone, al fine di chiedere la liberazione di George Jackson, condannato all’ergastolo per avere rubato 70$, finisce male. Durante una sparatoria muoiono quattro persone e tre rimangono gravemente ferite. Angela Davis, che faceva parte del comitato per la liberazione di Jackson, viene accusata di avere fornito le armi utilizzate nel conflitto a fuoco. Per alcune settimane è costretta a nascondersi, durante questo periodo la sua fama cresce sempre più tanto che era frequente trovare scritto sui muri o sulle porte: “Angela, sorella, sei la benvenuta in questa casa”. Ma alla fine viene catturata, imprigionata e condannata a morte, diventando il simbolo della rivolta nera.
La campagna in favore della sua liberazione fu intensa, l’opinione pubblica internazionale intervenne attivamente, dappertutto si potevano vedere cartelli, magliette, clip con su scritto Free Angela Davis, in suo onore John Lennon e Yoko Ono comporranno Angela e i Rolling Stones Sweet Black Angel, Prévert le scriverà una poesia, a Parigi avranno luogo manifestazioni-fiume capitanate da Sartre e Aragon.free angela button
Durante la detenzione in carcere Angela scrive pagine di contestazione che continueranno a darle fama. Dopo 16 mesi viene liberata e scagionata da tutte le accuse, che si erano rivelate una montatura ad opera dell’F.B.I..
La Davis continuerà a lottare per i diritti dei più deboli, per la pace in Vietnam e contro tutte le forme di razzismo e di oppressione. Nel 1980 si presenta alle elezioni supportata dal partito comunista e nel 1981 il suo Women, Race and Class, diventa un classico del femminismo.
Oggi Angela Davis insegna all’Università   della California a Santa Cruz e continua la sua battaglia politica e sociale, in particolare è impegnata nella lotta contro la pena di morte negli Stati Uniti.




Postato alle 16:58 di domenica, 15 aprile 2007 da dalloway66

A Palermo c’è una chiesa che non racconta soltanto la propria storia in quanto monumento, ma anche un’interessante avventura. La chiesa è Santa Maria degli Angeli nota come La Gancia, risale alla fine del ‘400 ed è sita alla Kalsa, un antico quartiere popolare della città (la Kalsa è un quartiere sorto durante la dominazione araba, era la cittadella fortificata in cui risiedevano l’emiro e i suoi ministri, il nome –al halisah- vuol dire la pura, l’eletta). I frati di Santa Maria di Gesù avevano ottenuto da Innocenzo VIII il permesso di edificare una gancia, ovvero un ricovero per i malati o per gli uomini d’affari. Nel corso dei secoli la chiesa ha subito numerosi interventi che ne hanno modificato l’aspetto soprattutto all’interno, mentre l’esterno ha mantenuto lo stile originario. Due sono i prospetti visibili, quello principale di architettura quattrocentesca e quello prospiciente la via Alloro, che è stato invece manomesso da numerosi interventi di restauro. All’interno si trovano stucchi del Serpotta e affreschi di Pietro Novelli. Notevoli anche il soffitto ligneo, dipinto di stelle su fondo blu, di fine cinquecento, l’organo   di Raffaele della Valle (fine XVI secolo), le tre acquasantiere del cinquecento e il pulpito marmoreo di Antonello Gagini.
Sul lato esterno, che si affaccia su via Alloro, si trova la famosa buca della salvezza.
Il 4 aprile 1860, a Palermo era scoppiata una rivolta antiborbonica dal Monastero della Gancia. L’insurrezione fu duramente repressa e per sfuggire alle milizie borboniche, due insorti, Filippo Patti e Gaspare Bivona, si rifugiarono all’interno del convento, nella cripta della chiesa, tra colatoi e mummie appese alle pareti. I francescani per mummificare i corpi utilizzavano dei colatoi, dove i cadaveri denudati e privati degli organi interni rimanevano per circa un anno a depurarsi, a lasciare colare tutto il marciume. Una volta essiccati e ripuliti, venivano trattati con unguenti, varie sostanze e riempiti di stoppia. Per gli appassionati del genere, a Palermo ci sono le famose Catacombe dei Cappuccini, che ospitano circa ottomila mummie. I Francescani avevano ottenuto tramite bolla papale l’autorizzazione a farsi seppellire all’interno delle proprie chiese. Il nome Catacombe deriva da una Disposizione papale risalente al 380 d. C., che così definiva “qualsiasi cimitero sotterraneo”. Dal 1599 al 1881 i notabili di Palermo hanno affidato ai frati Cappuccini il compito di mummificare anche i loro defunti. Oggi questo macabro cimitero è un’autentica attrazione per turisti. Nel tempo illustri visitatori si sono fermati: nel 1779 Ippolito Pindemonte che poi ne parlò nei suoi Cimiteri; nel 1885 Guy de Maupassant e poi Giacomo Leopardi che ne darà una descrizione nei Paralipomeni Batracomiomachia.
Ma torniamo ai due patrioti che dopo cinque giorni di “sepoltura”, non trovavano via di fuga essendo la chiesa e il convento sorvegliati di continuo dalle truppe borboniche e rischiavano perciò di morire di fame e di sete. Grazie a una finestrella di aerazione della cripta, i rivoltosi riuscirono ad attirare l’attenzione di alcune popolane del quartiere, note per le “sciarre” (litigate molto teatrali e rumorose) tra vicine di casa. Le donne pensarono di organizzare una bella sciarra per aiutarli. I conducenti di due carri pieni di paglia finsero di scontrarsi lungo la strada, ne derivò una litigata furibonda che si trasformò in rissa, tanto che fu necessario l’intervento di tutta la milizia messa a guardia del convento. Grazie a questo trambusto, i due patrioti riuscirono a fuggire attraverso un foro che avevano anticipatamente praticato nel muro e che fu in seguito chiamato buca della salvezza.
Oggi l’iscrizione su una lapide ricorda l’avvenimento.




Postato alle 09:30 di giovedì, 12 aprile 2007 da dalloway66

MADAME DE LA FAYETTE (Paris 1634-Paris 1693)

Marie-Madeleine Pioche de la Vergne è nata a Parigi nel 1634, in una famiglia di media nobiltà, ma ricca, a ventidue anni sposa il conte de La Fayette, vedovo e più grande di lei di 18 anni. Il marito soggiornerà la maggior parte del tempo nel castello che possiede in Auvergne, mentre lei tornerà sempre più spesso a Parigi, fino a trasferirsi definitivamente in città nel 1659. Nel 1662 viene pubblicato, anonimo, La Princesse de Montpensier, un racconto storico. Dal 1665 al 1680 stringerà una forte amicizia con La Rochefoucauld, che la introdurrà negli ambienti dell'elite letteraria. Nel 1669 viene pubblicato il primo volume di Zayde, con la firma di Segrais, uno dei suoi amici letterati, mentre il secondo volume comparirà nel 1671. Il suo romanzo più famoso è La Princesse de Clèves, che sarà pubblicato anonimo nel 1678 e otterrà un enorme successo. Dopo la morte di La Rochefoucauld (1680) e del marito (1683) madame de La Fayette si ritira dalla vita mondana e muore nel 1693. Tre opere sono state pubblicate postume: La Comtesse de Tende (1718), Histoire d’Henriette d’Angleterre (1720), Mémoires de la cour de France (1731).

Una delle innovazioni di Mme de La Fayette, nel romanzo, riguarda la confessione dell’adulterio da parte della protagonista al marito, argomento che nel XVII secolo era quasi un tabù. Nel XVII secolo scrivere non era un’attività ben vista dalla buona società, per questo il romanzo fu pubblicato anonimo e in più Mme de La Fayette negò sempre di esserne l’autrice. Il suo nome comparirà sulla copertina solo nel 1780.

Il romanzo si svolge nel 1558 alla corte del re Enrico II. La signorina de Chartres, allevata secondo rigidi principi morali, incontra il Principe de Clèves che s’innamora di lei a prima vista. Inesperta in fatto di amore Mlle de Chartres accetta di sposarlo senza esserne però innamorata. Mme de Clèves incontra, a corte, il duca di Nemours e tra i due nasce immediatamente un amore corrisposto. Per sfuggire a questo amore Mme de Clèves decide di ritirarsi in campagna, mentre il marito resta a Parigi. Rientrata a Parigi Mme de Clèves si rende conto che i suoi sentimenti per Nemours non sono cambiati. Un giorno Nemours, ruba, visto da Mme de Clèves, un ritratto di quest’ultima. Lui si accorge di essere stato scoperto, ma il silenzio della donna gli offre la conferma che anche lei lo ama. Mme de Clèves, ancora turbata dai sentimenti che prova decide di ritornare in campagna, ma il marito   non comprende i motivi di tale comportamento. Allora la princesse gli confessa di amare un altro e che per mantenersi pura e degna del marito è costretta a lasciare la corte. Nemours assiste, nascosto, alla confessione. Mme de Clèves si ritira nuovamente in campagna. Nemours la segue, ma è a sua volta spiato da un uomo incaricato dal principe. L’uomo informa il principe della presenza del duca nel luogo in cui risiede la moglie, Clèves allora si convince di essere stato tradito e muore per il grande dispiacere. I sensi di colpa divorano la princesse, che pur essendo ormai libera, decide di non dare seguito alla sua passione, così allontana definitivamente Nemours e si esilia nei Pirenei, dove morirà di una malattia originata dal languore.

Anche negli altri romanzi, Madame de La Fayette propone delle eroine che hanno dei sensi di colpa nei confronti dei loro mariti. A quell’epoca i rapporti tra uomini e donne seguivano un codice che non era possibile trasgredire. Ed era impensabile per una donna confessare di essere innamorata di un uomo senza disonorarsi, lo stesso valeva per l’uomo che non poteva dichiarare il proprio amore senza infangare l’onore dell’amata. È molto difficile per il lettore moderno comprendere la logica che muove questi personaggi, infatti non si tratta di motivazioni stabilite dal sentimento religioso o dagli impulsi della coscienza bensì degli insegnamenti dettati dalla ragione e dall’onore. I lettori contemporanei di Mme de La Fayette non capirono il valore della scena della confessione, anzi la giudicarono inverosimile e assurda, dando luogo ad una vera e propria “querelle”. L’autore fu accusato di aver voluto a tutti i costi introdurre un tocco di originalità a dispetto del buonsenso e poi la scena era inverosimile sia perché sarebbe stato scorretto, da un punto di vista morale, turbare il marito con una simile confessione e sia perché Nemours si trovava proprio lì in quel momento. La Princesse de Clèves fu il primo romanzo francese ad usufruire di un’autentica campagna stampa. Donneau de Visé, il fondatore del Mercure Galant, voleva risollevare le sorti del proprio periodico, che ormai era costretto al silenzio da due anni, rilanciandolo. Fra le altre iniziative Donneau aveva invitato i lettori a partecipare attivamente alla rivista ponendo loro dei quesiti e pubblicando le risposte migliori. Con la domanda sull’opportunità o meno della confessione al marito, ci furono otto mesi di dibattito. Il successo del romanzo tra il pubblico alimentò il successo delle discussioni pubblicate sulla rivista, che a loro volta alimentarono ulteriormente il successo del romanzo.

Ma ecco la famosa scena dell’aveu, della confessione, che ha suscitato tanto clamore:

[…] e, dopo essersi difesa in un modo che aumentava sempre più la curiosità di suo marito, rimase in profondo silenzio, gli occhi bassi; poi, all’improvviso prendendo la parola e guardandolo: Non costringetemi, gli disse, a confessarvi una cosa che non ho la forza di confessarvi, benché ne abbia avuto più volte l’intenzione. Pensate soltanto che la prudenza non vuole che una donna della mia età e padrona della propria condotta, rimanga esposta al centro della corte.

Cosa mi fate intuire, signora, gridò il signor de Clèves. Non oso dirlo per paura di offendervi.

La signora de Clèves non rispose; e il suo silenzio confermò i pensieri del marito:

Voi non mi dite nulla, riprese lui, e ciò mi dice che non mi sbagliavo.

Ebbene signore, gli rispose gettandosi ai suoi piedi, sto per farvi una confessione che non è mai stata fatta al proprio marito; ma l’innocenza della mia condotta e delle mie intenzioni me ne dà la forza. È vero che ho dei motivi per allontanarmi dalla corte e che voglio evitare i pericoli in cui si trovano a volte le persone della mia età. Io non ho mai mostrato alcun segno di debolezza ed io non avrei timore di lasciarne trasparire se voi mi lasciaste la libertà di ritirarmi dalla corte o se avessi ancora la signora de Chartres ad aiutarmi a comportarmi bene. Per quanto pericolosa possa essere la decisione che ho preso, lo faccio con gioia per mantenermi degna di essere vostra. Io vi chiedo mille volte scusa, se provo dei sentimenti che vi causano sofferenza, tuttavia le mie azioni non vi causeranno mai dispiacere. Pensate che per fare ciò che sto facendo occorre avere un’amicizia e una stima per il proprio marito che non si è mai vista; guidatemi, abbiate pietà di me e amatemi ancora se lo potete.

Il signor de Clèves era rimasto, durante tutto il discorso, con la testa appoggiata sulle mani, fuori di sé, e non aveva pensato di fare rialzare la moglie. Quando smise di parlare e le lanciò uno sguardo e la vide ai suoi piedi, il viso coperto di lacrime e di una bellezza straordinaria, pensò di morire di dolore e abbracciandola mentre la sollevava: Abbiate pietà di me anche voi, signora, le disse, io ne sono degno; e perdonatemi se, nei primi momenti di una sofferenza così violenta, com’è la mia, non rispondo come dovrei, a un comportamento come il vostro. Voi mi sembrate più degna di stima e ammirazione di tutte le donne del mondo; ma io sono l’uomo più infelice che sia mai esistito. Voi avete suscitato in me la passione fin dal primo momento in cui vi ho vista; il vostro rigore e il vostro possesso non hanno potuto spegnerla: essa dura ancora; io non sono stato capace di darvi l’amore, e vedo che voi temete di provarne per un altro uomo. E chi è, signora, quest’uomo fortunato che vi dà questo timore? Da quando vi piace? Cosa ha fatto per piacervi? Quale sentiero ha scovato per raggiungere il vostro cuore?




Postato alle 12:15 di martedì, 10 aprile 2007 da dalloway66

Nell’Alto Medioevo si completa l’evoluzione linguistica che dal latino condurrà alle parlate romanze. La vita intellettuale è gestita dagli ecclesiastici, ma i continui cambiamenti hanno reso quasi incomprensibile, per il popolo, la lingua liturgica. Per questo motivo, in occasione del Concilio di Tours, nell’anno 813, le autorità religiose, coscienti della sempre più diffusa impossibilità, da parte dei fedeli, di seguire la totalità della funzione, decisero di ordinare che i sermoni fossero tradotti in “rusticam Romanam linguam”, cioè nel linguaggio usato dalla gente. Probabilmente per motivi analoghi il volgare venne utilizzato anche nei canti religiosi.
In tale contesto si inserisce la Sequenza (o Cantilena) di Sant’Eulalia, primo documento letterario in volgare francese, risalente all’880 circa. La Cantilena racconta la storia di una ragazzina di tredici anni che, durante le persecuzioni dei cristiani, volute da Diocleziano, rifiutò di rinnegare la propria fede, gesto che la porterà al martirio. Al momento della morte prenderà le sembianze di una colomba bianca e salirà verso il cielo. La sequenza si conclude con quest’immagine, seguita da una preghiera.
L’opera si ritiene sia stata composta in occasione della traslazione delle ossa della santa, nell’878, nel monastero di Hasnon, vicino a Saint-Amand. L’autore potrebbe essere il poeta e musicista Hucbald (c.840).

La sequenza di Sant’Eulalia è un inno religioso, la musica è andata perduta e il testo ci è pervenuto per caso, grazie a Hoffmann von Fallersleben, che l’ha trovato, nel 1837, in un manoscritto della biblioteca di Valenciennes. Fin dalla sua scoperta la sequenza ha suscitato accesi dibattiti, in particolare a proposito del quindicesimo verso il cui senso resta enigmatico.
La denominazione “sequenza” si riferisce alla forma metrica e musicale del testo che riproduce la “sequentia” latina, usata nella funzione religiosa e sviluppatasi in Francia nel IX secolo. Il manoscritto presenta due “sequenze”, una in latino e l’altra in volgare francese piccardo-vallone. Benché entrambe le trascrizioni facciano riferimento alla stessa martire spagnola, tuttavia l’impostazione è ben diversa, puramente retorica quella in latino, d’intenso spessore narrativo quella in volgare. Ancora un segno di cambiamento e di necessità da parte della chiesa di raggiungere il maggior numero possibile di fedeli.

La trascrizione in francese moderno è di L. Petit de Julleville, la traduzione in italiano è tratta da Aurelio Roncaglia, Antologia delle letterature medievali d’oc e d’oïl, Edizioni Accademia,1985  

1. Eulalie était une bonne jeune fille ;
2. Son corps était beau, son âme plus belle encore.
3. Les ennemis de Dieu voulurent la vaincre,
4. Et lui faire servir le Diable.
5. [Mais] elle n'écoutait pas les mauvais conseillers
6. [Qui voulaient] qu'elle renie Dieu qui demeure au ciel.
7. Ni pour de l'or, ni pour de l'argent ou des parures,
8. Ni pour des menaces, des caresses ou des prières,
9. Nulle chose ne pouvait forcer (plier)
10. La fille à toujours n'aimer le service de Dieu.
11. Et pour cela, elle fut présentée à Maximien,
12. Qui était en ces jours-là le roi des païens,
13. Il l'exhorte, sans qu'elle y prête attention
14. [à ce] Qu'elle fuie le nom chrétien.
15. Elle en rassemble ses forces.
16. Mieux [valût ?] qu'elle soutînt les tortures,
17. Qu'elle ne perdît sa virginité.
18. Pour cela elle mourrait en grand honneur.
19. Ils la jetèrent dans le feu pour qu'elle y brûle.
20. Elle était sans pêché et pour cela ne brûla pas.
21. À cela, le roi païen ne voulut croire,
22. Avec une épée, il ordonna de lui trancher la tête.
23. La demoiselle ne contredit pas cela,
24. Et accepta de quitter ce monde, si le Christ l'ordonnait.
25. Sous la forme d'une colombe, elle monta au ciel.
26. Tous prions que pour nous [elle ?] daigne prier,
27. Que le Christ nous ait en sa pitié,
28. Après la mort, et qu'à lui il nous laisse venir
29. Par sa clémence.

1. Buona fanciulla fu Eulalia
2. Bello aveva il corpo, più bella l’anima.
3. Vollero vincerla i nemici di Dio,
4. Vollero farla servire al diavolo.
5. Ella non ascolta i cattivi consiglieri,
6. Che rinneghi quel Dio che sta su in cielo,
7. Né per oro, né per argento, né per vesti preziose,
8. Né per minaccia regale, né per preghiera:
9. Nessuna cosa la poté mai piegare,
10. Che la fanciulla sempre non amasse il servizio di Dio.
11. E perciò fu condotta davanti a Massimiano,
12. Che regnava in quei tempi sopra i pagani.
13. Egli la esorta, di che a lei nulla cale,
14. Ch’ella ripudi il nome cristiano.
15. Ella rafforza il suo animo:
16. Piuttosto sopporterebbe le torture,
17. Che perdere la sua verginità.
18. Perciò morì molto onorevolmente.
19. Dentro il fuoco la gettarono, sì che arda tosto:
20. Ella non aveva peccati, per questo non bruciò.
21. A ciò non si volle arrendere il re pagano:
22. Con una spada comandò mozzarle il capo.
23. La donzella a tal cosa non s’oppose:
24. Voleva lasciare il mondo, e ne prega Cristo.
25. In forma di colomba volò al cielo.
26. Preghiamo tutti che per noi si degni intercedere,
27. Che di noi possa avere Cristo misericordia
28. Dopo la morte, e a lui ci lasci venire
29. Per sua clemenza.




Postato alle 19:00 di mercoledì, 04 aprile 2007 da dalloway66

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