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MARCELINE DESBORDES-VALMORE (Douai 1786- Paris 1859)

Les femmes, je le vois, ne doivent pas écrire, j’écris pourtant…

Marceline Desbordes-Valmore è stata un’artista importantissima per la letteratura dell’Ottocento, tuttavia ha avuto solo un ruolo secondario in quanto donna.
La sua esistenza fu disseminata di sofferenza e perdite, ma le dolorose esperienze della vita reale ne hanno reso i versi e la prosa ancora più profondi. Dei suoi cinque figli, soltanto uno le sopravvivrà.
Figlia di un pittore di blasoni , caduto in disgrazia a causa della Rivoluzione, rimasta presto orfana, ha conosciuto la miseria e la fame. Diventata attrice e cantante a soli sedici anni, durante uno spettacolo incontra un attore di second’ordine, Prosper Lanchantin detto Valmore, e lo sposa nel 1817 , anche se il vero amore della sua vita fu Henri de Latouche.
Marceline non ha scritto soltanto poesie, ma anche racconti, romanzi e più di tremila lettere, ha ispirato grandi autori come Hugo, Rimbaud, Mallarmé, Verlaine, è stata elogiata da Baudelaire, ha inventato il verso libero, è stata la prima ad utilizzare il verso dispari e ad occuparsi della sonorità delle parole, a fare uso della sinestesia. Paradossalmente proprio il suo essere donna e quindi il fatto di essere presa poco sul serio, le ha permesso di “osare” di più, di sperimentare.
La sua poesia è elegiaca ed epica, ma anche politica, nei suoi testi parla sì dell’amore e del dolore, ma anche dei poveri, degli handicappati, dei prigionieri politici, e anche di spiritualità, in sostanza ci troviamo di fronte ad una libera pensatrice.
Nonostante tutto, purtroppo la strada per la riabilitazione e la conoscenza di un personaggio tanto composito sembra ancora lunga e molti continuano ad ignorarla.
Una delle sue poesie più famose è “Les roses de Saadi”:

 

J'ai voulu ce matin te rapporter des roses ;
Mais j'en avais tant pris dans mes ceintures closes
Que les nœuds trop serrés n'ont pu les contenir.

Les nœuds ont éclaté. Les roses envolées
Dans le vent, à la mer s'en sont toutes allées.
Elles ont suivi l'eau pour ne plus revenir ;

La vague en a paru rouge et comme enflammée.
Ce soir, ma robe encore en est tout embaumée...
Respires-en sur moi l'odorant souvenir.

(poésies inédites, 1860)

Le immagini, i suoni e gli odori si mescolano in perfetta simbiosi e a noi non resta che chiudere gli occhi per mantenere il più a lungo possibile la magia e il profumo che queste parole emanano.

 

Opere dell'autrice :

Racconti :

Album du Jeune Age (1830)
Contes en vers pour les Enfants (1840)
Contes en prose (1840)
Livre des Mères et des Enfants (1840)
Anges de la Famille (1849)
Jeunes Têtes et Jeunes Coeurs (1855)
Contes et Scènes de la Vie de Famille (1865)

Salon de Lady Betty (1836)
Domenica (nouvelle, 1843)
Huit Femmes (1845)

Raccolte di poesie :

Élégies, Marie et Romances (1819)
Poésies (1820)
Les Veillées des Antilles (1821)
Poésies (1822)
Élégies et Poésies nouvelles (1825)
Poésies (1830)
Les Pleurs (1833)
Pauvres Fleurs (1839)
Bouquets et Prières (1843)
Poésies inédites (1860)
Poésies de l'Enfance (1868)
Poésies en Patois (1896)

Romanzi :

Une Raillerie de l'Amour (1833)
L'Atelier d'un Peintre (1833)
Violette (roman, 1839)




Postato alle 11:55 di sabato, 31 marzo 2007 da dalloway66
(Retroattività all’italiana)
 

TATARATATA!TATARATATA!
Vènghino siori e siore vènghino, al bel circo dell’Italian Style! Vi attende un baraccone pieno di giullari, che vi sollazzeranno di risa e intrattenimento, performance di arte varia e tante, tantissime chiacchiere!
Ma vènghino nel bel mondo della scuola, laddove finiscono tutti quelli che non hanno voglia di lavorare e che non sanno fare niente! TARATA!
Editto, editto! Dopo varie note e noticine, ricorsi al TAR, leggi, leggine, discussioni, dichiarazioni, tabelle prima approvate e poi modificate ecco che il Ministero della pubblica istruzione ha finalmente preso posizione, eccoci all’italian style, ovvero la retroattività all’italiana.
Ma prima, mi sia concessa una breve osservazione sul cambiamento di quest’anno. Ogni anno a noi precari della scuola, riservano molteplici sorprese, questo è l’anno del cambio nome! C’è chi riforma, chi istituisce prestigiose (e utilissime) commissioni di saggi, chi stravolge il sistema, chi lo riporta al punto di partenza, chi promette mari e monti e chi non sa più che fare e cambia i nomi! Olè!
In questi giorni è uscito il decreto per l’aggiornamento delle graduatorie permanenti (quelle per i supplenti annuali e le ipotetiche immissioni in ruolo) e cerca e cerca cosa scopri? Che adesso si chiamano graduatorie ad esaurimento (benché all’interno ci siano sempre gli stessi sfigati da anni!) Certo un bel cambiamento, ma l’italian style si riferisce ad altro. La vera novità riguarda la valutazione dei titoli.
TATARATATA!TATARATATA! Udite, udite!
Le graduatorie sono state chiuse per due anni. Da circa quattro anni è stato reintrodotto il doppio punteggio per chi insegna nei comuni di montagna, nelle piccole isole o nei penitenziari. Ovviamente quando ci si reca alle mirabolanti convocazioni negli ex provveditorati, per scegliere la sede, si fanno delle selezioni strategiche per non perdere la propria posizione o, se possibile, per migliorarla. È ovvio che per decidere di fare valere un anno come se fossero due, il malcapitato supplente deve patire qualche tormento, ovvero distanze improponibili da casa propria, strade ghiacciate o traghetti da prendere, insegnare in prigione e così via. E adesso che succede?
Ebbene si è deciso di togliere il doppio punteggio a coloro che hanno insegnato nei comuni di montagna (ad eccezione di quanti avevano classi multiple alle elementari).
Siori voi penserete: “oh bel sul serio? Ma di certo trattasi di nuovo provvedimento che riguarderà i prossimi aggiornamenti!” Eh, no! Siore e siori, qui casca l’asino! C’è l’effetto retroattivo! sicché tutti coloro che hanno pensato di fare un bell’affare scegliendo un tortuoso sentiero che li conducesse in un bel comune di montagna, resteranno fregati come fessi!
It’s the Italian Style!




Postato alle 14:53 di mercoledì, 28 marzo 2007 da dalloway66

Dopo un appassionante viaggio tra le galassie, un folto gruppo di Precariani, estrosi abitanti del pianeta «Precarietà», a causa di un guasto all’astronave, furono costretti a sbarcare sulla Terra. Proprio in quei giorni s’insediava l’ennesimo ministro della Pubblica Istruzione pronto a scardinare l’operato di coloro che l’avevano preceduto, con contorno di abbondante indignazione ed energiche promesse di radicale, quanto opportuna, riforma della scuola.

Il ministro-imprenditore o meglio l’imprenditore-ministro, sempre sbarbato, fresco e profumato si preparava ad affrontare una pesante giornata di lavoro per cercare di portare un po’ di ordine nella scuola italiana, ma dopo mezz’ora già annaspava tra mille difficoltà. Per questo decise di dedicarsi ad un’abbondante seconda colazione, giusto per schiarirsi le poche idee confuse, poiché non aveva mai insegnato, neanche per un ora, in nessuna scuola statale (e si sa quanto sia difficile mantenere le promesse quando si vuole addirittura riformare qualcosa che non si conosce). Ma un intervento provvidenziale lo salvò dalla rovina. Uno di quegli sprovveduti Precariani gli si parò davanti, ignaro dell’infausto destino che l’attendeva. Si presentò al ministro che nel sentire il nome del pianeta “Precarietà” di colpo s’irrigidì come folgorato da un’improvvisa intuizione.

Dopo una corsa affannosa il ministro illuminato si avventò sul vocabolario della lingua italiana e sfogliò fino a trovare la parola magica ed i suoi sinonimi: precario, temporaneo, instabile, provvisorio, avventizio, interinale, momentaneo, posticcio, transitorio, transeunte, passeggero, effimero. «Ci sono!» gridò, «tutti i nostri problemi sono finiti! Non abbiamo più motivo per preoccuparci!» e subito si mise al lavoro e scrisse circolari su circolari. Con straordinaria rapidità conferì con la sua équipe di creativi e formulò un’impressionante serie di angherie legalizzate che resero i Precariani schiavi per sempre.

Dotati di una fibra resistente agli attacchi di germi patogeni, degli agenti atmosferici, catastrofi naturali, esplosioni nucleari, gas nervini, i Precariani furono costretti a ritmi di vita stressanti, mal retribuiti, con attese anche di lunghi mesi, laceri, ma sempre pronti a fare da tappabuchi sostituendo un po’ qua e un po’ là e mandando avanti interi istituti con il loro operato.

L’ingegnoso ministro aveva previsto tutto, con la creazione dei precari della scuola ci fu anche un aumento dei matrimoni (almeno uno stipendio sicuro) e della popolazione (assegni familiari) e dopo le prime rimostranze, risposte immediate. Innanzitutto la possibilità di viaggiare tutti i giorni ed avere quindi tanto tempo in più per riflettere anziché essere assorbiti dai ritmi stressanti di chi svolge la propria attività in prossimità della propria dimora; l’opportunità di conoscere zone del territorio che altrimenti rimarrebbero sconosciute per il resto della vita; e per quel che riguarda le spese? Ma si vorrà pagare un piccolo obolo per una causa più che giusta? E la sopravvivenza estiva? Fortuna che i Precariani non hanno bisogno di case in muratura, a loro basta un bel sacco a pelo ed un manto di stelle! Perciò l’aitante ministro con una serie di tagli e taglietti stabilì che al termine delle lezioni un bel licenziamento avrebbe dato un po’ di respiro alle anguste casse dello stato. «Ma sì, cari colleghi, che si arrangino, ce l’avranno una famiglia, genitori, amici? A proposito, come procede la proposta per l’aumento dei nostri stipendi?»

I Precariani, con lo sguardo stranito per le stravaganti abitudini dei terrestri, assorbirono un ulteriore insegnamento grazie ai colleghi anziani (quelli di ruolo, con lo stipendio fisso), prontissimi a venire sempre loro incontro con sorrisi e cortesie. Presto si accorsero di come ci fosse in atto una vera guerra intestina, condotta a colpi di lingue taglienti, giochi sottobanco, raggiri più o meno pietosi, tortuose trame alle spalle e così via.

Ma tutto questo non è nulla in confronto al vero choc che i Precariani ebbero in occasione della scoperta degli ex Provveditorati agli studi (oggi CSA). Ma in quale altro ufficio pubblico si può trovare altrettanta cortesia, disponibilità, competenza, celerità, prontezza di spirito, umanità? Il corrispondente che inviava succulenti articoli su Precarietà, rimase a dir poco folgorato dalle convocazioni organizzate da un provveditorato italiano: un fiume umano si snodava alla volta dell’edificio, pronto a tutto. Ma ecco l’articolo fedelmente tradotto:

 

I Terrestri sono ossessionati dal lavoro. Pur di guadagnare cifre miserevoli sono disposti a sopportare le condizioni più umilianti e le scortesie più inaudite. I nostri complanetari, giunti qui per studiare questa strana razza sono rimasti invischiati in una spirale soffocante e spesso si chiedono come facciano i Terrestri ad essere tanto disorganizzati. Ma ho voluto assistere personalmente ad un evento che annualmente suscita un turbine di polemiche, cui non fa seguito però nessuna azione: le convocazioni dei supplenti per gli incarichi da svolgersi nel nuovo anno scolastico nelle scuole statali. Una moltitudine di giovani e meno giovani si accalca all’interno dei locali nell’attesa di ricevere udienza e le attese sono francamente spietate, la commozione a volte arriva fino alle lacrime (nervosismo e mal di piedi a furia di aspettare), in compenso si coltivano ed ampliano le relazioni sociali (giornate intere d’attesa), ci si dispone nei confronti del prossimo con passione (impulsi omicidi), si risolvono dubbi amletici, grazie agli impiegati, esempi di prodigalità e gentilezza («non è di nostra competenza!» «ma non vede che abbiamo altro da fare?» ecc.), si fa ginnastica gratis (non esistono sale d’attesa), si fa pratica di guida (convocati di tutte le discipline, lo stesso giorno e alla stessa ora), si impara a controllare tutte le esigenze (perfino la disidratazione data l’assenza di bar e i distributori non funzionano mai), si incrementa il turismo (a volte le convocazioni delle 9:00 sono rinviate alle 16:00 con laconici comunicati e i supplenti arrivano da tutte le parti della regione e anche da regioni diverse), si sorride dei limiti umani (gli impiegati sono sempre gli stessi da anni, eppure ogni volta che convocano sono disorganizzati come se fosse la prima), si stimola la creatività (tutti pensano a come cambiare lavoro), si super stimola la creatività (si inventano fantasiose torture da praticare sugli impiegati più simpatici), si rimpinguano le casse delle industrie farmaceutiche (Lexotan, Tavor ecc. dopo le prime tre ore di attesa inutile).

Al termine della giornata pochi escono stringendo un contratto, la maggior parte delusa e distrutta dalla stanchezza si avvia verso un futuro incerto che dipenderà unicamente dal caso e mai dalla competenza o dalla particolare propensione del singolo e men che mai dalle effettive necessità. Fortuna che i nostri amici non temono le minacce terrestri e potrebbero resistere perfino ad una guerra batteriologica, così tutte le mattine raddrizzano le antenne, si trasferiscono sui fiammanti dischi volanti che abbiamo inviato e più veloci della luce si siedono dietro la cattedra, mascherati da Terrestri, pronti a ridere poi, insieme ai colleghi Precariani delle infinite miserie degli abitanti di questo buffo pianeta!

 



Postato alle 11:15 di lunedì, 26 marzo 2007 da dalloway66

VIRGINIA WOOLF, Una stanza tutta per sé (1929)

 

Sembra quasi incredibile, oggi, affermare che, fino alla Prima Guerra Mondiale, in Europa le donne erano considerate intellettualmente inferiori agli uomini e che molti diritti erano loro negati, tra i quali anche la possibilità di studiare e di scrivere. Eppure, leggendo le pagine di questo saggio della Woolf, un po’ tutte ci ritroviamo, in una frase o in un’immagine o in un ricordo perché, malgrado i numerosi anni trascorsi dall’epoca in cui è stato scritto, quando dietro l’atto della scrittura c’è una grande mente, ciò che si scrive è sempre attuale. 

Nel 1928 Virginia Woolf è invitata a tenere due conferenze nei college femminili di Girton e Newnham, sulle “donne e il romanzo”.  Le riflessioni che la preparazione delle conferenze le provocano, la portano all’amara considerazione che tutto un mondo era stato costretto al silenzio e all’esclusione da una cultura maschilista prevaricante e che per una donna, il solo modo per poter scrivere era appunto di avere una stanza tutta per sé e una certa indipendenza economica.

 

«Ma insomma, potreste dire, ti avevamo chiesto di parlarci delle donne e il romanzo – cosa ha a che fare, questo, con una stanza tutta per sé? Tenterò di spiegarmi. Quando mi avete chiesto di parlarvi delle donne e il romanzo, sono andata a sedere sulla sponda di un fiume e ho cominciato a chiedermi che cosa volessero significare quelle parole. Avrebbero potuto semplicemente voler dire offrirvi alcune osservazioni su Fanny Burney; alcune altre su Jane Austen; un omaggio alle sorelle Brontë, con un ritratto della canonica di Haworth coperta di neve; forse alcune battute di spirito su Miss Mitford; una allusione rispettosa a George Eliot; un riferimento a Mrs Gaskell e me la sarei cavata. Ma a una riflessione più attenta, quelle parole non sembravano poi così ovvie. Il titolo «Donne e romanzo» poteva significare –ed è possibile che così lo abbiate inteso- le donne e ciò che esse sono; oppure le donne e i romanzi che scrivono; o ancora, le donne e i romanzi dei quali sono protagoniste; o potevate lasciare intendere che le tre cose sono in certo modo inestricabilmente congiunte e voi volete che io le veda sotto quella luce. Ma quando mi sono messa a considerare l’argomento da quest’ultimo punto di vista, che sembrava il più interessante, ho dovuto presto rendermi conto del fatto che esso portava con sé un fatale risvolto negativo. Non sarei mai riuscita a raggiungere una conclusione. Non sarei mai stata in grado di adempiere quello che è –ne sono certa- il dovere primo di un conferenziere, e cioè consegnarvi, dopo un’ora di parole, un nocciolo di verità pura da serbare ripiegato tra le pagine del vostro quaderno d’appunti o da custodire per sempre sulla mensola del caminetto. La sola cosa che potevo fare era offrirvi un’opinione su un aspetto minore di questo argomento: se vuole scrivere romanzi una donna deve avere del denaro e una stanza tutta per sé.»

 

Virginia Woolf inizia il suo studio alla ricerca della verità al British Museum, dove era ospitata la Biblioteca Nazionale inglese. Ed ecco cosa scopre:

 

«Avete idea di quanti libri sulle donne si scrivono nel corso di un anno? E avete idea di quanti fra questi sono scritti da uomini? Vi rendete conto di essere, forse, l’animale più discusso dell’universo? […] Le donne non scrivono libri sugli uomini, evidenza che non potevo fare a meno di accogliere con sollievo, perché se avessi dovuto prima leggere tutto quello che gli uomini hanno scritto sulle donne e poi quello che le donne hanno scritto sugli uomini, l’aloe, che fiorisce una volta ogni cent’anni, sarebbe fiorito due volte prima che io fossi riuscita a poggiare la penna sul foglio.»

 

Man mano che procede nella ricerca la Woolf non può fare a meno di notare come l’Inghilterra fosse governata da un regime patriarcale e che l’unico ruolo socialmente riconosciuto alla donna era quello di moglie e di madre. Emblematico il titolo di un’opera che trova, tra le tante, all’interno della Biblioteca: Dell’inferiorità mentale, morale e fisica del sesso femminile.

 

«Poteva darsi che quando il professore insisteva un po’ troppo enfaticamente sull’inferiorità delle donne, egli non fosse preoccupato tanto della loro inferiorità, quanto della propria superiorità. Era quella che egli proteggeva alquanto impulsivamente e con troppa enfasi, poiché essa rappresentava per lui un gioiello senza prezzo. […] Privi di fiducia in noi stessi siamo come neonati nella culla. E allora come possiamo fare a generare, nel più breve tempo possibile, questa qualità imponderabile e al tempo stesso così inestimabile? Pensando che gli altri sono inferiori a noi. Sentendo di possedere qualche forma innata di superiorità –che si tratti di ricchezza o di rango sociale, di un naso dritto o del ritratto di un nonno a firma di Romney- perché non c’è fine ai patetici stratagemmi della fantasia umana. Da qui deriva, per un patriarca che è costretto a conquistare, che è costretto a governare, l’enorme importanza di sentire che moltissime persone, addirittura metà della razza umana, sono per natura inferiori a lui.»

 

 

[continua]

 

I brani sono tratti da Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé, 2004, Einaudi Tascabili-Serie Bilingue




Postato alle 15:24 di sabato, 24 marzo 2007 da dalloway66

di Ernestina Cincischia


Oggi a ***  è stata attivata la prestigiosa iniziativa “Uno zoo in cantiere”, promossa dal Comune e condotta con grande abilità dagli alunni, dagli insegnanti nonché dal Dirigente scolastico della Scuola media. La simpatica iniziativa promuove una maggiore sensibilizzazione dei giovani verso tutti gli animali e per far ciò la brillante mente della nostra collega inviata speciale, che è anche un’amata insegnante di lettere della scuola, ha partorito un’idea a dir poco geniale! Ogni alunno dell’Istituto dovrà identificarsi con un animale ed imitarne il verso e le abitudini.

Il progetto è stato accolto con grande entusiasmo dagli studenti, con una certa apprensione dagli insegnanti e con vari livelli di spavento, sbigottimento e angoscia dal personale ausiliario, costretto agli straordinari per raccogliere le bucce di banana lanciate nel corridoio dallo scimpanzé Mirco o per pulire le zampate dell’ippopotamo Matteo. Ma per dovere di cronaca abbiamo voluto trascorrere un’intera giornata scolastica con tanti simpatici animaletti!

All’ingresso un gruppetto di festose galline prataiole ci dà il benvenuto becchettando i nostri costosi accessori in pelle, mentre dalle finestre giungono suoni di varia natura e volano rifiuti organici e suppellettili. Ma ecco che dal nulla, improvvisamente si staglia la possente figura dell’orso bruno Micheli (Dirigente Scolastico) che, con una poderosa zampata, ci sollecita a seguire il simpatico castoro Ramì, nostra guida.

Addentrarsi nel corridoio principale equivale a passeggiare nella giungla. Misteriosi tamtam rimbombano nelle orecchie, mentre tutto intorno è un continuo rosicchiare, inseguirsi, addentarsi, colpirsi e urlare. Il professor Sacca vestito di una pelle di leopardo si lancia dalle scale aggrappato ad una corda facendo il verso a Tarzan, ma atterrato pesantemente con le terga al suolo, causa distacco della corda, subito domanda: «odddddiooo, non mi ha visto la Micheli, vero?». Frattanto il professor Matteso, con un abito da missionario recita agli alunni un elogio della civiltà e del progresso da ben due giorni. La bidella Bruna, stanca di sentire ragliare l’asino Ruggero da circa una settimana, rassegna le dimissioni in lacrime, mentre il prof. Onnicò abbigliato con un gonnellino di stracci, tormenta con un flauto di sua creazione, i padiglioni auricolari del koala Ivano, che, aggrappato ad un pilastro, giura e rigiura di non dire più una sola stupidaggine per il resto dell’anno scolastico. Ma ecco che due figure saettanti ci rapiscono lo sguardo. Il prof. Scapo in calzoncini, canottiera e calzini rotea minaccioso, alla volta del facocero Alessandro, l’ago del compasso, intimandogli di rendergli in un men che non si dica tutto il set da disegno per lavagna che il facocero voleva utilizzare per accendere il fuoco. Il castoro Ramì intanto ci illustra tutti i benefici che il progetto sta producendo e noi ne approfittiamo per intervistarla.

Dottoressa Ramì, come le è venuta in mente un’idea simile?

«Duuunque eeera una notte buuuia e tempestoooosa. Il sooonno era svaniiito ed io seduuuta sul letto cercaaavo un’ideeea per il miiio prossiiimo articolo, ma ecco che una fooolgore, seguiiita da un boaaato mi colse di sorpreeesa. Sicché caddi e batteeei il capo su una pila di giornaaali, “Docenti e Discenti” mi paaare (la testata giornalistica alla quale la nostra intervistata presta il genio e la penna, n. d. a.) e dooopo un attiiimo di buuuio, improvvisa arriiivò la luce! Nel senso che eeeebbbi l’idea, non so se ha capiiito la metafora.»

Grazie, grazie Dottoressa, ma poc’anzi mi diceva che trova l’iniziativa utile anche per i suoi colleghi, ce ne vuole parlare?

«Ma ceeerto, intanto ero l’uniiica alloooocca che veniiiiva a sgobbaaare di maaattina, di pomeriiiggio, nel giorno libeeero per il beeene degli alunni e poooi soprattuuutto mi scuoteva troppo iii nervi la faccenda della funziiione doceeente. Lo vogliooono lo stipeeendio? La vogliooono la funziooone docente? Allora al lavoro! Al lavoro! Al lavoro!»

Bene! Adesso la lasciamo ai suoi impegni, sappiamo che è molto occupata!

«maaaa veramente stavo andando a preeendere il caaaffé con la preeeside e poooi faaacciamo un saalto iiin piaaazza, vi uniiite a nooi?»

 

Cari amici della ridente *** la nostra fedele cronaca si ferma qui, arricchiti da una simile esperienza ci allontaniamo dalla scuola a capo chino per timore di pestare qualche innocente animaletto, fiduciosi che anche voi farete altrettanto! AAAUUUUUUU!




Postato alle 05:38 di venerdì, 23 marzo 2007 da dalloway66

GIORNALISTICO

La mattina del 19 marzo 2007, tra la via San Giovanni e la via dei Benedettini, a causa di un tamponamento, si è creata una fila chilometrica. La signora Valmartina si stava recando sul posto di lavoro, come tutti i giorni, quando un brutto ceffo, all’improvviso l’ha minacciata con un dito sfrontato, riversandole, nel frattempo, un fiume di parole irriverenti. Una piccola folla si è radunata intorno ai due litiganti e a questo punto si è sfiorata la tragedia. Per fortuna l’intervento tempestivo delle forze dell’ordine ha impedito che ciò accadesse. Alcuni testimoni hanno riferito che i due contendenti si sono dati appuntamento, alcune ore dopo, in un luogo rimasto segreto, per sfidarsi come James Dean in Gioventù Bruciata, in una corsa sfrenata con le auto. Nessuno conosce l’epilogo di questa storia.


GENEALOGICO

Lo diceva sempre mio nonno paterno che nella sua famiglia mai si conobbe il matriarcato. Ho un trisavolo che ha scritto addirittura un trattato sulla pochezza delle donne, dedicandolo ad una prozia. Se non ricordo male il titolo era: Della stoltezza del pensiero muliebre.

Poc’anzi una signorina imbranata, che mi ricorda tanto una cugina che vive in America, mi ha tagliato la strada senza pensare alle conseguenze. Mi ricordo che anni fa uno zio, fratello di madre, ebbe una disavventura simile.

“Signorina, lo sa dove portava l’ombrello mio nonno materno?” Segue gesto esplicativo. “Ringrazi il cielo che devo andare in ospedale, dove si è riunita la famiglia, perché mia cognata ha partorito due gemelli, altrimenti…”

 

PIRANDELLIANO

D’improvviso, da un’auto blu notte, emerge una figura scura con degli occhiali tondi, scuri anch’essi, da iettatore consumato. L’individuo rotea, minaccioso, un lungo bastone nero in direzione del mio capo. Con la grazia di un’anguilla tento la fuga, ma una mano uncinata, come un artiglio mi afferra un braccio. Io imploro tutte le forze della natura e perfino il losco figuro affinché mi faccia riprendere il cammino. Ma egli così si esprime: “Ah, sapesse, signora mia”, dopo avermi visto esercitare la mano in una serie di scongiuri, “quanto questo mio contenitore cupo abbia impedito al contenente di esprimersi!”

“Come,scusi?”

“Ma sì, ha capito, quanto questo mio aspetto abbia dolorosamente condizionato la mia vita!”

“Vuole dire che non è vero che porta sfiga?”

“Beh, per portarla la porto, perché tutti ne sono convinti, solo che io li ho fregati perché ne ho fatto una professione. Vede quell’insegna laggiù?”

Non passi da Oreste? ti colga la peste! Sì è opera sua?”

“Certo è il mio ufficio.”

(continua)




Postato alle 04:28 di mercoledì, 21 marzo 2007 da dalloway66

IL FATTO

In macchina, in mezzo al traffico. Un automobilista indisciplinato, con la testa rasata e grossi occhiali scuri, mi fa un gestaccio con la mano. Il tizio sostiene che le donne sono tutte stupide e che non sanno guidare. All'improvviso ingrana la marcia e sgomma lasciandomi in asso. Due ore dopo lo rivedo, imbottigliato tra due macchine ferme in doppia fila, mentre inveisce contro un passante che gli ha fatto notare un' enorme graffiatura sulla carrozzeria.

BUCOLICO

Appollaiata su un carro, tirato dai buoi più lenti della terra, intralcio un villico che, a bordo del suo trattore truccato, voleva raggiungere in fretta il suo podere. Che ti si appassiscano le fresie! mi urla Le femmine hanno tutte il cervello di una gallina! Ad un tratto sterza con violenza, abbatte la recinzione del vicino e svirgola triturando una distesa di margheritine e lasciandomi con un ciuffo d'erba per cappello. Due ore dopo lo rivedo, il trattore ribaltato e il vicino che lo insegue col forcone, sia per la recinzione divelta che per le margherite da tisana, ormai inservibili.

MINIMALISTA

Traffico bloccato. Un energumeno pelato mi insulta con linguaggio gestuale. Ore dopo ne rivedo la figura impegnata in altro alterco.

UN ATTIMINO ASSOLUTAMENTE  SI

Scusi un attimino, ma non ha visto che stavo passando io? Cos'e cieca?

No guardi, aspetti un attimino, veramente la precedenza era mia. Non la conosce la segnaletica?

Assolutamente sì e lei lo vede questo dito?

Assolutamente sì! Beh, fra un attimino glielo ficco in un occhio, se non si toglie dai piedi. Sono assolutamente convinto che Dio prima di creare le donne ci abbia pensato un attimino di troppo ed è per questo che siete tutte ritardate!

Un attimino dopo

Siete assolutamente deficienti! Perché mi avete chiuso la macchina? Avevo un appuntamento un attimino fa e sono già in ritardo! e lei cosa vuole?

Assolutamente niente, ma non ha visto il ricordino che le hanno lasciato sullo sportello?

(continua)




Postato alle 05:12 di martedì, 20 marzo 2007 da dalloway66

La prof Zamba si dava l’ultimo ritocco prima della partenza. Ancora mezzo rimbambita per le poche ore di sonno, con movenze da pachiderma imbrigliato si avviava verso la sua spider (l’unica a portata di stipendio), una clio scassata, vecchio, vecchio modello, con gli alzacristalli elettrici fuori uso e senza aria condizionata.

Finalmente in classe, una 1a media tutto pepe, la prof inforca gli occhiali e prova ad iniziare la lezione. Lo spettacolo che le si staglia davanti è desolante. Ragazzini in piedi, ragazzine che provano gli ultimi passi di danza imparati proprio il giorno prima, ragazzini che smontano le sedie, altri che sputano dalla finestra, altri ancora che chiacchierano a voce altissima. La prof è costretta ad intervenire energicamente. La platea sembra però disinteressata a qualsiasi performance le si proponga. La prof indirizza un richiamo esplicito al più turbolento. Il pargolo risponde:

“ma che cazzo vuole quella befana?”

La prof si ricorda dei bei tempi andati, quelli in cui, non solo era giovane, ma viveva di libri, parole, sentimenti.

Colta da improvviso impeto afferra le forbici della secchiona del primo banco e inizia a brandirle, minacciosa, in direzione del succitato infante, intimandogli un taglio ben assestato, nel caso gli venisse in mente di rivolgerle nuovamente l’indecente motto . (Finalmente un punto sembrava un periodo proustiano - per lunghezza, non per qualità).

Dopo un attimo di titubanza l’alunno iperattivo (oggi i maleducati si chiamano così) inizia una corsa sfrenata tra i banchi, unita ad un gorgogliare continuo di improperi e non troppo vaghe minacce di denuncia. Hai voglia di provarci, ma è proprio impossibile anche solo avvicinarsi a quella linguaccia villana.

La prof si chiede quali mirabolanti trucchi abbia usato la sua collega nota alle cronache.

Terminata finalmente l’ardua giornata di lavoro la prof Zamba si  dirige verso l’auto. Stropiccia gli occhi, convinta di avere avuto un’allucinazione, ma no è proprio la sua macchina, decorata con un membro virile impennato e corredato di accessori, stampato proprio sulla fiancata sinistra e culminante sul finestrino (che è impossibile abbassare). Con tale ingombrante arredo la prof si avventura per le strade, rattrappita il più possibile sul sedile, ma ugualmente causa di ilarità collettiva. Avvolta nella sciarpa, stile burka, nascosta da occhialoni neri, ha come meta imprescindibile un carrozziere poco occupato, che ponga fine al pubblico ludibrio.

Insomma, arrivate le tenebre l’unico taglio di cui è stata protagonista è quello allo stipendio!




Postato alle 07:23 di lunedì, 19 marzo 2007 da dalloway66
Nello stesso istante, evidentemente, ho confessato a Rabdomant quello che non avevo confessato nemmeno a me stesso:
"Tutto sommato, sono felice di non aver messo al mondo un figlio in questo troiaio..."
Rabdomant ha risposto soltanto:
"Strana concezione della felicità..."
Poi ha puntato il dito verso il centro della Senna e ha detto:
"La tre, Benjamin, stia attento a quello che fa!"
Ho rivolto lo sguardo alla terza canna da pesca. Di sicuro, qualcosa aveva abboccato. Il galleggiante sobbalzava. Qualcosa, sul fondo del fiume, si lasciava tentare.
"Cosa faccio?"
Rabdomant mi si è avvicinato e continuando a tenere d'occhio i suoi galleggianti mi ha detto:
"Non si faccia prendere dal panico. Aspetti che il pesce confermi prima di uncinarlo. Un bel tuffo del galleggiante e hop, un colpo secco del polso. Mi raccomando, niente gesti teatrali, romperebbe il filo. Adesso! Beeeeene".
In effetti, ho sentito che l'avevo preso all'amo. In fondo alla mia lenza c'era della vita furente.
"Non tiri. Rispetti il suo malumore, ma senza lasciarlo fare di testa sua. Lo accompagni, per così dire. Se quello vuole del filo, gli dia del filo, ma senza allentare. È la tecnica del pedinamento, insomma."
Il mulinello mulinava rabbiosamente.
"Alt! Non dia troppo filo. Lo costringa a barcamenarsi facendo gli addominali, che non vada a nascondersi dietro un relitto. Cooooooosì. Tenga sempre presente che lui è il muscolo e lei è il cervello. Quando lui sarà stanco, sarà contento di venire da lei, come un colpevole sollevato all'idea di farsi prendere. Quello è Lehmann e lei è Silistri..."
Dopo qualche tempo ho visto emergere la pinna dorsale di quel Lehmann acquatico. Pura bellezza! Una vela di sampan sotto il nostro cielo primaverile. Ha fatto un balzo... Affusolato dorato, obliquo e bello come un raggio di vita.
"Un lucioperca," ha detto Rabdomant. "Otto o dieci libbre. Complimenti. Cucinato al burro bianco e con un buon Chablis, non le dico altro... Lo tiri su, adesso. Dov'è la sua reticella? Dev'essere sempre a portata di mano, la reticella! Il pescatore ha il dovere dell'ottimismo, come lo sbirro!"
Ho tirato su piano e alla fine, estenuato dalla sua stessa resistenza, il pesce si è lasciato andare alla fatalità. È solo questa la ragione per cui si muore.
"Stia attento, quando lo tira fuori, ha una dentatura da luccio..."
Ma non ero in grado di tirarlo fuori.
"Dia qua."
Due secondi dopo il lucioperca aveva abbandonato il suo elemento naturale. Rabdomant l'ha staccato con un sorriso da buongustaio.
"Carino il ragazzo, eh?"
E l'ha ributtato in acqua.
Il lucioperca, che tra le sue dita era come morto, è esploso di vita a contatto della Senna.
"Solo per fargli sapere che Dio esiste," ha spiegato Rabdomant, "e che non bisogna abboccare al suo amo."
Ho indicato le lasche, i ghiozzi, i pagelli, tutti i bianchetti del nostro cesto, i due persici e il pesce gatto e ho domandato:
"Perché lui sì e loro no?"
"È proprio il genere di interrogativo che Dio non si pone."

DANIEL PENNAC, Signor Malaussène 



Postato alle 17:08 di sabato, 17 marzo 2007 da dalloway66

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