I Beatles sono stati i testimoni ed i protagonisti di un mutamento epocale, dando inizio non solo alla nascita della musica pop, ma ad uno stile innovativo, che si estende all’arte, alla moda e alla comunicazione di massa, tramite un coinvolgimento mondiale, che portò addirittura alla beatlemania, un fenomeno sconosciuto prima di allora, quando folle di fan ostentavano crisi isteriche di fronte alle esibizioni della band e tutto questo passando attraverso contraddizioni, leggende, esoterismo, satanismo, droghe e trasgressioni di ogni genere.
Ma poiché spesso ci fermiamo ad uno sguardo superficiale, nell’immaginario collettivo di solito si contrappongono Rolling Stones e Beatles come il Diavolo e l’Acqua Santa, e invece, a ben guardare proprio i baronetti furono i più ribelli dell’epoca e a maggior ragione riuscirono a portare avanti i loro messaggi, proprio grazie al fatto di arrivare a tutti, tanto che ancora oggi ci si appassiona a ogni cosa che li riguardi, come sempre accade a coloro che uniscono genio e sregolatezza e che superano la soglia della mortalità entrando così a far parte della mitologia.
Quante volte guardiamo senza in realtà ‘vedere’?
Sulla scia della trasmissione di Corrado Augias, Enigma, del 19-06-09 dedicata ai Beatles ed ai tanti misteri che si celano dietro all’apparente spensieratezza di questa band immortale, si può notare che, così come avviene per la percezione del tempo, anche la vista presenta molteplici dimensioni e lo stesso oggetto può assumere caratteristiche molto diverse a seconda dell’occhio che lo ‘vede’.
Negli anni tra il 1965 e il 1966 avviene un mutamento che trasforma la band, non solo come immagine, ma anche nello stile, nei testi delle canzoni che si incupiscono e nei suoni che diventano innovativi attingendo da varie fonti comprese le sonorità indiane.
Tutto ha inizio dalla leggenda che riguarda Paul McCartney, ovvero dalla teoria che sostiene che sarebbe morto in un incidente stradale nel 1966 e subito sostituito da un sosia, tale William Campbell. Dopo questo avvenimento, le copertine degli album dei Beatles possono essere viste in modo diverso, con uno sguardo superficiale si vedranno solo delle immagini, mentre una visione approfondita consentirà di notare una successione di indizi e simboli esoterici inequivocabili.
La conoscenza modifica la visione.
Ma forse dovremmo fare in modo che la pigrizia mentale che oggi, con tutte le sollecitazioni esterne e la premura che ci caratterizza, ha sempre la meglio sulla sosta meditativa, si tenga a debita distanza per riuscire a leggere tra le righe e a vedere dietro a un’immagine apparentemente insignificante, tutto ciò che ci sfugge.

Ad esempio la copertina dell’album Abbey Road a prima vista mostra semplicemente i quattro componenti del gruppo che attraversano la strada, mentre una lettura studiata a fondo ci rivela una molteplicità di segni. Innanzitutto l’attraversamento in fila simboleggia un funerale, il primo del gruppo, John Lennon, vestito di bianco, è il sacerdote, segue Ringo Starr, in nero che rappresenta l’uomo delle pompe funebri, poi c’è il morto, Paul McCartney, che cammina a piedi nudi e non in sincronia con gli altri, egli non può seguire il passo dei vivi e si muove in una dimensione alterata e con gli occhi chiusi, l’ultimo è George Harrison, in jeans, che rappresenta il becchino. Sulla sinistra si nota un maggiolino la cui targa 28 IF è stata interpretata con ’28 SE’ ovvero se fosse vivo avrebbe 28 anni e LMV (Linda McCartney Widowed) ‘Linda McCartney vedova’. E ancora sul lato destro si nota un camioncino che sarebbe quello con il quale la polizia è intervenuta al momento dell’incidente di Paul, mentre l’unica ad essere in linea con McCartney è un’auto che si allontana.

Ancora più inquietante è la copertina di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band dove la molteplicità degli indizi ha fatto scatenare i sostenitori della teoria della morte di Paul.
Partendo dal basso ci si imbatte subito in quello che sembra l’ornamento di una tomba, compresa la sagoma, riprodotta con dei crisantemi, del basso Hofner, creato appositamente per i mancini, ovvero lo strumento suonato da Paul, che tra l’altro presenta solo tre corde, cioè il numero dei Beatles rimasti. Sulla testa di McCartney campeggia inoltre una mano aperta, simbolo di morte nelle religioni orientali. Sul lato sinistro appaiono i Beatles vecchia maniera con Starr vestito a lutto e affranto, che viene consolato proprio da McCartney e ancora sulla destra c’è una bambola con un modellino di Aston Martin (ovvero l’auto guidata da Paul al momento dell’incidente) sorretta da una vecchietta con un guanto da automobilista insanguinato.
Ma addirittura ci fu chi notò che guardando allo specchio la scritta centrale della batteria, lonely hearts, si ottiene “1 one 1”, cioè 111 il numero dei Beatles superstiti e ‘he die’ (lui muore), oppure "1ONE IX HE DIE" cioè 9 novembre, la data della presunta morte, e ancora fra he e die compare una freccia che punta, guarda caso, proprio su Paul. Molti altri indizi si trovano nella copertina e altri ancora si riscontrano anche nel retro e nei testi delle canzoni.
In questi anni di vuoto intellettuale in cui non spicca un genere letterario, né una forma d’arte, neanche la musica presenta peculiarità capaci di contraddistinguere un momento storico con qualcosa che possa rimanere come traccia indelebile. Se viviamo nell’era dell’apparire anziché dell’essere, come si può immaginare di poter indurre chi non vuole compiere lo sforzo di vedere oltre ad avere sempre una visione critica della vita?
Postato alle 09:09 di venerdì, 03 luglio 2009 da dalloway66
Gustave Moreau, Hesiode et la Muse
Cominci il canto mio dalle Muse Elicònie, che sopra
l'eccelse d'Elicóna santissime vette han soggiorno,
e con i molli pie' d'intorno alla cerula fonte
danzano, intorno all'ara del figlio possente di Crono.
[…]
Quelle che il canto bello d'Esiodo ispirarono un giorno,
mentr'egli pasturava le greggi sul santo Elicona,
quelle medesime Dive narrarono a me ciò ch'io narro,
le Muse Olimpie, figlie di Giove, dell'ègida sire.
«Pastori avvezzi ai campi, gran bíndoli, pance e null'altro,
favole molte sappiamo spacciar ch'ànno aspetto di vero;
ma poi, quando vogliamo, sappiamo narrare anche il vero».
Disser del sommo Giove cosí le veridiche Figlie;
e a me diedero un ramo di florido alloro, stupendo,
ch'io ne tagliassi uno scettro, m'infusero in seno la voce
divina, ond'io potessi cantare il presente e il futuro,
mi disser di cantare la stirpe dei Numi immortali,
e loro stesse, sempre, del canto al principio e alla fine;
ma perché mai qui sto cianciando di rupi e di querce?
Su', dalle Muse dunque comincia, che allegran di Giove
l'eccelsa mente, quando intonano gl'inni in Olimpo,
e dicono le cose che furono e sono e saranno,
con le parole espresse. Dal labbro alle Dive, la voce
infaticabile scorre, soave.
(Esiodo, Teogonia, Proemio)
Il Logos e la verità hanno sempre avuto una vita di coppia difficile, se è vero che le Muse possono mentire, pur dando forte verosimiglianza alle proprie parole, oppure esprimere esattamente la realtà, il poeta incaricato dalle divinità di cantare le gesta degli dei non può che dire unicamente il vero. Ma ogni racconto cela al suo interno un enorme potere che gli permette di portare alla salvezza o alla perdizione.
Forse ho fatto molto male ad accingermi a scrivere: dentro di noi resta smisuratamente più di quello che riesce a parole. Un’idea, anche se cattiva, finché è in noi, è sempre più profonda, mentre a parole è più ridicola e disonesta. Versilov mi ha detto che solo negli uomini cattivi avviene tutto all’inverso. Quelli non fanno che mentire, a loro è facile, mentre io cerco di scrivere tutta la verità, ed è terribilmente difficile.
(Fëdor Dostoevskij, L’adolescente)
Chiunque scriva si trova sempre a dover affrontare tale dilemma, perché per quanto ci si sforzi di narrare l’assoluta verità, c’è tuttavia sempre qualcosa che si sottrae, qualcosa che somiglia soltanto a ciò che si voleva dire, ma non è quello.
Gustave Moreau, Léda
[…] e allora nessuno potevi vedere senza lacrime
fra gli Argivi: tanto li commuoveva la Musa armoniosa.
(Omero, Odissea, vv. 61-62)
Tutto ha inizio con Lei, ogni ritmo che rapisce ed incanta si deve alla fonte d’ispirazione, alla Musa che ci accompagna e si manifesta nell’irrisolvibile nodo che stringe, nella magia delle parole che piovono a dirotto, a coprire pagine e a descrivere sogni, come un bisogno che non cessa, una malattia che si propaga nella mente, una sete inestinguibile a cui non si può più rinunciare.
Il potere della parola trascina come un fiume in piena, porta con sé un cumulo di detriti che contengono tutto ciò che si voleva dire, ma anche quello che nemmeno si sospettava di poter dire. La parola, ciò che ci distingue da qualsiasi altro essere vivente ci avviluppa, ci caratterizza, ci identifica, eppure ci costringe, ci lega, ci opprime, ci elargisce il piacere più appagante e una sofferenza immensa. Ma noi, umili cantori della quotidianità, non possiamo prescindere dal verbo, dalla nostra Musa personale che ci sussurra la melodia del pensiero da condividere, da offrire con la pesantezza della forza di gravità e la levità del battito d’ali che la sconfigge.
Ma dopo, la voce di madre Leonora, ricomposta nella sua dolcezza di sempre, avrebbe ricominciato a dire parole belle, come infinito, azzurro, soave, celestiale, magnolie… che belli i nomi dei fiori: gerani, ortensie, gelsomino, che suoni meravigliosi! Ora poi che le scriveva le parole lì sul bianco della carta, nero su bianco, non le avrebbe perdute più, non le avrebbe dimenticate più. Erano sue, solo sue. Le aveva rubate, rubate a tutti quei libri per bocca di madre Leonora.
(Goliarda Sapienza, L’arte della gioia)
La Musa più generosa è quella che ci dona le parole, perché una volta in nostro possesso, una volta incise sul foglio, esse divengono indelebili e nostre per sempre. Anche muta, afona, imbavagliata, la Musa delle parole non smette mai di parlarci col suo ritmo salmodiante, cadenzato, come il rituale che mai non ha fine, come una musica che prende vita e consistenza già nel disegno dei simboli musicali. I contorni di quelle note che sotto la pressione delle dita si stampavano fra le righe, intrappolate lì, nessuno me le avrebbe più sottratte. Erano mie, rubate come gli aggettivi, i sostantivi, i verbi, gli avverbi…
Gustave Moreau, Sappho
Musa, d’incerta origine, di ignote parole, madre di tutto il tempo che non si può nemmeno immaginare. Custode della memoria, artefice dell’armonia, in te coincide l’essere e l’esistere, nel canto che sospende ed incanta, pur nella dissonanza. Musa che avviluppi i virgulti e trasponi la tua immagine aggraziata tra i colori di un quadro trasognato. Tra scene di caccia e miti immortali esplode un suono statico di corno, un richiamo che vive nell’aria, che raggiunge l’udito e la mente. E quando la sete di conoscenza prende il sopravvento, non esiste che la Musa a condurmi per mano tra le pagine che ancora non conosco e che già mi appartengono per tacito accordo, per antica necessità, per conoscenza pregressa, incisa nel codice genetico. Musa, sono tua prigioniera, raccolgo parole che erompono malgrado me, sei tu che rompi gli argini, la diga che straripa. L’acqua, fonte di vita, si versa dentro di me e mi riporta infine al luogo d’origine, alla sorgente che rimarrà eterna, voce imperitura che sempre canterà la storia che non sbiadisce, la storia che celebra in cerchio, al ritmo del ciclo lunare, imbiancata dalla luce, il tempo, che finalmente, si cristallizza.
Postato alle 16:25 di mercoledì, 17 giugno 2009 da dalloway66
Ci sono momenti in cui si rimane disorientati. Il nostro rapporto con il tempo è sempre problematico, perché l’evolversi naturale è stato sostituito dalla temporalità imposta, dalla cronologia, dalla catalogazione e così, capita che gli animi più sensibili percepiscano quella sorta di sfasamento temporale che ci fa arrivare sempre al momento sbagliato. Sempre un attimo prima o quello immediatamente successivo e in genere non basta una vita perché ci si possa ri-allineare. Bisogna attendere un tempo più vasto, quello delle vite che si susseguono e che costruiscono la nostra reale totalità.
Nel continuo dibatterci qua e là, di vita in vita, dovremmo almeno imparare a concepire una nuova visione temporale, la tensione verso il raggiungimento della perfezione interiore.
Il candeliere che teneva in mano era piegato da una parte. Tre gocce di cera le caddero sulla sottana, lucide, prima che se ne accorgesse. Raddrizzò subito la candela e scese le scale. Tese l’orecchio. Silenzio dappertutto. Martin dormiva. La mamma dormiva. Nel passare davanti alle loro porte e nello scender le scale le parve che le calasse addosso un peso. Si fermò e guardò giù nell’ingresso. Si sentì avvolgere dalle tenebre. «Dove sono?» si chiese fissando una pesante cornice. «Cos’è?» Le pareva d’essere sola, spersa nel nulla e tuttavia doveva scendere, doveva portare il suo fardello.
(Virginia Woolf, Gli anni)
Woolf riesce a fare qualcosa di straordinario, riesce ad inventare l’attimo, a coglierlo e descriverlo nella sua durata infinita, nella sua essenza che è poi l’essenza stessa della vita. È capace di descrivere la fusione temporale tra passato, presente e futuro in un eterno presente che rende il momento, il fatto, l’evento, l’emozione, senza fine. Ecco il perché di quella sensazione di vuoto che talvolta ci coglie, quella sorta di spaesamento che ci fa quasi perdere l’identità e la nozione del tempo e l’essere incastonati in quella data epoca, in quell’anno, in quel giorno, in quell’ora precisa. Tutto prosegue, il cammino è doloroso e pesante ed ogni istante il fardello diventa più gravoso, possiamo ignorarlo e fare finta di niente, ma giunge sempre il lampo della presa di coscienza, l’attimo in cui le gocce di cera ci piovono addosso e in quell’attimo scopriamo l’insospettabile, ovvero che niente è come ci era sembrato fino a quel momento e che, dietro a tutto ciò che sappiamo, c’è ancora un groviglio di significati pronti a riaffiorare dall’oscurità.
«E lui dice,» mormorò, «che il mondo non è altro che…» s’interruppe. Cosa diceva? Nient’altro che pensiero, eh? Se lo domandava come se lo avesse già dimenticato. Be’, dato che era impossibile leggere e impossibile dormire si sarebbe lasciata andare, sarebbe stata solo pensiero. Era più facile agire che riflettere. Le gambe, il corpo, le mani, tutta la sua persona doveva restare passivamente distesa, per prender parte a questo processo universale del pensiero che quell’uomo aveva detto essere la vita del mondo. Si stirò. Dove cominciava il pensiero? Nei piedi, forse? Eccoli là, sporgevano sotto il lenzuolo. Sembravano staccati, distanti l’uno dall’altro. Chiuse gli occhi. Poi qualcosa si irrigidì dentro di lei, contro la sua volontà. Era impossibile mettere in azione il pensiero.
(Virginia Woolf, Gli anni)
Dove comincia il pensiero? È possibile descriverlo? Si può separare dall’insieme che ci costituisce?
Ho sempre trovato sorprendente l’accostamento che spesso Woolf propone di un concetto profondissimo legato alla quotidianità del gesto, perché forse è proprio mentre si compiono i movimenti consueti che ci si può astrarre tanto da riflettere su qualcosa di indefinibile. E associare ciò che sempre abbiamo di fronte a noi a tutto quello che ci sfugge, può indurci a vedere le cose come non le avevamo mai viste prima. E così la semplice visione dei nostri piedi, come se fossero qualcosa di separato, può innescare una successione di quesiti ai quali non è però necessario trovare una risposta, poiché la vera grandezza risiede soltanto nella domanda.
Nell’intuito di porsi certe domande si trova anche il germe della risposta, il segreto è dunque nella ricerca della soluzione e non nella spiegazione in sé, come se con una piccola porzione del nostro pensiero si potesse divenire parte del pensiero universale.
Le tende tirate
I
- La speranza è alla pagina prossima. Non chiudere il libro.
- Ho voltato tutte le pagine del libro senza incontrare la speranza.
- La speranza, forse, è il libro.
II
Nei dialoghi che perseguo la risposta è abolita; ma,
talvolta, la domanda è il lampo della risposta.
La mia strada è picchiettata di cristalli.
III
- Se la risposta fosse possibile,
la morte non camminerebbe a fianco della vita,
la vita non avrebbe ombra
l’universo sarebbe luce.
(Edmond Jabès, Le tende tirate)
Postato alle 11:36 di sabato, 06 giugno 2009 da dalloway66
Forse andando un mattino in un’aria di vetro
arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
di me, con un terrore di ubriaco.
Poi, come su uno schermo, s’accamperanno di gitto
alberi, case, colli, per l’inganno consueto.
Ma sarà troppo tardi ed io me ne andrò zitto
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.
(Eugenio Montale)
La rivolta morale passa attraverso l’annullamento di se stessi? È indispensabile abolire il passato per rivoltarsi contro il presente, per cambiare il presente. Nell’annullamento si può rinascere. Ecco il miracolo che si compie, ci si guarda indietro e si scopre il nulla, la consapevolezza del non avere un senso e che tutto è costruzione, inganno, menzogna.
Ma dopo un primo attimo di sgomento, quando non si ritrovano i paesaggi quotidiani, le abitudini che ci tengono in piedi, ci si può rendere conto che la condizione dell’uomo, è proprio in quel destino di sofferenza, che lo conduce in un Ade al quale può sottrarsi solo andando avanti senza mai voltarsi indietro, senza lasciarsi trattenere dalle passioni, custodendo gelosamente il segreto dell’unica salvezza possibile, la separatezza, la divina indifferenza.
Spesso il male di vivere ho incontrato:
era il rivo strozzato che gorgoglia,
era l’incartocciarsi della foglia
riarsa, era il cavallo stramazzato.
Bene non seppi, fuori del prodigio
che schiude la divina Indifferenza:
era la statua nella sonnolenza
del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.
(Eugenio Montale)
Basta semplicemente guardarsi attorno, per imbattersi nel male di vivere, in ogni cosa, in ogni situazione, perfino negli oggetti si incontra l’inevitabile dolore, quel tarlo che sempre corrode l’animo. Tutto intorno a noi grida, a voce alta oppure con il silenzio, il proprio affanno, alcune volte con sfrontatezza, altre con garbo, altre ancora di nascosto, ma quanta compostezza ci vuole per sopportare il peso della condizione umana? Ci si arrende all’incomprensione, al silenzio, all’ottuso peso degli anni che si accavallano lasciandosi dietro solo macerie, perché a parte una bella scenografia colorata e chiassosa, alla fine cosa rimane di una vita intera? Basta un contenitore dalle dimensioni ridotte per conservare qualche ricordo, qualche parola, poche immagini, oggetti che si aprono all’immensità dei significati personali, ma che, essendo unicamente costruzioni della nostra mente, alla nostra morte non saranno più quella vita intera, ma inutili cianfrusaglie da buttare via o da perdere nei bauli della dimenticanza.
L’argomento della mia poesia è la condizione umana in sé considerata; non questo o quell’avvenimento storico. Ciò non significa estraniarsi da quanto avviene nel mondo; significa solo coscienza, e volontà, di non scambiare l’essenziale col transitorio… Avendo sentito fin dalla nascita una totale disarmonia con la realtà che mi circondava, la materia della mia ispirazione non poteva essere che ‘quella’ disarmonia.
(Eugenio Montale)
E in quella disarmonia si racchiude, giorno dopo giorno, quella parte di noi che muore ogni istante, la parte corrosa dal tempo e quella derubata dagli uomini, quella che si spegne solo per una parola o per un gesto o per un’idea. Il lungo cammino verso se stessi procede anche quando sembra interrompersi, scorre come un fiume sotterraneo, perché non si deve mai passare da una subordinazione all’altra, ma dalla continua dipendenza alla libertà interiore, alla scoperta di sé e di tutto ciò che ci rappresenta e che può darci la forza di essere, da soli o in mezzo agli altri. Solo così si potrà andare tra gli uomini che non si voltano, ognuno col proprio segreto.
Ogni individuo ha il suo segreto che porta chiuso in sé fin dalla nascita, segreto di profumo di tiglio, di rosa, di gelsomino, profumo segreto sempre diverso sempre nuovo unico irripetibile, segreto di impronte digitali graffito inesplicabile sempre nuovo diverso sempre unico irripetibile. […] Segreto di sangue pietrificato… ogni individuo ha il suo segreto… non violate questo segreto, non lo sezionate, non lo catalogate per vostra tranquillità, per paura di percepire il profumo del vostro segreto sconosciuto e insondabile a voi stessi, che portate chiuso in voi fin dalla nascita sconosciuto e insondabile a voi stessi. Ogni individuo ha il suo segreto, ogni individuo ha la sua morte in solitudine… morte per ferro, morte per dolcezza, morte per fuoco, morte per acqua, morte per sazietà unica e irripetibile. Ogni individuo ha il suo diritto al suo segreto ed alla sua morte.
(Goliarda Sapienza, Il filo di mezzogiorno)
Postato alle 09:53 di sabato, 30 maggio 2009 da dalloway66
Ovvero sulla parola imperfetta
«Divino Laerziade, ingegnoso Odisseo,
perché infelice, lasciando la luce del sole,
venisti a vedere i morti e questo lugubre luogo?
Ma levati dalla fossa, ritira la spada affilata,
che beva il sangue e poi il vero ti dica.»
(Omero, Odissea, Libro XI, vv. 92-96)
Mentre morivo ho abbassato la guardia. Mentre morivo l’universo ha interrotto il suo meccanismo perfetto, per un attimo, ed ha avuto pietà di me, perché morivo insensatamente, cosi come ero vissuta, pregna di quel vuoto atmosferico che stride al contrasto con la volontà di riempire, fagocitare parole, assorbire concetti, divorare la conoscenza. Mentre morivo la perfezione ha raggiunto la mia mente, ha inarcato la parabola del mio verbo ormai poco presente e mi ha restituito la gioia del lessico inatteso, che danza in una frase compiuta. Ma mentre morivo, lentamente, l’attimo sfioriva ed ogni cosa si privava di qualsiasi significato, perché è questo il destino delle parole, pensare che servano a dire tutto, quando invece non possono farlo, sono soltanto uno strumento imperfetto che va corretto con la potenza del gesto e spesso si adagiano stancamente su riflessioni di cui nessuno sente la necessità, su inutili spiegazioni a posteriori, su significati artefatti, costruiti in modo artificiale, per stupire soltanto una parte di sé.
Mentre morivo ho compreso che le belle parole sono solo ornamento, ricami che allietano i lunghi anni d’ignoto, orpelli che soffiano la brezza divina di un canto che si deve soltanto ascoltare, inspiegabile come tutto ciò che dà senso, come il sapere che c’è sempre qualcos’altro anche se non si può mai raggiungere.
Anche lui aveva una parola. Amore, lo chiamava. Ma era da un pezzo che avevo fatto l’abitudine alle parole. Sapevo benissimo che quella parola era come tutte le altre: semplicemente una forma per riempire un vuoto.
(William Faulkner, Mentre morivo)
Forma, vuoto, dissolvimento, annullamento, mentre morivo non potevo aggrapparmi a nessuna forma inconsistente. Il vuoto lo riconosci sempre, anche camuffato e anzi, a volte, devi mascherarlo di virtù, d’amore, di follia, per non perderti in quella camera d’aria senza gravità, nell’inconsistenza del tuo essere che non si trova più. E quale senso può mai abitare la vacuità, soltanto nella sua trasformazione in densità si può colmare di contenuto, per quanto tutto sia inutile, poiché l’unico piacere sta, come sempre, nel paradosso di riempire un vuoto, per poi poterlo svuotare.
Fu allora che capii che le parole non servono a nulla; che le parole non corrispondono mai neanche a quello che tentano di dire.
(William Faulkner, Mentre morivo)
Le parole percorrono una strada sempre incerta perché non sono consapevoli del significato che portano, il senso è unica proprietà di chi le dice, esse fanno parte, dunque, di un’intimità che non si può condividere con nessuno, se non con se stessi, e il momento preciso in cui lo si comprende è anche quello della scelta definitiva, della vocazione a intessere formulari esplicativi che possano spiegare la vita, così, giusto per fuggire il baratro che risucchia, grazie ad una tassonomia che ci protegga con il suo ordine scientifico.
E forse fu quella la prima volta che lo scoprii, che Addie Bundren poteva fare qualcosa di nascosto: lei che aveva cercato di insegnarci che in un mondo dove c’è l’inganno, nient’altro può essere tanto brutto o tanto grave, nemmeno la miseria.
(William Faulkner, Mentre morivo)
La menzogna abbrutisce, ma soltanto momentaneamente, chi la riceve, non chi la dice, poiché chi si aspetta verità viene sempre tradito dalle parole che mutano, mentre chi ondeggia tra i significati contrastanti riesce a fuggire il tempo e a mantenersi dall’usura delle epoche, quasi dall’erosione della vita. Ed è un continuo alternarsi il nostro, un giorno viviamo nella luce, un altro giorno nell’oscurità, una volta la menzogna ci colpisce, un’altra volta siamo noi a scagliarla in un continuum inarrestabile.
La realtà in effetti non può mai esistere. Come un’onda riaffiora, la voce della vita passata, tra tutte le voci una si staglia e grida in mezzo alle altre, la sua verità, l’unica verità possibile, l’ombra che ci sdoppia e ci ricorda la memoria del nostro essere integro, infinitamente complesso, vertiginosamente lucido e trafitto dall’abbaglio continuo di ciò che non siamo, di quello che non vogliamo, ma che dobbiamo apparire, per essere.
Un giorno stavo parlando con Cora. Si mise a pregare per me perché credeva che fossi cieca al peccato e voleva che anch’io mi inginocchiassi a pregare, perché la gente per cui il peccato è solo una questione di parole, per loro anche la salvezza non è altro che parole.
(William Faulkner, Mentre morivo)
Il peccato in genere concerne la sfera dell’azione, ma il pentimento è sempre parte del discorso, ciò che il peccato distrugge l’assoluzione verbale risana. Sarà questa la vera menzogna? Il più grande inganno di cui l’uomo si nutre?
Colpa e redenzione appartengono allo stesso campo lessicale, si abbarbicano alle lisce pareti dell’estasi che passa attraverso il tormento dell’anima che riflette, dell’anima che tutto sa e vanamente si dibatte alla ricerca di qualcosa, qualsiasi cosa possa appagarla, pur non riuscendoci mai, perché anch’essa deve piegarsi all’inevitabile, all’antica scrittura che precorre i tempi e li sorpassa, quella che non si può fermare e come un codice genetico ci inchioda al nostro destino immutabile.
La parola salvifica è un’invenzione dell’uomo, è la nostra unica ancora di salvezza, l’unico mezzo che abbiamo per illuderci, con la convinzione che, soltanto dicendola, la parola possa redimerci e farci superare il confine del circoscritto per librarsi nel senso universale che possa sottrarci finalmente all’umile umanità che così tanto ci limita.
Tuttavia… dare un nome alle cose o ai sentimenti, non significa conoscerli...
Postato alle 10:30 di sabato, 23 maggio 2009 da dalloway66
Con il tempo, il tempo stesso si perde, sbiadisce in contorni indefiniti che danno vita alla consapevolezza del nulla che resiste, indomito a tutti gli assalti delle illusioni.
Dovrebbe implorare la grazia dell’oblio. La medicina per vivere non è il ricordo, ma la dimenticanza. E più di tutto si devono dimenticare i momenti felici. Non è un tradimento, ma l’inizio della rinascita.
(Melania G. Mazzucco, La lunga attesa dell’angelo)
Ma per rinascere bisogna pur morire, decadere, precipitare, vorticare nel nulla, perdere gli appigli e nemmeno tentarli, franare in un tumulto di polvere e tonfi sordi, raggiungere l’accogliente baratro che ci attendeva paziente, consapevole del nostro arrivo ancor prima che noi stessi lo sapessimo.
Con il tempo tutto svanisce, le ore si disperdono come ceneri lievi, che galleggiano nell’aria per un intervallo interminabile, mute ai nostri sguardi attenti, sguardi che sanno leggere in quel volo il significato di ogni esistenza, poiché tutte le vite si somigliano e in fondo agli occhi si leggono sempre le stesse parole. Quanto il balbettio incessante di chi ha perduto il senno valgono i nostri affanni, e la sorpresa annichilita di una rabbia sorda e cieca, eppure inevitabile, ci immola al desiderio della distruzione che ci incalza e che non possiamo mai deludere. Ci piace vivere con la macchia del dolore ben visibile sui nostri abiti, quasi per mantenere la distanza da chiunque altro, il nostro stendardo ci rende irraggiungibili, abitanti di un universo ostile strisciante di luce.
Sono così anch’io, schiava delle apparenze, prigioniera dell’ordine prestabilito, pronta a seguire l’onda che s’infrange, in attesa perenne che qualcosa interrompa il flusso, che un frammento precipiti dal nulla e riempia il vuoto incessante, il silenzio che nessuna parola può fermare. Mi muovo per inerzia e per quanto voglia decidere di sentire, rimango sorda, eclissata, ai margini del mondo che non conosco, che non voglio apprendere. Che si scateni pure la furia su di me, che la tempesta mi abbatta, non mi muoverò, non dirò più niente, finché la scintilla non accenderà il fuoco dentro di me, finché non sarò più onda ma scogliera, perché per quanto mi sforzi in verità, da tempo ho sviluppato una totale indifferenza nei confronti della vita e tutte le emozioni sulle quali mi accanisco, non sono che espedienti, artifici che mantengono una parvenza vitale, ma non sono reali, sono ombre, potenzialità abortite, palliativi che si estinguono da soli, con il tempo.
I miei pensieri si arenano tutti allo stesso punto. Mi è caduto dalla memoria il ricordo delle cose inutili, vorrei che allo stesso modo cadesse il ricordo delle cose che hanno procurato dolore e pena. Vorrei che un’intera parte di me potesse essere annientata – cancellata per sempre.
(Melania G. Mazzucco, La lunga attesa dell’angelo)
Non sono pronta. Le parole dimenticate mi scivolano addosso in silenzio, mentre l’onda che si avvicina le fa riaffiorare. È così che iniziano le cose, con quella sensazione di nausea, di terreno malfermo, di precipizio che attrae, tutto inizia con l’inverno dentro al cuore, con il pulsare che smette all’improvviso, con la sosta interminabile davanti allo specchio. L’inizio non riguarda necessariamente il bozzolo di un evento, l’inizio è trasformazione, è l’evoluzione di un pensiero in fuga, l’ingresso nell’ignoto, è qualcosa che sai di sapere senza saperla, ciò che ti sfugge e ti perseguita, quel che fluttua e balugina nel buio della mente.
Ognuno di noi ha una parte di vita che vorrebbe annullare, un momento che sovraccarica, la corda che stringe e ti rovina per sempre, l’immagine senza tempo di ciò che non vorremmo mai più ricordare e che invece ci salta addosso nei momenti più impensati, quando crediamo di essere felici, quando ci pare di avere raggiunto la serenità, quando ci sentiamo vivi.
È così che il vento, questo vento cieco, ma che conosce ogni cosa, porta via tutte le foglie, spalanca le finestre che si aprono sull’abisso e sfoglia tutti i libri mai scritti, mai letti, aperti, chiusi, riposti, fuori posto, tutte le parole che se ne vanno in giro senza meta, raminghe, solitarie e toccano la mente e il cuore e poi appassiscono, come ogni cosa viva avvizzisce e si spegne, non importa quanto tempo ci vuole, non importa in quale luogo si consumi il misfatto, ciò che importa è l’impronta che ci segna e che lascia il suo solco unico, perché mai ce ne sarà un altro uguale. Ogni dolore è irripetibile.
Non sono fatta per la circolarità, questo eterno ricominciare mi sfianca, dover dire sempre le stesse cose, essere costretti a costruire, a fare e distruggere e poi ricominciare. La stanchezza è l’unica sensazione che mi avviluppa, che mi veste e mi sussurra nelle orecchie che, per quanto mi sforzi, dovrò continuare a correre in cerchio, in eterno, senza respiro, né senso, senza più tempo, come chiunque altro, come accade dal primo giorno, che non sarà mai l’ultimo.
… alors vraiment avec le temps on n’aime plus…
Postato alle 13:23 di domenica, 12 aprile 2009 da dalloway66
Julien Green con il suo libro Se fossi in te… (1947) ci propone, in un racconto fantastico, il sogno di ogni uomo, ovvero quello di poter essere un altro, attraverso la storia di Fabien che stipula un patto con il diavolo e ottiene la capacità di trasferirsi da un corpo all’altro tramite una formula magica. È un libro che, pur nell’apparente semplicità, tocca molteplici aspetti della personalità e della vita interiore, tanto che la psicanalista Melanie Klein ha scritto un saggio (Sull’identificazione), ispirandosi proprio al personaggio creato da Green, nel quale introduce il concetto di identificazione proiettiva, ovvero una sorta di meccanismo di difesa in base al quale proiettiamo alcune parti di noi che ci sembrano sgradevoli o pericolose, su qualcosa che sta all’esterno, su qualcun altro, su un altro sé.
Fabien incarna infatti, nel corso del racconto, varie tipologie umane dimostrandoci che ogni potenzialità è dentro di noi anche i lati negativi, deboli, violenti, cattivi, ma poiché non riusciamo ad accettarlo, allora proiettiamo all’esterno, ciò che di noi non ci piace. E a maggior ragione il protagonista incarna tale possibilità poiché, trasmigrando da un corpo all’altro egli rimane sé, ma diventa anche l’altro.
Tuttavia, ciò che in un primo momento Fabien ritiene essere un grande privilegio, piano piano si trasforma in un’ulteriore gabbia, ogni personaggio che sceglie ha sempre qualcosa che non va e da un passaggio all’altro egli sembra perdere qualcosa, è come se piuttosto che arricchirsi si impoverisse.
Quel giorno i libri lo annoiavano, ma l’idea di rientrare a casa lo riempiva di un sentimento che sfiorava l’orrore. Tuttavia nulla di penoso l’aspettava in quelle due stanze; non lo aspettava proprio nulla, ed era questo che non poteva sopportare. Sapeva troppo bene che quello che avrebbe trovato nella sua camera era se stesso, e in certi momenti quel pensiero non gli sembrava tollerabile. Per sfuggirsi avrebbe camminato da un capo all’altro della città, se avesse creduto che questa occupazione lo avrebbe liberato.
(Julien Green, Se fossi in te…)
Ci sono fasi della vita in cui niente sembra più terribile del rischiare di ritrovarsi soli con se stessi. Se ci soffermiamo un attimo a riflettere ci rendiamo conto di come la nostra attività preferita sia tendere alla distrazione. Non si vuole leggere un libro pesante che costringa a pensare, perché la lettura dev’essere uno svago. Non si vuole vedere un film impegnativo che faccia affiorare una folla di pensieri, perché al cinema si va per distrarsi e per ridere. Non si vogliono intraprendere, dopo il lavoro, attività che impegnino mentalmente, perché il tempo libero deve essere dedicato alla distensione. La disabitudine all’introspezione non ci fa guardare oltre, e ci rende odiosa la sola idea di rimanere da soli, il luogo della riflessione, della pace, la nostra casa, con tutte le nostre cose, può così trasformarsi in un vero inferno, mentre in verità non possiamo mai avere una compagnia migliore di noi stessi, né una conversazione più vantaggiosa.
Voler essere qualcun altro, volere vivere un’altra vita, dimenticarsi di se stessi e ricominciare, essere sé, ma anche un altro, toccare tutte le sfumature dello spettro, avere la possibilità reale del cambiamento e non soltanto la visione. In fondo capita a tutti, nel corso della vita, di marinare questi pensieri, un po’ per fuggire la stanchezza, un po’ perché sembra una soluzione a portata di mano, mentre invece in tal modo ci si addentra nel campo delle illusioni che danneggiano più dei sogni.
Voi sapete quanto me che una delle maggiori cause della noia è la miseria del nostro destino. Ci svegliamo gli stessi ogni mattina, invano certi sognatori del passato hanno sostenuto che mai la stessa persona oltrepassa due volte la stessa porta. La verità è che ogni uomo è condannato a vivere nello stesso corpo, a vedere con gli stessi occhi, a comprendere e meditare fino alla morte con l’aiuto dello stesso cervello. L’ingegnoso supplizio dell’identità crea un inferno molto più sofisticato del luogo torrido inventato dalla superstizione. Essere eternamente gli stessi non è sopportabile per spiriti affinati dalla riflessione. Uscire da sé, divenire un altro, non è uno dei sogni più intelligenti che l’uomo abbia custodito in sé?
(Julien Green, Se fossi in te…)
Fuggire. Trasformarsi. Abbandonare il dolore. Ci sono persone che camminano ininterrottamente, per l’intera esistenza, pur di non giungere mai al momento fatidico dell’incontro con se stessi. Ma è davvero così difficile accettarsi, comprendersi, prendersi cura di sé. È davvero un’impresa impossibile volere ciò che si ha già? Perché correre sempre a vuoto alla ricerca dell’impossibile? Tanto alla fine c’è sempre la solita circolarità che ci riporta esattamente dove tutto ha avuto inizio, ovvero al “sé” originario, poiché non esiste un “altrove”, né dentro, né fuori. E dal momento che non esistono vie di fuga, né palliativi sopportabili, cosa ci spinge di continuo in questa folle corsa?
Ma serve poi questo espediente? O si tratta dell’ennesimo inganno che perpetriamo contro noi stessi? Siamo talmente fissati con questo altrove, con questo altro, che alla fine perdiamo di vista un concetto basilare, noi stessi e il qui ed ora.
Come sempre ogni tentativo è destinato al fallimento, ci sono delle regole che non si possono infrangere, destini segnati che rimangono immutabili nella successione delle epoche, nel tocco delicato degli anni che non possono scalfirli.
Soltanto l’alterazione della percezione può rivelare altri mondi ed altre dimensioni, ma l’uso della ragione ci riporta all’unica verità possibile, noi siamo uno e tutta la nostra ricerca è votata al ricongiungimento con noi stessi.
Ed infatti, dopo tanto vano peregrinare anche Fabien torna al punto di partenza, compie un viaggio a ritroso per ritrovare il corpo che aveva abbandonato, prima di morire deve passare dal molteplice all’unità ed in verità lo ha sempre saputo, ha sempre dovuto portare con sé, in ogni trasmigrazione, un foglietto con su scritto il suo nome e il suo indirizzo, l’importanza del nome è fondamentale essendo la prima cosa che ci identifica, che ci permette di esistere, senza nome si precipita nel regno dell’indistinto, solo i pazzi ed i reietti non hanno nome, e chi non ha identità non è.
Ma forse è solo la mancanza d’amore che ci fa proiettare di qua e di là. La mancanza d’amore verso noi stessi. Oh, a chi appartiene la splendida effigie che lo specchio riflette? Ma si tratta di noi, amiamoci dunque! Che ogni istante diventi il corollario di un’intesa perfetta…
Postato alle 08:29 di sabato, 04 aprile 2009 da dalloway66
Ho assistito in incognito all’accasciamento graduale della mia vita, al lento naufragio di tutto quanto ho voluto essere. Posso dire, con quella verità la cui morte è palese anche senza corone di fiori, che tutto quanto ho voluto e nel quale ho riposto, anche se per un momento, nient’altro che il sogno di quel momento, tutto mi si è sfracellato sotto le finestre come una zolla caduta da un vaso dagli ultimi piani. Sembra perfino che il Destino abbia sempre cercato di farmi amare o di farmi volere quanto esso aveva stabilito, affinché il giorno dopo io constatassi l’impossibilità di quel desiderio.
Ed è così che vanno le cose, che ogni cosa deve andare, noi viviamo nell’illusione anche quando ci sembra di vivere la realtà, perché proiettiamo la nostra verità personale all’esterno e mai possiamo trovare un riscontro nelle verità degli altri, che a loro volta saranno delusi dalla nostra. Ecco perché i bilanci solitamente sono fallimentari, perché si basano sull’illusione della ricerca di ciò che non può essere, non perché non lo troviamo, ma semplicemente perché non c’è. Tutto è finzione e l'unica forma di vita risiede nel desiderio, nella tensione continua al raggiungimento, poiché tutto ciò che alla fine otteniamo, poi smette di interessarci. L'appagamento è la vera morte, l'arco teso non deve mai scoccare la sua freccia.
Quante volte, però, nel bel mezzo di questa insoddisfazione tranquilla si affaccia gradualmente alla mia emozione cosciente il sentimento del vuoto e del tedio di pensare così! Quante volte, come chi sente parlare attraverso dei suoni che cessano e ricominciano, sento l’amarezza essenziale di questa vita estranea alla vita umana: vita in cui niente succede se non nella sua stessa coscienza! Quante volte, svegliandomi da me stesso, intravedo, dall’esilio che io sono, quanto sarebbe meglio se fossi stato il nessuno di tutti, l’uomo felice che ha per lo meno l’amarezza reale, l’uomo contento che prova stanchezza e non tedio, che soffre davvero e non immagina di soffrire; infine, che si uccide invece di morire a se stesso!
Quante volte abbiamo desiderato la tranquilla vita inconsapevole dell’uomo della strada? Incrociato per caso nel corso delle insensate deambulazioni per la città irreale in cui tutti gli stralunati sognatori vivono? Ma esiste vera felicità? Anche l’uomo più inconsapevole si porta dentro quell’incompiutezza che si conficca in ogni fianco, come un dardo avvelenato, perennemente teso a ricordarci che manca sempre qualcosa, quel qualcosa di irraggiungibile, la sensazione di una potenzialità interiore che non siamo ancora riusciti a utilizzare, ma che alberga nel limbo della nostra mente. La nostra parte immortale che cade rovinosamente, che è costretta a soccombere, schiacciata dalla transitorietà.
Sono diventato una figura da libro, una vita letta. Quello che sento senza volerlo lo sento per poter scrivere di averlo sentito. Quello che penso diventa subito parole, si mescola con immagini che lo disfano, si apre in ritmi che sono un’altra cosa. A forza di ricompormi mi sono distrutto. A forza di pensarmi, io sono ormai i miei pensieri e non più io. Ho sondato me stesso e ho lasciato cadere la sonda; vivo pensando se sono profondo oppure se non lo sono, senz’altra sonda, ormai, al di là del mio sguardo che mi mostra con chiarezza in nero, nello specchio del grande pozzo, il mio volto che mi contempla nell’atto di contemplarlo.
Come se esistesse un altro sé, come se fossimo immagine riflessa, in questo continuo gioco di rimandi può capitare di non vivere più. Si diventa fragili frasi incise su carta, personaggi e non più persone, ogni sentimento è vissuto attraverso il filtro della narrazione. Ci si vede incastonati in belle parole che ci rappresentano, ma che non possono mai essere veramente. Si vive una vita per procura, nell’attesa del cambiamento, nell’attesa che tutto si compia o che finalmente finisca. Ma esiste qualcosa che davvero ha termine? l'ingranaggio che ci ingloba prescinde da qualsiasi forma di volontà, è un continuo fluire il cui inizio si è ormai sbiadito nel ricordo e che non può finire perché proseguirà nel sogno di qualcun altro. Nessuna pace possiamo conoscere, perfino il sonno, che è una caricatura della morte, diviene tormento, susseguirsi di immagini, ombre notturne, errori che perseguitano, eco di voci senza forma.
Sono una specie di carta da gioco dal seme antico e sconosciuto sopravvissuta al mazzo perduto. Non ho alcun senso, non conosco il mio valore, non ho nulla a cui mi possa paragonare per potermi trovare, non ho nulla a cui possa servire per potermi conoscere. E così, attraverso le immagini successive con le quali descrivo me stesso (non senza verità, ma con menzogne), io vado vivendo nelle immagini più che in me, raccontandomi fino a scomparire, scrivendo con l’anima come se fosse inchiostro: un’anima che ha la sola utilità di servire a scrivere. Ma questa reazione cessa, e mi rassegno di nuovo. Torno a ciò che sono, anche se non è nulla. E una sorta di lacrime senza pianto bruciano nei miei occhi sbarrati, una sorta di angoscia che non c’è stata mi gonfia aspramente la gola secca. Ma, ahimè, non so che cosa avrei pianto se avessi pianto, né perché non ho pianto. La finzione mi accompagna come la mia ombra. E l’unica cosa che voglio è dormire.
Tutti i brani sono tratti da Fernando Pessoa, Il libro dell’inquietudine.
Postato alle 08:50 di sabato, 28 marzo 2009 da dalloway66
La vita che senso ha? Era tutto –una domanda semplice, che cogli anni tendeva a farsi accerchiante. La grande rivelazione non era arrivata. Forse non sarebbe mai arrivata. C’erano invece piccoli miracoli quotidiani, illuminazioni, fiammiferi che s’accendevano improvvisi nell’oscurità; eccone uno. Questo, quello, e quest’altro: lei e Charles Tansley e l’onda che batteva; la signora Ramsay che li univa; la signora Ramsay che diceva “La vita qui si arresta”; la signora Ramsay che trasformava il momento fugace in qualcosa di permanente (la stessa cosa Lily tentava in un’altra sfera)- tutto ciò partecipava della natura di una rivelazione. In mezzo al caos si dava la forma; l’eterno passare e fluire (guardò le nuvole in movimento e le foglie agitate dal vento) erano riportati alla stabilità. Qui la vita s’arresta, diceva la signora Ramsay. “Signora Ramsay! Signora Ramsay!” ripeté Lily. A lei doveva quella rivelazione.
(Virginia Woolf, Al Faro)
La grande intuizione di Virginia Woolf è racchiusa in quel tentativo innovativo e affascinante di riuscire ad esprimere quel qualcosa che, pur sapendo che esiste e che fa piena parte della nostra esistenza, rimane tuttavia nel regno dell’indistinto, come se fosse nascosto da una cortina, da un paravento in carta di riso. Tutti sappiamo che è lì dietro, ma nessuno riesce a spiegare cosa sia, o a dargli un nome. Così come la più semplice delle domande, diviene barriera insormontabile, vuoto improvviso di parole, impossibilità di esprimere con semplicità l’unica cosa che dovrebbe interessarci, ovvero comprendere il senso della vita, del nostro transito insondabile.
Ma qual era il problema? Voleva cercare di afferrare qualcosa che le sfuggiva. Le sfuggiva quando pensava alla signora Ramsay, le sfuggiva ora, quando pensava al suo quadro. Le frasi venivano. Le visioni venivano. Bellissimi quadri. Bellissime frasi. Ma quello che voleva afferrare era proprio la scossa dei nervi, la cosa stessa prima che diventi un’altra. Prova, ricomincia; prova, ricomincia; si disse disperata, piantandosi risoluta davanti al cavalletto.
(Virginia Woolf, Al Faro)
Nominare quello che fa parte della nostra quotidianità ci aiuta a capire, ma forse ci sono giardini che devono rimanere inviolati, terre inesplorate da non calpestare mai con la falce della conoscenza, sentieri fioriti che trovano senso unicamente nel profumo che emanano, senza avere altro scopo se non quello di solleticare il nostro odorato, sedandolo con benevolenza. E cercare a tutti i costi di spiegare diventa lotta vana ed impari contro qualcosa che c’è pur non esistendo, qualcosa che ci permette di trascendere la nostra umana natura che proprio per questo deve rimanere forza sconosciuta, dalla fiamma perenne. Qualsiasi tentativo è destinato al fallimento, un’immagine o una frase pur essendo meravigliose, non sono ‘quello’, né possono mai esserlo, perché non si può fermare ciò che fluisce e cambia di continuo.
Alla svelta, come se qualcosa di là la chiamasse, si voltò verso la tela. Eccolo! – il suo quadro. Sì, con i verdi e gli azzurri, le linee che correvano in alto e di traverso, la volontà di qualcosa. L’avrebbero appeso in soffitta, pensò; forse distrutto. Ma che importava? Si chiese, prendendo di nuovo in mano il pennello. Guardò i gradini; erano vuoti. Guardò la tela; era confusa. Con intensità repentina, come se per un istante tutto le apparisse chiaro, tirò una linea lì, nel centro. Era fatto; finito. Sì, pensò, mettendo giù il pennello spossata, ho avuto la mia visione.
(Virginia Woolf, Al Faro)
La visione, il lampo, il guizzo che in un istante tutto ci mostra e l’istante dopo svanisce, ecco il segreto, l’urna entro la quale riposa la rivelazione, il significato del nonsenso, noi non siamo che semplici intuizioni, idee che vagano, la nostra essenza è concentrata in quegli attimi, il resto è convenzione, ordine sociale, riproduzione della specie, nulla, vuoto insignificante, distesa d’aria entro la quale ci si disperde. Ricomporci di continuo, inseguire ogni particella, divenire calamita che catalizza tutta la forza vitale, raggiungere nell’indeterminatezza una comprensione che vada al di là delle forme conosciute, dovrebbe essere il nostro intento. Non solo averla, ma vivere la visione, scoprire in noi la veggenza che ci faccia cogliere parti del futuro già nel presente, poiché ogni cosa che sarà in verità è già stata e la realtà non è che mera illusione. E tuttavia non possiamo fare a meno di cercare un senso più preciso, di cercare un ordine che ci salvi dal caos interiore, più invecchiamo e più diventa pressante la necessità di trovare una soluzione accettabile, un’ancora di salvezza, qualsiasi cosa pur di non essere vani e rarefatti come fuochi fatui. Ma è possibile la redenzione dalla vacuità?
Uno non si rende conto. Non vuole, non ha il coraggio di rendersi conto che un bel giorno la propria vita non ha più senso, è priva di significato… Nemmeno i più grandi lo sopportano. Tolstoj aveva cinquant’anni quando… quando si è sentito avvolto in questo enorme vuoto. Neanche lui è stato in grado di sopportarlo. Nessuno può farcela.
(Sándor Márai, Divorzio a Buda)
Alla mia divinità che trova la voce dell’incanto anche per ciò che da sempre è muto.
Postato alle 09:45 di sabato, 21 marzo 2009 da dalloway66
Ognuno ha il proprio dolore da inseguire.
Il derviscio e la morte è un libro meraviglioso che non lascia un attimo di respiro, con il suo incalzante percorso che spinge fino alla rivelazione del destino di ogni uomo. Selimović, attraverso gli occhi e le azioni del derviscio, tesse la sua fitta trama di pensieri, ricordi, emozioni, dolore, in un tessuto pregiato che infiora di ricami l’anima del lettore, in una continua analisi della verità, nell’ostinata lotta di un uomo di fede alla ricerca di un senso, del significato dell’esistenza e degli eventi che la attraversano, anche tramite le sapienti parole del Corano, fino alla sconfitta, la resa alla propria umanità, all’essere preda delle passioni, all’incapacità di dominarsi, poiché la realtà è sempre difficile e dolorosa e, spesso, inutile.
Chiamo a testimone calamaio e penna e quello che
con la penna si scrive;
Chiamo a testimone l’ombra incerta del crepuscolo
e la notte e tutto quello che essa ravviva;
Chiamo a testimone la luna piena e l’alba
che imbianca;
Chiamo a testimone il giorno del giudizio
e l’anima che si accusa da se stessa;
Chiamo a testimone il tempo, inizio e fine di
tutto – che l’uomo è sempre in perdita.
(dal Corano)
In questo suo percorso verso la verità, il derviscio scoprirà innanzitutto se stesso e si renderà conto dell’ineluttabilità del fato che sempre ci accompagna. Cercando un motivo per l’ingiusta morte del fratello, finirà per ribaltare tutto ciò in cui aveva pensato di credere fino a quel momento e, inseguendo un’ipotetica giustizia, troverà solo la strada della vendetta, scoprirà l’odio, seppellirà l’amicizia e diventerà l’insignificante burattino proprio di coloro che voleva combattere. È inutile tentare di modificare il corso degli eventi, c’è sempre un terremoto pronto a ripristinare l’ordine precedente, ciò che deve essere, a prescindere da noi e dal nostro male.
Fu questo il momento gioioso della mia metamorfosi.
[…] Ti odio, sussurrai con passione, distogliendo lo sguardo, lo odio pensavo, guardandolo di nuovo. Odio, odio, questa sola ed unica parola mi bastava, non potevo saziarmi di ripetermela. Era una voluttà, giovane e fresca, fiorente e dolorosa, come una brama d’amore.
(Meša Selimović, Il derviscio e la morte)
Chi non ha mai provato questa sensazione liberatoria? Odiare qualcuno equivale ad espellere il dolore al di fuori di noi, proiettare all’esterno il malessere, l’incapacità di modificare le cose. Odiare, almeno una volta nella vita, è terapeutico ed è un sentimento che appartiene a tutti. È ridicolo trincerarsi dietro a un facile buonismo, stampare un sorriso perenne sulle labbra, perché odiare è necessario, dobbiamo per forza trasferire su qualcun altro la nostra impotenza, altrimenti non potremmo sopravvivere, né potremmo conoscere il suo aspetto complementare che è l’amore. Senza sapere odiare, come potremmo amare?
Non si può fermare un fiume in piena, così come è impossibile interferire con la corrente del destino che tutto travolge, cieca, e ci lascia spettatori incapaci, involucri disarmati, vuote orbite che ruotano intorno agli eventi. Siamo inermi di fronte a certi episodi e dire “se”, a posteriori è vano come cercare di dimenticare ciò che è stato, gli avvenimenti si compiono comunque e nessun “se” avrebbe potuto modificarli, anzi, proprio perché si tratta di “se”, si comprende che essi non avevano alcuna possibilità di verificarsi, rimangono semplicemente ipotesi di un futuro che mai accadrà. Tuttavia, anche se i “se” non possono risolvere nulla, alcuni fatti determinano certe decisioni. Non si tratta però di vera opzione perché tutto è predefinito, ma di necessità di scegliere, poiché la scelta in verità, spesso è costrizione.
Lo so, potrei dire come ogni imbecille: se non fosse successo quello che è successo, la mia vita sarebbe stata diversa. Se non fossi partito per la guerra, se non fossi fuggito da lei, se non avessi fatto venire Harun nella kasaba, se Harun non fosse… Ridicolo. Che cosa sarebbe stata allora la vita? Se non l’avessi lasciata, se non mi fosse sembrato più facile fuggire che sfidare il mondo intero, forse non ci sarebbe stata neppure questa notte, ma io avrei certamente preso a odiare quella donna, pensando che mi aveva impedito di essere felice, di riuscire nella vita. Perché non avrei saputo quello che ora so. L’uomo è maledetto e rimpiange tutte le strade che non ha percorso. E chi sa che cosa mi avrebbe atteso sulle altre.
(Meša Selimović, Il derviscio e la morte)
In tutto il libro per ogni pensiero o azione c’è il suo contrario che scredita la scelta precedente, l’unica possibilità è infatti nel non accaduto, per ciò che succede non v’è più alcun rimedio, come sempre avviene nella vita. Non si esce mai dalla spirale del destino, si crede di avere in mano la situazione e di poter gestire gli eventi, ma non è così, alla fine tutto si ritorce contro per riportare ogni cosa all’ordine predefinito, se non chiedi niente sei ugualmente debitore, se chiedi poi ti verrà reclamato l’impossibile. Se menti una volta, anche una sola volta, il meccanismo che si scatena per te inghiotte ogni cosa in un oblio senza memoria, dove nulla ha più importanza che sia vero, perché tutto è menzogna.
Quando infine apprendiamo il vero motivo per il quale il derviscio è diventato uomo di fede, ci rendiamo anche conto che egli ha fallito la sua missione, poiché non ci si può rifugiare in un’idea solo per fuggire da noi stessi e dal nostro dolore. Il vero asceta deve essere in grado di separarsi da se stesso, prima che dal mondo circostante, deve avere potere sulle proprie passioni, dominarle, non soffocarle, ma saperle gestire, e dunque poterle annullare, il protagonista invece è vittima dei propri tormenti, che lo attraversano come un’armata folle che travolge e annienta ogni cosa. Una sofferenza lontana nel tempo gli fa compiere quella scelta, ma nessun dolore si dimentica, e non si possono servire idee così determinanti se non sono già dentro di noi. La stessa passione lo ucciderà dunque, quando gli eventi esterni la riporteranno a galla, mascherati di ribellione verso l’ingiustizia, ma il vero odio nasce sempre dall’amore e poiché non si vuole detestare chi amiamo e ci tradisce, dobbiamo a nostra volta divenire uguali a chi ci ha ferito, profanando ciò che sta all’esterno, vendicandoci, credendo così di sopire quell’angoscia che ormai alberga in noi.
Ma ci dibattiamo invano, non c’è cura, non c’è rimedio, quello è il nostro fardello, il peso che spezza in due la nostra vita, la rottura insanabile che ci cambia, ci trasforma, che rende ciò che eravamo un riflesso pallido di ciò che siamo diventati.
Dall’alto sovrasta la fortezza, il luogo dell’ordine, simbolo, come nel Castello di Kafka, dell’incomprensione, dell’incomunicabilità, del baluardo insormontabile che separa ogni vita da un’altra, monumento alla solitudine dell’uomo e sede della legge cieca e senza senso, simbolo dell’impossibilità dell’autenticità, perché essere veri equivale a soccombere e a finire imprigionati, voce muta dell’alienazione dell’uomo verso la vita e del suo intollerabile ruolo di pedina, di piccolo ingranaggio in un meccanismo troppo vasto che egli non può mai comprendere.
Chiamo a testimone il tempo, inizio e fine di
tutto – che l’uomo è sempre in perdita.
Postato alle 11:27 di domenica, 15 marzo 2009 da dalloway66