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Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora redenzione
  Piani di coscienza e fantasticherie dell’assurdo
A mano a mano che il cielo si andava coprendo di nubi, il mare sembrava chiudersi in se stesso, come assorto in una tetra contemplazione, fittamente costellato di punte leggiadramente affilate, color dell’usignolo. Simile al ramo di un rosaio, era irto di spine ondose. Ma quelle stesse spine attestavano come le altre, prossime ormai a sopravvenire, non fossero per nulla acuminate. Le spine del mare sono pervase di dolcezza.
Le tre e dieci. Nessuna nave in vista.
Non era strano, forse? L’immensa superficie sembrava abbandonata.
Non si vedeva nemmeno un’ala di gabbiano.
Poi, come un fantasma, apparve un veliero, per dileguarsi tosto, navigando verso occidente.
La penisola di Izu spariva, inghiottita dalla bruma. Per un istante cessò di essere la penisola di Izu. Era lo spettro di una penisola perduta. Poi svanì del tutto, divenne una terra fantastica disegnata su una carta. Navi e penisole appartenevano del pari all’«assurdo esistenziale».
Apparivano e sparivano insieme. In cosa differivano?
Se il visibile era la summa dell’essere, sino a quando il mare era perduto nella bruma, ivi esisteva. Pronto a nascere di slancio all’esistenza.
(Yukio Mishima, Lo specchio degli inganni)
 
Le immagini che l’occhio assorbe sono come i diversi piani di coscienza in cui viviamo, esse talvolta coprono l’estensione fisica di qualcosa e altre volte ne perdono il contatto, così quando una fitta, ma impalpabile nebbia offusca la materia, riesce a far sì ch’essa scompaia davanti ai nostri occhi, pur lasciandola esattamente dov’è. E quanto spesso questo trucco ottico invade la coscienza, ingannandola? Infinite volte siamo noi stessi a rivestire di una densa bruma ciò che non vogliamo vedere, catapultando verso i piani sopiti della coscienza azioni, persone, oggetti, dolori, dai quali ci vogliamo allontanare.
Come il presagio dell’assurdo muove ogni esistenza, pur sapendo che nulla svanisce dietro l’ombra, ugualmente ci piace crederlo possibile. Eppure tra il celarsi e poi mostrarsi, l’esserci e il non esserci, lo svanire e riapparire, non c’è alcuna differenza, entrambe le condizioni sono frutto della nostra mente.
 
Bastò una nave a mutare ogni cosa.
L’intera composizione subì una metamorfosi. L’orizzonte accolse un bastimento squarciando senza rimedio l’assetto dell’esistenza. Firma di un’abdicazione. Ripulsa di tutto un universo. Emerse alla vista una nave, cacciando l’universo che aveva protetto la sua assenza.
Mutamenti infiniti, istante dopo istante, nella colorazione dell’oceano. Mutare delle nubi. Ecco una nave appare. Cosa succede dunque? E cosa significa quello che succede?
In ogni istante avviene qualcosa, più grave, più clamoroso dell’esplosione di Krakatoa. L’unica differenza sta nel fatto che nessuno vi bada. Siamo troppo adusi all’assurdità dell’esistenza. La perdita di un universo? Non fa conto darsene pensiero.
Ciò che accade è semplicemente il sintomo indicativo di un processo di ricostruzione, di un’incessante riorganizzazione, di un ripristino che non ha mai fine. Sono rintocchi lontani di campana. Basta un attimo, e il suono s’impadronisce di ogni cosa. In mare i segnali non cessano di esistere, la campana suonerà in perpetuo.
(Yukio Mishima, Lo specchio degli inganni)
 
Ecco che in un istante tutto può mutare, quando l’ordine apparente che avevamo creato, la calma piatta, la bonaccia persistente viene lacerata senza rimedio dall’imprevisto, la variabile impazzita riallinea tutti i piani di coscienza verso un’unica direzione. Ma fino a che punto siamo consapevoli della distruzione continua di ciò che ci appartiene? L’assurdo della nostra esistenza si esplica in molteplici modi, ma il più immediato è la paziente, continua, attitudine alla ciclicità, come il mulo che gira incessantemente attorno alla mola del mulino, fino a confondere l’inizio del percorso con la fine, fino a creare dunque un inutile, un assurdo infinito, allo stesso modo le nostre vite avanzano a precipizio verso il nulla.
Questo incessante fluire che muta ogni istante, annientando di continuo l’universo precedente, ci sfugge dalle mani e dai pensieri e con pericolosa indifferenza abbandoniamo lungo il cammino mondi che ci sono appartenuti, seppure per un attimo, senza che ce ne rendessimo conto, mentre continuiamo a voler ricostruire l’archetipo sul quale ci siamo basati, convinti che non ci possa essere nulla di meglio e non rendendoci conto che invece non esiste più e, forse, non è mai esistito.
 
Un essere.
Non una nave, necessariamente. Nient’altro che un’arancia amara, apparsa chissà quando. E questo basta ad animare il suono di una campana.
Le tre e mezzo. Nella baia di Su ruga, un’arancia amara rappresenta l’esistenza.
Nascosta e riemergente da un’ondata, fluttuante, ondeggiante, naufraga, simile a un occhio che ammiccasse all’infinito, la minuscola sfera lucente di un’arancia navigava lenta verso oriente, oscillando sul viavai della risacca, a un palmo dalla sponda.
(Yukio Mishima, Lo specchio degli inganni)
 
A un palmo dalla sponda. Ecco l’essenza del nostro destino. Come quell’arancia siamo condannati a seguire l’eterno movimento delle onde, che giunte finalmente a riva, muoiono e rinascono nella risacca che le riporta indietro, senza mai fermarsi, simili ad un Sisifo condannato a vedere rotolare giù il masso che finalmente, con tanta fatica, egli aveva fatto giungere fino in cima al monte.
 
Anche nel corso della vita più eccezionale e gratificante, ciò che si vuole realmente fare di rado viene compiuto, e, dagli abissi o dalle sommità del Vuoto, ciò che è stato, e ciò che non è stato, sembra ugualmente sogno o miraggio.
(Marguerite Yourcenar, Mishima o La visione del vuoto)
 
Piani di coscienza e fantasticherie dell’assurdoUn grande portone di legno che sembra poggiato sul nulla e che non è contornato da mura da proteggere, si spalanca su un mondo senza tempo, dove tutto aleggia e scivola via come la barchetta dipinta a mano che un vecchio monaco usa per attraversare la placida distesa d’acqua da cui è circondato. La calma, il silenzio, l’ordine, saranno presto squarciati dai tormenti della natura umana. L’attraversamento della porta è un rituale necessario per affrontare tutte le tappe che portano alla comprensione.
Il lungometraggio di Kim Ki-Duk, Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera, (2004) ci offre una possibilità di redenzione. Il film si svolge in un monastero fluttuante nell’acqua di un lago, circondato da un paesaggio pittoresco, estremamente suggestivo. Attraverso un’apparente immutabile ciclicità, il maestro-osservatore segue il percorso del discepolo, che conoscerà tutti i sentimenti mondani, scanditi dall’alternarsi delle stagioni e da un arco temporale di circa un decennio, tra l’una e l’altra. Il maestro lo lascerà fare, per poi condurlo alla riflessione e al pentimento, poiché tutto ciò che segue il piacere, diventa una dipendenza e porta a pensieri di morte. Il discepolo-bambino si diverte a torturare gli animali, godendo della loro sofferenza, il discepolo-adolescente segue gli istinti della carne che lo allontaneranno dal monastero, il discepolo-giovane uccide per gelosia e rabbia e infine il discepolo-adulto, dopo avere espiato, diventa maestro a sua volta, ristabilendo l’ordine naturale delle cose.
Dopo l’omicidio il discepolo si reca al monastero, confessa ciò che è accaduto e tenta di togliersi la vita, ma il monaco lo guida verso la consapevolezza del peso della colpa e, per purificarne lo spirito e porre fine ai coinvolgimenti della vita mondana, gli fa incidere il testo del Sutra del Cuore della Perfezione della Saggezza sul pavimento ligneo del monastero, con il pugnale, ancora macchiato del sangue della moglie. Il viaggio iniziatico si conclude laddove era cominciato, ma con la conoscenza del dolore attraverso cui tutto deve passare, affinché se ne possa trarre insegnamento e al contempo liberarsene.
Il Sutra del Cuore dice che la forma non è diversa dal vuoto, il vuoto non è diverso dalla forma, la forma è proprio tale vuoto, il vuoto è proprio tale forma. Caratteristica basilare dell’esistenza è l’impermanenza ed inevitabile è l’insoddisfazione che ci procura tutto ciò che è mondano, poiché nulla dura e l’attaccamento non può che condurci lungo strade impervie e penose, mentre lo svuotamento della mente dalle sovrastrutture culturali, dai convincimenti assillanti, dall’idea di ogni cosa che dimora in noi, ci libera dal dolore, dalla sofferenza e dà origine al contrario a una sorta di beatitudine. Del resto, il vuoto non potrebbe essere tale se non racchiudesse nel suo cerchio anche la pienezza.
Il monaco condurrà il proprio cammino di espiazione verso la redenzione attraverso un percorso ripido e faticoso, trascinando una pesante pietra legata con una corda al proprio corpo, per portare fino in cima a una montagna, una statuetta sacra, che dall’alto veglierà sul monastero e sulla ritrovata saggezza. Soltanto adesso, dopo avere acquisito l’esperienza della conoscenza, egli è pronto per poter essere maestro, ovvero per guidare gli altri verso l’illuminazione.
 
È la quinta stagione, quella che dobbiamo rendere visibile ai nostri occhi?
 



Postato alle 09:47 di domenica, 25 ottobre 2009 da dalloway66
Per molto tempo mi sono coricato presto la sera. A volte non appena spenta la candela mi si chiudevan gli occhi così, subito, che neppure potevo dire a me stesso: “m’addormento”. E, una mezz’ora dopo, il pensiero che dovevo ormai cercar sonno mi ridestava; volevo posare il libro, sembrandomi averlo ancora tra le mani, e soffiare sul lume; dormendo avevo seguitato le mie riflessioni su quel che avevo appena letto, ma queste riflessioni avevan preso una forma un po’ speciale; mi sembrava d’essere io stesso l’argomento del libro: una chiesa, un quartetto, la rivalità tra Francesco I e Carlo V. La convinzione sopravviveva per qualche attimo al mio risveglio, e non offendeva la mia ragione, ma mi pesava sugli occhi come scaglie, ed impediva loro di rendersi conto che la candela non era più accesa. Poi cominciava a diventarmi inintelligibile, come i ricordi di un’esistenza anteriore dopo la metempsicosi; il contenuto del libro si staccava da me, ero libero di pensarci o non pensarci; subito recuperavo la vista ed ero assai stupito di trovare intorno a me un’oscurità dolce e riposante per i miei occhi, ma forse più ancora per l’animo mio, al quale essa appariva come una cosa senza causa, incomprensibile, come una cosa veramente oscura.
(Marcel Proust, La strada di Swann)
 
Esiste un momento, quasi magico, in cui il mondo materiale e quello insondabile si compenetrano annullandosi a vicenda, è uno spazio che somiglia all’indefinibile crepuscolo o al prodigioso albeggiare, quando non è più giorno, ma non è ancora notte, l’attimo in cui ogni profumo si esalta, quasi a caricarsi di una potente vitalità, e malgrado ciò nulla di quel che ci circonda si discerne concretamente, la realtà aleggia come qualcosa di indistinto, senza contorni ben definiti, e non appartiene né a un mondo, né all’altro. Raramente forse ci capita di renderci conto di quanto l’ineffabile ci sfiori quotidianamente. Il semplice, lento scivolare nel sonno, così mirabilmente descritto da Proust, è un’esperienza che ci riguarda tutti, eppure non riusciamo a vedere quanto miracolosi siano gli eventi della natura che ci appartiene.
 
Di tutti i piaceri che lentamente mi abbandonano, uno dei più preziosi e più comuni al tempo stesso è il sonno. […] qui m’interessa quel particolare mistero del sonno, goduto per se stesso, quel tuffo inevitabile nel quale l’uomo, ignudo, solo, inerme, s’avventura ogni sera in un oceano, nel quale ogni cosa muta – i colori, la densità delle cose, persino il ritmo del respiro, un oceano nel quale ci vengono incontro i morti. […] Che cos’è l’insonnia se non la maniaca ostinazione della nostra mente a fabbricare pensieri, ragionamenti, sillogismi e definizioni tutte sue, il suo rifiuto di abdicare di fronte alla divina incoscienza degli occhi chiusi o alla saggia follia dei sogni? L’uomo che non dorme […] si rifiuta più o meno consapevolmente di affidarsi al flusso delle cose.
(Marguerite Yourcenar, Memorie di Adriano)
 
Lasciarsi andare al flusso delle cose, abbandonarsi al lento fluire del fiume nel quale ci immergiamo ad ogni risveglio e ad ogni discesa nel sonno, questo dovrebbe essere il nostro intento, ma non nel senso di non renderci più partecipi di nulla, bensì, al contrario, di divenire parte di un tutto, apprendere il senso dell’apparente nonsenso tramite la levità del tocco, ma accorgersi del mondo circostante è molto più difficile di quanto non sembri. Il nostro organo della vista non è più abituato a individuare i molteplici piani delle immagini che intercetta, e così si ferma alla prima impressione che riceve, per spostare immediatamente l’attenzione verso qualcos’altro.
Eppure, a volte, i nostri sensi riescono a captare un messaggio interiore, che d’improvviso riaffiora fino alla coscienza vigile e che ci conduce all’impalpabile miracolo dell’attraversamento del tempo e delle cose.
 
Ed ecco, macchinalmente, oppresso dalla giornata grigia e dalla previsione d’un triste domani, portai alle labbra un cucchiaino di tè, in cui avevo inzuppato un pezzetto di madeleine. Ma, nel momento stesso che quel sorso misto a briciole di biscotto toccò il mio palato, trasalii, attento a quanto avveniva in me di straordinario. Un piacere delizioso m’aveva invaso, isolato, senza nozione della sua causa. M’aveva subito reso indifferenti le vicissitudini della vita, le sue calamità inoffensive, la sua brevità illusoria, nel modo stesso in cui agisce l’amore, colmandomi d’una essenza preziosa: o meglio, quest’essenza non era in me, era me stesso. Avevo cessato di sentirmi mediocre, contingente, mortale. Donde m’era potuta venire quella gioia violenta? Sentivo ch’era legata al sapore del tè e del biscotto, ma lo sorpassava incommensurabilmente, non doveva essere della stessa natura. Donde veniva? Che significava? Dove afferrarla? Bevo un secondo sorso in cui non trovo nulla di più che nel primo, un terzo dal quale ricevo meno che dal secondo. È tempo ch’io mi fermi, la virtù della bevanda sembra diminuire. È chiaro che la verità che cerco non è in essa, ma in me. essa l’ha risvegliata, ma non la conosce […] Depongo la tazza e mi rivolgo al mio animo. Tocca ad esso trovare la verità.
(Marcel Proust, La strada di Swann)
 
A fondamento di tutto ciò che ci concerne brilla la contraddizione, ogni aspetto che ci caratterizza porta con sé anche il suo contrario, è questa la spinta che ci costringe all’eterno fluire, siamo costretti al movimento. Gli opposti che coincidono permeano la nostra quotidianità, male e bene, luce e oscurità, gioia e dolore, sacro e profano, sono elementi essenziali della nostra vita esteriore ed interiore e per quanto ci si diverta a scinderli, essi non sono che un’unità.
In effetti ciò che caratterizza il sacro è la distanza che lo rende inarrivabile, mentre ciò che è profano pecca d’essere fin troppo tangibile, è legato alla comune materialità, ma tra i due esiste la mediazione del miracolo, ovvero la realizzazione dell’impossibile. E cos’altro sono i sogni e i ricordi se non l’unico mezzo quotidiano che si avvicina all’evento miracoloso?
Tuttavia, paradossalmente appunto, è fondamentale che essi rimangano sempre sospesi in un limbo atemporale, perché quando i sogni si avverano e i ricordi si concretizzano perdendo la peculiarità di mitizzare gli eventi, ecco che la sacralità precipita nel mondano e si distrugge automaticamente. Non bisogna mai raggiungere il porto, se si smette di navigare, se si annulla la tensione della ricerca, ogni miracolo è destinato a  svanire.
 
Ho raccontato a Kri il mio sogno. Gli ho detto che il tempio sembrava volerci seguire fino in Giappone. Ma lui è scoppiato a ridere. Non era il tempio, mi ha detto, a seguirmi in Giappone, bensì il ricordo di tutt’altra cosa. Lì per lì le sue parole mi hanno contrariato, ma ora sono incline a riconoscere che avesse ragione. Poiché infatti tutto ciò che è sacro rientra nella sfera dei sogni e dei ricordi. Di conseguenza noi diventiamo testimoni di un miracolo, che consiste nella inattesa, tangibile presenza di tutto ciò da cui eravamo separati per effetto del tempo e della distanza. I sogni, i ricordi e la sacralità si assomigliano, almeno per quanto di essi ci è dato di afferrare. Non appena noi ci troviamo, quand’anche marginalmente, separati da ciò che siamo in grado di toccare, tale oggetto è santificato. Acquista la bellezza dell’inaccessibile, la qualità del miracoloso. Invero, ogni cosa reca in sé l’essenza della sacralità, ma a dissacrarla basta un tocco fuggevole della nostra mano. Strana creatura, l’uomo! Il suo tocco ha un potere dissacrante, e nondimeno egli reca in sé la fonte dei miracoli.
(Yukio Mishima, Neve di primavera)



Postato alle 08:44 di mercoledì, 14 ottobre 2009 da dalloway66
«Seurel!» disse, «tu sai cosa significava per me la singolare avventura di Sant’Agata: era la mia ragione di vita e di speranza. Perduta quella speranza, che cosa poteva essere di me? come vivere alla maniera degli altri?… Eppure ho cercato di vivere laggiù, a Parigi, quando mi sono reso conto che tutto era finito e che non valeva neppure più la pena di cercare il Dominio perduto… Ma chi ha toccato una volta il paradiso, come potrebbe poi contentarsi della vita di tutti i giorni? Quel che è felicità per gli altri, per me era una beffa amara. E quando un giorno, con la massima sincerità di proposito, mi sono messo a fare come gli altri, quel giorno mi sono guadagnato solo rimorsi che dureranno a lungo…»
(Alain-Fournier, Il grande Meaulnes)
 
Ci sono esseri che somigliano a vortici in continuo movimento, non conoscono soste, la pausa breve gli appartiene solo per rituffarsi subito nel gorgo, essi travolgono, senza potersene accorgere, le vane suppellettili del mondo, mutandone le funzioni, spostandole dai ricettacoli. Non conoscono ingranaggi, non sanno niente della superficiale eppure rassicurante routine dell’allegria, che porta in mezzo al vuoto nulla della chiacchiera frivola, né gli importa di trovare occupazioni per far trascorrere il tempo più in fretta, anzi, piuttosto vorrebbero fermarlo, indirizzarlo personalmente verso i momenti che più hanno amato, sconvolgerne la struttura, alterarne la cadenza, al fine di fornirgli un senso.
Ma chi ha la sventura di essere talmente distratto da superare se stesso lungo il cammino, poi non riesce più a seguire il passo della comunità e chi ha visto per primo attraverso lo squarcio temporale, non sa nemmeno come agire per tornare indietro, né potrebbe farlo, anche se lo volesse, ci sono correnti che non si possono più risalire.
All’improvviso tutto perde di significato e si rimane spauriti e sospesi sopra il vorticare furioso dei venti che sollevano mulinelli di polvere e di pensieri e sembra che non vi sia alcun sostegno che poggi su un terreno sicuro. Cosa rimane da fare, se non tentare? Eppure neanche adeguarsi è possibile, nessuna invenzione riesce a ricreare la visione e ad attraversare modi d’essere che non ci appartengono non si può che sbagliare ed aumentare la catena delle incomprensioni. Ogni tentativo è votato al fallimento, poiché l’armonia deve essere ricreata all’interno di noi stessi per potersi poi dimenticare del sé ed espandersi, propagarsi nella fitta trama delle corrispondenze, rispondere ai continui richiami della natura, lasciarsi trasportare come il petalo vellutato di un fiore primaverile, attraverso i sentieri della conoscenza.
 
Tu costringi molti a cambiare opinione al tuo riguardo; essi te ne fanno una grave colpa. Giungesti vicino a loro ma passasti oltre: non te lo perdoneranno mai.
(Friedrich Nietzsche, Così parlò Zarathustra)
 
L’impresa più ardua, dopo il riuscire a convivere con la visione, è farsi accettare dagli altri, giacché nessuno riesce a perdonare chi porta lo scompiglio del caos, chiunque rompa la stabilità sociale va condannato senza indugio e messo alla pubblica gogna e chiunque distrugga l’equilibrio privato dev’essere ugualmente allontanato e lasciato da solo.
 
Ma se tutto è menzogna, se ogni cosa appartiene all’immagine riflessa di uno specchio doppio che sfalsa ogni possibile verità, può darsi anche che si diventi vittime di un inganno, che la vita divenga visione dell’apparente, che si veda ciò che non esiste e che non si colga l’essenza pur avendola ben vicina. Sarà per questo che si cerca sempre ciò che non si può avere, e che si rimane continuamente delusi, proprio perché ciò che si credeva, semplicemente non è, e quando ci si trova infine di fronte all’agognato frutto della ricerca si capisce subito che non era quello, perché già noi siamo divenuti altro ancora…
 
XII
Tutti cercando il van, tutti gli danno
colpa di furto alcun che lor fatt’abbia:
del destrier che gli ha tolto, altri è in affanno;
ch’abbia perduta altri la donna, arrabbia;
altri d’altro l’accusa: e così stanno,
che non si san partir di quella gabbia;
e vi son molti, a questo inganno presi,
stati le settimane intere e i mesi.
(Ludovico Ariosto, Orlando Furioso, Canto Dodicesimo)



Postato alle 08:26 di lunedì, 05 ottobre 2009 da dalloway66
La consapevolezza è una luce spietata, così potente, che nel momento stesso in cui ci illumina, inesorabilmente ci abbaglia, precipitandoci in una cecità senza scampo. Quello è il momento irreversibile, quando capisci tutto e non puoi più tornare indietro.
 
C’è qualcosa che attrae morbosamente, come la voragine di un abisso, nel suo destino fatale, ed egli stesso del resto sentiva di avere dei conti speciali col fato, e che li avrebbe sempre avuti. Oltre a quella che estraeva dal proprio passato, egli sapeva fare poesia delle tragiche riflessioni sul futuro. La formula triadica dell’esistenza umana: irreversibilità, irrealizzabilità, inevitabilità, gli era ben nota.
(Vladimir Nabokov, Il dono)
 
Pečórin, protagonista di Un eroe del nostro tempo di Lermontov, rientra nella categoria degli eroi “senza tempo”, egli si muove in un tormentato paesaggio interiore che attraversa la pagina e si riversa nella coscienza di ogni lettore. Pečórin elimina le barriere della morale, della buona creanza, dell’ipocrisia convenzionale e mostra la sua anima nuda, senza orpelli di retorica, offrendo lo spettacolo di una voce che risuona nella mente di ognuno di noi, ma che spesso ci rifiutiamo di ascoltare. Del resto, l’eroe non può mai essere compreso dai suoi contemporanei poiché è un veggente e dunque precorre i tempi, egli ha il dono e il castigo della conoscenza.
 
(…) ho un caratteraccio; se sia stata l’educazione o se Dio mi abbia creato così non saprei; so solo che sarò anche un motivo di infelicità per gli altri, ma non per questo sono meno infelice io; si capisce, è una magra consolazione, ma difatti è così. Nella mia prima giovinezza, non appena sono uscito dalla tutela dei parenti, mi sono dato al godimento, furioso di tutti i piaceri procacciabili con il denaro, va da sé che tutti questi piaceri mi hanno nauseato. Poi mi sono buttato nel gran mondo, ma ben presto anche la società mi è venuta a noia; mi sono innamorato di belle alla moda, ne sono stato amato, ma il loro amore mi ha soltanto solleticato l’immaginazione e l’amor proprio, mentre il cuore mi restava vuoto… Mi sono messo a leggere, a studiare, ma anche le scienze mi sono venute a noia, capivo che la gloria e la felicità, non dipendono affatto da loro, perché i più felici tra gli uomini sono ignoranti, mentre la gloria non è che il successo e per procurarselo basta saperci fare. Allora ho cominciato ad annoiarmi…
(Lermontov, Un eroe del nostro tempo)
 
L’eroe è sempre chiamato alla difficile missione di esprimere l’ineffabile. L’uso della razionalità, cui siamo abituati, spesso ci impedisce di vedere ciò che realmente siamo, la nostra finitezza ci spaventa perché la mente apre prospettive che ci sembrano senza limiti, salvo poi rinchiuderci repentinamente nella gabbia dei preconcetti e nel vizio dell’abitudine della colpa.
Pečórin invece non conosce la finzione della maschera e perciò non prova rimpianto per le azioni compiute, egli sa bene quanto l’amore e la sofferenza e in genere tutte le umane passioni siano delle impostazioni mentali e come chi rimane vittima del boia, ne sia in fondo consapevole e dunque consenziente. Pertanto non lo si può condannare per essere ciò che egli è, mentre chi si aspetta una risposta diversa da una fonte immutata, non può che rimanere deluso e tuttavia non ne è che l’unico responsabile.
 
Per che scopo sono nato?… Probabilmente uno scopo c’era e devo avere avuto un’alta destinazione, perché mi sento forze sconfinate nell’anima; ma non sono riuscito a scoprire questa destinazione, mi sono distratto con le lusinghe di passioni vuote e ingrate; dal loro crogiolo io sono uscito duro e freddo come l’acciaio, ma ho perso per sempre il fuoco delle nobili aspirazioni, il fiore migliore della vita. E da allora quante volte ho già recitato il ruolo dell’ascia nelle mani del destino! Come lo strumento del boia, io sono caduto sulla testa delle vittime predestinate, spesso senza cattiveria, sempre senza rimpianto… Il mio amore non ha mai reso felice nessuno, perché non ho mai sacrificato nulla per coloro che ho amato; io amavo per me, per il mio proprio piacere, mi limitavo a soddisfare uno strano bisogno del cuore, inghiottivo avidamente i loro sentimenti, la loro tenerezza, le loro gioie e sofferenze: e non ne ero mai sazio. Così chi è sfinito dalla fame si addormenta stremato e vede in sogno cibi sontuosi e vini spumeggianti; divora con entusiasmo i doni aerei dell’immaginazione e gli pare di stare meglio… ma non appena si sveglia, la visione scompare… restano la fame raddoppiata e la disperazione!
Così forse, domani io morirò!… e sulla terra non resterà nemmeno un essere che mi abbia veramente capito. Alcuni mi ritengono peggiore, altri migliore di quanto io non sia in realtà… alcuni diranno: era un bravo ragazzo, altri: un farabutto!… E l’una e l’altra cosa saranno false.
(Lermontov, Un eroe del nostro tempo)
 
Quando tutto perde vigore e si svuota di significato subentra una sorta di compiacimento di noi stessi che può indurre al crudele divertimento che spinge ad approfittare della debolezza altrui.
Pečórin sa che deve nutrire la propria vanità per provare qualcosa che somigli alla felicità e non importa se per ottenere questo disseminerà la strada di cadaveri, poiché egli sa bene che tutti i sentimenti forti non dipendono mai da qualcun altro, ma sono semplicemente il riflesso di uno specchio che rimanda sempre e soltanto la nostra immagine. Come se, essendo ormai impossibile provare una qualsiasi passione, ci si potesse nutrire unicamente di quelle degli altri e una volta assorbita l’energia, non rimanesse altro da fare che disfarsi dell’ingombrante involucro, ormai inutilizzabile. Il piacere è vedere piegarsi l’acciaio al proprio cospetto senza che ce ne importi nulla.
 
Io avverto in me questa avidità inestinguibile che ingoia tutto quello che incontra sul suo cammino: considero le sofferenze e le gioie altrui solo in relazione a me stesso, come un nutrimento che sostiene il vigore della mia anima. Io stesso non sono più in grado di perdere la testa sotto l’influsso di una passione; in me l’ambizione è oppressa dalle circostanze, ma si è manifestata in un’altra forma, perché l’ambizione altro non è che la sete di potere e il mio principale piacere è sottomettere al mio volere tutto quanto mi circonda; suscitare verso di sé emozioni d’amore, di dedizione e paura: non è forse questo il primo segno e il più elevato trionfo del potere? Essere per qualcuno motivo di sofferenza e di gioia, senza avervi il benché minimo diritto: non è forse il più dolce nutrimento del nostro orgoglio? E cosa è mai la felicità? È orgoglio saziato.
(Lermontov, Un eroe del nostro tempo)
 
Quando si attraversano i vari stadi della conoscenza è come se ad un tratto sbiadissero quelle che ci erano sembrate delle verità inconfutabili, come se tutti i pilastri delle nostre convinzioni, che tanto faticosamente avevamo eretto, rimanessero lì come muta testimonianza di un’edilizia tanto selvaggia quanto inutile. A volte ci capita, dopo avvenimenti apparentemente inspiegabili, di chiederci quanto davvero sappiamo di coloro che ci vivono accanto e all’improvviso scopriamo di non sapere quasi nulla, è questo il paradosso supremo che aderisce perfettamente alla grande metafora che è la nostra esistenza. Ogni cosa rimanda ad un’altra e più crediamo di vedere, più lo sguardo ci inganna, e se tutto passa attraverso il filtro della nostra interiorità e della nostra mente, allora ogni essenza è corrotta dal nostro pensiero e non può mai esistere una realtà comune. L’egoismo e l’insensibilità di Pečórin non sono altro che l’allegoria dell’universo, il tacito cielo punteggiato di stelle, di pianeti in moto perpetuo, isole galleggianti che ci dicono che tale è il destino dell’uomo, uno sguardo muto che si posa su tutto senza mai compenetrarlo veramente, perché tutti siamo mutevoli, camaleontici, indistinte forme che vorrebbero fissarsi, ma che mai possono riuscirci.
 
E adesso qui, in questa noiosa fortezza, spesso, ripercorrendo con il pensiero quanto è accaduto, mi chiedo: perché non ho voluto intraprendere quella strada apertami dal destino, dove mi attendevano gioie tranquille e la quiete dell’anima?… No, non avrei potuto riconciliarmi con quella sorte! Io sono come un marinaio nato e cresciuto sulla tolda di un brigantino pirata: la sua anima è abituata alle tempeste e alle battaglie; gettata a riva si annoia e illanguidisce, non importa quanto cerchino di allettarlo il boschetto con la sua ombra, il sole pacifico con i suoi raggi; se ne va per l’intera giornata sulla sabbia in riva al mare, ascolta il brontolio monotono delle onde che si rincorrono e spinge lo sguardo lontano, nella nebbia: sulla pallida linea che separa l’azzurro pelago dalle nuvole grigie non ammiccherà per caso la vela a lungo desiderata, inizialmente simile all’ala di un gabbiano marino, ma che a poco a poco si separerà dalla schiuma dei flutti e con una corsa armoniosa si avvicinerà al molo deserto…
(Lermontov, Un eroe del nostro tempo)
 
Ma esiste un’alternativa? È possibile sottrarsi al cieco dolore della conoscenza?
Esistono forme di adeguamento atte a proteggerci da noi stessi, ma non per tutti la strada ben asfaltata rifulge di attrattive, a volte il richiamo della vita passa per stretti vicoli oscuri e coloro i quali avvertono il lento muoversi degli eventi, come un fruscio di seta che li sfiora, allora sanno che ogni scelta è fallace e illusoria, che abbiamo tutti una missione da compiere e chi si rifugia nella quiete della vita ordinata e tranquilla non fa che rinunciare alla vita stessa. Siamo esseri in continuo fluire, il viaggio perenne è la condizione che ci aderisce come un abito fatto su misura, mentre il porto, l’attracco, la sosta, non ci appartengono. Per fermare una barca devi legarla a una fune e tuttavia essa continuerà ad ondeggiare al minimo soffio di vento, poiché quella è la sua natura, fluttuare leggera in balia delle onde.



Postato alle 09:36 di sabato, 26 settembre 2009 da dalloway66
Azione, Fato, Colpa
 
Le circostanze possono condurre l’uomo all’animalità?
La società è organizzata su un codice scritto ed uno morale che non dovrebbe necessitare di legislatura, ma quando crollano i ponti dell’ordine e si piomba nel caos e le regole si annullano, allora difficilmente l’uomo riesce a condursi degnamente. Questo avviene in realtà fittizie come nel caso del libro di Saramago, Cecità, ma anche nella vita reale il cui esempio emblematico è dato dal comportamento documentato di molti uomini durante la “soluzione finale” ordinata da Hitler, ma in generale gli esempi si moltiplicano lungo il corso della storia, del resto non credo che ci sia mai stata un’epoca in cui una fetta di umanità non si sia macchiata di oscure empietà.
 
Nel libro Le Benevole, di Jonathan Littell, un personaggio della finzione, Max Aue, ufficiale delle SS, si muove all’interno di un mondo che è esistito nella realtà ed è attorniato da personaggi che non hanno popolato una fantasia malata, ma che hanno agito all’interno della Storia.
Aue racconta gli avvenimenti dal punto di vista dei nazisti, ma soprattutto espone la prospettiva della parte più umana che ci caratterizza, quella che giace sepolta sotto strati di rispettabilità, ma che è pronta a saltare fuori in un qualsiasi momento imprecisato e imprevedibile della vita, ovvero egli lascia parlare e agire il lato più oscuro che tutti abbiamo.
 
Si è usato molto, dopo la guerra, il termine “disumano”, per tentare di spiegare ciò che era accaduto. Ma il disumano, scusate, non esiste. C’è solo l’umano e poi ancora l’umano.
(Jonathan Littell, Le Benevole)
 
Tuttavia, le circostanze che conducono alcuni alla ferocia, all’efferatezza dell’atto istintivo e brutale e che si compiacciono e si esaltano nel compierlo, davanti alla grandezza della mente e alla vastità della conoscenza di ciò che si è, a volte possono piegarsi alle ragioni dell’Amore, del Pentimento, compiendo il vero gesto estremo, che è quello appunto di andare oltre la nostra natura imperfetta, ma un simile esito non può che nascere da un dolore immenso.
 
Naturalmente il peccatore deve pentirsi. Perché? Perché altrimenti egli non sarebbe capace di comprendere ciò che ha fatto. Il momento del pentimento è il momento dell’iniziazione. Non solo: è il mezzo col quale ci è dato di trasformare il nostro passato. I greci non credevano che ciò fosse possibile. Dicono spesso nei loro aforismi gnomici: “Nemmeno gli dei possono disfare il passato”. Cristo ci dimostra come il peccatore più comune sia invece in grado di farlo: come sia la sola cosa che è in grado di fare. Sono certo che se gliel’avessero chiesto Cristo avrebbe risposto che il momento in cui il Figliol Prodigo cadde in ginocchio e pianse, egli trasformò l’aver sperperato le sue sostanze con donne di malaffare, fatto il guardiano di porci ed essersi nutrito delle stesse ghiande mangiate dai suoi porci, nei momenti più belli e sacri della sua vita. A molta gente riesce difficile comprendere questo. Forse si deve finire in carcere per comprenderlo.
(Oscar Wilde, De profundis)
 
L’uomo indubbiamente necessita di regole chiare, di leggi che lo governino, eppure a seconda di chi è chiamato a legiferare, la legge stessa può appartenere al regno del caos, dell’ardore primordiale della ferocia, il paradosso degli eventi che caratterizzarono quegli anni sta proprio nello zelante apparato burocratico tedesco, tutto era regolato da un ordine capillare, ma l’obiettivo di tale ordine obbediva alle leggi del male e dell’intolleranza.
 
E perché gli uomini possano vivere insieme, per evitare la situazione alla Hobbes del “tutti contro tutti” e, invece, grazie all’aiuto reciproco e all’incremento di produzione che ne deriva, riuscire a soddisfare una maggiore quantità dei loro desideri, sono necessarie istanze regolatrici, che pongano limiti a quei desideri, e governino i conflitti: questo meccanismo è la Legge. Ma è anche necessario che gli uomini egoisti e deboli, accettino i vincoli della Legge, ed essa deve quindi far riferimento a un’istanza esterna all’uomo, deve essere fondata su una potenza che l’uomo senta superiore a se stesso. (…) Il nazionalsocialismo ha voluto radicarla nel Volk, una realtà storica: il Volk è sovrano, e il Führer esprime o rappresenta o incarna tale sovranità.
(Jonathan Littell, Le Benevole)
 
Ma può la realizzazione dell’«idea» dare la facoltà di condannare all’estinzione un intero popolo? A volte la mente cade preda di fanatismi che visti dall’esterno sembrano totalmente inconcepibili, decisamente inspiegabili, ma che tuttavia sono esistiti e continueranno ad esistere sotto molteplici forme. Come dimenticare l’immagine della moglie di Goebbels (dal film La caduta – Gli ultimi giorni di Hitler) mentre rompe tra le labbra dei sei figli narcotizzati le capsule di cianuro, perché non può concepire che essi vivano in una Germania senza nazionalsocialismo?
 
Al di là delle ragioni politiche, economiche, ideologiche, razziali, che hanno contribuito a far sì che si realizzasse il folle progetto di una Germania senza ebrei, quanta parte sostiene il Fato in questo gioco di ruoli? Così come Giuda era necessario affinché avesse luogo ciò che era scritto che accadesse, quale mano muove la leva che conduce un treno verso una direzione oppure verso quella opposta? Il caso può decidere se farti stare dalla parte giusta, cioè quella in cui si vive o dalla parte sbagliata, cioè quella in cui si muore, ma l’Azione è responsabilità e non c’è Fato che tenga di fronte all’atto. L’atto è definitivo, impedisce il ritorno indietro, impedisce la correzione, modifica irreparabilmente gli eventi e non concede assoluzione.
 
L’uomo mandato in un campo di concentramento, come l’uomo assegnato a un Einsatzkommando o a un battaglione di polizia, per lo più ragiona allo stesso modo: sa che la sua volontà non c’entra niente, e che solo il caso ha fatto di lui un assassino piuttosto che un eroe o un morto. O magari si dovrebbero invece considerare le cose da un punto di vista morale non più giudaico-cristiano (o laico e democratico, che in fin dei conti è esattamente la stessa cosa), ma greco: i Greci attribuivano al caso un ruolo nelle vicende umane (un caso, va detto, spesso travestito da intervento degli dei), ma non ritenevano affatto che quel caso diminuisse la loro responsabilità. Il delitto si riferisce all’atto, non alla volontà. Quando uccide suo padre, Edipo non sa di commettere un parricidio; uccidere per strada uno straniero che ti ha insultato, per la coscienza e la legge greche è un’azione legittima, non c’è alcuna colpa; ma quell’uomo era Laerte, e non saperlo non cambia nulla rispetto al crimine: e questo Edipo lo riconosce e quando alla fine viene a sapere la verità, sceglie da sé la propria punizione e se la infligge. Il nesso fra volontà e delitto è un concetto cristiano, che perdura nel diritto moderno; il diritto penale, per esempio, considera reato l’omicidio involontario o colposo, ma meno grave dell’omicidio premeditato; lo stesso accade per i concetti giuridici che attenuano la responsabilità in caso di pazzia; (…) Per i Greci poco importa se Eracle uccide i figli in un accesso di follia o se Edipo uccide il padre per caso: non cambia nulla, è un reato, sono colpevoli; li si può compiangere, ma non assolvere.
(Jonathan Littell, Le Benevole)
 
La teoria greca dell’irreparabilità forse è quella che più si avvicina alla traduzione degli eventi come si concretizzano nella realtà, ma poiché tendiamo all’assoluzione, abbiamo trasformato i processi in spettacolo e il movente in chiave di volta. Tutto dipende dalla motivazione che spinge all’azione scellerata, il fatto in sé diviene meno importante rispetto al motivo che lo ha generato. Per questo la parte lesa in genere rimane insoddisfatta, appunto perché la vera giustizia non può che essere quella che invece condanna l’atto e chi lo compie, a prescindere da tutto il resto.
Ma come conciliare Fato e Giustizia?
 



Postato alle 10:38 di sabato, 19 settembre 2009 da dalloway66
Pensiero, Azione, Distacco 2
 
Nei campi di battaglia pensiero ed azione devono viaggiare sullo stesso binario, un istante di incertezza può costare la vita propria e quella di molti altri. Nell’opera teatrale di Heinrich Von Kleist, Il principe di Homburg, il protagonista privilegia l’azione istintiva piuttosto che l’obbedienza ad un comando ragionato, e malgrado l’azione lo conduca alla vittoria, egli dovrà poi scontrarsi con l’Ordine, con la Legge.
 
Il dramma si apre in un clima trasognato che vede il principe addormentato mentre viene condotto lentamente allo stato di veglia, ma con un lungo passaggio in cui la realtà si confonde con il sogno. In quel tratto avviene la rivelazione. Ognuno di noi risponde alla volontà di un destino preordinato, anche se non tutti riusciamo ad averne la visione, come invece avviene alle persone straordinarie e agli eroi della letteratura. E quella visione può essere una salvezza oppure una condanna senza speranza, in ogni caso essa porta con sé il germe della solitudine della conoscenza, ciò che tu solo sai non può essere condiviso, né compreso mai, se non dopo lo svolgersi degli eventi.
 
Dopo avere subito il giudizio severo di condanna a morte, il principe si convince che verrà graziato dallo zio, ma quando scopre che tale grazia non ci sarà, precipita in uno stato di prostrazione tale da perdere ogni tratto eroico, ogni traccia di superiorità e di nobiltà d’animo, egli cade nel ruolo del comune mortale a un passo dalla fine e, pur sfidandola impavidamente ogni giorno nei campi di battaglia, adesso, all’improvviso, di fronte a questa morte imposta e senza senso, ha paura. Lontano dalla scelta o dalla caduta gloriosa per un ideale, la morte in sé diviene un pozzo scuro e senza fine, all’interno del quale l’uomo rotola in un vortice privo di significato lasciandosi avvolgere da un’ottusa oscurità che ricopre, pur non essendo tangibile, come se un freddo limbo disanimato lo tenesse in sospeso al limitare della vita, eppure già nel regno dei morti.
 
La vita dice il derviscio, è un viaggio, e un viaggio assai breve! Da due spanne sopra questa terra, a due spanne sotto. E io voglio sdraiarmi a metà strada! Colui che oggi ha la testa ancor salda sul collo, l’avrà domani ciondoloni sul petto, e dopodomani mozza ai propri piedi. È vero, vi è un sole, si dice, che splende anche di là, su fiori variopinti come qui: anch’io lo credo; peccato soltanto che l’occhio, che mirare dovrebbe tanta bellezza, imputridisca.
(Heinrich Von Kleist, Il principe di Homburg, Atto IV, scena III)
 
Di fronte alla vista del proprio nipote tremante di orrore e implorante pietà, lo zio piuttosto che stendere la grazia di proprio pugno gli scrive invece una lettera, affinché egli si risvegli dal nuovo stato di torpore che sembra averlo colto:
«Mio principe di Homburg, ponendovi agli arresti per punire l’attacco prematuramente sferrato, io pensavo di non far altro che il mio dovere; e contavo sulla vostra stessa approvazione. Ma se voi ritenete invece di essere stato vittima di un’ingiustizia, vi prego: ditemelo, con due parole, e subito la sciabola vi sarà restituita.»
(Heinrich Von Kleist, Il principe di Homburg, Atto IV, scena IV)
 
Tale missiva effettivamente riporta al presente il principe, che finalmente riesce a trovare il giusto distacco, è il momento della consapevolezza e dunque dell’accettazione. Sarebbe inutile e umiliante scrivere quelle due parole per salvarsi la vita, poiché ognuno di noi deve seguire il cammino predeterminato. Adesso può andare incontro alla sua sorte con il passo divino degli eroi immortali.
 
Ora immortalità, sei mia davvero! Bendati gli occhi, me inondi del fulgore di un sole a mille doppi! Sulle spalle mi spuntano ali che il pacato spirito librano nello spazio etereo; come nave che sospinta dall’alito del vento vede sparire all’orizzonte il porto brulicante, così ogni vita per me si smorza in un crepuscolo. Ora distinguo ancora forme e colori, ora sotto di me è soltanto nebbia.
(Heinrich Von Kleist, Il principe di Homburg, Atto V, scena X)
 
Eppure, al momento estremo della rinuncia, il principe riceverà di nuovo tutto ciò che aveva perduto, ribadendo la vanità di una salvezza inconsapevole, che lo avrebbe mantenuto vivo, ma cieco, impossibilitato alla vita stessa, in tal modo invece egli chiude il cerchio, realizzando la visione onirica dell’inizio.
Così non fu per Von Kleist, la cui vita è stata oggetto di parallelismo con quella del principe, e che, al contrario, decise per sé la morte volontaria, suicidandosi nel 1911, un anno dopo aver scritto l’opera, stanco di doversi sempre adeguare ad un ordine così lontano da lui e di dovere accettare le sconfitte continue che la vita gli imponeva in tutti i settori, lasciando perciò al suo personaggio il compito di ottenere tutto ciò che a lui era stato negato, affinché un sogno immortale incatenasse, finalmente, la realtà alla volontà della sua visione.



Postato alle 08:03 di sabato, 12 settembre 2009 da dalloway66
Pensiero, Azione, Distacco
 
Alla base di ogni azione culturale c’è il pensiero. Del resto, anche un quadro si forma prima come idea, parte da una nebulosa informe che pian piano si dipana, si colora, prende forma e contorni, così l’azione è sempre successiva, a volte addirittura l’ultima ratio. Infine sopraggiunge il distacco, ovvero l’atteggiamento che distingue dalla massa, la divisione di chi si separa da tutto ciò che lo circonda, di chi si lascia andare alle mutevoli forme alate della distanza che trascina al di sopra dei sentimenti e dell’affanno comune. È il punto d’arresto, la fine della corsa, la resa o la vittoria con se stessi, quando ci si incontra, finalmente, e si sa che non esiste luogo in cui poter sostare a lungo e che ogni dimora è irrisolta e fatta di foglie, solo apparentemente sicura, poiché il nemico più crudele è sempre dentro di noi.
 
L’uomo moderno che si concentra sull’azione, vive il presente e sa di dover intervenire sulla realtà, non punta su un futuro improbabile o chimerico, si limita a voler modificare la situazione attuale ed è ben lontano dagli immortali eroi della letteratura, inquieti e tormentati, che scavano dentro se stessi alla continua ricerca di un senso e che, quando praticano l’azione, falliscono miseramente, perché diventano anche loro ‘umanità’. L’azione spesso mortifica l’ideale che ne sta alla base.
 
Raskolnikov, il giovane protagonista di Delitto e Castigo,ha l’«idea» di rendere un servizio alla società utilizzando le ricchezze da trafugare all’usuraia che egli intende assassinare, per fare poi del bene ad altri indigenti, partendo dal presupposto che gli uomini straordinari possono porsi al di sopra delle leggi e della morale comune, se sono spinti da una motivazione di più ampie vedute. La sua «idea» lo rende superiore, lo separa dalle vite comuni, ma nel momento in cui la concretizza e agisce, ecco che egli fallisce su tutti i fronti, perché non è più in grado di portarla avanti, aggredito com’è dal tormento e dall’angoscia, dalla sua coscienza sociale, che deve confrontarsi con il resto della comunità. Per questo la sua azione si svuota di significato trasformandosi in un comune caso di omicidio.
A partire da quel momento inizia per Raskolnikov una discesa agli inferi interiore che lo condurrà per le impervie strade del rimorso culturale, attraverso un percorso di sofferenza, con cadute continue in un delirio scomposto, vittima della disperazione. E proprio questo sarà il suo castigo, la paura e la sofferenza, ma prive del pentimento e perciò senza alcun senso. Quando il lato emotivo prende il sopravvento sulla ragione si è votati alla sconfitta e per questo alla fine Raskolnikov si deciderà a confessare, proprio perché comprenderà di avere fallito e che ogni tentativo di libertà al di fuori della volontà del fato, è destinato all’inevitabile disfatta.
 
Spesso si vergognava davanti a Sònja; ed è perciò che si mostrava villano e sprezzante con lei. Ma questa vergogna non era causata né dalla testa rasa né dalle catene; il suo orgoglio era stato crudelmente ferito e sarebbe stato felice se avesse potuto accusare se stesso! Avrebbe sopportato tutto, anche l’onta del disonore. Ma per quanto esaminasse severamente se stesso, la coscienza indurita non trovava alcun fallo estremamente spaventevole e non si rimproverava altro che di aver fallito, cosa che può capitare a tutti. Ciò che più lo umiliava era di essersi perduto scioccamente, definitivamente, di avere avuto il destino avverso e di doversi sottomettere all’«assurdità» di quel destino, se voleva ritrovare un po’ di calma.
E, se almeno la sorte gli avesse donato il pentimento, il pentimento che brucia, che spezza il cuore, che scaccia il sonno, uno di quei pentimenti che spingono l’uomo a impiccarsi o ad annegarsi! Con quanta gioia l’avrebbe accolto! Tormenti, lacrime… anch’esse sono una manifestazione di vita. Ma egli non era pentito del suo delitto…
(Fëdor Dostoevskij, Delitto e castigo)
 
Raskolnikov afferma il singolo, l’individuo, l’eroe emarginato che pur compiendo il male, vuole raggiungere il bene. Alla base del suo gesto non ci sono spinte economiche, ruba sì, ma non utilizza nulla di ciò che ha preso. In tutto il libro il personaggio vive in una sorta di dimensione alterata, a metà strada tra sogno e veglia, egli si aggira per le strade come un matto, come un malato inconsapevole del proprio stato e come sempre accade a chi voglia affermare un’idea impopolare, diviene un emarginato che non riesce mai veramente a comunicare con qualcuno, poiché si è creata tra lui e chiunque altro quella frattura profonda, quella separazione che sempre distingue le due parti di umanità, le vittime dai carnefici, i vincitori dai perdenti, i forti dai deboli, i giusti dai corrotti.
 
Lo spettacolo offerto dai suoi compagni di prigione lo stupiva: come tutti amavano la vita! Ed egli credeva che questo sentimento fosse più vivo nel prigioniero che nell’uomo libero.
Durante la sua permanenza in quel luogo di pena, molte circostanze lo colpirono e ciò che specialmente lo stupiva era l’abisso spaventevole che esisteva tra lui e tutta quella gente. Si guardavano reciprocamente con diffidenza ed ostilità.
(Fëdor Dostoevskij, Delitto e castigo)
 
Dostoevskij inserisce l’elemento religioso come unica reale possibilità di redenzione e, attraverso il personaggio di Sònja, salva Raskolnikov. Quando tutto finalmente torna in ordine, la nebbia si dirada, il delirio finisce, il distacco si colma e sopraggiunge la consapevolezza e con essa la calma, quando egli comprende di amare Sònja, sa che amerà tutto ciò che lei desidera e quindi anche Dio, solo in tal modo potrà recuperare il suo status sociale di essere umano e credere perfino in un possibile futuro.
 
La sera, dopo che i prigionieri furono rinchiusi, il giovane si buttò sul suo letto e pensò a lei. Gli era parso che tutti i detenuti, suoi nemici, lo avessero guardato assai diversamente in quel giorno. Per primo aveva rivolto loro la parola ed essi avevano risposto amabilmente. […] In quel primo giorno di ritorno alla vita, tutto, anche il suo delitto e la conseguente condanna, tutto gli appariva come un fatto esteriore, estraneo. Prese macchinalmente la Bibbia che stava sotto il suo capezzale. Quel libro apparteneva a Sonia, ed era in quel volume che essa, altra volta, gli aveva letto la resurrezione di Lazzaro.
(Fëdor Dostoevskij, Delitto e castigo)
 
Ma esiste una vera redenzione? O è soltanto uno dei metodi con i quali siamo soliti ingannare noi stessi? Forse solo il distacco potrebbe salvarci. Lo sguardo di chi riesce a mantenere la giusta distanza, quella pausa tra i pensieri e i sentimenti che consente di evitare la caduta. La negazione di quello spazio necessario affinché un qualsiasi tarlo riesca ad insinuarsi e a corrompere irrimediabilmente il legno.



Postato alle 11:13 di venerdì, 04 settembre 2009 da dalloway66
 
I Beatles sono stati i testimoni ed i protagonisti di un mutamento epocale, dando inizio non solo alla nascita della musica pop, ma ad uno stile innovativo, che si estende all’arte, alla moda e alla comunicazione di massa, tramite un coinvolgimento mondiale, che portò addirittura alla beatlemania, un fenomeno sconosciuto prima di allora, quando folle di fan ostentavano crisi isteriche di fronte alle esibizioni della band e tutto questo passando attraverso contraddizioni, leggende, esoterismo, satanismo, droghe e trasgressioni di ogni genere.
Ma poiché spesso ci fermiamo ad uno sguardo superficiale, nell’immaginario collettivo di solito si contrappongono Rolling Stones e Beatles come il Diavolo e l’Acqua Santa, e invece, a ben guardare proprio i baronetti furono i più ribelli dell’epoca e a maggior ragione riuscirono a portare avanti i loro messaggi, proprio grazie al fatto di arrivare a tutti, tanto che ancora oggi ci si appassiona a ogni cosa che li riguardi, come sempre accade a coloro che uniscono genio e sregolatezza e che superano la soglia della mortalità entrando così a far parte della mitologia.
 
Quante volte guardiamo senza in realtà ‘vedere’?
 
Sulla scia della trasmissione di Corrado Augias, Enigma, del 19-06-09 dedicata ai Beatles ed ai tanti misteri che si celano dietro all’apparente spensieratezza di questa band immortale, si può notare che, così come avviene per la percezione del tempo, anche la vista presenta molteplici dimensioni e lo stesso oggetto può assumere caratteristiche molto diverse a seconda dell’occhio che lo ‘vede’.
 
Negli anni tra il 1965 e il 1966 avviene un mutamento che trasforma la band, non solo come immagine, ma anche nello stile, nei testi delle canzoni che si incupiscono e nei suoni che diventano innovativi attingendo da varie fonti comprese le sonorità indiane.
 
Tutto ha inizio dalla leggenda che riguarda Paul McCartney, ovvero dalla teoria che sostiene che sarebbe morto in un incidente stradale nel 1966 e subito sostituito da un sosia, tale William Campbell. Dopo questo avvenimento, le copertine degli album dei Beatles possono essere viste in modo diverso, con uno sguardo superficiale si vedranno solo delle immagini, mentre una visione approfondita consentirà di notare una successione di indizi e simboli esoterici inequivocabili.
La conoscenza modifica la visione.
Ma forse dovremmo fare in modo che la pigrizia mentale che oggi, con tutte le sollecitazioni esterne e la premura che ci caratterizza, ha sempre la meglio sulla sosta meditativa, si tenga a debita distanza per riuscire a leggere tra le righe e a vedere dietro a un’immagine apparentemente insignificante, tutto ciò che ci sfugge.
 AbbeyRoad
Ad esempio la copertina dell’album Abbey Road a prima vista mostra semplicemente i quattro componenti del gruppo che attraversano la strada, mentre una lettura studiata a fondo ci rivela una molteplicità di segni. Innanzitutto l’attraversamento in fila simboleggia un funerale, il primo del gruppo, John Lennon, vestito di bianco, è il sacerdote, segue Ringo Starr, in nero che rappresenta l’uomo delle pompe funebri, poi c’è il morto, Paul McCartney, che cammina a piedi nudi e non in sincronia con gli altri, egli non può seguire il passo dei vivi e si muove in una dimensione alterata e con gli occhi chiusi, l’ultimo è George Harrison, in jeans, che rappresenta il becchino. Sulla sinistra si nota un maggiolino la cui targa 28 IF è stata interpretata con ’28 SE’ ovvero se fosse vivo avrebbe 28 anni e LMV (Linda McCartney Widowed) ‘Linda McCartney vedova’. E ancora sul lato destro si nota un camioncino che sarebbe quello con il quale la polizia è intervenuta al momento dell’incidente di Paul, mentre l’unica ad essere in linea con McCartney è un’auto che si allontana.
 sgt-pepper
Ancora più inquietante è la copertina di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band dove la molteplicità degli indizi ha fatto scatenare i sostenitori della teoria della morte di Paul.
Partendo dal basso ci si imbatte subito in quello che sembra l’ornamento di una tomba, compresa la sagoma, riprodotta con dei crisantemi, del basso Hofner, creato appositamente per i mancini, ovvero lo strumento suonato da Paul, che tra l’altro presenta solo tre corde, cioè il numero dei Beatles rimasti. Sulla testa di McCartney campeggia inoltre una mano aperta, simbolo di morte nelle religioni orientali. Sul lato sinistro appaiono i Beatles vecchia maniera con Starr vestito a lutto e affranto, che viene consolato proprio da McCartney e ancora sulla destra c’è una bambola con un modellino di Aston Martin (ovvero l’auto guidata da Paul al momento dell’incidente) sorretta da una vecchietta con un guanto da automobilista insanguinato.
Ma addirittura ci fu chi notò che guardando allo specchio la scritta centrale della batteria, lonely hearts, si ottiene “1 one 1”, cioè 111 il numero dei Beatles superstiti   e ‘he die’ (lui muore), oppure "1ONE IX HE DIE" cioè 9 novembre, la data della presunta morte, e ancora fra he e die compare una freccia che punta, guarda caso, proprio su Paul. Molti altri indizi si trovano nella copertina e altri ancora si riscontrano anche nel retro e nei testi delle canzoni.
 
In questi anni di vuoto intellettuale in cui non spicca un genere letterario, né una forma d’arte, neanche la musica presenta peculiarità capaci di contraddistinguere un momento storico con qualcosa che possa rimanere come traccia indelebile. Se viviamo nell’era dell’apparire anziché dell’essere, come si può immaginare di poter indurre chi non vuole compiere lo sforzo di vedere oltre ad avere sempre una visione critica della vita?
 



Postato alle 09:09 di venerdì, 03 luglio 2009 da dalloway66
hesiode et la muse
 Gustave Moreau, Hesiode et la Muse
 
Cominci il canto mio dalle Muse Elicònie, che sopra
l'eccelse d'Elicóna santissime vette han soggiorno,
e con i molli pie' d'intorno alla cerula fonte
danzano, intorno all'ara del figlio possente di Crono.
[…]
Quelle che il canto bello d'Esiodo ispirarono un giorno,
mentr'egli pasturava le greggi sul santo Elicona,
quelle medesime Dive narrarono a me ciò ch'io narro,
le Muse Olimpie, figlie di Giove, dell'ègida sire.
«Pastori avvezzi ai campi, gran bíndoli, pance e null'altro,
favole molte sappiamo spacciar ch'ànno aspetto di vero;
ma poi, quando vogliamo, sappiamo narrare anche il vero».
Disser del sommo Giove cosí le veridiche Figlie;
e a me diedero un ramo di florido alloro, stupendo,
ch'io ne tagliassi uno scettro, m'infusero in seno la voce
divina, ond'io potessi cantare il presente e il futuro,
mi disser di cantare la stirpe dei Numi immortali,
e loro stesse, sempre, del canto al principio e alla fine;
ma perché mai qui sto cianciando di rupi e di querce?
Su', dalle Muse dunque comincia, che allegran di Giove
l'eccelsa mente, quando intonano gl'inni in Olimpo,
e dicono le cose che furono e sono e saranno,
con le parole espresse. Dal labbro alle Dive, la voce
infaticabile scorre, soave.
(Esiodo, Teogonia, Proemio)
 
Il Logos e la verità hanno sempre avuto una vita di coppia difficile, se è vero che le Muse possono mentire, pur dando forte verosimiglianza alle proprie parole, oppure esprimere esattamente la realtà, il poeta incaricato dalle divinità di cantare le gesta degli dei non può che dire unicamente il vero. Ma ogni racconto cela al suo interno un enorme potere che gli permette di portare alla salvezza o alla perdizione.
 
Forse ho fatto molto male ad accingermi a scrivere: dentro di noi resta smisuratamente più di quello che riesce a parole. Un’idea, anche se cattiva, finché è in noi, è sempre più profonda, mentre a parole è più ridicola e disonesta. Versilov mi ha detto che solo negli uomini cattivi avviene tutto all’inverso. Quelli non fanno che mentire, a loro è facile, mentre io cerco di scrivere tutta la verità, ed è terribilmente difficile.
(Fëdor Dostoevskij, L’adolescente)
 
Chiunque scriva si trova sempre a dover affrontare tale dilemma, perché per quanto ci si sforzi di narrare l’assoluta verità, c’è tuttavia sempre qualcosa che si sottrae, qualcosa che somiglia soltanto a ciò che si voleva dire, ma non è quello.
moreau_leda
 Gustave Moreau, Léda
 
[…] e allora nessuno potevi vedere senza lacrime
fra gli Argivi: tanto li commuoveva la Musa armoniosa.
(Omero, Odissea, vv. 61-62)
 
Tutto ha inizio con Lei, ogni ritmo che rapisce ed incanta si deve alla fonte d’ispirazione, alla Musa che ci accompagna e si manifesta nell’irrisolvibile nodo che stringe, nella magia delle parole che piovono a dirotto, a coprire pagine e a descrivere sogni, come un bisogno che non cessa, una malattia che si propaga nella mente, una sete inestinguibile a cui non si può più rinunciare.
 
Il potere della parola trascina come un fiume in piena, porta con sé un cumulo di detriti che contengono tutto ciò che si voleva dire, ma anche quello che nemmeno si sospettava di poter dire. La parola, ciò che ci distingue da qualsiasi altro essere vivente ci avviluppa, ci caratterizza, ci identifica, eppure ci costringe, ci lega, ci opprime, ci elargisce il piacere più appagante e una sofferenza immensa. Ma noi, umili cantori della quotidianità, non possiamo prescindere dal verbo, dalla nostra Musa personale che ci sussurra la melodia del pensiero da condividere, da offrire con la pesantezza della forza di gravità e la levità del battito d’ali che la sconfigge.
 
Ma dopo, la voce di madre Leonora, ricomposta nella sua dolcezza di sempre, avrebbe ricominciato a dire parole belle, come infinito, azzurro, soave, celestiale, magnolie… che belli i nomi dei fiori: gerani, ortensie, gelsomino, che suoni meravigliosi! Ora poi che le scriveva le parole lì sul bianco della carta, nero su bianco, non le avrebbe perdute più, non le avrebbe dimenticate più. Erano sue, solo sue. Le aveva rubate, rubate a tutti quei libri per bocca di madre Leonora.
(Goliarda Sapienza, L’arte della gioia)
 
La Musa più generosa è quella che ci dona le parole, perché una volta in nostro possesso, una volta incise sul foglio, esse divengono indelebili e nostre per sempre. Anche muta, afona, imbavagliata, la Musa delle parole non smette mai di parlarci col suo ritmo salmodiante, cadenzato, come il rituale che mai non ha fine, come una musica che prende vita e consistenza già nel disegno dei simboli musicali. I contorni di quelle note che sotto la pressione delle dita si stampavano fra le righe, intrappolate lì, nessuno me le avrebbe più sottratte. Erano mie, rubate come gli aggettivi, i sostantivi, i verbi, gli avverbi…
 sappho
 Gustave Moreau, Sappho
 
Musa, d’incerta origine, di ignote parole, madre di tutto il tempo che non si può nemmeno immaginare. Custode della memoria, artefice dell’armonia, in te coincide l’essere e l’esistere, nel canto che sospende ed incanta, pur nella dissonanza. Musa che avviluppi i virgulti e trasponi la tua immagine aggraziata tra i colori di un quadro trasognato. Tra scene di caccia e miti immortali esplode un suono statico di corno, un richiamo che vive nell’aria, che raggiunge l’udito e la mente. E quando la sete di conoscenza prende il sopravvento, non esiste che la Musa a condurmi per mano tra le pagine che ancora non conosco e che già mi appartengono per tacito accordo, per antica necessità, per conoscenza pregressa, incisa nel codice genetico. Musa, sono tua prigioniera, raccolgo parole che erompono malgrado me, sei tu che rompi gli argini, la diga che straripa. L’acqua, fonte di vita, si versa dentro di me e mi riporta infine al luogo d’origine, alla sorgente che rimarrà eterna, voce imperitura che sempre canterà la storia che non sbiadisce, la storia che celebra in cerchio, al ritmo del ciclo lunare, imbiancata dalla luce, il tempo, che finalmente, si cristallizza.



Postato alle 16:25 di mercoledì, 17 giugno 2009 da dalloway66
Ci sono momenti in cui si rimane disorientati. Il nostro rapporto con il tempo è sempre problematico, perché l’evolversi naturale è stato sostituito dalla temporalità imposta, dalla cronologia, dalla catalogazione e così, capita che gli animi più sensibili percepiscano quella sorta di sfasamento temporale che ci fa arrivare sempre al momento sbagliato. Sempre un attimo prima o quello immediatamente successivo e in genere non basta una vita perché ci si possa ri-allineare. Bisogna attendere un tempo più vasto, quello delle vite che si susseguono e che costruiscono la nostra reale totalità.
Nel continuo dibatterci qua e là, di vita in vita, dovremmo almeno imparare a concepire una nuova visione temporale, la tensione verso il raggiungimento della perfezione interiore.
 
Il candeliere che teneva in mano era piegato da una parte. Tre gocce di cera le caddero sulla sottana, lucide, prima che se ne accorgesse. Raddrizzò subito la candela e scese le scale. Tese l’orecchio. Silenzio dappertutto. Martin dormiva. La mamma dormiva. Nel passare davanti alle loro porte e nello scender le scale le parve che le calasse addosso un peso. Si fermò e guardò giù nell’ingresso. Si sentì avvolgere dalle tenebre. «Dove sono?» si chiese fissando una pesante cornice. «Cos’è?» Le pareva d’essere sola, spersa nel nulla e tuttavia doveva scendere, doveva portare il suo fardello.
(Virginia Woolf, Gli anni)
 
Woolf riesce a fare qualcosa di straordinario, riesce ad inventare l’attimo, a coglierlo e descriverlo nella sua durata infinita, nella sua essenza che è poi l’essenza stessa della vita. È capace di descrivere la fusione temporale tra passato, presente e futuro in un eterno presente che rende il momento, il fatto, l’evento, l’emozione, senza fine. Ecco il perché di quella sensazione di vuoto che talvolta ci coglie, quella sorta di spaesamento che ci fa quasi perdere l’identità e la nozione del tempo e l’essere incastonati in quella data epoca, in quell’anno, in quel giorno, in quell’ora precisa. Tutto prosegue, il cammino è doloroso e pesante ed ogni istante il fardello diventa più gravoso, possiamo ignorarlo e fare finta di niente, ma giunge sempre il lampo della presa di coscienza, l’attimo in cui le gocce di cera ci piovono addosso e in quell’attimo scopriamo l’insospettabile, ovvero che niente è come ci era sembrato fino a quel momento e che, dietro a tutto ciò che sappiamo, c’è ancora un groviglio di significati pronti a riaffiorare dall’oscurità.
 
«E lui dice,» mormorò, «che il mondo non è altro che…» s’interruppe. Cosa diceva? Nient’altro che pensiero, eh? Se lo domandava come se lo avesse già dimenticato. Be’, dato che era impossibile leggere e impossibile dormire si sarebbe lasciata andare, sarebbe stata solo pensiero. Era più facile agire che riflettere. Le gambe, il corpo, le mani, tutta la sua persona doveva restare passivamente distesa, per prender parte a questo processo universale del pensiero che quell’uomo aveva detto essere la vita del mondo. Si stirò. Dove cominciava il pensiero? Nei piedi, forse? Eccoli là, sporgevano sotto il lenzuolo. Sembravano staccati, distanti l’uno dall’altro. Chiuse gli occhi. Poi qualcosa si irrigidì dentro di lei, contro la sua volontà. Era impossibile mettere in azione il pensiero.
(Virginia Woolf, Gli anni)
 
Dove comincia il pensiero? È possibile descriverlo? Si può separare dall’insieme che ci costituisce?
Ho sempre trovato sorprendente l’accostamento che spesso Woolf propone di un concetto profondissimo legato alla quotidianità del gesto, perché forse è proprio mentre si compiono i movimenti consueti che ci si può astrarre tanto da riflettere su qualcosa di indefinibile. E associare ciò che sempre abbiamo di fronte a noi a tutto quello che ci sfugge, può indurci a vedere le cose come non le avevamo mai viste prima. E così la semplice visione dei nostri piedi, come se fossero qualcosa di separato, può innescare una successione di quesiti ai quali non è però necessario trovare una risposta, poiché la vera grandezza risiede soltanto nella domanda.
Nell’intuito di porsi certe domande si trova anche il germe della risposta, il segreto è dunque nella ricerca della soluzione e non nella spiegazione in sé, come se con una piccola porzione del nostro pensiero si potesse divenire parte del pensiero universale.
 
Le tende tirate
 
I
- La speranza è alla pagina prossima. Non chiudere il libro.
- Ho voltato tutte le pagine del libro senza incontrare la speranza.
- La speranza, forse, è il libro.
 
II
Nei dialoghi che perseguo la risposta è abolita; ma,
talvolta, la domanda è il lampo della risposta.
La mia strada è picchiettata di cristalli.
 
III
- Se la risposta fosse possibile,
la morte non camminerebbe a fianco della vita,
la vita non avrebbe ombra
l’universo sarebbe luce.
 
(Edmond Jabès, Le tende tirate)



Postato alle 11:36 di sabato, 06 giugno 2009 da dalloway66

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